1. La nuova economia e la nuova concorrenza
1.1 L'economia di domani
Turbocapitalismo. Un
politologo quale Edward Luttwak spiega il fenomeno del cambiamento del modello
economico quale transizione da uno scontro tra ideologie politico-economiche a
ciò che egli definisce turbocapitalismo. Con
la fine dell’ideologia marxista si sta oggi manifestando una nuova forma di
confronto tra i modelli capitalistici tradizionali e il nuovo modello del
turbocapitalismo, il quale è una naturale evoluzione di quello tradizionale. Il
capitalismo accelerato trasforma tutto in fretta. Moltiplica la ricchezza del
PIL ma produce anche gravi squilibri, imponendo una velocità agli venti che
destabilizza famiglie, regioni e Stati, creando conseguenze sociali estreme.
Tre ne sono le cause:
- la ritirata dello Stato
dall’economia;
- la globalizzazione dell’economia e dei
mercati;
- la tecnologia informatica che rimpiazza la
burocrazia dell’amministrazione.
Cause della trasformazione. Il mondo
economico appare in fase di profonde trasformazioni strutturali per l’effetto
visibile dei cambiamenti provocati da cinque piattaforme economiche:
- il declino dell’ideologia marxista;
- un cambiamento tecnologico verso un’era
dominata unicamente dalla conoscenza e dal capitale intellettuale;
- un cambiamento demografico senza precedenti;
- l’affermazione dell’economia globale;
- un’era multipolare, non più dominata
esclusivamente dal poter economico, politico o militare.
Queste piattaforme
possono rappresentare le fonti che spiegano la nuova economia mentre le cause
devono essere ricercate nelle complesse interazioni tra nuove tecnologie e
nuove ideologie.
Nuova economia. Si è
iniziato a parlare di “nuova economia” negli USA a metà degli anni ’90; è
un’economia caratterizzata da tassi di sviluppo crescenti e da bassa
inflazione, costruita su vecchie virtù: investimenti e libertà di mercato di
operare.
Le caratteristiche della
strada che porta alla nuova economia sono le seguenti:
- investimenti esplosivi e se necessario
keynesiani nell’economia e nelle tecnologie della conoscenza e
dell’informazione (da misurare quale percentuale del PNL);
- ristrutturazione dei business models prevalenti per ridurre costi, incrementare
flessibilità e sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie;
- apertura dei mercati finanziari per stimolare
la destinazione del capitale verso usi utili e intraprendivi;
- utilizzo del venture capital e delle IPO per incoraggiare e sostenere lo
sviluppo di società innovative;
- diffusione e costante rafforzamento della
cultura intraprenditiva per facilitare lo start up di nuove imprese e la disponibilità al cambiamento e
alla sperimentazione;
- accelerazione delle decisioni di
liberalizzazione e deregolamentazione in particolare nel mercato delle
telecomunicazioni e del lavoro;
- coerenza della politica monetaria per
contenere inflazione, ridurre i tassi di interesse, alleggerire la
pressione tributaria.
1.2 L’equilibrio puntuato: il quantum leap
Quando l’ambiente cambia
improvvisamente, spesso si verifica che una specie dominante scompaia per essere
rimpiazzata da una nuova specie. In situazioni di discontinuità ambientali
radicali, la teoria dell’evoluzione darwiniana è stata quindi rafforzata con i
principi dell’equilibrio puntuato. Questa teoria ipotizza una traiettoria
evolutiva dell’ambiente attraverso un’alternanza di fasi caratterizzate da
lunghi e graduali processi di cambiamento, interrotti da momenti di svolta
radicale, i quantum leap, che
introducono delle profonde e spesso drammatiche discontinuità.
La probabilità di
sopravvivenza e il processi di selezione naturale tendono quindi a favorire
quelle specie che meglio di altre riescono a sviluppare rapidamente capacità
per anticipare il processo di cambiamento e per fronteggiare la specificità di
un nuovo ambiente. Le capacità e le risorse per sopravvivere in una fase di
equilibrio puntuato risultano profondamente diverse da quelle necessarie per
vincere in una fase di cambiamenti graduali: quando si verifica un quantum leap ogni cosa è investita da
cambiamenti rapidi e dinamici, il disequilibrio e l’entropia risultano la norma
e l’incertezza è l’unica a regnare con certezza. Alla fine delle successione
dei quantum leap emergerà una nuova
economia, con nuove regole che richiederanno nuove strategie: molte imprese
scompariranno, altre sopravvivranno, altre emergeranno e si imporranno. I
sopravvissuti saranno coloro che avranno dimostrato di saper anticipare le
conseguenze indotte dai cambiamenti in atto nelle piattaforme economiche e che
avranno saputo generare quelle capacità e quelle risorse necessarie per operare
nella nuova economia.
1.3 Quantum
leap e killer application
Nella nuova economia i quantum leap sono generati
dall’affermazioni di nuove tecnologie che agiscono nei mercati quali e vere e
proprie killer application. Esse si
materializzano sotto forma di nuovi prodotti o servizi che offrono soluzioni
più efficaci o più efficienti alle priorità espresse da una comunità. Esse si
affermano in modo pervasivo e irresistibile, distruggendo rapidamente prodotti
o servizi già affermati, con i quali entrano in concorrenza, imponendo così una
nuova categoria di beni. Le forze guida che stimolano la generazione delle killer application vanno ricercato nella
straordinaria capacità di accumulo e di produzione di nuova conoscenza, che
viene capitalizzata dall’uomo e trasformata in innovazioni tecnologiche.
Legge di Moore. Ogni 18 mesi la potenza di elaborazioni di un microprocessore tende a
raddoppiare mentre rimangono costanti, o addirittura diminuiscono i suoi costi
di produzione. Questa legge spiega le ragioni della proliferazione delle killer application nella nuova economia
e nell’era dell’evoluzione dagli atomi ai bits.
Legge di Metcalfe. L’utilità di un ‘network’è pari al quadrato
del numero dei suoi utilizzatori. Questa legge spiega la ragione della
diffusione universale delle killer
application: questo principio rafforza l’idea che qualora più persone
utilizzino un software o leggano un libro, l’utilità di quel servizio si
accrescrerà e attrarrà nuovi utilizzatori, incrementando ulteriormente
l’utilità in essi percepita e la velocità di diffusione e di adozione della
nuova applicazione. Questa legge evidenzia un punto di flesso che coincide con
il cosiddetto punto di massa critica: in coincidenza di tale flesso la curva
cambia pendenza e la diffusione della nuova applicazione cresce e si sviluppa
esponenzialmente. La velcotià di raggiungimento e di superamento del punto di
flesso dipenderà dal valore riconosciuto all’innovazione e dal suo costo di
accesso.
Legge della distruzione. I cambiamenti tecnologici si evolvono esponenzialmente,
mentre i sistemi politici, sociali ed economici cambiano solo incremnetalmente. Secondo questa legge l’accelerazione della
diffusione delle killer application
genera una concatenazione di effetti tutt’altro che secondari sui sistemi
politici, economici e sociali,producendo discontinuità e turbolenze che
alterano la natura stessa dei loro ecosistemi.
Il processo distruttivo
che viene innescato da una killer
application risulta comunque non controllabile a priori e dipende dal
coefficiente angolare delle curve di Moore e Metcalfe: esso tende ad
accelerarsi quando la nuova tecnologia supera il punto di massa critica. Le killer application sono in definitica il
frutto della traiettoria de della collisione tra le nuove tecnologie e i
sistemi economici, politici e sociali che apprendono quanto sia preferibile
cambiare, anche solo incrementalmente, piuttosto che tentare di resistere e
soccombere alla furia iconoclasta dell’innovazione.
Il nuovo mondo del cyberspace, che emergerà basato sulla
tecnologia digitale e Internet, si basa su tre componenti fondamentali, le
quali pervaderanno il nuovo mondo e la nuova economia in cui vivremo:
- velocità
poiché ogni aspetto delle attività umane e ogni istituzione opererà in tempo
reale;
- connettività
perché ogni cosa verrà progressivamente interconnessa e quindi disintermediata elettronicamente
con ogni altra cosa;
- intangibilità
poiché ogni proposizione di valore, offerta al mercato, ai clienti delle
imprese, contiene una componente tangibile e una intangibile; la
componente intangibile (servizi, informazioni, esperienze, ecc.)
acquisterà maggior valore e si svilupperà più rapidamente di quella
fisica.
1.4 Dalla concorrenza all’ipercompetizione
Cause dell’ipercompetizione. Nell’ultimo
decennio del secolo si sono manifestati eventi e segnali di grande portata che
evidenziano l’affermazione di una nuova concorrenza: la concorrenza estrema o
ipercompetizione. Innanzitutto:
- la caduta delle barriere che speravano
politicamente ed economicamente i confini nazionale da quelle
intercontinentali ha portato alla creazione di un grande mercato globale;
- il numero dei concorrenti, con i quali ogni
impresa deve confrontarsi, si è accresciuto e significativamente
variabilizzato.
Tuttavia, l’ipercompetizione
trova una spiegazione più valida nella successione senza precedenti di quantum leap che, alternandosi a
distanze temporali sempre più ravvicinate, travolge ogni mercato modificandone
ed alternandone la dinamica evolutiva. Questa successione di quantum leap differenzia un ambiente
competitivo placido da un ambiente ipercompetitivo, ed esprime l’energia
creativa ed immaginativa delle imprese che, sfruttando i benefici indotti
dall’innovazione, tentano di generare e rigenerare le loro intraprese.
L’elemento di spinta dell’iper-competizione trova infatti origine in un
confronto competitivo tra imprese:
- sfidanti
verso dominanti;
- innovatrici
verso ritardatarie;
- creative
ed immaginative verso imitatrici ed inerziali.
Tipi di ambienti competitivi. In
ambienti competitivi statici le regole della concorrenza tendono a
resistere, nel tempo, ad ogni stimolo e definiscono le modalità di condotta che
devono essere rispettate, pena gravi ritorsioni da parte dei loro garanti, gli incumbent.Ogni settore è caratterizzato
da regole non scritte del gioco competitivo, ma aggirando tali regole l’impresa
innovatrice può invece neutralizzare l’efficacia difensiva dei vantaggi dei
rivali e creare i presupposti per imporre i propri.
In ambienti competitivi dinamici
le convenzioni e le ortodossie che definiscono le regole della concorrenza
vengono costantemente messe in discussione per ricercare, nella distruzione
dello status quo, nuove modalità per
insidiare le posizioni di dominio dei rivali. Le nuove soluzioni offerte ai
problemi dei clienti non emergono perché le imprese sfidanti sono più
efficienti nello sviluppo incrementale della loro strategia ma perché
perseguono strategie e manovre meno convenzionali e sanno guardare lontano,
oltre la tradizione.
1.5 La fine della gerarchia e la nascita della
nuova iperarchia
Economia della conoscenza. La nuova
onda schumpeteriana introduce una economia fondata sulla conoscenza e la
diffusione dell’informazione: nel pensiero di Schumpeter l’innovazione è
portatrice di distruzione creativa e quindi fondamentale per il progresso
dell’umanità Tuttavia il cambiamento nella nuova economia della conoscenza non
è solo imputabile ai mutamenti della tecnologia quanto al cambiamento dei
nostri comportamenti che esprimono il nuovo mondo in cui vivremo e lavoreremo.
Conoscenza e informazione
sono la materia che integra e interconnette le diverse parti nelle quali una
impresa o un settore possono essere declinati. La catena del valore - che
esprime la modalità attraverso la quale una impresa gestisce i fattori della
produzione, necessari per progettare, realizzare, consegnare o erogare prodotti
o servizi ad un cliente - include ed esprime anche tutti i processi di
informazione e comunicazione che si irradiano dall’impresa, tra le sue parti e
tra l’impresa e le istituzioni partner del suo business model. La componente di conoscenza e di informazione è
così profondamente embedded nelle
diverse fasi della loro catena “fisica” del valore che in molti casi risulta
difficile riconoscerne la sua separatezza dai prodotti e dai servizi nei quali
si esprime e ai quali appartiene. Tuttavia oggi, in un mondo interconnesso
elettronicamente, il link tradizionale tra prodotto/servizio e informazione può
essere dissociato così come può essere ormai separata l’economia della
conoscenza e dell’informazione dall’economia delle cose fisiche.
Trade off della conoscenza e
dell’informazione. Il contenuto e la diffusione dell’informazione sono
stati classicamente governati dal trade
off tra varietà (richness) e connettività
(reach).


Varietà
· ampiezza
di banda della comunicazione (bandwidht);
· livello
di personalizzazione che può caratterizzare l’informazione;
· interattività
tra coloro che partecipano ad uno scambio di informazione.
Connettività
Numero
di persone che si possono scambiare informazioni tra loro, a casa o in una
impresa.
Nell’economia
tradizionale dell’informazione il numero delle parti che possono essere
interconnesse le une con le altre risulta inversamente proporzionale alla
varietà dell’informazione che devono scambiarsi. Ciò spiega perché nelle
imprese i principi di governo dell’organizzazione sono fondati sul controllo
gerarchico: con una gerarchia i processi di comunicazione non possono essere,
contemporaneamente, rich e broad. L’organizzazione del lavoro è
strutturata per regolare comunicazioni rich
tra piccole comunità di
persone,
legate le une alle altre da rapporti gerarchici, mentre comunicazioni diffuse
necessitano di mezzi indiretti di informazione, più utili per diffonderle
efficacemente nella piramide organizzativa dell’impresa.
Nella
nuova economia della conoscenza e dell’informazione i presupposti sui quali si
basa il trade off, vengono invece profondamente
modificati. Ciò che rende possibile questa rivoluzione (ossia comunicare facilmente
a costi prossimi a zero) è l’accordo sugli standard e sulle tecnologie sui
quali dovranno converge i service e i
content provider della nuova economia
digitale. Internet, extranet e intranet sono sostenute da tecnologie che
condividono lo stesso standard, universale e aperto.
Trasformazione dalla gerarchia all’iperarchia.
Nell’economia contemporanea il contenuto dell’informazione e della conoscenza
transita attraverso canali che permettono solo di raggiungere una audience limitata. Il vincolo imposto
dalla disponibilità di tali canali genera, spontaneamente, gerarchia,
nel senso di:
- scelta; le persone possono ottenere
informazioni e cose fisiche in modo strettamente funzionale alla strutta
dei canali ai quali sono esposte, raggiunte o che possono utilizzare;
- potere; le persone che hanno più facile e meno
costoso accesso all’informazione, dispongono di maggiore conoscenza di
altre.
La gerarchia può quindi
soddisfare il contenuto di varietà dell’informazione ma limita la libertà di
scelta della connettività e crea asimmetrie nell’accesso e nel possesso stesso
dell’informazione.
Quando il trade off tra varietà e connettività è
eliminato, i canali dell’informazione e della conoscenza non sono più lunghi
del necessaro: tale stato può essere definito iperarchia e si basa sugli
hyperlinks che caratterizzano e
regolano il world wide web. In questa
situazione ogni persona o istituzione può comunicare richly con chiunque altro, sulla base di uno standard condiviso e
aperto.
2. L’impresa proattiva: costrutti e paradigmi
2.1 Il cambiamento verso nuovi modelli di impresa
L’impresa che ci è più
familiare è senza dubbio quella organizzata con struttura funzionale o
divisionale. La prima fondata su principi tayloristici della specializzazione del lavoro, la seconda
organizzata attraverso un sistema di unità di affari decentrate che vengono
controllate strategicamente e finanziariamente dal centro. Questi modelli di
impresa vennero concettualizzati e sviluppato rispettivamente da Henry Ford e
da Alfred Sloan (General Motors), all’inizio degli anni ’20. Viene spontaneo
chiedersi perché l’impresa funzionale e divisionale si siano affermate alla
fine del processo di trasformazione dell’economia: la risposta
all’interrogativo va ricercata nella progressione naturale che governa e
favorisce l’evoluzione di una organizzazione in un mercato.
- Correlazione
tra l’evoluzione del sapere scientifico e la nuova impresa.
Le proprietà fondamentali dell’universo, quando vengono acquisite, sono
trasformate in sapere scientifico che è utilizzato per sviluppare nuove
tecnologie che vengono efficacemente impiegate per creare nuovi prodotti e
servizi atti a soddisfare i bisogni sollecitati dal mercato. Queste nuove
attività d’affare danno origine alla ricerca di nuovi modelli di impresa,
ovviamente coerenti rispetto alle nuove intraprese. L’innovazione
tecnologica svolte il ruolo di integratore tra le regole della scienza e
dell’universo e quelle dell’economia.
- Correlazione
tra le ere storiche e l’evoluzione dell’impresa. La
validità dei principi sottesi dalla progressione evolutiva
dell’organizzazione del lavoro è dimostrabile anche in una prospettiva
temporale, utile per verificare l’esistenza di una correlazione tra ere
storiche, fonti del valore e modelli di impresa. Ogni era storica è
caratterizzata infatti da una fonte dominante il processo di creazione del
valore e ad essa corrisponde anche una specifica forma di organizzazione
dell’intrapresa. Con la fine del XX secolo, l’umanità è testimone del suo
ingresso in una nuova era, quella post-industriale o della conoscenza. La
transizione in questa nuova era non si sta manifestando con un processo
incrementale, facilmente dominabile, ma con una successione di quantum leap che stanno provocano
cambiamenti radicali: la nuova fonte del valore si sta manifestando e
consolidando nella capacità sia individuale sia organizzativa di accesso,
sviluppo e utilizzo della conoscenza. Essa è tuttavia qualcosa di più
sofisticato e complesso rispetto alla semplice accumulazione e accesso
all’informazione poiché definisce un processo dinamico di trasformazione
delle idee e di rielaborazione delle informazioni che vengono integrate e
con le intuizioni e le visioni delle persone.
Rispetto
all’impresa gerarchica dell’era industriale, sta delineandosi quindi una nuova
impresa che, ravvisando nella conoscenza la fonte del valore, la ricerca
innanzitutto riconfigurando la sua architettura organizzativa per stimolare
relazioni collaborative tra le sue parti e integrare la conoscenza e le
competenze asimmetriche e complementari dei fornitori, dei clienti e delle
imprese partner.
2.2 - 2.6 Le nuove imprese dell’era della conoscenza
Pur
essendo entrati da alcuni decenni nell’era della tecnologia dell’informazione e
della comunicazione, e stiamo affacciandoci nella nuova era della conoscenza,
dobbiamo constatare che il modello dell’impresa funzionale e divisionale
rappresenta ancora oggi la cultura organizzativa prevalente: tuttavia, i
segnali di ricerca di nuovi modelli organizzativi sono ben evidenti dal comportamento
delle imprese e ciò rappresenta uno stimolo alla ricerca di nuove teoriche
sappiano spiegare le trasformazioni in atto.
Molti
autori suggeriscono una naturale traiettoria verso forme organizzative
configurate a network (ad
esempio “l’impresa policellulare” di Landier). Tale traiettoria è sollecitata
dall’affermazioni di ambienti sempre più competitivi e dinamici e dal
fabbisogno di dominio e utilizzo della conoscenza e dell’informazione. Il
modello “controllo e comando” tipico dell’impresa gerarchica non sostiene più
l’impresa nel recupero di quella flessibilità e adattabilità che le sono invece
necessari per fronteggiare la mutevolezza della domanda di mercato e tende con
maggiore evidenza verso forme di impresa a rete: questa architettura organizzativa
risulta la più adatta sia perché si basa su una rete informale di relazioni
interpersonali sia perché è sostenuta da una rete tecnologica di governo della
conoscenza che ne facilita la condivisione, la diffusione e il suo utilizzo.
L’impresa olonica. La
parola olone (introdotta da A.
Koestler) rappresenta, a partire dalla sua etimologia, una parte identificabile
di un sistema che ha una specifica identità, ma quale parte di un insieme più
grande ne rappresenta anche un’entità subordinata. Il punto di forza di una
impresa olonica permette di costruire un sistema organizzativo complesso ma
nondimeno efficiente nell’uso delle risorse, altamente reattivo ad ogni
discontinuità che può verificarsi all’interno o all’esterno e adattabile ai
cambiamenti in atto nell’ambiente nel quale vive ed opera. Infatti le
caratteristiche di indipendenza degli oloni assicurano stabilità al loro ruolo
e garantiscono capacità di sopravvivenza anche in contesti turbolenti;
dall’altro lato la subordinazione dell’olone ad un livello superiore garantisce
l’efficacia e l’operazionalità di tutto l’insieme.
Il
modello olonico trova applicazione nei processi di produzione flessibile, nei
settori a processo continuo, nei processi di assemblaggio, nei settori dei
trasporti.
L’impresa frattale. L’impresa
frattale, teorizzata da H.J. Warnecke, benché sviluppata indipendentemente
dall’impresa olonica ha con essa molte similarità. Il concetto di “frattale” è
stato introdotto in geometria: la geometria frattale rispetto a quella euclidea
cerca di riconoscere un ordine nelle manifestazioni più irregolari espresse
dalla natura. La parola frattale è quindi un aggettivo che usato quale
sostantivo definisce ogni cosa che pur apparendo irregolare e frammentata,
nello stesso tempo esprime un ordine, anche se questo concetto di ordine non si
manifesta nella tradizionale forma della linearità.
L’ordine
di un frattale è evidente osservando la specificità che lo caratterizza:
- la forma e la struttura di
ogni parte o componente in cui si può declinare un frattale sono simili
tra loro in diversi frattali;
- la forma di un frattale si
riproduce anche nella scala: la struttura e la forma di un frattale si
riproduce in ogni dettaglio o componente;
- i frattali sono soggetti a
cambiare e a modificarsi per effetto della loro interazione con altre
variabili ambientali.
Prendendo
spunto dalla teoria del caos, teoria che utlizza la geometria frattale per
descrivere i sistemi complessi non lineari, Warnecke ha teorizzato una impresa
che dovrebbe assumere la configurazione di un frattale dinamico: ciascun
frattale in cui si declina l’impresa è indipendente così da poter assumere
delle proprie decisioni, operando tuttavia nel contesto di un intero più ampio.
The
Knowledge creating company. Nokana e Takeuchi hanno fornito
un contributo significativo alla normalizzazione del costrutto della creazione,
diffusione e utilizzo della conoscenza nelle imprese. La loro riflessione
suggerisce che la conoscenza dell’impresa è dispersa e presente spesso solo
allo stato tacito piuttosto che esplicito: l’identificazione e comprensione
delle fonti generatrici della conoscenza e la capacità di diffonderla, per
facilitarne l’utilizzo e la riproduzione, rappresentano una fonte del vantaggio
competitivo dell’impresa ed il presupposto fondamentale per la generazione di
valore.
L’impresa
si paragona dunque ad un’organizzazione “ipertestuale” ove è possibile creare
delle relazioni dinamiche tra le sue parti e accedere con facilità alle fonti
più svariate della conoscenza. La knowledge
creating company si caratterizza in tre diversi strati: il suo sistema di
business, i team di progetto e il network delle fonti della conoscenza.
The
web of inclusion. Helgesen ha utilizzato la
metafora della rete per studiare l’architettura organizzativa delle imprese che
hanno dimostrato maggiori capacità di adattamento al loro ambiente mercato. Le
imprese studiate nella sua ricerca si distinguono infatti per il loro modello
organizzativo paragonabile ad una ragnatela al cui centro risiede il management
che ha responsabilità di governo dell’istituzione da cui dipende una
radializzazione di linee che correlano circolarmente tra loro le singole parti.
Questo modello, nelle imprese analizzate, tende costantemente a modificarsi e a
trasformarsi attraverso processi relazionali tra le sue parti e con la
creazione di nuove.
La
struttura a rete assume una configurazione circolare piuttosto che verticale e
gerarchica, ove il management (al centro) svolge un ruolo di facilitatore del
consenso, che compartecipa all’azione piuttosto che cercare di governarla
gerarchicamente e direttivamente. La flessibilità assicurata dalla rete
facilita inoltre ogni persona a muoversi nei reticoli e ad interagire gli uni
con gli altri senza barriere e ogni qual volta un’azione o un evento lo richieda.Questa
architettura organizzativa è definibile web
of inclusion perché le persone che in essa operano condividono il loro
ruolo di compartecipi nel processo di generazione e di trasferimento di valore
tra loro e il cliente e ciò facilita i rapporti di reciproca fiducia e la
disponibilità ad assumere comportamenti collaborativi.
2.7 L’impresa proattiva: costrutti e paradigmi di
una impresa iperarchica
Definizione e capacità. Le
imprese, nel passato, operavano in ambienti placidi nei quali le fonti del
vantaggio competitivo risultavano più stabili e difendibili. La nuove imprese
oggi sono invece consce che la superiorità dei loro prodotti e servizi è meno
difendibile nel tempo a causa di una concorrenza globale feroce e per la
rapidità del cambiamento tecnologico: in tali contesti solo il miglioramento
continuo, l’innovazione e la capacità di cambiamento e di ridefinizione delle
regole del gioco possono garantire all’impresa di confrontarsi nel mercato con
i propri rivali. Per la sopravvivenza è necessaria un impresa capace di gestire
il mercato e la sua entropia con un approccio costantemente attivo ed
solistico, tipico di una impresa reticolare, integrata, flessibile, agile ed
innovativa: un’impresa speciale, che può essere definitiva proattiva.
Il
significato di proattiva risulta quindi efficace per descrivere un’impresa che
deve essere capace di:
- gestire eventi e le
conseguenze di eventi che non si sono ancora manifestati;
- progettare il futuro
mentre governa il presente;
- scoprire nuove
soluzioni perché sa guardare lontano, oltre la tradizione;
- innovare e creare
proposizione di valore per la sua clientela;
- creare valore
stimolando lo spirito imprenditoriale e la disciplina della creatività;
- rigenerare se stessa
ed il suo mercato;
- inventare nuovi mercati.
Caratteristiche. Questa
azienda deve saper sviluppare e dominare le competenze tipiche di una impresa
iperarchica che come tale è:
- frattale
perché, benché l’architettura organizzativa di ogni impresa proattiva sia
contestuale rispetto alla sua singolare specificità, la sua forma non può
essere euclidea nel senso della rappresentazione della piramide
organizzativa, tipica di una struttura comando-controllo;
- virtuale
perché si articola, come ogni impresa iperarchica policellulare, in team
virtuali che si aggregano e si disaggregano costantemente attorno ai
processi della sua gestione e che sanno operare congiuntamente per
affrontarli velocemente attraverso il contributo della eterarchia.
- eterarchica,
infine, perché l’iperarchia richiede il governo dei diversi, la riduzione
della gerarchia top-down, per incentivare attraverso processi laterali
tipici del lavoro di gruppo, dell’organizzazione per team interfunzionali,
lo spiriti di iniziativa e il senso di responsabilità necessari per
presidiare i processi più critici che generano e trasferiscono valore ai
clienti sotto forma di prodotti e servizi.
Costrutti. L’impresa
proattiva può essere descritta e rappresentata attraverso una concatenazione di
tre diversi costrutti.
- Il primo costrutto
spiega l’impresa proattiva richiama l’attenzione sulla sua clientela:
le imprese esistono infatti solo ed esclusivamente per servire un cliente.
Egli rappresenta la fonte primaria della generazione del valore per
l’impresa e il suo unico e vero assetto patrimoniale. Il centro focale
dell’intrapresa è la sua clientela che sollecita capacità di ascolto, di
comprensione, di anticipazione delle priorità che esprime in termini di
bisogni, desideri, benefici ricercati.
- Il secondo costrutto
è quello dell’attivazione e del coordinamento dei processi necessari
per formulare e creare delle proposizioni di valore da trasferire alla
clientela per soddisfare le priorità espresse.
- Il terzo costrutto
enfatizza il network
delle risorse e delle capacità market
driving di cui l’impresa può disporre, o quale sua dotazione in
stock o alle quali può accedere, ricorrendo alla sua rete esterna di
fornitori e imprese complementari. Tale stock di risorse e capacità
interne ed esterne permette di attivare e coordinare i processi necessari
per generare, offrire e trasferire alla clientela proposizioni di valore.
Paradigmi.
Vi sono tre paradigmi concettuali che possono essere considerati i fondamentali
teorici dei costrutti dell’impresa proattiva.
- Il primo paradigma
richiama la prospettiva della Costumer
Based View. Il suo enunciato esplicita che il valore futuro di una
impresa dipende dalla sua capacità di acquisire nuovi clienti, sviluppare
la redditività dei clienti in portafoglio e gestire le relazioni con la
clientela acquisita fidelizzandola.
- Il secondo paradigma
esprime la scuola di pensiero della Resource
Based View. Tale paradigma difende la tesi che il valore generato
dall’impresa è funzionale alla specificità, qualità e varietà del suo
stock di risorse e competenza: la condotta dell’impresa sul mercato è
quindi condizionata dalle capacità di leverage
e di building delle risorse e
competenze possedute per conferire un vantaggio competitivo alla sua
manovra, nei mercati nei quali è già presente, o per creare ed entrare in
nuovi mercati.
- Il terzo paradigma
richiama i principi della Competition
Based View. Tale prospettiva suggerisce che la generazione di
valore dipende anche dalla natura del gioco competitivo nel quale è
coinvolta l’impresa, che si esprime in tre diversi stati: il gioco di
movimenti, il gioco di imitazione e il gioco di posizione. Ciascuno di
questi stati richiede uno stock coerente di risorse e di capacità per
poter definire pro-attivamente la manovra competitiva più efficace.
2.8 La metateoria dell’impresa proattiva
Cenni sulla teoria del caos. Lorenz,
nell’ambito delle previsioni meteorologiche, scoprì un primo indizio
concettuale che servì per elaborare un nuovo modello “non” lineare di
rappresentazione di uno stato di natura. Tale contributo era, in un certo
senso, rivoluzionario poiché introduceva una prospettiva diversa rispetto ad
una interpretazione più statica delle regole che governano l’universo: il quale
si presumeva fosse dominato da un ordine riconoscibile e meccanicistico,
comprensibile e quindi anche misurabile matematicamente.
Lorenz
scoprì in particolare che i sistemi non
lineari e dinamici sono significativamente sensibili ad ogni influenza e
cambiamento. Si evidenziava come\ l’interattività delle variabili provocasse
ciò che metaforicamente è stato definito butterfly
effect: esso rappresenta la specificità di un sistema dinamico non lineare
nel quale anche un piccolo cambiamento in un suo sub-sistema può generare, per
la sua interazione con altri sub-sistemi, un effetto che produce conseguenze
amplificate ad un livello d’ordine superiore al sistema. Un cambiamento nelle
condizioni che governano un ambiente (un’innovazione, un provvedimento
legislativo, la decisione di politica di mercato di un’impresa) può provocare
conseguenze inaspettate in altri ambienti ad esso interconnessi.
Studi sul comportamento dei
sistemi dinamici non lineari. La teoria del caos si è
consolidata attraverso gli studi sul comportamento
dei sistemi dinamici non lineari, i quali, nel tempo, mutano e si evolvono
costantemente. E’ quindi difficile prevedere il loro futuro stato di natura
poiché le variabili che li definiscono tendono ad interagire e a cambiare
costantemente, le une influenzate dalle altre. Il mondo della natura e
dell’economia si esprimono attraverso comportamenti non lineari e
apparentemente caotici. Tuttavia i sistemi dinamici non lineare esprimono
alcune proprietà:
- dietro il loro apparente
comportamento caotico sussiste una condizione di ordine (che si riferisce
al tipo di modello autoorganizzativo o di struttura che caratterizza il
sistema);
- la struttura del sistema è
determinata dall’attrazione e dalle relazione di interconnessione delle
variabili che definiscono il sistema. La teoria del caos studia e descrive
infatti gli strange attractor,
gli attori imprevedibili, e il comportamento caotico di un sistema non
lineare. L’attore imprevedibile coalizza le forze delle variabili del
sistema e crea i confini della sua struttura e nello stesso tempo stimola
il dinamismo del sistema all’interno di tali confini.
Teoria del 242j94c sistema proattiva
complesso. L’impresa proattiva trova un riferimento
fondamentale nella teoria del caos e della complessità in quanto si manifesta e
agisce con le stesse caratteristiche di un sistema
adattivo complesso, dizione che tuttavia viene usata nelle scienze fisiche
e biologiche; nel passaggio, per analogia alle scienze e ai sistemi sociali,
emerge il finalismo intenzionale dei soggetti, che fa propendere per la dizione
sistema pro-attivo complesso.
Esso non è altro che un sistema dinamico non lineare, aperto ed evolutivo. Una
impresa esprime un sistema proattivo complesso fondato su una comunità di
agenti (personale, management, clienti, fornitori, imprese completari o
concorrenti) che interagiscono tra loro la cui condotta, ispirata da regole
(valori, leggi, etica, principi economici, meccanismi organizzativi, ecc.), è
finalizzata ad alimentare uno scambio costante (beni, servizi, idee, fiducia,
risorse finanziarie) che produce, attraverso la reciproca influenza e
interazione un costante processo di cambiamento che si manifesta sia nel suo
ambiente locale sia in quello globale al quale il sistema stesso appartiene.
In
un sistema proattivo e complesso, il cambiamento è costante perché è costante
il flusso di nuove informazioni: la sensibilità del sistema alle nuove
informazioni gli permette, dopo un periodo evolutivo di adattamento, di
generare una nuova specie o una nuova organizzazione o struttura. L’impresa
proattiva, proponendosi di gestire eventi e le conseguenze di eventi che non si
sono ancora manifestati, non può che ritrovare nella teoria del caos e della
complessità le origini della sua natura di sistema proattivo complesso: la
complessità è infatti l’attrattore imprevedibili che interconnette tra loro le
varie parti del sistema e le facilità a muoversi quali parti di un intero,
interagendo con altri sistemi. Così facendo il sistema consegue quell’apertura
che stimola la generazione di un numero illimitato di possibilità adiacenti,
frutto dell’interazione distribuita dalle sue parti: la teoria del caos e della
complessità aprono i confini dell’impresa, e forniscono una nuova prospettiva
per osservare e apprendere come i sistemi complessi si organizzano e si sviluppano.
3. Dalla gerarchia alla iperarchia
3.1 Il paradigma delle 6 C
La
formula imprenditoriale dell’impresa proattiva si sviluppa attorno a sei parole
di grande significato:
- i clienti perché, per, generare valore, l’impresa deve saper
ascoltare la voce della clientela per soddisfare le sue attese di beni e
servizi personalizzati;
- la concorrenza perché il cambiamento tecnologico e la
globalizzazione dei mercati inaspriscono la natura del confronto
concorrenziale con modalità inaspettate che l’impresa deve riuscire ad
anticipare;
- le capacità market driving perché definiscono quelle specifiche
competenze che distinguono la creatività e l’abilità dell’impresa nel
dominare quei fattori critici di successo necessari per sviluppare le sue
condotte di mercato, perseguire nuove intraprese e creare nuove armi
concorrenziali;
- il cambiamento perché per sviluppare le capacità necessarie a
soddisfare la clientela e fronteggiare la concorrenza, l’impresa deve
essere maggiormente disponibile ad innovare, sviluppare nuove idee, nuove
capacità, nuovi ruoli e valori manageriali;
5-6. consenso
e commitment perché senza
coinvolgimento e assunzione di responsabilità da parte d i tutto il personale
dell’impresa il cambiamento verso la proattività verrà ostacolato o addirittura
impedito: sono le persone infatti che assicurano ad una impresa flessibilità,
agilità e creatività.
La capacità di apprendere, gestire e sviluppare
proattivamente il paradigma delle 6
C rappresenta senza alcun dubbio la fonte per conseguire
e mantenere nel tempo una posizione di superiorità competitiva.
3.2 Le capacità market driving
Nei
nuovi mercati ipercompetitivi, generati e dominati da una rapida sequenza di quantum leap, un’impresa non può essere
semplicemente driven, guidata dal
mercato, ma deve assumere un orientamento proattivo: deve essere capace di
anticipare e dominare l’emergenza di un quantum leap per poter guidare i
mercati emergenti e quelli immaginabili.
Le
capacità si riferiscono alle specifiche competenze che distinguono la
creatività e l’abilità dell’impresa nello sviluppare le sue condotte di mercato
o nel creare nuove armi concorrenziali. Tali capacità assumono un ruolo
strategico market driving quando
l’impresa riesce a trasformare le sue risorse passive in efficaci armi
concorrenziali permettendole così di distinguersi dai rivali su quelle
dimensioni che risultano più critiche per soddisfare le aspirazioni dei clienti
e per guidare i mercati di oggi ma
soprattutto quelli di domani.
Nella
guerra di movimento, di imitazione e di posizione l’imperativo dell’impresa
proattiva è lo sviluppo e il dominio delle capacità e delle competenze
necessarie per presidiare e gestire i quattro fattori più critici per il suo
successo. Tali fattori sono riconducibili alle economie di varietà, di velocità,di qualità e di apprendimento.
3.3
L’economia della varietà
Per
spiegare il significato sotteso dall’espressione varietà può essere utile porre a confronto la diversità esistente
tra il paradigma della produzione di massa che ha caratterizzato e distingue
tuttora la strategia produttiva e di marketing di molte imprese rispetto all’emergente
affermazione del paradigma della personalizzazione di massa (mass customization). L’approccio della mass production enfatizza la priorità di
conseguire economie di scala e di esperienza sufficienti per garantire alla
propria clientela prodotti e servizi di qualità ma standardizzati.
L’affermazione del nuovo paradigma della mass
customizqtion si riferisce invece a situazioni di contesto dell’ambiente
mercato dell’impresa, in cui la maggiore sofisticatezza della domanda da un
lato e l’intensificarsi del confronto concorrenziale dall’altro hanno
incentivato l’impresa a ricercare una fonte per il suo vantaggio competitivo
nella varietà e nella personalizzazione dell’offerta dei suoi prodotti o
seriviz.
L’economia
della varietà è perseguita dalle imprese attraverso due diverse condotte:
a)
ampliando significativamente,
verticalmente e orizzontalmente, la varietà delle linee e delle opzioni dei
prodotti e servizi che vengono offerti alla clientela;
b)
personalizzando i prodotti e i
servizi, producendoli ed erogandoli su
misura rispetto alle specifiche priorità espresse e richieste, ad un costo
comunque efficiente per il cliente e l’impresa.
La
condivisione del principio “the customer
is the King” enfatizza che riflettono solo marginalmente i cambiamenti
innescati dall’economia della varietà, che la capacità di soddisfare pienamente
le aspettative della domanda rappresenta la migliore difesa della concorrenza.
Nella sostanza dunque la conquista di posizioni vantaggiose e difendibili nei
mercati è direttamente correlata all’attenzione e alle risorse dedicate alla
ricerca di quello che i clienti desiderano realmente. Tutto ciò oggi è divenuto
ancora più complesso perché il consumatore dimostra con grande evidenza
l’interesse a essere servito dall’impresa in modo esclusivo, non più con
prodotti e servizi standardizzati, ma – al contrario – con la loro
personalizzazione. Per questi motivi l’economia della varietà può essere
operativamente realizzata attraverso:
a)
la
progettazione modulare del prodotto o dei processi di un servizio;
in questo caso l’impresa può ottenere grande varietà grazie alla diversa
combinazione di un certo numero di componenti o di moduli standardizzati,
realizzati con significative economie di scala;
b)
la
standardizzazione del prodotto o del servizio intermedio;
in questo caso, tramite la standardizzazione, si ritarda la sua
differenziazione, personalizzando i prodotti rispetto alle esigenze dei clienti
solo nella fase terminale del processo;
c)
il
ricorso a impianti flessibili di produzione; questo
è l’espediente che permette di variare facilmente le caratteristiche fisico
funzionali del prodotto, garantendo comunque una produttività ottimale in virtù
della possibilità di automatizzare e programmare il processo tecnico
produttivo.
L’economia
della personalizzazione di massa è il risultato di un’alleanza tra l’ossessione
di scoprire i bisogni della clientela ed i processi tecnico-produttivi
flessibili per generare tutte le possibili e desiderate varianti di prodotto la
cui diversità non è semplicemente cosmetica ma reale. La moderna mass customization è virtualmente
indistinguibile dai processi produttivi artigianali ma può essere realizzata ai
livelli di costo normalmente associati agli alti volumi della produzione
standardizzata di massa. Benché l’idea strategica della personalizzazione di
massa sia facilmente condivisibile per la significatività del vantaggio
competitivo conseguibile, la sua realizzazione è molto complessa e costosa per
le imprese più impreparate a questo profondo cambiamento. Essa richiede infatti
le capacità di integrare simultaneamente fra loro le competenze di marketing,
di ricerca e sviluppo, di produzione e di logistica, che dovranno operare
sempre più sinergicamente tra loro.
3.4
L’economia della velocità
Lo
scopo del sistema integrato di impresa (riduzione dei costi, innovazione
tecnologica, differenziazione dei loro prodotti) che molte imprese hanno creato
per la ricerca e l’affermazione di un vantaggio competitivo più duraturo ha
generato una nuova fonte di competitività: le economie di velocità. Se due
imprese riconoscono, nello stesso momento, l’opportunità di creare una nuova
fonte di vantaggio, la prima delle due che riesce a generare tale vantaggio
acquisisce maggiori probabilità di vittoria. La velocità permette all’impresa di
aumentare la sua libertà di manovra e di distruggere o neutralizzare i vantaggi
dei rivali, per generare nuove fonti del vantaggio prima che la concorrenza
possa prevenire tali mosse.
L’economia
di velocità di una impresa va misurata relativamente a quattro possibili fonti
di cambiamento o di compressione del tempo:
¤
time
to market: il lead
time dalla nascita di una idea alla sua commercializzazione;
¤
throughput
time: il ciclo temporale consumato dall’inizio alla fine
della produzione di un prodotto;
¤
delibery
time: il tempo intercorrente tra l’acquisizione di un ordine
e la sua soddisfazione;
¤
sub
process time: il tempo consumato nelle diverse attività in cui
è declinabile un processo.
La
velocità è un’arma competitiva a più dimensioni che deve essere esaminata da
tre diverse prospettive:
a)
la clientela; i clienti possono conseguire valore e vantaggi operando
con fornitori veloci per due motivi: un rapido sviluppo di prodotti e servizi
significa per loro accedere e disporre costantemente di innovazione e di varietà,
ed inoltre la velocità di evasione delle loro richieste si traduce in un
incremento di soddisfazione che rafforza il rapporto di fiducia con l’impresa;
b)
per l’impresa perseguire economie di velocità significa porre specifica
attenzione alla gestione efficace ed efficienti dei processi che sono
finanziariamente più sensibili e critici quali la supplì chain, la produzione, la logistica e la
distribuzione/erogazione;
c)
dal punto di vista del contenuto strategico le economie di
velocità rappresentano una fonte meno imitabile dei vantaggi competitivi
dell’impresa poiché si fondano su processi gestionali innovativi e creativi.
L’economia
della velocità può quindi essere considerata un mezzo per:
¤
sfruttare il vantaggio
dell’innovazione del first mover; in
mercati dominati da tassi di innovazione tecnologica incrementali è critico per
ogni impresa sfruttare tutto il potenziale della loro innovazione prima che
altri prodotti o servizi lanciati dai concorrenti li rendano obsoleti: la
velocità rappresenta quindi il mezzo per conquistare quota di mercato e volumi
di vendita quando il ciclo di vita del prodotto/servizio è limitato;
¤
incrementare i margini e ridurre
i costi; le aziende che riescono a sviluppare i loro prodotti nella metà del
tempo, impiegato invece in media dalla concorrenza nello stesso settore,
riescono a migliorare ogni anno la loro produttività, misurabile in termini di
valore aggiunto per addetto: quindi il modo più efficiente per ridurre
l’incertezza e massimizzare la proattività dell’impresa è di ridurre il lead time del processo di sviluppo di un
nuovo prodotto.
In
mercati ipercompetitivi, la velocità è definita dalla capacità al cambiamento
strategico ed organizzativo dimostrata dall’impresa. In contesti in cui i
vantaggi competitivi sono temporanei e meno difendibili, la capacità critica
dell’impresa sta nella velocità con cui sa generare nuove fonti di vantaggio e
nella rapidità e libertà di manovra con cui può spostarsi da un vantaggio
all’altro per anticipare i propri rivali. Un’impresa veloce deve proporsi di
ridurre i tempi necessari per osservare e rilevare, interpretare, decidere ed
agire.
Un’impresa
orientata all’economia della velocità si caratterizza quindi non tanto per la
velocità delle sue macchine quanto per la velocità del suo modello
organizzativo che si distingue per l’enfasi attribuita a:
- i processi critici; nelle imprese veloci l’attenzione è riposta
infatti nell’analisi di come, perché, dove si consuma la risorsa tempo,
con lo scopo di riorganizzare le proprie attività attorno a quei processi
che creano valore per la clientela, che comprendono tutte le attività che
creano valore aggiunto e devono quindi essere isolati dalle semplici
attività di supporto e aggregati in sequenze ben definite;
- il data explosion; le imprese veloci si distinguono per la loro
capacità di generare grandi volumi di informazioni e per la loro efficacia
nel condividerle spontaneamente; tutto ciò è conseguito dalla decisione di
affiancare ai sistemi informativi centralizzativi, sistemi informativi
locali per rendere disponibili e accessibili simultaneamente ai gestori
dei processi critici tutte le informazioni utili per supportare e
controllare la loro attività;
- la collaborazione; in una gara che richiede velocità e destrezza
quel che conta non è come sono divise le responsabilità ma come i
componenti della “squadra” sanno collaborare per perseguire nuove
opportunità. Ai fini del conseguimento di economie di velocità la collaborazione
assume due diversi significati: quello interno che si riferisce allo
spirito di reciproca cooperazione che deve coinvolgere tutto il personale
dell’impresa, considerata costantemente quale elemento di una relazione
“cliente-fornitore” che forma una catena che si estende in tutta l’azienda
per concludersi con il cliente finale; quello esterno che identifica nella
cooperazione tra imprese la possibilità di accrescere la propria velocità
poiché le relazioni di tipo interattivo, tipiche delle alleanze o della
partecipazione in network di imprese, permettono di acquisire rapidamente competenze
e conoscenze sia tecnologiche sia commerciali, necessarie per perseguire
nuove intraprese;
- il tempo quale unità di misura; in un’impresa veloce il tempo
viene utilizzato quale unità di misura e quale strumento diagnostico per
valutare tutte le attività
3.5
L’economia di qualità
I
clienti di beni e servizi ricercano una risposta alle tendenze espresse dai
loro valori e dai mutamenti negli stili di vita. La misura con cui un
prodotto/servizio raggiunge tale equilibrio è un indicatore della sua qualità
cioè della sua integrità: la qualità o l’integrità intesa quale perfezione del
prodotto presenta una dimensione interna ed esterna all’impresa:
- l’integrità esterna si riferisce alla coerenza
tra le prestazione del prodotto e le aspettative del cliente;
- l’integrità interna si riferisce alla coerenza
tra le sue funzioni e la sua strutta tecnico-fisica nonché alla perfezione
e affidabilità delle componenti che lo caratterizzano.
La
causa della maggiore o minore integrità interna ed esterna è imputabile infatti
alla capacità dell’impresa di ridurre il gap di progettazione e di
realizzazione di un prodotto/servizio.
Il
significato di qualità è definito da quattro diverse prospettive che a loro
volta si declinano in dodici componenti di integrità. La qualità di un prodotto
o servizio esprime quindi una combinazione, un mix di elementi che concorrono
congiuntamente a definire l’integrità offerta dell’impresa.
La
qualità rappresenta inoltre una capacità dell’impresa che può essere misurata
in termini assoluti, rispetto ad un definito standard di eccellenza (benchmark) sia in termini relativi
rispetto all’offerta di un gruppo di rivali presi a riferimento. Una capacità
che può e deve essere migliorata per poter conseguire un vantaggio competitivo
garantendo alla clientela soddisfazione e valore nell’acquisto e nell’utilizzo
di beni o di un servizio.
3.6
L’economia di apprendimento
In
un’era in cui la sola certezza è l’incertezza, una fonte certa per conseguire
un vantaggio competitivo è lo sviluppo ed il controllo della conoscenza. Le
imprese che si distinguono per la loro capacità di varietà, velocità e qualità
devono saper dominare anche l’apprendimento: la capacità di creare conoscenza e
informazioni per diffonderle spontaneamente nelle proprie organizzazioni, per
farle condividere da tutti i membri che le animano. Il dominio della conoscenza
e delle informazioni rappresentano infatti per l’impresa proattiva l’arma per
anticipare e sorpassare quei rivali che più tradizionalmente perseguono
condotte adattive o reattive.
L’economia
dell’apprendimento acquista la valenza di un’arma competitiva quando l’impresa
riesce a sviluppare la convinzione e la pratica per:
- la sperimentazione, la ricerca
sistematica, la verifica e l’applicazione di nuove conoscenze;
- l’apprendimento delle passate esperienze,
per evitare, non ricordando il passato, di essere condannati a ripeterlo o
di non avvantaggiarsi dei successi conseguiti;
- l’apprendimento dagli altri,
riconoscendo che le fonti della conoscenza non si esauriscono solo con la
riflessione e l’auto analisi ma nuove prospettive possono essere
alimentate dall’osservazione, nell’ambiente esterno, del comportamento dei
clienti o di altre imprese, non solo concorrenti e fornitori;
- il trasferimento della conoscenza appresa,
diffondendo rapidamente ed efficacemente il frutto dell’apprendimento
affinché tutti i membri dell’organizzazione possano condividerlo ed
appropriarsene.
Per
creare conoscenza è quindi necessario riuscire a:
- sviluppare
un network elettronico integrato di interscambio delle informazioni; le
attività in rete possono infatti suddividersi in tre distinte categorie:
internet pubblico, extranet e intranet; ciascuna di queste reti differisce
dalle altre per tipo di utilità, per gli obiettivi dei siti che la animano
e per la responsabilità organizzativa di chi produce e gestisce tali siti;
- trasformare
la conoscenza tacita in conoscenza esplicita;
creare conoscenza significa soprattutto mettere a disposizione
dell’impresa, nella sua globalità, quel sapere tacito e quelle intuizioni
maturate dai singoli affinché ciascuno se ne possa avvantaggiare per
accrescere il suo sapere e contribuire direttamente o indirettamente alla
creazione di nuove conoscenze, di nuove invenzioni; stando ai risultati di
uno studio di Oracle il rapporto tra conoscenza tacita ed esplicita è
dell’ordine di 9:1. L’utilizzo diffuso della conoscenza esplicita spiega
invece le ragioni del successo di alcune imprese che risultano più
creative ed innovative di altre: l’esperienza di molte imprese dimostra
che l’allargamento dei confini del proprio knowledge di base permette di estendere l’utilizzo in altre
aree di affari, attivando dei processi di fertilizzazione incrociata
critici per lo sviluppo di nuove intraprese.
L’impresa
che desiderasse avvantaggiarsi dai benefici derivabili dall’economia di
apprendimento tende quindi a incoraggiare lo sviluppo della spirale della
conoscenza, che si struttura in quattro distinte fasi:
- si stimola la creazione di
conoscenza tacita, individuale, soggettiva, facilitando ogni forma di
apprendimento attraverso l’osservazione della clientela, l’imitazione, la
sperimentazione e la pratica;
- attraverso il lavoro di
gruppo, si promuove l’articolazione e la conversione della conoscenza
tacita in conoscenza esplicita per facilitare la sua diffusione e
condivisione da parte di altri membri dell’organizzazione aziendale, allo
scopo di potenziarla e perfezionarla con altre intuizioni;
- si cerca di sistematizzare
e standardizzare la conoscenza maturata e condivisa in procedure,
metodologie, invenzioni per essere opportunamente integrate e combinate in
prodotti e servizi;
- attraverso la creazione di
un nuovo prodotto, ciascun componente dell’impresa apprende e internalizza
nuovo sapere.
L’economia
di apprendimento tende quindi a trasformare la conoscenza personale, tacita, in
una risorsa patrimoniale aziendale, esplicita, per rigenerare nuova conoscenza
tacita, in una spirale senza fine.
4. Il paradigma della Customer Based View
4.1 La proposizione di un nuovo paradigma
I
nuovi paradigmi economico-aziendali affermano che la missione di un’impresa non
è riconducibile al conseguimento di un mero profitto quanto alla generazione di
valore, attraverso l’accrescimento del suo capitale economico e quindi del
valore dell’impresa quale investimento. Il risultato economico è una
conseguenza naturale della capacità espressa dall’impresa di creare valore e
risulta quindi un mezzo piuttosto che un fine, un risultato piuttosto che uno
scopo. E’ significativo rilevare come spesso e volentieri affrontando il
problema della creazione del valore non venga adeguatamente enfatizzata e
approfondita la correlazione esistente tra il valore economico dell’impresa e
la qualità e la quantità delle relazioni che essa è capace di attivare con la
sua clientela.
In
tale prospettiva è possibile quindi afferma che lo scopo prioritario di ogni
azienda, attraverso l’attivazione e il coordinamento delle proprie risorse e
capacità, è di generare e trasferire uno straordinario valore alla propria
clientela, per soddisfare le priorità e le aspirazioni da essa espresse: le determinanti del processo di creazione di
valore per l’impresa in realtà sono influenzate in misura determinante dagli
esiti dei processi e delle relazioni di scambio con la sua clientela
Il
paradigma della Customer Based View
si fonda su un sistema di proposizioni che si esprime attraverso sei equazioni
che esplicitano le correlazioni che intercorrono tra valore di impresa e valore
generato dalla clientela, e che evidenzia chiaramente la circolarità virtuosa
di questo paradigma:
- Valore impresa = f
(Valore clientela);
- Valore clientela = f
(Fedeltà clientela);
- Fedeltà clientela =
f (Soddisfazione clientela);
- Soddisfazione
clientela = f (Proposizione di valore offerta dall’impresa);
- Proposizione di
valore = f (Risorse, capacità, processi);
- Risorse, capacità,
processi = f (Valore impresa).
Affinché
l’impresa sia in grado di perseguire con successo finalità di crescita e di
generazione di valore nel tempo, è necessario che la sua offerta soddisfi
pienamente le esigenze della domanda,
fronteggiando le eventuali discontinuità che possono caratterizzarne la
dinamica di sviluppo attraverso adeguate azioni sul piano strategico e
organizzativo. Ciò presuppone la capacità dell’impresa di anticipare e gestire
l’incessante trasformazione delle relazioni tra domanda e offerta: le tendenze
autonome dei bisogni, le innovazioni tecnologiche, le azioni della concorrenza,
il sorgere di problemi organizzativi, che possono provocare repentini
cambiamenti nelle attese dei consumatori. Tali cambiamenti, se percepiti tardivamente,
si traducono in un inevitabile indebolimento della posizione competitiva,
evidenziato dall’avvicinamento delle due curve.
4.2 Il valore dell’impresa è funzione del valore
generato dalla clientela
La
Customer Based View interpreta le
relazioni dell’impresa con ogni suo cliente non quale fine ma quale presupposto
fondamentale per la generazione di valore. La strategia di mercato dell’impresa
dovrebbe quindi essere orientata e sviluppata in una prospettiva demand o customer based piuttosto che riferita più tradizionalmente alla
selezione delle combinazioni prodotto/mercato più attraenti o al solo impiego
delle sue competenze. Nella prospettiva customer
based le relazioni tra impresa e
clienti rappresentano un asset che
deve essere valutato e gestito rigorosamente. L’enfasi attribuita alla parola
relazione serve a sottolineare che l’asset
non è definito dal cliente di per sé, quanto proprio dalla relazione che si
instaura tra l’impresa e la sua clientela.
Nella
definizione delle strategie customer
based, l’impresa deve quindi valutare:
a)
le conseguenze indotte sulla
generazione del valore dalla scelta e acquisizione di certi clienti rispetto ad
altri;
b)
come la proposizione di valore
offerto alla clientela possa potenziare il valore stesso della relazione;
c)
come la diversa natura della
relazione possa invece differentemente influenzare la creazione di valore;
d)
come il valore debba essere
condiviso tra acquirente e venditore.
Tali
considerazioni inducono a formulare una chiara proposizione: il valore di una
impresa è in realtà espresso dalla sommatoria del valore delle singole
relazioni intraprese con la sua clientela.
Il
valore generato dalla clientela si manifesta attraverso la sua volontà di
sopportare un costo sacrificio per acquistare i prodotto o i servizi offerti
dall’impresa. Nella prospettiva customer
based un cliente rappresenta quindi una fonte generatrice di flussi e di
ricavi. Risulta quindi strategico analizzare la distribuzione dei volumi e dei
flussi di ricavo tra i singoli clienti in portafoglio o tra insiemi aggregati
di clienti:
¤
i flussi di cassa generati dalla
clientela, misurati quale differenza tra i ricavi generati e i costi sostenuti
per la gestione della relazione, esprimono la contribuzione garantita alla
copertura dei costi fissi generali e alla remunerazione del capitale investito;
¤
la customer equità definisce invece il vero valore della relazione con
il cliente; tale valore viene stimato attualizzando, al costo del capitale
adottato, i flussi di cassa generati dalla clientela.
Il
valore attuale e prospettico del portafoglio clienti, così come viene percepito
dall’azionista, concorre a stimolare il suo intento strategico nel predisporre
gli investimenti necessari per generare e trasferire valore alla clientela. In
funzione di tali investimenti l’impresa può quindi assumere le decisioni più
strategiche per massimizzare il valore dispiegando efficacemente le risorse
utili per definire delle proposizioni di valore sia per acquisire nuovi clienti
sia per sviluppare e fidelizzare le relazioni con i clienti già in portafoglio.
4.3 Il valore della clientela è funzione della
fedeltà della clientela
L’evidenza
empirica, che misura e giustifica la stretta causalità tra il valore
dell’impresa e la longevità della relazione con la sua clientela, che ne
esprime la fidelizzazione, è dimostrata dai risultati di una ricerca (Reichheld
e Sasser): un incremento di cinque punti percentuali nella fedeltà del cliente
può comportare, in media, un incremento del 40% del valore generato da un
cliente, media compresa tra un estremo del 25% ed uno superiore dell’85%.
L’evidenza
di tale ricerca è rilevante perché dimostra come la qualità della quota di
mercato, misurata in termini di fedeltà della clientela all’impresa meriti la
stessa se non una maggiore attenzione rispetto alla sua quantità. La fedeltà si
esprime attraverso due dimensioni:
¤
la prima, di natura cognitiva, è
definite dalla fiducia maturata dal cliente; il concetto di fiducia presuppone
infatti un elevato grado di certezza che le attese maturate da ciascuna entità
coinvolta nella relazione siano rispettate dai comportamenti adottato dalla
controparte;
¤
la seconda, di natura
comportamentale, si riferisce alla ripetitività della scelta di acquisto nel
tempo.
4.4 La fedeltà è funzione della soddisfazione
della clientela
La
terza equazione del paradigma della customer
based view propone una correlazione tra la fedeltà della clientela e il
livello di soddisfazione della sua relazione con l’impresa. Dati empirici
dimostrano che le imprese più profittevoli sono quelle più capaci di soddisfare
le aspirazioni e le priorità della clientela, capacità misurata sia in termini
di celerità nell’esecuzione dei servizi sia nella correttezza nello svolgimento
delle operazioni, esenti da errori. La soddisfazione della clientela favorisce
così la costruzione di rapporti di fidelizzazione che si traducono in maggiori
capacità di generazione di valore per l’impresa.
L’ipotizzata
correlazione tra fedeltà e soddisfazione non deve comunque indurre deduzioni
troppo semplicistiche, presumendo ad esempio che tale rapporto sia esprimibile
con una funzione lineare. La correlazione tra fedeltà e soddisfazione può
essere rappresentata da una curva con andamento concavo o convesso:
¤
in mercati con un livello di
concorrenza molto intensa, si possono generare differenze molto significative
tra il livello di soddisfazione conseguito da un’impresa e il corrispettivo
livello di fedeltà della sua clientela: in tali mercati le curve
soddisfazione/fedeltà mostrano una pronunciata complessità;
¤
in mercati molto regolamentati,
quasi monopolistici, la clientela è costretta al mantenimento di un rapporto di
fedeltà non correlabile ai diversi livelli di soddisfazione conseguiti: la
correlazione tra soddisfazione e fedeltà, in tali casi, è raffigurabile con una
curva convessa.
Si
può quindi dedurre che il cliente, quando ha liberta d’azione, esprime un
comportamento di costante ricerca di altre alternative di offerta, anche quando
è relativamente soddisfatto. Tende quindi ad esprimere un comportamento fedele
solo nei casi nei quali ritiene di aver conseguito, dal suo fornitore, un più
che soddisfacente livello di soddisfazione. In mercati nei quali il livello di
competitività tende ad acuirsi il miglior comportamento per l’impresa è
naturalmente quello di anticipare e incrementare il livello di soddisfazione
della relazione con la clientela, prima che la curva cambi la sua pendenza o
inverta il suo andamento.
4.5 La soddisfazione è funzione della proposizione
del valore
I
clienti generalmente non acquistano prodotti o servizi come fine ma come mezzo
di un processo per perseguire e soddisfare specifiche aspettative e priorità.
La sommatoria dei costi sacrificio sopportati dal cliente per soddisfare i suoi
bisogni, e la percezione di beneficio conseguita definisce la customer value chain. Tale catena
descrive la successione delle attività e dei processi sostenuti dal cliente per
produrre un output che si conclude, attraverso l’esperienza maturata, con la
soddisfazione/insoddisfazione dei bisogni espressi, ed è utile per identificare
e descrivere i value drivers che
caratterizzano ciascuna fase in cui essa si articola
I
value drivers rappresentano i
generatori di valore per il cliente ed esprimono i risultati attesi in ogni
fase della catena del valore. Tale affermazione enfatizza ancor di più la
considerazione che i clienti non
acquistano prodotti o servizi ma esprimono delle priorità per le quali
ricercano delle soluzioni e dei risultati. L’impresa per poter soddisfare la
sua clientela deve quindi saper riconoscere i drivers della loro catena del valore.
La
proposizione del valore offerta dall’impresa alla sua clientela definisce la
magnitudo e l’estensione del valore scambiato tra acquirente e venditore. Tale
proposizione si estrinseca nell’offerta di un pacchetto di valore che può
essere esteso o ridotto da un’offerta base, ad una proposizione allargata, sino
alla proposizione globale:
¤
la proposizione di base
definisce il pacchetto di prodotti e servizi offerti per soddisfare solo una
porzione specifica della catena del valore del cliente; essa coincide spesso
con un prodotto atteso o core product
o core service che può essere
consumato o utilizzato da solo o in combinazione con altri prodotti o servizi;
¤
quando invece l’impresa estende
la sua presenza, nella catena del valore della propria clientela, la proposizione
viene estesa cioè potenziata
attraverso un processi di bundling.
Ciò si verifica quando al cliente viene proposto un pacchetto di offerta più
articolato per soddisfare un grappolo di bisogni più complesso, offrendo alla
clientela oltre al prodotto o servizio core
altri prodotto o servizi complementari, facilitanti o periferici;
¤
la proposizione globale
infine coinvolge l’impresa nell’offerta di un package di valore utile per soddisfare tutta o gran parte della
catena del valore della clientela, proponendosi quale risolutrice di tutte le
priorità espresse dal cliente.
L’estensione
della proposizione del valore dipende perciò da:
a)
le nuove competenze e le risorse
richieste all’impresa per generare e trasferire un pacchetti di valore
potenziato alla clientela;
b)
la fiducia maturata dalla
clientela nel riconoscere all’impresa la capacità di estendere la sua
proposizione;
c)
i vantaggi competitivi
accumulati e le più probabili reazioni adottate dai rivali che servono la
stessa porzione della catena del valore che l’impresa intende servire;
d)
le capacità di leverage delle competenze e delle
risorse possedute e già sperimentate dall’impresa che possono essere utilizzate
quale base comune e piattaforma del processo di estensione della proposizione;
e)
una profonda conoscenza e
comprensione delle priorità e delle aspirazioni espresse dalla clientela.
La
possibilità per una impresa di estendere la propria proposizione del valore
risulta strettamente correlata alla conoscenza accumulata nella catena del
valore della sua clientela, dalle sue priorità, e alle risorse e capacità
dispiegate per conseguire tali obiettivi.
I
tentativi dell’impresa di estendere la propria proposizione di valore risultano
quindi la strategia più valida per costruire e mantenere una relazione di
valore con la clientela, ma per estendere con successo tale proposizione
l’impresa deve considerare e valutare quattro aspetti:
- espandere le proprie
capacità e risorse solo nelle fase della catena del valore del cliente,
nelle quali egli vede chiare e redditizie connessioni;
- focalizzarsi, almeno
inizialmente, sui clienti con i quali l’impresa ha già stretto una
profonda relazione e dei quali conosce approfonditamente la catena del
valore;
- dimostrare una
significativa supremazia rispetto ai concorrenti;
- comunicare chiaramente e
senza contraddizioni la nuova proposizione di valore.
4.6 La proposizione del valore è funzione dello
stock di risorse e capacità dell’impresa
Le ultime due
proposizioni del paradigma della customer
based view rammentano che la proposizione di valore da offrire alla
clientela è funzione dello stock di risorse e capacità disponibili all’impresa
ma che lo sviluppo, nel lungo periodo, di tale stock, necessario per rigenerare
la value proposition è a sua volta
correlato alla generazione di valore per l’impresa.
Il circolo virtuoso può
essere così descritto:
¤
i clienti sono fortemente
orientati al conseguimento di valore;
¤
l’offerta di una proposizione di
valore per la clientela, effige ed efficiente, eleva la loro soddisfazione;
¤
tale soddisfazione accresce sia
la probabilità di stabilizzazione nel tempo della relazione con i clienti
attuali sia la facilità dia attivazione di nuove relazioni;
¤
ciò si traduce in un
accrescimento della customer equità e
conseguentemente nella generazione di valore per l’impresa;
¤
il maggior valore generato
dall’impresa rispetto ai concorrenti rappresenta una fonte di soddisfazione
anche per gli azionisti, che vedono confermate le loro attese di remunerazione
del capitale investito nellìimpresa;
¤
tale soddisfazione a sua volta
consolida la fiducia dei finanziatori nel management
aziendale, incentivando l’investimento di una quota sempre più
significativa del valore generato nello sviluppo delle risorse e delle capacità
dell’impresa.
Nella prospettiva della customer based view, la soddisfazione
degli azionisti per l’incremento del valore dell’impresa, conseguito attraverso
il consolidamento e lo sviluppo delle relazioni di scambio con la clientela,
promuove pertanto la destinazione di maggiori risorse ai processi di competence leveraging e competence building:
¤
mediante il competence building, l’impresa introduce dei cambiamenti radicali
nella composizione e nella natura del suo stock di risorse, acquisendo o
sviluppando nuove capacità necessarie per generare proposizioni di valore
innovative per i clienti ed accedendo, per questa via, a nuove possibilità
evolutive;
¤
il processi di competence leveraging consente invece di
attivare, coordinare ed integrare le capacità e le risorse esistenti e già
disponibili all’impresa. Tale leverage
si consegue sia attraverso un’intelligente e creativa integrazione delle
capacità esistenti, esaltando le sinergie e gli affetti cogenerativi derivabili
dal loro impiego, sia con una politica di miglioramento continuo e incrementale
della loro performance.
6.
Il paradigma della Resource Based View
6.1 La spirale del vantaggio competitivo
Le
condotte delle aziende, per il confronto nel mercato, devono essere orientate
dalla valutazione e condivisione della posizione di superiorità relativa
dell’impresa rispetto alle risorse e alle capacità di cui dispone e che possono
essere dispiegate contro i rivali. Un vantaggio competitivo è definibile quale
capacità distintiva di una impresa di presidiare, sviluppare o difendere nel
tempo, con maggiore intensità dei rivali, una capacità market driving o una risorsa critica che possono divenire fattori
critici del suo successo.
Un
VCSD (vantaggio competitivo significativo e difendibil) deve essere
caratterizzato da tre componenti fondamentali:
- coincidere, coinvolgere ed
esaltare un fattore critico di successo, cioè una risorsa o una capacità
riconosciuta strategica dal mercato perché creatrice di valore;
- caratterizzarsi per
tangibilità e sostanzialità tali da rappresentare per la clientela una
differenza effettiva rispetto a quanto è normalmente atteso;
- essere difendibile rispetto
ai cambiamenti in atto nel mercato e alle condotte e alle azioni
perseguite dai concorrenti, pur riconoscendo che il ciclo di vita dei
vantaggi in un mercato ipercompetitivo è solo temporaneo.
Tuttavia
l’impresa trova difficile valutare e spiegare i vantaggi competitivi su cui
sono formulate e realizzate le sue condotte, poiché vi è necessità di disporre
di un criterio per identificare i vantaggi suddetti, di valutare la criticità
della misurazione del loro valore e vi è incertezza sulla loro difendibilità,
nel tempo, dall’imitazione dei concorrenti.
> Il processo di gestione strategica del mercato
incentiva la raccolta di tutte le informazioni interne ed esterne utili per
identificare, sviluppare ed acquisire le capacità critiche per conseguire
successo nelle diverse aree di attività in cui l’impresa opera; la
sostenibilità futura di un vantaggio di posizione e il perdurare della
redditività dipendono infatti dalle barriere che l’impresa è in grado di porre
ai tentativi di imitarla e superarla. Tuttavia l’impresa deve – poiché tali
barriere all’imitazione vengono continuamente abbattute – continuare ad
investire per ricostruire le barriere e i propri vantaggi, o per generarne di
nuovi. La creazione e il mantenimento di tale vantaggio competitivo definiscono
quindi un processo a spirale che richiede un impegno costante.
6.2 I principi dell’orientamento al mercato
La
condivisione e diffusione nell’impresa di principi e della cultura
dell’orientamento al mercato rappresentano senza dubbio il prerequisito per lo
sviluppo ed il mantenimento di quelle capacità e risorse che definiscono la
stessa fonte del vantaggio. I principi dell’orientamento al mercato, tipici di
un’impresa proattiva, sono riconoscibili in:
- ascolto della voce del
cliente;
- misurazione e
focalizzazione della concorrenza;
- gestione per processi
critici;
- innovazione.
6.3 Le fonti del vantaggio
Le
possibilità che le risorse e le capacità market
driving costituiscano un riferimento costituiscano un riferimento critico
per la definizione della strategia e per
il conseguimento del vantaggio competitivo nel lungo termine, dipende da due
premesse:
- risorse e capacità
determinano il raggio della libertà di manovra delle finalità strategiche
di base dell’impresa. In un mondo in cui le preferenze dei clienti sono
altamente variabili, infatti, un orientamento focalizzato soltanto
all’esterno non fornisce in modo esclusivo una base sicura per la
formulazione di una strategia a lungo termine, mentre risorse e capacità
proprie possono costituire una base più stabile per conseguire una
posizione di superiorità;
- risorse e capacità
rappresentano una fonte primaria per la generazione del valore. Infatti la
possibilità di una impresa di conseguire un saggio di profitto superiore
al costo degli investimenti dipende infatti da tre fattori: l’attrattività
del settore industriale in cui opera; il vantaggio competitivo consolidato
rispetto ai concorrenti e l’orientamento al mercato e alla sua clientela.
Si può
arrivare alla seguente conclusione: la strategia di mercato dell’impresa
dovrebbe essere considerata meno come una ricerca di rendite di monopolio (derivanti
dal potere di mercato) e più come una ricerca di rendite ricardiane (derivanti dall’utilizzo creativo di risorse e
capacità che conferiscono un vantaggio competitivo eccedente i loro costi
reali). Quando tali vantaggi si consumano, diventano obsoleti o sono imitati da
altre imprese, le rendite che producono tendono infatti a scomparire.
6.4 Le risorse dell’impresa
La
prospettiva Resource Based View
richiama una riflessione sullo stock di risorse tangibili e intangibili di cui
l’impresa dispone o dovrebbe disporre per perseguire la sua missione ed
enfatizza che il conseguimento di un vantaggio competitivo avviene attraverso
la capacità dell’impresa di impiegare efficacemente ed efficientemente tali
risorse e competenza. In questa prospettiva le risorse di cui dispone
un’impresa possono essere declinate in:
¤
risorse fim specific: sono di proprietà dell’impresa
e su di esse l’impresa è in grado di esercitare un forte e diretto controllo;
¤
risorse firm addressable: sono risorse non proprietarie
ma alle quali l’impresa può accedere e delle quali può avvantaggiarsi perché
derivano dalle relazioni che l’impresa ha consolidato con i clienti, i
fornitori e le altre imprese partner nella rete del valore che è stata capace
di intessere e alla quale essa appartiene.
La
diversità tra le imprese possono giustifica quindi il successo dell’una
piuttosto che dell’altra: le risorse possono infatti essere significativamente
eterogenee tra le imprese e imperfettamente mobili. L’eterogeneità delle risorse caratterizza per certi versi la
specificità di una impresa e della sua condotta di mercato. L’immobilità spiega invece che le risorse
non sono facilmente disponibili e acquisibili sul mercato.
Risorse tangibili. Le
risorse tangibili esprimono quegli assets
sui quali l’impresa può fare affidamento perché si caratterizzano per la loro
componente materiale e che possono essere rilevate con discreta facilità. Esse
possono essere ricondotte a quattro categorie principali: risorse finanziarie,
risorse fisiche, risorse umane, risorse tecnico-produttive. E’ necessario
cercare di massimizzare la produttività delle risorse impiegate per conseguire
il medesimo livello di attività con un impiego di minori risorse, o impiegare
le risorse esistenti per sostenere un volume di attività maggiore. Bisogna
inoltre, dato determinate risorse, ricercare impieghi non solo più produttivi
ma anche più proficui, e valutare le diverse modalità di aggregazione delle
risorse per alimentarle e trasformarle in capacità market driving.
Risorse intangibili. Le
risorse intangibili costituiscono la vera fonte dei vantaggi competitivi
dell’impresa poiché stanno alla base del processo di creazione del valore: esse
contemplano tutte quelle risorse aziendali basate principalmente sulla
conoscenza e che sono dotate della proprietà di modificarsi e dunque di
accrescersi e di alimentare altre risorse della stessa natura o di altra
specie. Esse possono essere ricondotte a due tipologie:
¤
risorse di fiducia:
sono risorse basaste sui modelli cognitivi di soggetti interni ed esterni
all’impresa e sono attivate dai processi di comunicazione aziendali ma
esprimono soprattutto la qualità e la stabilità delle relazioni intrattenute e
sviluppate con altri soggetti;
¤
risorse di competenza:
sono risorse basate sulla conoscenza, sul know
how, relativamente alle competenze manageriali, di marketing,
organizzative, finanziarie, informative, ecc. Esse esprimono la conoscenza
collettiva dell’organizzazione e in particolare la conoscenza relativa al
coordinamento delle diverse capacità e risorse.
Risorse
e capacità sono disseminate nella catena del valore dell’impresa e integrati
tra loro generano le vere capacità market
driving dell’impresa necessarie per formulare la proposizione di valore da
offrire alla clientela.
6.5 Le capacità market driving
Le
capacità market driving sono
rappresentate da ciò che una impresa è in grado di fare aggregando e facendo
operare congiuntamente le sue risorse tangibili e intangibili: esse riassumono
le competenze di leveraging e di building
delle risorse e delle capacità attuali e di quelle di nuova acquisizione che,
coordinate e integrate in un processo, concorrono a generare e trasferire
valore ai clienti. Una capacità market
driving non coincide quindi solo con una conoscenza o competenza di base,
ma si riferiscono alle specifiche competenze che distinguono la creatività e
l’abilità dell’impresa nello sviluppo delle sue condotte di mercato o per
creare nuove armi competitive (velocità di soddisfare le esigenze dei clienti,
varietà e qualità della linea prodotti, capacità di operare nel market place e nel market space, ecc.).
Le
capacità critiche che sviluppano un vantaggio competitivo percorrono ed
enfatizzano, quindi, tutte le fasi della catena del valore e in questa
prospettiva risultano anche più visibili al cliente di quanto lo siano le
competenze di base. Tali capacità assumono un ruolo strategico market driving quando l’impresa riesce a
trasformare le sue risorse passive in efficaci armi concorrenziali
permettendole così di distinguersi dai rivali su quelle dimensioni che
risultano più importanti per i suoi clienti e per guidare un mercato. Esse devono soddisfare comunque due esigenze di
base:
¤
materializzarsi nei prodotti e
servizi offerti, affinché il mercato riconosca e valuti il maggior
valore conseguito dalla proposizione dell’impresa o il minor costo pagato a
parità di valore ottenuto rispetto alla concorrenza;
¤
rappresentare la base per
conseguire un vantaggio competitivo significativo e difendibile in modo
tale che ai rivali siano richieste maggiori risorse, sforzi e tempo per
replicarle: critiche sono infatti quelle capacità che risultano più difficile
da sviluppare e imitare.
6.6 La tassonomia delle capacità market driving
Le
capacità market driving possono
essere ricondotte a due grandi aggregati di capacità: le business capabilities e le managerial capabilities.
Business
capabilities.
Questo tipo di capacità aggrega tutte le competenze
riconducibili ai processi necessari per attivare e coordinare le risorse, le
capacità necessarie ed utili per generare e trasferire alla clientela una
proposizione di valore. Possono essere riclassificiate in quattro diverse
categorie di competenze:
- competenze relazionali:
esprimono tutte le capacità necessarie per sviluppare e rafforzare le
relazioni transnazionali con la clientela;
- competenze trasformative:
sono tutte le capacità necessarie per trasformare un’idea ed
un’innovazione in una proposizione di valore.
- competenze generative:
definiscono le capacità immaginative e creative per generare idee
innovative e per tradurre tali idee in specifici progetti e in processi;
- competenze integrative:
contemplano le capacità per sfruttare sinergicamente tutto lo stock di
risorse e di capacità disponibili all’interno dell’impresa o residenti
all’esterno.
Managerial
capabilities.
Questo tipo di capacità aggrega invece tutte quelle
risorse e capacità che sono strategiche e utili per sostenere le business capabilities, ovvero le
modalità con cui l’impresa struttura e organizza le sue risorse umane,
informative, finanziarie e operative, nel modo in cui promuove i processi di
cambiamento e nel quale interpreta e agisce nella dimensione temporale. Queste
capacità possono essere riclassificate in tre categorie:
- capacità di coordinamento:
si riferiscono alle competenze di cambiamento, coevoluzione e cambiamento
esterno, e coordinamento interno.
- capacità di business modelling: si
riferiscono alle foresight
capabilities (capacità di lettura e di riorganizzazione dei segnali di
minaccia), alle capacità proiettive (capacità di trasformare le capacità
di foresight in strategie e
linee di azione) e alle economie di velocità (capacità di trasformare il
tempo in un’arma competitiva).
- capacità valoriali:
sono capacità che aggregano capacità culturali (processi necessari per comunicare,
insegnare e condividere i valori) e di ruolo (tutti i processi e i
meccanismi organizzativi necessari per attivare e gestire l’impresa).
6.7 Valore di impresa e Competence Building & Leveraging
Vi è una
stretta corrispondenza tra il concetto di valore di impresa, sviluppato dalla
teoria della finanza, e il significato di impresa proattiva, intesa quale
sistema integrato di capacità e risorse mobilitate per generare e trasferire
valore alla clientela. Per rinforzare tale osservazione è necessario introdurre
il significato di competence building
e di competence leveraging: per
creare e perseguire nuove opzioni strategiche, non disponibili attualmente per
l’impresa, devono essere infatti create o acquisite nuove risorse e nuove
capacità.
¤
Competence
building definisce il processo con il quale l’impresa
introduce dei cambiamenti radicali e significativi nel suo stock di risorse e
capacità, acquisendo e sviluppando nuove competenze necessarie per perseguire
nuove opzioni strategiche.
¤
Competence
leveraging definisce invece i processi per attivare,
coordinare ed integrare le capacità e le risorse esistenti e già disponibili
all’impresa per generare e trasferire valore alla clientela.
In una
prospettiva resource based il valore
dell’impresa risulta parti a :
Valore impresa = NpvCL
+ NpvCB
dove NpvCL =
flussi di cassa derivati da attività di Competence
leveraging; NpvCb = flussi di cassa derivati da attività di Competence building.
I processi di leverage e building delle risorse delle capacità facilitano l’impresa nel
conseguimento di asimmetrie competitive
rispetto ai rivali che permettono di offrire al mercato delle proposizioni di
valore maggiormente apprezzate dalla clientela. Tali proposizioni si traducono
nel conseguimenti di risultati misurabili nella soddisfazione e fidelizzazione
del cliente, nel dominio del mercato, nei ritorni di redditività: questi
risultati permettono all’impresa di generare un valore economico che può essere
reinvestito nel mantenimento e nello sviluppo di nuove risorse e capacità,
attivando così un circolo virtuoso tra risorse, capacità e valore d’impresa.
6.8 Resource
based view e teoria del vantaggio competitivo
Quando un’impresa dispone
di un assortimento di risorse che la rende unica rispetto ai suoi rivali,
possiede anche il potenziale per produrre un vantaggio competitivo, il quale si
materializza con l’armonizzazione di un’ampia varietà di risorse e competenze
per generare un assortimento di capacità market
driving.
Correlando tra loro il
diverso valore riconosciuto nella proposizione di valore offerta alla clientela
e nel costo relativo delle risorse impiegate, vi sono nove possibili
combinazioni:
¤
tre celle della matrice
esprimono il conseguimento di una posizione di vantaggio competitivo che
può comportare per l’impresa un ritorno economico finanziario apprezzabile;
¤
la cella centrale corrisponde ad
una situazione di perfetta concorrenza, e quindi di parità competitiva;
¤
in due celle la posizione è
invece indeterminata poiché il valore generato da tale posizione potrebbe
generare un valore sia positivo sia negativo.
L’eterogeneità delle risorse possedute dall’impresa e la loro
possibile immobilità permettono,
attraverso capacità di leveraging e di building
delle stesse risorse, di creare delle asimmetrie competitive e di perseguire
con maggiore libertà di manovra guerra di posizione, di imitazione e di
movimento, in virtù della diversa posizione di vantaggio, parità o svantaggio comparato. Tale posizione, nel mercato,
si traduce a sua volta nel conseguimento di una posizione di vantaggio, di
parità o di svantaggio competitivo.
N
Nella prospettiva resource based, la concorrenza tra le
imprese si manifesta quindi nel confronto per l’acquisizione di un vantaggio
comparato conseguibile attraverso il leveraging
e il building delle risorse e
capacità che caratterizzano il suo stock, per conquistare una posizione di
vantaggio competitivo che, seppur temporaneo, permette di generare un valore
più significativo rispetto ai rivali.
6.9 Il portafoglio delle risorse e delle capacità market driving
(vedi libro)
6.10 La difendibilità del vantaggio competitivo
Nel tempo il vantaggio
competitivo e i risultati che ne derivano possono subire una erosione
imputabile sia al consumo delle risorse, sia alla riduzione delle capacità market
driving dell’impresa che deteneva la posizione di superiorità, sia
all’imitazione da parte dei concorrenti. La difendibilità stessa del vantaggio
competitivo dipende dai seguenti quattro fattori che caratterizzano le risorse
e le capacità market driving.
Durata. In assenza di conflitti
interconcorrenziali, la permanenza del vantaggio competitivo dipende dalla
rapidità con cui le sue risorse e capacità si consumano o diventano obsolete.
Le risorse variano però significativamente tra loro per durata: mentre il tasso
di innovazione abbrevia sempre più il ciclo di vita delle risorse tecnologiche,
l’immagine aziendale e del marchio dei suoi prodotti si svaluta a ritmi
relativamente più lenti. La longevità delle capacità dipende dalla volontà
dell’impresa di presidiarle al fine di garantirne il mantenimento o il
rinnovamento stimolando, nella cultura aziendale, la difesa e l’alimentazione
della fonte stessa del vantaggio.
Imitabilità. Il mantenimento della
posizione di superiorità competitiva dipende anche dalla velocità di imitazione
delle altre imprese. Se una impresa desiderasse imitare la strategia di
un’altra azienda, allora la fonte del vantaggio per poter essere appropriata
dovrebbe essere trasparente. Ma la trasparenze dal vantaggio muta a seconda che
sia riferibile a capacità singole o complesse: una capacità complessa, frutto
dell’utilizzo coordinato di diverse risorse, risulta meno trasparente e quindi
meno imitabile di una capacità che sfrutta un’unica risorsa dominante.
Trasferibilità e moneta. Identificate
le fonti della posizione di vantaggio di una impresa, un rivale per poterla
imitare deve aggregare le risorse e le capacità necessarie per il confronto nel
mercato. Poiché la fonte primaria di tali risorse e capacità è il mercato di
tali input, il rivale deve essere in grado di acquisirle a condizioni analoghe.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi, risorse e capacità non sono liberamente
trasferibili da una impresa ad un’altra, a causa di immobilità geografica,
informazioni imperfette, risorse specifiche dell’impresa e immobilità delle
capacità.
Riproducibilità e rarità. La non
perfetta trasferibilità delle risorse e delle capacità limita la possibilità di
un concorrente di acquisire le fonti del vantaggio; in alternativa può comunque
tentare la via della ricostruzione con un investimento interno. La
difendibilità nel tempo del vantaggio dipende quindi dalla abilità dell’impresa
di sviluppare capacità estremamente complesse. Sono fonte di vantaggio in
particolare: le efficienze derivanti dall’entità delle risorse e le diseconomie
derivanti dalla compressione temporale.
6.11 Il circolo virtuoso della Resource based view
Le imprese per
incrementare il valore del loro capitale economico devono impegnarsi
nell’attivazione di un circolo virtuoso che alterna fasi di competence leveraging e competence building: il leveraging delle capacità o risorse
disponibili serve per generare dei flussi di cassa utili per alimentare il
processo di competence building,
necessario per creare nuove opzioni.
Per alimentare questo
circolo virtuoso l’impresa deve predisporsi quale sistema aperto e chiuso
contemporaneamente:
¤
chiuso perché
lo sviluppo di specifiche capacità o risorse richiede competenze autogenerative
di creazione della conoscenza;
¤
aperto perché
il leveraging e il building di capacità e competenze
richiede l’abilità di importare dall’esterno conoscenza, risorse e capacità per
integrarle nei processi aziendali, capacità di cooperazione e di coevoluzione
con altre imprese, sia rivali sia complementari.
I cambiamenti apportati
allo stock di risorse e capacità dai processi di competence leveraging sono:
¤
quantitativi
nel senso che tali capacità devono necessariamente essere incrementate per
sostenere i volumi di fuoco necessari per il confronto competitivo;
¤
qualitativi,
nel senso che l’impresa, per differenziare la propria offerta, apporta dei
miglioramenti incrementali alle competenze e risorse esistenti.
In tale contesto le
risorse sono principalmente finanziarie in quanto servono per incrementare
qualitativamente e quantitativamente lo stock di risorse disponibili.
Per generare nuove
risorse e capacità, l’impresa deve invece poter accedere a flussi di risorse
finanziarie per convertirli nei processi di competence
building necessari per generare, acquisire e internalizzare nuove risorse e
capacità indispensabili per lo sviluppo delle nuove opzioni strategiche. Le
nuove risorse possono essere sviluppate autonomamente dall’impresa o acquisite
nei mercati che producono tali rsorse, che cedono conoscenze codificate o che
offrono nuovi frameworks cognitivi.
6.12 L’identificazione e l’impiego delle capacità market driving
Per identificare
le capacità market driving necessarie
all’impresa possono essere utilizzati quattro diversi approcci.
Benchmarking.
Nelle sue diverse forme, il benchmarking
può essere utile per valutare la manovra competitiva dell’impresa e la sua
logica strategica. Esso suggerisce una modalità di confronto rispetto ad altre
imprese caratterizzate da una performance ed una eccellenza superiori alla media,
appartenenti allo stesso settore. La scoperta e l’analisi delle differenze
serve per focalizzare i gap espliciti o impliciti nel sistema dell’impresa e
nella sua logica strategica, isolando le modalità e lo stock di capacità e
risorse necessari per ridurli.
Analisi strategica dell’ambiente. L’analisi
dell’ambiente mercato dell’impresa definisce quel processo formale attivato per
ricercare, nell’ambiente esterno, quelle informazioni relative a segnali di
cambiamento. Le imprese infatti per inventare il loro futuro sono stimolate a
chiedersi cosa sappiano del loro domani e come sia possibile scrutarlo al fine
di ricavare segnali utili dello loro strategie di mercato. Questo processo di
analisi è la risposta dell’impresa al suo ambiente quale tentativo più
esplicito di ridurre il grado di incertezza e di complessità che da esso
deriva.
Visioning. L’impresa
può anche tentare di esporre e verificare la sua mappa cognitiva strategica
comparandola ad altri framework
concettuali, utili per riesaminare
criticamente la propria condotta, al fine di rigenerarla rispetto alle nuove
opportunità e minacce emergenti e stimolando in questo modo all’interno
dell’impresa stessa un confronto tra le ortodossie che guidano le sue scelte
strategiche.
Focalizzazione della catena del valore della clientela. Una
corretta identificazione delle capacità market
driving non può che basarsi sull’analisi delle dimensioni chiave per la
soddisfazione della sua clientela. Attraverso questa ricerca è possibile
identificare le fonti che generano valore per la clientela. L’analisi delle
aspettative è quindi critica per focalizzare e definire per creare e trasferire
valore alla clientela.
Il profilo ideale delle
capacità market driving, sollecitate
dal mercato, rapportato al profilo delle capacità attualmente possedute
dall’impresa serve per misurare il gap esistente tra le due. L’analisi in
profondità della catena del valore della clientela permette infatti di
identificare i value drivers, che definiscono le fonti dei fattori di soddisfazioni della
clientela, e successivamente le capacità market driving necessarie per soddisfarli. Le capacità market driving a loro volta possono
essere correlate ai value sources
dell’impresa che esprimono i processi di leverage e di building di capacità e risorse per sostenere e potenziare la
proposizione di valore dell’impresa alla clientela.
Combinando in una matrice
il grado di criticità dei value drivers
e la forza delle capacità competitive, si ottengono quattro tipi di value drivers:
- value
drivers standard
che definiscono l’insieme di capacità che risultano meno critiche per
soddisfare le priorità espresse dalla clientela nei loro valuee drivers e nelle quali
l’impresa esercita un basso presidio competitivo;
- value
drivers deboli
riconducibili all’insieme di competenze e risorse più strategiche per la
soddisfazione della clientela ma sulle quali la performance dell’impresa
risulta insoddisfacente;
- value
drivers potenziali
che definiscono i processi che integrano le capacità nelle quali l’impresa
eccelle rispetto alla concorrenza ma che non ricadono tra quelle critiche
per soddisfare le priorità della clientela;
- value
drivers core che esprimono tutti quei
processi e quelle capacità che risultano non solo strategiche per la
soddisfazione delle priorità espresse dalla domanda ma nelle quali
l’impresa eccelle e le viene riconosciuta una capacità competitiva
significativa.
6.13 La gestione strategica delle capacità market driving
La seguente matrice,
costruita sull’attualità o novità dei mercati e delle capacità market driving, rappresenta uno
strumento di significativo contenuto strategico, utile per guidare l’impiego
delle capacità market driving stesse.
¤
la cella (M attuali; C attuali)
l’impresa è stimolata a identificare quali miglioramenti incrementali è
necessario apportare allo stock della capacità attuali per difendere e
sviluppare la posizione nel mercato (leveraging);
¤
la cella (M attuali; C nuove)
l’imprese viene stimolata a domandarsi quali nuove capacità devono essere
sviluppate per fronteggiare e sviluppare la posizione nel mercato (building);
¤
nella cella (M nuovi; C attuali)
l’intento dell’impresa è relativo all’identificazione di quali nuovi prodotti e
servizi possono essere generati ricombinando e intergrano tra loro le capacità
attualmente possedute (leveraging);
¤
nella cella (M nuovi; C nuove)
l’impresa è sollecitata alla revisione più radicale della propria strategia e a
capire quali nuove capacità devono essere sviluppate per perseguire nuove
intraprese, in nuovi mercati.
6.14 Conclusioni: capacità, risorse e condotte di
mercato
L’arte nella definizione
di una condotta di mercato sta quindi nel combinare assieme, con creatività,
coerenza ed efficacia, capacità e risorse al fine di assicurare all’impresa una
posizione di vantaggio quanto più significativa, difendibile e duratura nel
tempo: la difendibilità del vantaggio e la sua differenza relativa rispetto ai
concorrenti garantiscono la performance di redditività di lungo termine
dell’impresa.
Le risorse e le capacità market driving più critiche per l’impresa sono comunque quelle
durevoli, difficili da individuare e da capire, non perfettamente trasferibili,
non facilmente riproducibili e di cui l’azienda detiene chiaramente la
proprietà e il controllo: poiché tali capacità e risorse risultano fondamentali
per lo sviluppo della strategia competitiva, critica diviene anche la capacità
di farne il miglior uso possibile.
Nel caso invece in cui
risorse e capacità sono poco durevoli o sono facilmente trasferibili, l’impresa
deve adottare una strategia di sfruttamento a breve termine oppure investire
nello sviluppo di nuove fonti del vantaggio. Oppure è possibile difendere un
vantaggio competitivo solo se il mercato è limitato o poco attrattivo oppure se
l’impresa riesce a ridurre la trasparenza delle fonti del suo vantaggio
competitivo.
7.
La generazione delle asimmetrie
competitive
7.1 Posizione di vantaggio
Il significato di
posizione di vantaggio è analogo per certi versi al concetto espresso in
economia industriale con l’espressione di “barriere all’ingresso o alla
mobilità”, con la differenza che mentre quest’ultima è finalizzata allo studio
della struttura di un settore, la prima è riferita ai vantaggi competitivi, ed
è impiegata nell’analisi delle condotte di mercato delle imprese. Un vantaggio
significativo viene conseguito dall’impresa quando riesce ad offrire alla
propria clientela prodotti e servizi con un valore percepito superiore alla
concorrenza oppure con un valore superiore o prossimo ai rivali ma offerto ad
un prezzo più vantaggioso.
Nella mappa del valore,
la tendenza spesso rilevabile nella condotta dell’impresa è di posizionare la
sua offerta sulla diagonale, fissando per i propri prodotti o servizi la sua
offerta sulla diagonale, fissando per i propri prodotti o servizi dei prezzi
coerenti in funzione del valore garantito alla clientela. Alcuni rivali
potrebbero comunque trovarsi, volutamente o casualmente, al di fuori della
diagonale della mappa del valore: coloro che, infatti, definiscono prezzi
“medi”, offrendo in cambio dei benefici percepiti inferiori, generando un
valore marginale rispetto ad altri rivali, si posizionano nel settore superiore
della matrice, con la prospettiva di compromettere la loro stessa esistenza.
Una posizione di vantaggio, che consente di conquistare la clientela,
fidelizzandola, è invece quella di garantire benefici superiori ai prezzi
“medi”
In questo caso la
posizione di vantaggio si manifesta in termina del differenziali [Benefici
percepiti nella proposizione di valore - Costi sacrifici richiesti al cliente]
oppure [Proposizione di valore offerta alla clientela > Proposizione di
valore offerta alla clientela della concorrenza]. La proposizione di valore esprime quindi la
capacità dell’impresa di soddisfare meglio dei concorrenti, sfruttando ed integrando
i suoi value sources, i value drivers identificati nella catena
del valore dei clienti. Tale proposizione si manifesta quindi nella
capacità dell’impresa di generare asimmetrie competitive perseguendo quattro
manovre:
¤
eccellenza
operativa à produrre beni con un significativo vantaggio
di costo rispetto ai rivali;
¤
leadership
di prodotto à facendo apprezzare al mercato la
differenziazione tecnologica e la varietà che caratterizza la sua offerta;
¤
soddisfazione
della clientela à definendo condotte orientate alla costruzione
di relazioni di soddisfazione della clientela;
¤
integratore
della rete del valore
à riconfigurando la catena del valore definendo
una condotta basata sulla combinazione creativa delle manovre precedenti, fino
alla riprogettazione della rete del valore (fisica e digitale) dell’impresa con
i suoi partner.
7.2 Eccellenza operativa
L’eccellenza operativa di una impresa esprime
una combinazione di capacità market
driving che le permettono di conseguire un vantaggio competitivo sui rivali
attraverso l’offerta di una proposizione di valore che si differenzia per la
qualità tecnico/funzionale dei prodotti e servizi offerti, per il prezzo
proposto e per la facilità di accesso tra cliente e impresa nelle varie fasi
della sua catena del valore. Queste imprese tentano quindi
attraverso la loro eccellenza operativa di ridurre il costo sacrificio
sopportato dal cliente: il che non significa comunque ridurre solo il prezzo di
vendita quanto il costo sopportato da un cliente per acquistare, possedere ed
utilizzare il prodotto o il servizio.
Mentre nel passato
l’impresa ricercava vantaggi di costo nelle sue economie di scala e di
esperienza, attraverso l’integrazione verticale delle sue attività, oggi
l’impresa operational excellence si
riconfigura in processi di integrazione
virtuale con fornitore e i clienti. In tale contesto, i vantaggi di costo
sono quindi conseguiti anche nella riduzione ed eliminazione delle duplicazioni
nei controlli e nelle ispezioni, dei ritardi nell’esecuzione dei propri
compiti, delle complicazioni procedurali e amministrative delle transazioni.
L’impresa operational excellence per
poter conseguire una posizione di vantaggio nei processi di integrazioni
verticali deve saper sviluppare competenze di conoscenza attraverso il dominio
dell’information technology.
Le imprese operational excellence cercano quindi di
offrire una proposizione di valore irrinunciabile per la propria clientela,
perché valore irrinunciabile per la propria clientela perché viene offerta ad
un costo imbattibile. La formula imprenditoriale di tali imprese permette loro
di svilupparsi sulla base di quattro regole perseguite con grande disciplina:
- sviluppare costantemente un leverage e building delle capacità che permettono di ridurre i costi
tangibili e intangibili;
- sfruttare intensivamente le risorse e gli assets riducendo le
inefficienze e le fluttuazioni stagionali della domanda, estendendo
le possibilità di accesso della clientela all’offerta;
- ricercando nuovi mercati da sfruttare
con le loro risorse e capacità attuali;
- estendendo geograficamente
il raggio di azione della loro attività.
7.3 I vantaggi del costo
Si consegue un vantaggio in termini di costo
quando il costo complessivo per svolgere tutte le attività o quelle relative ai
processi più critici risulta inferiore rispetto a quello dei concorrenti.
L’analisi e
il confronto della propria struttura di costo con quella dei concorrenti
diviene quindi, in taluni casi, una componenti irrinunciabile del processo di
analisi dei vantaggi competiti più significativi: la quantificazione della
consistenza del vantaggio o dello svantaggio di costo, può essere stimata
relativamente alla struttura “attuale” dei costi dell’impresa e dei suoi
concorrenti, oppure può essere proiettata stimando il “potenziale” vantaggio
derivato da certi cambiamenti desiderabili o imposti. E’ indubbio inoltre che
quanto più prolungata nel tempo sarà la difesa del vantaggio dall’imitazione
dei concorrenti, tanto più elevata ed efficace sarà la barriera eretta per
ostacolare l’imitazione o l’ingresso di altri rivali e maggiore la
disponibilità di risorse marginali per rinforzare altre aree di potenziale
acquisizione di vantaggi competitivi.
La ricostruzione della
struttura del sistema dei costi di un business tenta di misurare e identificare
tutti gli elementi che compongono il processo di produzione/commercializzazione
di un prodotto. L’analisi di questo sistema, oltre ad approfondire la struttura
dei costi dell’ASA facilita l’identificazione di quegli elementi di costo che sono
origine e assicurano un vantaggio competitivo distinguendoli in attività
primarie e attività di sostegno; stimola inoltre a esplorare le modalità per
mezzo delle quali la struttura di costo può essere modificata e facilita
l’analisi e il confronto delle differenze di costo rispetto alla struttura dei
costi della attività di affari dei rivali più pericolosi.
Dopo aver ricostruito la
catena del valore è possibile riclassificare, in base alla priorità e al costo
dell’attività rispetto alla concorrenza, tutte le attività, individuate nella
matrice di miglioramento dei costi: (C inferiore; P bassa): nessun intervento;
(C inferiore; P alta): ricercare fonti di miglioramento continuo; (C maggiore;
P alta): massima priorità di intervento; (C maggiore; P bassa): controllo
posizione rispetto ai costi.
L’acquisizione di
vantaggi di costo è quindi perseguitabile con diverse modalità, tra cui è
possibile ricordare:
La domanda che l’impresa
deve comunque porsi è se tale strategia può essere perseguita con successo nel
lungo termine: la risposta deve considerare le manovre competitive di altri
rivali, in particolare di coloro che, perseguono invece una strategia di
differenziazione della loro offerta.
7.4 Leadership di prodotto/servizio
Un impresa che persegue la strategia di
leadership di prodotto tenta di sviluppare e utilizzare capacità e risorse per
creare prodotti e servizi che siano considerati dalla clientela superiori a
quelli offerti dai concorrenti per il valore riconosciuto nei benefici offerti
e per la performance delle loro caratteristiche tecnologiche e funzionali. Le imprese product leader sono imprese che meglio delle altre sanno
gestire in particolare tre fasi critiche:
- le strategie di prodotto, definendo
chiaramente la visione e la traiettoria dell’innovazione che dovrà
caratterizzare la dinamica evolutiva del loro portafoglio prodotti e
servizi;
- l’organizzazione dei progetti di
innovazione, creando team specificatamente dedicati allo sviluppo di
nuovi prodotti o di nuove architetture di prodotto, assegnando risorse
adeguate e garantendo un costante supporto durante tutto il processo,
dalla generazione dell’idea al lancio dell’innovazione sul mercato;
- la realizzazione del progetto,
esercitando una costante verifica che il processo innovativo venga
sviluppato disciplinatamente, misurando il rispetto del calendario
programmato per l’esecuzione delle specifiche fasi e l’efficacia con la
quale esse vengono realizzate. ***
Innovazione top down
/ bottom up. Nelle imprese product leader il processo di innovazione può manifestarsi con
modalità incrementali o rivoluzionarie e quando non viene internalizzato
attraverso acquisizione dall’esterno, può essere stimolato dal management o suggerito direttamente dal
personale, di ogni livello di responsabilità. Incrociando queste due
dimensioni, possono essere evidenziate quattro diverse routine.
¤
Le innovazioni
graduali top down sono il risultato di un processo formale direttamente
gestito dal vertice dell’azienda, processo tipico in settori dove le imprese
competono sulla base di strategie di product
line extension e di sviluppo di nuovi concetti di prodotto.
¤
Le innovazioni
rivoluzionarie top down sono invece il risultato e l’espressione
dell’intento del managemnt di perseguire un cambiamento radicale e proattivo
nel mercato.
¤
Le innovazioni
incrementali bottom up sono quelle suggerite o che emergono dalle capacità
innovative del personale dell’impresa, esprimendo il risultato di un processo
imprenditoriale stimolato dalla direzione dell’impresa.
¤
Le innovazioni
rivoluzionarie bottom up sono invece innovazioni spontanee non sollecitate
dal top management: esse si verificano solo in imprese caratterizzate da una
radicale cultura orientata all’innovazione e all’imprenditorialità diffusa.
La gestione dell’innovazione del portafoglio
prodotti/servizi. Se il portafoglio esistente risulta
maggiormente concentrato nella cella me
too (prodotti che trasferiscono alla clientela lo stesso valore generato
dalla concorrenza), l’impresa non può essere considerata leader di prodotto. Il
posizionamento dei prodotti nella cella dei migratori
(prodotti caratterizzati da innovazioni incrementali che migliorano l’equazione
del valore) confermerebbe la predisposizione a presidiare, con strategie
incrementali, l’innovazione del suo portafoglio, per migliorare la sua proposizione
di valore. Quando i prodotti ricadono nella cella dei pionieri (prodotti che rappresentano innovazione generativa di
valore straordinario per la clientela) l’impresa si qualifica per le capacità
di intraprendere strategie di innovazione radicale e per offrire alla clientela
delle proposizioni di valore straordinarie.
Il confronto
tra il portafoglio attuale e quello pianificato, verificando la traiettoria
prevista di migrazione dei prodotti o servizi dalla cella dei me too a quella dei migratori i dei
pionieri, e il bilanciamento delle attività in portafoglio aiutano l’impresa ad
identificare e perseguire la strategia di innovazione incrementale e radicale
per affermare la propria leadership di prodotto.
7.5 Customer
responsive
Un’impresa customer
responsive ricerca la fonte del suo vantaggio competitivo nella definizione
di una proposizione di valore che tende a sorprendere la clientela per la sua
capacità di soddisfare le sue più specifiche priorità. La sua abilità è riconoscibile nel cambiamento continuo e
incrementale, nel riuscire ad attuare le politiche adottate, per soddisfare la
clientela senza compromessi
consolidando delle relazioni fidelizzanti; i compromessi, da non confondere con
i trade off, si verificano quando una
impresa impone le sue modalità e le sue pratiche, i suoi standard operativi, le
sue inefficienze e i suoi vincoli senza lasciare possibilità di scelta alla
clientela. L’impresa diviene disponibile al compromesso quando riduce la
disponibilità ad ascoltare la voce dei suoi clienti per apprendere le loro
priorità, e conseguentemente il cliente deve modificare il suo comportamento
per acquistare ed utilizzare i prodotti e servizi dell’impresa.
L’impresa
centrata sul cliente spesso non vende prodotti at the leading edge, poiché spesso il suo successo dipende da un
portafoglio di prodotti maturi ma sottoposti a costanti e incrementali
miglioramenti piuttosto che a cambiamenti rivoluzionari. Esplorando le
insoddisfazioni latenti delle clientela, richiedendo di esplicitare le ragioni
della loro scontentezza e delusione nell’utilizzo e consumo di prodotti e
servizi, l’impresa può identificare le aree di potenziamento della sua
proposizione di valore. Il vantaggio competitivo dell’impresa customer responsive è quindi riferibile
all’uso che sa fare dei suoi clienti, ricercando e approfondendo l’origine dei
loro value drivers, apprendendo ogni
particolare della loro intrapresa: è dunque un’impresa che tende a ridurre i
confini tradizionali che la separano dai fornitori e dai clienti per ricercare,
nella costruzione di relazioni di intimità, le modalità più efficaci per
condividere il valore ricevuto e quello generato e trasferito.
7.6 Value
net integrator: l’integratore della rete del valore
Le
osservazioni sviluppate hanno illustrato come l’impresa cerchi di
riorganizzazione la sua catena del valore per conseguire vantaggi di costo,
vantaggi derivati dall’innovazione nei prodotto o vantaggi derivati da un
significativo orientamento alla clientela. Tali condotte sono il risultato di
processi di leverage e di building delle risorse e capacità
dell’impresa per apportare dei miglioramenti incrementali o radicali nella sua
catena del valore, nella quale l’impresa aggiunge valore sviluppando relazioni
sequenziali con i propri fornitori e clienti.
Nella nuova economia il cambiamento più
evidente nella condotta delle imprese è identificabile nella loro abilità nel
riuscire a combinare contemporaneamente le diverse fonti di vantaggio
esprimendo una capacità straordinaria rispetto ai propri rivali nella
riconfigurazione della loro rete del valore: tali imprese possono quindi essere
definite dei value net integrator. A
tale scopo l’impresa value net integrator
cerca di riconfigurare la sua catena del valore attraverso la riconfigurazione
della rete del valore nella quale opera e interagisce, sviluppando ogni tipo di
vantaggio che le deriva dalle interconnessioni e dai trasferimenti di valore e
di capacità che riesce ad animare con altri partner economici.
Per rete del valore
si intende il reticolo delle interconnessioni che legano tra loro gli attori
economici del mercato (concorrenti, fornitori, clienti e imprese
complementari): questo reticolo fa perno su una impresa guida che costruisce
una serie di relazioni con altre imprese, le quali interessano una o più
mansioni dell’attività svolte dall’impresa per realizzare i propri obiettivi
strategici. Il value net integrator è
l’impresa, nella rete, che eccelle nella capacità di stabilire contatti e
organizzare le relazioni di reciprocità con le altre imprese, selezionando quei
giocatori che possono divenire partner per l’eccellenza o per la specificità
della complementarietà e delle asimmetrie delle loro risorse o capacità.
L’attenzione va quindi focalizzata sul gioco competitivo nel suo insieme: tale
visione definisce la rete del valore poiché rappresenta contemporaneamente
tutti i giocatori e stimola ad esaminare e ricercare tutte le modalità e le
forme di interdipendenza che possono manifestarsi fra di essi.
|
Complementari.
I complementari rappresentano la controparte naturale dei concorrenti. Per
complementare, nella letteratura economica si fa riferimento ad un prodotto o
servizio che rende un altro prodotto o servizio più attraente, più utile o
più funzionale. Nella rete del valore,oltre a questo significato, con il termine
di complementare si fa riferimento a qualsiasi istituzione che può cooperare
e coevolvere con l'impresa con le finalità di migliorare le reciproche
attività o dare vita a nuove intraprese.
In
tale prospettiva una impresa è definibile complementare di un’altra se il
valore percepito dal cliente nella proposizione che gli viene offerta risulta
maggiormente apprezzata quando è integrata dai prodotti o servizi
dell’impresa complementare. All’opposto un’impresa svolge un ruolo
antagonista, di concorrente, qualora il valore percepito dal cliente nella
proposizione di valore dell’impresa sculta inferiore rispettoa a quella
offerta da un’altra impresa.
|
Questa definizione di
concorrente tende ad amplificare i confini stessi della concorrenza: infatti,
in una prospettiva tradizionale, il concorrente viene identificato tra coloro
che utilizzano le stesse regole del gioco per soddisfare i bisogni della
clientela. Considerando invece il cliente come colui che ricerca nel mercato
una soluzione alle sue priorità, il confine di settore come luogo all’interno
del quale si manifesta la concorrenza perde di significato mentre lo acquista
l’idea di metamercato.
La rete del valore rivela
due significative simmetrie:
¤
sull’asse orizzontale clienti e
fornitori giocano un ruolo simmetrico poiché, nelle relazioni di scambio che li
legano ed animano il mercato, sono infatti entrambi partner nel processo di
creazione di valore anche se spesso tale simmetria non è riconosciuta;
¤
sull’asse verticale la simmetria
è espressa dalla contrapposizione tra concorrenti e complementari; la
definizione attribuibile all’uno o all’altro è solo apparente poiché i
concorrenti sono l’immagine speculare delle imprese complementari.
L’impresa ponendosi al
centro della rete del valore può ricostruire le relazioni e le interconnessioni
che la legano ai suoi concorrenti, clienti, fornitori e complementari, con la
possibilità di rendere la rete più completa, anche a costo di elevarne la
complessità, estendendola sino a contemplare le interconnessioni tra i clienti
dei clienti, ecc. Il value net
intergrator è quindi l’impresa che eccelle nello sviluppo dei processi di leverage e di building di competenze che possono derivare dalla sua capacità di
interconnessione con altre imprese e di riconfigurazione creativa della rete
del valore.
8. Il paradigma della Competition Based View
8.1 Il rischio della resistenza all’innovazione
Gli
errori imputabili all’impresa nella decisione relativa alla gestione
dell’innovazione sono riconducibili a tre categorie:
- l’impresa sbaglia non
investendo nella nuova tecnologia;
- l’impresa sbaglia
investendo nella tecnologia sbagliata;
- l’impresa sbaglia non
riuscendo a gestire contemporaneamente le innovazioni mature o giocando in
anticipo, sviluppando e perseguendo nuove tecnologie.
Le
imprese di maggior successo dimostrano una capacità ambidestra nel saper
evolvere attraverso un’alternanza di fasi di miglioramento continuo e
incrementale puntuate da fase di innovazioni radicale con contenuto
rivoluzionario: esse ricercano, con disciplina e determinatezza, un
comportamento proattivo orientato alla riconfigurazione del loro business model, alla creazione di nuovi
mercati, alla ridefinizione del proprio destino. Le imprese di minor successo
invece perseguono comportamenti reattivi al cambiamento ambientale: gli
insuccessi di queste imprese sono genericamente imputabili alla loro incapacità
di affrontare il cambiamento e l’innovazione perché spesso tali imprese sono
risultate ostaggio del loro passato, dei loro miti e forse anche dell’inerzia
causata dai loro successi iniziali.
8.2 Il ciclo dell’innovazione
Un quantum leap ha origine quando in un
ambito della conoscenza si manifesta un evento straordinario ed imprevedibile
che, indotto da una nuova tecnologia o applicazione, genera una discontinuità
ambientale che si traduce in una killer
application. La nuova tecnologia attiva un ciclo evolutivo dell’innovazione
che si manifesta in una successione circolare di fasi.
- La prima definisce il
momento rivoluzionario di generazione
della nuova tecnologia che provoca la nascita del quantum leap, la killer
application che innesca una discontinuità nel ciclo di altre
tecnologie competitive.
- La seconda fase è la fase
di confronto sia con le
tecnologie già consolidate sia con altre innovazioni emergenti: questa se
risulta spesso confusa e incerta a causa del conflitto competitivo che si
genera tra le diverse tecnologie, conflitto che comporta anche un costo
che deve essere sostenuto dalle imprese innovatrici, per diffondere i
contenuti dell’innovazione.
- La terza fase del ciclo
dell’innovazione coincide, in caso di successo, con l’affermazione e il
consolidamento della nuova tecnologia che viene accettata quale standard
riconosciuto da tutte le imprese. L’affermazione della nuova tecnologia
non esprime un processo market based,
garantito dalla mano invisibile del mercato ma denota la capacità
dell’impresa innovatrice di stimolare altre imprese a condividere la
scelta della nuova tecnologia, attraverso la concessione di licenze.
- La quarte fase del ciclo si
caratterizza nel processo dei cambiamenti
incrementali per apportare dei miglioramenti nelle caratteristiche
funzionali dei prodotti e dei servizi da essa derivati e nei processi
produttivi necessari per generarli. Tale fase coincide quindi con gli sforzi
perseguiti dalle imprese di miglioramento continuo della loro offerta per
soddisfare in modo efficace ed eccipiente i bisogni di ogni segmento di
clientela.
Una
fonte di vantaggio competitivo risiede quindi nella capacità dell’impresa di
comprendere e anticipare il ciclo tecnologico delle componenti più strategiche
per la realizzazione dei suoi prodotti. La velocità evolutiva dei cicli
dell’innovazione e la successione dei quantum
leap varia intuitivamente tra i vari settori in funzione della loro specificità
di contenuto low o high technology.
8.3-8.6 I tre giochi della Competition Based View
Il
paradigma della competition based view si
propone di normalizzare e interpretare i giochi competitivi che esprimono il
dinamismo delle condotte delle imprese nei mercati ipercompetitivi: essa
giustifica i diversi stati di natura del confronto competitivo tra le imprese
che si manifestano in tre diversi giochi competitivi: movimento, imitazione e
posizione. Ciascuna di queste tre modalità di confronto assume una propria
specificità e si distingue per le regole di condotta che vengono perseguite
dalle imprese.
Gioco di movimento. Il
gioco di movimento viene generato dalle condotte delle imprese che, attraverso
strategie di innovazione radicale, perseguono nuove intraprese, sottraendosi ad
un confronto competitivo diretto con i propri rivali, soddisfacendo nuovi
bisogni o creando un nuovo mercato. I principi del gioco di movimento riconosco
che il successo dell’impresa dipende prevalentemente dalla capacità di anticipazione
dei cambiamenti che si verificano nel mercato, dalla velocità di risposta ai
bisogni della clientela piuttosto che dalla semplice sottrazione di quota di
vendita ai rivali: esso necessita quindi di una predisposizione strategica
diversa, più orientata al market creation,
alla generazione di valore attraverso la creazione di nuove opportunità e di
nuove idee.
Gioco dell’imitazione. Nel
gioco dell’imitazione la diffusione dell’innovazione attiva una fase di
confronto che stimola la concorrenza ad inseguire l’innovatore: tuttavia
l’imitazione può non essere considerata la scelta più vantaggiosa per tutte le
imprese. Tuttavia, in molti casi la manovra dell’imitazione può rappresentare
una condotta di maggiore e duraturo successo. I giochi di imitazione sono
perseguiti da quelle imprese che seguono l’innovatore del mercato, tentando di
replicare o migliorare la sua tecnologia, le fonti della sua innovazione, la
sua formula imprenditoriale. Le armi per perseguire con successo il gioco di
imitazione sono riconducibili alla velocità di apprendimento delle conoscenze necessarie
per inseguire l’innovatore e alla disponibilità di uno stock di risorse
adeguate allo scopo.
Gioco di posizione.
Le fasi dell’affermazione e del mantenimento, che concludono il ciclo
transitivo dell’innovazione, imprimono un nuovo cambiamento al confronto
competitivo che evolve nel gioco di posizione. Le impresi presenti nel mercato
che condividono lo stesso standard
tecnologico, per difendere o sviluppare le loro quote di mercato,
perseguono condotte di miglioramento incrementale delle loro proposizioni di
valore per manutenzionarle ed adattarle ai cambiamenti della domanda. La
drastica riduzione di redditività che spesso caratterizza le manovre
competitive nella guerra di posizione obbliga l’impresa al miglioramento
continuo dei suoi processi e spesso a drastiche ristrutturazioni: in tale
contesto prevalgono infatti strategie orientate al così detto market sharing, al tentativo cioè di
accrescere la propria quota di mercato utilizzando programmi di marketing più
efficaci e potenti dei rivali.
Ciò
risulta possibile rafforzando il proprio vantaggio competitivo differenziale,
che nella guerra di posizione è sintetizzato dalla seguente identità:
VCDi = Xi
- Mi
dove con
Xi si definisce la quota percentuale degli investimenti destinati
dall’impresa alla sua manovra competitiva mentre Mi rappresenta la
sua quota di mercato. Il significato della formula ricorda che qualora
un’impresa riducesse la quota percentuale dei suoi investimenti competitivi al
di sotto della sua quota di mercato rischierebbe di ridurre in simpatia anche
al sua capacità di dominio. Le armi convenzionali prevalenti richiedono quindi
capacità e risorse per sviluppare e differenziare incrementalmente le linee di
prodotto o i servizi offerti e soprattutto per gestire efficacemente ed
efficientemente le politiche di prezzo, di comunicazione, quelle promozionali e
quelle distributive.
8.7 La circolarità e la discontinuità del
confronto ipercompetitivo
Circolarità. La
natura dei tre giochi attivano nel mercato una circolarità di manovre competitive. Il gioco di movimento si
innesca a seguito di due eventi:
- una impresa già presente in
un settore apporta una innovazione radicale e significativa rispetto alle
consuetudini praticate dagli altri rivali;
- vi è un’invenzione
rivoluzionaria generata da una impresa spesso esterna al settore, che
riesce, con una nuova tecnologia a creare un mercato completamente nuovo,
che soddisfa un bisogno incipiente o latente.
Il
successo dell’innovazione obbliga i contendenti, imitatori, ad attivarsi per
aggirare e ridurre le barriere sviluppate dal first mover e l’innovatore, a sua volta, opporre resistenza creando
manovre di blocco dell’imitazione. Il gioco di imitazione si evolve
successivamente in quello di posizione: le imprese che sono riuscite a
consolidare la loro presenza nel mercato attivano a questo punto delle
strategie di market sharing che, con
manovre di prezzo e di valore, perseguono la difesa delle proprie quote o il
loro sviluppo a danno degli altri rivali. La guerra di posizione, quando non
viene conseguito uno stato di conflitto limitato, degenera nel tempo sino a
raggiungere l’ultima frontiera del valore. Si riduce così la redditività del
settore e ciò solleciterà le imprese in esso presenti a ricercare modalità per
sviluppare nuove strategie di market
creation. Il tentativo di uscita, con la creazione di una nuova
intrapresa,o di rivitalizzazione e rigenerazione del mercato esistente,
riattiva la guerra di movimento, con un processo circolare quasi senza fine.
Discontinuità. L’ipercompetizione
si distingue dalla concorrenza tradizionale per la velocità impressa nella successione dei passaggi da una stato di
guerra all’altro. Rispetto a quella tradizionale, nella concorrenza impercompetitiva
il significato stesso di ciclo di vita inteso quale arco temporale esteso in
cui si evolve la domanda e l’offerta trova difficile applicazione e riduce il
suo contenuto descrittivo e normativo. Le discontinuità
di circolarità, seconda caratteristica significativa dell’ipercompetizione,
si manifestano con:
¤
salti competitivi,
con un passaggio repentino dal gioco di movimento a quello di posizione,
saltando quello di imitazione;
¤
salti tautologici,
quando la risposta imitativa dei rivali può caratterizzarsi per un contenuto
ancora più innovativo tale da generare una guerra di movimento.
8.8 Verso l’ultima frontiera del valore
(vedi libro)
9. Coevoluzione e convergenza
9.1 Verso una nuova prospettiva
L’impresa
proattiva si differenzia dalle altri per la velocità e la discontinuità nella
circolarità della manovra competitiva che esprimono la sua capacità di generare
o di gestire l’emergenza di un quantum
leap. Nel paradigma della competition
based view, le ragione chi spiegano la maggiore predisposizione
dell’impresa proattiva ad operare nei mercati ipercompetitivi vanno ricercate:
- nell’apprendimento
dell’arte della coevoluzione;
- nel diffuso processo di
convergenza intersettoriale che stimola l’affermazione di metamercati.
9.2 Dall’evoluzione alla coevoluzione
Il
modello più sofisticato ma più potente con cui si manifesta il business model dell’impresa proattiva è
quello di integratore della rete del valore delle imprese (value net integrator), modello che esprime la ricerca e la capacità
di integrazione di complementarietà e di asimmetrie competitive. L’impresa
proattiva si differenzia comunque da tutte le altre organizzazioni per il suo
apprendimento nell’arte della coevoluzione.
Teorie ecologiche. Per
spiegare meglio il significato di questa espressione è utile far ricorso ad
alcuni dei principi dell’ecologia, ed in particolare a due teorie: l’evoluzione
della specie e il processo darwiniano di selezione. Ogni impresa, infatti, al
pari degli organismi, che vivono in un ecosistema soggetto a costanti cambiamenti,
per poter sopravvivere tenta di sviluppare specifiche capacità di flessibilità,
di resistenza all’alternanza delle catastrofi e di recupero rispetto alle
minacce subite.
Negli
ecosistemi biologici il cambiamento si manifesta a seguito di due tipi di
mutamenti:
¤
mutamenti ecologici;
essi fanno riferimento ai reciproci rapporti tra imprese e ambienti e si
manifestano spesso nell’arco del ciclo di vita di un organismo;
¤
mutamenti evolutivi;
essi fanno riferimento invece ai più lenti processi di trasformazione di una
specie o di un organismo e si manifestano su archi più estesi.
Tuttavia
l’impresa gode di un margine di libertà rispetto alle specie di un ecosistema,
poiché essa può infatti disegnare il suo stesso scenario evolutivo ed apprendere
le dinamiche in atto nel suo ambienti competitivo per misurare l’impatto sulle
sue condotte e sul suo destino: l’impresa proattiva si distingue delle altre
per la velocità con cui riesce a dotarsi ed utilizzare capacità market driving per anticipare o generare
la stessa evoluzione del suo settore.
Teorie antropologiche. Le
teorie dell’analisi ecologica devono essere integrate con le teorie coevolutive
derivate dagli studi antropologici: nella nuova economia risulta infatti più
che mai essenziale porre attenzione al proprio ambiente economico rilevante e
contemporaneamente a tutti i contesti che possono o potrebbero influenzarne la
sua evoluzione. L’intento strategico di un’impresa proattiva è di anticipare i
cambiamenti futuri del suo ecosistema per evolversi, sviluppando, per tempo, le
capacità per affrontare e guidare tali cambiamenti: un’impresa capace di
gestire le conseguenze di eventi che non si sono ancora manifestati è
un’impresa che ha appreso anche l’arte della coevoluzione.
In
antropologia la coevoluzione definisce il processo tramite il quale specie
interdipendenti tendono a evolvere reciprocamente in un ciclo senza fine. La
coevoluzione si riferisce ai mutamenti indotti dalle interazioni tra due specie
le cui traiettorie evolutive tendono ad intersecarsi: l’interdipendenza può
essere simbiotica (ciascuna specie
aiuta l’altra) ma potrebbe essere anche opportunistica
(una specie usa più egoisticamente l’altra). Questa interdipendenza produce
effetti non lineari che si traducono
in amplificazioni anche esponenziali del leverage
delle rispettive capacità.
Concorrenza, cooperazione e
coevoluzione. Nella prospettiva dell’antropologo il comportamento
tra le specie non può essere quindi solamente competitivo o cooperativo ma
anche coevolutivo: come distinguere quindi la cooperazione e la competizione
dalla coevoluzione? Quando si coopera si tende a generare una comune
intrapresa, quando si compete si tende invece a dividerla; quando un’impresa
coevolve invece ricerca altre imprese complementari e asimmetriche per
sviluppare nuovi mercati, eventualmente nuove imprese. La coevoluzione è quindi
una forma di interdipendenza che si manifesta quando una impresa stimola
l’altra alla cooperazione o quando due specie, appartenenti ad ecosistemi non
competitivi, sono costrette a coevolvere a causa dei cambiamenti ambientali che
avvicinano i loro rispettivi ecosistemi.
La
coevoluzione è in definitiva un processo strategico tipico della nuova economia
ove la velocità di sviluppo dei mercati richiede ricorso a risorse e capacità
asimmetriche che possono essere conseguite solo attraverso l’interconnessione
con altre imprese. Nel confronto competitivo della nuova economia, l’impresa
proattiva cerca di conseguire i propri obiettivi e quindi anche il successo
senza necessariamente forzare altri a rinunciare al proprio successo. Questo
nuovo gioco, prevede, attraverso la coevoluzione, la possibilità che più
imprese possano condividere la vittoria.
9.3 Coevoluzione e metamercati
La
convergenza che sta investendo un numero sempre più esteso di settori è un
fenomeno recente che descrive il processo attraverso il quale settori
precedentemente sperati si trovano ad essere parte di un unico grande metamercato, generando in tal modo una
fusione effettiva tra settori precedentemente distinti, che può essere
rappresentata lungo un’ideale curva crescente delle convergenza, con la
complessità dei bisogni e la convergenza dei mercati sugli asse cartesiani.
Modelli di convergenza. L’osservazione
dei processi di convergenza oggi in atto permette di identificare tre diversi
modelli di convergenza intersettoriale ciascuno dei quali si caratterizza con
proprie regole:
- convergenza tra fornitori.
Si manifesta quando, favorita anche da un processo di deregolamentazione,
la clientela esprime la preferenza per una proposizione di valore bundling capace di soddisfare un
insieme complesso di priorità o uno specifico grappolo di bisogni. In tale
processo i fornitori, ciascuno dei quali si era specializzato nell’offerta
di alcune componenti, tendono a cerare un one stop shop capace di rassicurare il cliente della loro
idoneità a soddisfare ogni priorità o bisogno espresso.
- convergenza tra succedanei.
Si verifica quando gli utilizzatori considerano due prodotti
intercambiabili tra loro, o meglio, quando lo diventano nel tempo in virtù
dell’evoluzione della tecnologia e delle loro componenti strutturali;
- convergenza tra
complementari. Riguarda l’avvicinamento che si manifesta
tra imprese che offrono prodotti o servizi complementari che
compartecipano alla soddisfazione delle esigenze del cliente, e si
verifica quando più prodotti o servizi operano meglio se utilizzati
congiuntamente piuttosto che separatamente.
Driver della convergenza. La
teoria della coevoluzione è il costrutto che spiega, nella nuova economia, il
fenomeno della convergenza tra complementari e asimmetrici: tale convergenza
riduce inoltre il significato attribuito ai confini che definivano e
qualificavano un settore per affermare quello di metamercato. I driver che
stanno imprimendo velocità a questo fenomeno sono rintracciabili in:
¤
determinanti politico
legislative: il processo di liberalizzazione e
deregolamentazione in atto in molti settori ha rimosso le condizioni di
monopolio;
¤
determinanti tecnologiche:
digitalizzazione dei segnali, ampiezza di banda di trasmissione, crescente
economicità della potenzia di elaborazione e integrazione delle reti di
trasmissione;
¤
disponibilità alla coevoluzione
quale espressione della condotta delle imprese nel perseguire nuove intraprese
attraverso la convergenza delle rispettive complementarietà e asimmetrie di
conoscenze, capacità e risorse;
¤
nuove priorità espresse dalla
clientela, alla ricerca di nuove soluzioni ai loro bisogni
di varietà di prodotti e servizi, di velocità e di interconnessione.
Riduzione dei confini nei
metamercati. Storicamente i confini dei settori sono sempre
stati considerati stabili e normativamente definite le regole della concorrenza
che dovevano essere perseguite e rispettate. La barriere di entrata apparivano
assolute e contava soprattutto l’esperienza accumulata dall’impresa anno dopo
anno, decennio dopo decennio. In un mondo nuovo, animato da settori convergenti
e coevolutivo, l’ecosistema cambia così rapidamente che l’esperienza accumulata
diviene poco significativa e le imprese non colgono il futuro perché
l’esperienza maturata e consolidata le rende miopi nell’immaginare e anticipare
nuove opportunità. Le imprese per poter sopravvivere devono invece imparare a
condividere le proprie esperienze e le proprie capacità, spesso orientate al
passato, con quelle di altre imprese, appartenenti a settori non correlati al
proprio, per coevolvere e influenzare il futuro: le imprese coevolventi
riconoscono che il numero delle interconnessioni collaborative è più
significativo del tipo stesso di collaborazione, e cercano quindi di bilanciare
la tensione che può derivare da un eccesso di interconnessione con la
marginalità di interconnessione che potrebbe ridurre l’opportunità di
complementarietà asimmetrica e della proattività.
I metamercati
contemplano e accolgono imprese diverse per tecnologie e competenze che
coevolvono insieme per soddisfare i complessi grappoli di bisogni della
clientela di oggi. La convergenza ha come effetto però anche quello di
accrescere le turbolenze sui mercati, proprio perché diventa più difficile
stabilire i confini di specializzazione sui quali costruire dei vantaggi
difendibili e durevoli.
9.4 Coevoluzione intersettoriale e cogenerazione
Un
numero sempre maggiore di imprese sta comprendendo e apprendendo le regole che
governano il gioco economico della coevoluzione. L’affermazione di nuovi
settori e lo sviluppo di nuove intraprese trovano sempre minor giustificazione
nelle manovre perseguite dai singoli concorrenti. Essi sono spiegati dalla
trasformazione della succedaneità
competitiva (la concorrenza intersettoriale) nella complementarietà competitiva (la coevoluzione intersettoriale) che
si manifesta nei processi di generazione dei metamercati.
Il
processo coevolutivo attiva così la nascita di costellazioni di imprese alleate
e coevolventi che definiscono anche la specificità della nuova concorrenza:
possono essere integrate e associate tra loro le capacità e le risorse delle
imprese coevolventi, capacità e risorse che possono essere utilizzate per allargare
l’intrapresa nei nuovi metamercati che sono in formazione. Il processo
coevolutivo di un’impresa, attraverso le costellazioni, attiva anche un
processo di cogenerazione di nuove
conoscenze e di nuove capacità market
driving, in una molteplicità di combinazioni intraprenditive che possono
prodursi sia dall’accidentalità dell’interdipendenza sia dalla necessità
biologica di perseguire deliberatamente una nuova visione coevolutiva.
Il
processo di convergenza impone all’impresa un’attenta verifica della sua
condotta di mercato per almeno due evidenti ragioni:
- mutando significativamente
l’estensione del raggio di azione e dello scopo del suo mercato, aumenta
in misura rilevante il numero dei potenziali rivali con i quali dovrà
confrontarsi;
- la convergenza richiede la
ridefinizione del gioco competitivo che a sua volta sollecita nuove
capacità market driving, nuove
risorse e quindi il presidio di nuovi fattori critici di successo: il
capitale di conoscenza necessario per operare in un metamercato risulta infatti
diverso dalla cultura manageriale e dalla conoscenza sviluppate per
competere in un mercato tradizionale.
10. I sistemi produttivi
10.1 Catena del valore e Processi
produttivo-logistici
Gli
interventi di progettazione dei sistemi
produttivi possono essere suddivisi in:
- interventi di progettazione
ex novo, atto originario svolto in sede di costituzione di una Unità
produttiva;
- interventi di adeguamento
o riorientamento, qualora si tratti di revisioni anche significative (es. Windows 95-98);
- interventi di riorganizzazione
produttiva, in cui l’intensità e la latitudine del cambiamento
comportameno anche modificazione radicali.

Gli interventi di riorientamento
e riorganizzazione dei sistemi produttivi si rendono improrogabili in presenza
di una “inadeguatezza”, palese o solo percepita, delle risposte produttive alle
istanze della competizione. E’ necessario quindi fotografare l’ambiente
competitivo per conoscere opportunità e minacce che in esso sono presenti: in
questo contesto, uno strumento che permette di fare una fotografia di una serie
di problemi è la “swot analysis”:
essa è un’analisi matriciale che di solito viene effettuata da un’analista
esterno per evitare coinvolgimenti emotivi di membri dell’impresa in questione.
Una volta acquisita una diagnosi
precisa ed analitica dello stato dell’arte della sua posizione
economico-competitiva, l’impresa può cercare di modificare a suo vantaggio
l’ambiente esterno di mercato: Ciò, più nel dettaglio, può essere ottenuto
attraverso la definizione di una serie di obiettivi, quali:
¤
la conquista di nuove
quote di mercato: tale opzione può risultare
più agevole in condizione di espansione della domanda primaria;
¤
il consolidamento della
quota attuale:
in certi casi appare più auspicabile un obiettivo più conservativo, legato al
puro mantenimento della posizione;
¤
mietitura: tale opzione fa
riferimento alla possibilità di eliminare una linea di prodotto, in caso di sua
contribuzione economica negativa e in assenza di significativi legami di
complementarietà commerciale e produttiva con altre referenze;
¤
liquidazione quota: l’impresa può anche
decidere di uscire da un dato business liquidandolo, vale a dire chiudendo gli
impianti produttivi, oppure cedendo ad altro operatore il ramo d’azienda in
parola;
¤
miglioramento della
performance reddituali: tale obiettivo è spesso raggiunto con una forte enfasi
sull’aumento di produttività e sul taglio dei costi di struttura.
Il sistema produttivo-logistico è
parte qualificante del sistema impresa e contribuisce alla creazione del
valore, sia sotto il profilo dell’efficienza, tradizionale obiettivo assegnato
alle operations, sia sotto quello
dell’efficacia, in specie in termini di servizio logistico offerto al cliente.
La catena del valore rappresenta la concatenazione dia attività svolte alla
creazione del valore di un’impresa; appare evidente che le scelte inerenti la
sfera produttivo-logistica si collocano tra:
¤
le attività di
supporto: svolge un ruolo cruciale la tecnologia, la tematica degli
approvvigionamenti e gran parte delle decisioni inerenti l’assetto
infrastrutturale;
¤
le attività primarie:
le operations, per contro, si
dispiegano lungo questa sequenza, generando valore attraverso la gestione del
flusso fisico, sviluppato attraverso i processi della logistica in entrata,
della trasformazione e della logistica in uscita.
Infine, appare opportuno
segnalare il ruolo di interfaccia giocato dalla logistica inbound e outbound, che
fungono da cerniera e da connettore con le catene del valore dei partner di
monte (fornitori) e di valle (distributori).
10.2 Scelte strategiche e Leve di progettazione
Al fine
di orientare i processi produttivo-logistici alla creazione di valore, il
management delle funzioni tecniche opera manovrando una serie di “leve di
progettazione” che possono essere raggruppate in leve di struttura e leve di gestione.
Obiettivi del sistema produttivo. L’utilizzo delle Leve di
progettazione, siano essere rivolte ad un riorientamento o ad una vera e
propria riorganizzazione, non può pertanto prescindere dalla chiara
identificazione degli obiettivi primari del sistema produttivo, a loro volta
desunti dalla più generale missione dell’impresa. Quest’ultima pervade l’intera
attività aziendale e definisce gli obiettivi
strategici generali ed, in cascata,
i subobiettivi funzionali.
I subobiettivi possono essere
numerosi e spesso antitetici (es.
perseguire congiuntamente contenuti investimenti in scorte ed elevati livelli
di servizio)
e l’approccio tradizionale alle scelte di produzione si basa pertanto sul concetto
di focalizzazione: in presenza di obiettivi divergenti, occorre
privilegiarne uno e considerare gli altri in via residuale, alla stregua di
variabili dipendenti (es.
competere sul costo non può che tradursi in rinunce in termini di qualità e
servizio).
Questo assioma è stato messo in
crisi dal repentino avvento delle metodologie di gestione di ispirazione
Giapponese (Just in Time, Company Wide
Quality Control, Continuous Flow
Manufacturing) e dall’affermarsi dalle tecnologie di automazione flessibile
sostanzialmente volte al perseguimento congiunto di obiettivi divergenti.
Possono essere delineate alcune caratteristiche di questo nuovo modello:
¤
le tecniche giapponesi tese al perseguimento della
qualità assoluta e al contenimento dei costi si orientano principalmente alla
eliminazione degli “sprechi”, ovvero dei costi sostenuti per attività non
direttamente collegate alla formazione di valore aggiunto;
¤
va tenuto conto della variabile temporale: solo nel
medio-lungo periodo, a fronte di riorganizzazioni ed investimenti, sembra
infatti possibile avviare i cicli virtuosi che assicurano qualità, bassi costi
ed elevate prestazioni. La conflittualità tra obiettivi, infatti, indiscutibile
in un orizzonte temporale ridotto, può trovare superamento in orizzonti più
estesi;
¤
il tema della focalizzazione di fatto non si perde,
permanendo comunque sia a livello di obiettivi strategici generali, sia a
livello di mansioni operative. Ciò che muta è, invece, il grado di
sensibilizzazione dell’intero sistema aziendale sui temi del miglioramento
continuo (kaizen), della condivisione
di cultura e valore improntati all’etica, al coinvolgimento di tutte le
risorse, e della produttività globale.
In estrema sintesi, i due
approcci (occidentale e orientale) non sono da considerare autoescludenti, ma
proficuamente integrabili, come testimoniato ma molteplici esperienze.
Leve di progettazione. Definito il set di obiettivi
assegnati al sistema logistico-produttivo, si tratta di plasmare una realtà in
grado di rispondere adeguatamente alle necessità identificate, attraverso
l’impiego e la coerente integrazione di tutte le sue componenti, o leve di
progettazione. Esse sono raggruppabili, a seconda del grado di irreversibilità
delle svelte che le caratterizzano, in:
¤
leve di hardware: scelte concernenti la
tipologia di impianti e le tecnologie adottate, le capacità produttiva
installata, il grado di integrazione verticale, l’eventuale decentramento delle
Unità Produttive. Queste decisioni vengono assunte per intervalli temporali
medio-lunghi e definiscono i caratteri permanenti della struttura produttiva.
¤
leve di software: scelte relative ai
sistemi di Programmazione e Controllo della produzione, alla Gestione dei
Materiali, al Controllo di qualità, ai temi di Manutenzione, ecc. Queste scelte
sono suscettibili di modificazione a cadenze ravvicinate e si prestano maggiormente
alla gestione di breve-medio periodo.
Le leve di software si dovrebbe
innestare in un hardware definito, animandolo e garantendone l’ottimale
comportamento. Con ciò si intende sottolineare la necessità di un’intima
coerenza tra i diversi strumenti adottati, di una unitaria visione
organizzativa e gestionale.
10.3 Analisi tipologica dei Processi Produttivi
Le due
classificazioni successive, pur trattando il medesimo tema, non vanno
considerate alternative, in ragione dei differenti intenti che le hanno
ispirate:
¤
la prima, di matrice tecnica,
risulta particolarmente utile ai fini descrittivi, pur essendo sostanzialmente
statica;
¤
la seconda, adducendo elementi
di natura gestionale ed in ragione di una maggiore dinamicità intrinseca,
meglio interpreta il profilo degli studi di taglio economico-aziendalistico.
Profili rilevanti per l’analisi dei sistemi produttivi. La prima classificazione
identifica tre profili fondamentali per l’analisi dei sistemi produttivi.
1.
Modalità
di manifestazione della domanda.
E’ collocata sull’asse verticale della rappresentazione e
si evidenziano:
¤
le produzioni per il magazzino,
per le quali si opera generalmente su previsione, anticipando la fase
produttiva rispetto a quella di acquisizione degli ordini;
¤
le produzioni su commessa,
in cui la trasformazione avviene dopo l’avvenuta acquisizione dell’ordine dal
cliente. In tal senso si può distinguere tra commessa differenziata, per
la quale è necessario attendere l’ordine per avviare le fasi di progettazione
ed esecuzione, e commessa ripetitiva, per la quale la progettazione di
massima è precedente al momento dell’acquisizione dell’ordine, salvo interventi
di dettaglio e personalizzazioni.
2.
Modalità
di predisposizione dell’offerta.
E’ collocata sull’asse orizzontale, e si declina in:
¤
la produzione unitaria,
caratterizzata da un’estrema variabilità dei cicli di lavorazione, che sfocia
nella realizzazione di manufatti unici;
¤
la produzione intermittente
o per lotti, nella quale la variabilità si attenua, scandita da
opportune alternanze di lotti e caratterizzate
¤
la produzione in serie (continua),
in cui la variabilità si annulla per estesi intervalli temporali, poiché essa è
svolta su prodotti sostanzialmente indifferenziati.
3.
Modalità
di realizzazione del prodotto.
Collocata
lungo la terza dimensione, si distingue in:
¤
produzioni per processo
(processi siderurgici, petrolchimici, cartari, alimentari, ecc.) in cui vi è
una sostanziale assenza di soluzione di continuità tra l’immissione delle
materie prime e l’ottenimento del prodotto finito. La trasformazione avviene
per modificazioni chimiche e fisiche e appare virtualmente impossibile risalire
dal prodotto finito ai materiali componenti (ciclo tecnologico obbligato);
¤
produzioni per parti (discrete)
(produzioni manifatturiere) per cui risulta possibile risalire a ritroso da un
ipotetico insieme a tutti i suoi componenti elementari (ciclo tecnologico non
obbligato)
Questo
modello, pur definendo i confini delle possibili tipologie di sistemi
produttivi, offre una visione statica del tema e non illustra le diverse
soluzioni organizzative che, di volta in volta, meglio si adattano alla
gestione dei fattori impiegati nella trasformazione.
Matrice prodotto-processo. Tale rappresentazione è costruita
ponendo a confronto rispettivamente:
¤
le caratteristiche dei prodotti processati, in
termini di mix e volumi: si osserva l’evoluzione che, dalla realizzazione
dell’esemplare unico ed irripetibile (specialty)
conduce, attraverso un processo di progressiva standardizzazione e incremento
dei volumi, alla offerta di una commodity;
¤
le specificità dei flussi produttivi idonei alla
loro trasformazione, che evidenza l’evoluzione del flusso produttivo che, da
estremamente frammentario, assume connotazioni di crescente continuità.
Sono tendenzialmente fisiologiche
le realtà che giacciono lungo le diagonale che congiunge il vertice in alto a
sinistra (esemplare unico e flusso estremamente frammentario) con il vertice
opposto (prodotto indifferenziato e flusso continuo). In tal modo sono
riconoscibili le tipiche strutture organizzative della produzione:
¤
job shop caratterizzato da
attrezzature generiche, manodopera altamente qualificata e polivalente
(realizzazione di opere con elevato contenuto artigianale od artistico);
¤
reparti, caratterizzati da una
articolazione del processo produttivo per macchinari e operazioni omogenee
sotto il profilo funzionali, con flussi fisici molto complessi e articolati
(talvolta detti intrecciati);
¤
linea, caratterizzata da una
disposizione dei macchinari dedicati sequenziata secondo le necessità dello
specifico ciclo tecnologico di un prodotto o di una famiglia di prodotti. Può
essere non connessa (in cui il trasferimento tra una workstation e un’altra avviene in modo
non automatico, tramite operatori) e connessa (in cui la movimentazione
avviene grazie all’impiego di linee transfert automatizzate);
¤
processo continuo, in cui prevalgono le problematiche tecnologiche, ed il
flusso segue generalmente un ciclo tecnologicamente obbligato.
Occorre infine sottolineare come
l’avvento dell’automazione flessibile ha inoltre parzialmente modificato il
profilo dell’area di coerenza tra processi e prodotti, aumentando le occasioni
di compatibilità tra produzioni eterogenee ed impianti tradizionalmente
orientati all’efficienza.
Tipologie di lay-out. Lo studio dei legami tra processo
e prodotto ha condotto all’identificazione delle differente tipologie di
lay-out, ovvero della disposizione planimetrica di aree, macchinari ed
attrezzature, attorno alle quali vengono movimentati i materiali ed i
componenti impiegati nella trasformazione. Esse possono essere raggruppate in:
¤
lay-out a posto fisso (o prodotto fisso) che comporta la stazionarietà del
manufatto in una definita ubicazione, attorno alla quale ruotano e vengono
movimentate le attrezzature, la manodopera ed i materiali e componenti che
concorrono alla sua realizzazione (es.
ingegneristica civile, cantieristica navale ed aeronautica);
¤
lay-out per processo (funzionale) caratterizzato da aree (reparti
funzionali) in cui sono raggruppati macchinari omogenei sotto il profilo della
funzione espletata e delle operazioni svolte. La principale giustificazione di
questa scelta risiede nell’efficienza legata allo sfruttamento ottimale di
macchinari, secondo sequenze dettate dall’omogeneità delle operazioni, e nella
notevole flessibilità delle lavorazioni (es. industria meccanica o del legno);
¤
lay-out per prodotto (in linea) che comporta una disposizione
dei macchinari coerente con il ciclo tecnologico di un determinato prodotto o
di una ristretta famiglia di prodotti: lungo la linea (di fabbricazione o
assemblaggio, connessa o non connessa) il prodotto subisce successiva fasi di
lavorazione fino alla sua ultimazione ; alcuni indubbi vantaggi conseguibili in
termini di produttività, efficienza e contenimento del work in process, si accompagnano a limiti sotto il profilo
dell’investimento e della notevole rigidità produttiva (es. industria automobilistica);
¤
lay-out per gruppo tecnologico (per celle) il quale è sorto in tempi
recenti nell’intento di unire in vantaggi, sotto il profilo della versatilità,
propri dei raparti funzionali, a quelli di efficienza tipici di una
disposizione in linea. Si tratta di un raggruppamento di macchinari e
attrezzature necessari per la realizzazione di un ristretto range di prodotti appartenenti alla
medesima famiglia (la cui appartenenza deriva da omogeneità morfologica dei
pezzi o nella comunanza del ciclo tecnologico) (es. lavorazioni meccaniche su pezzi prismatici).
10.4 Misura delle prestazioni del sistema
produttivo
Per
valutare lo stato di funzionamento del sistema, a regime o in condizioni
degradate, è necessario identificare e misurare alcune grandezze significative,
dette prestazioni, al fine di
confrontarle con le attese che scaturiscono dal processo di definizione degli
obiettivi assegnati al sistema stesso. Si tratta per lo più di grandezze
temporali o fisiche e di altri parametri espressivi delle performance del
sistema produttivo-logistico.
Tipologia di prestazioni. Occorre
innanzitutto operare una prima distinzione tra:
¤
prestazioni esterne al sistema produttivo (prestazioni in senso stretto), cioè
misurabili direttamente dal cliente o dal vertice aziendale. Esse discendono
tipicamente dagli obiettivi strategici di impresa e sono volte ad apprezzare il
grado con cui questi obiettivi vengono conseguiti (tempi di consegna, livello di
servizio erogato, qualità offerta, produttività dei fattori, ecc.);
¤
prestazioni interne al sistema produttivo (condizioni operative o parametri di
configurazione), ovvero performance e proprietà che caratterizzano singoli
fattori produttivi e che concorrono alla determinazione delle prime; esse
nascono dalle scelte di progettazione del sistema e dall’insieme di vincoli cui
questo è sottoposto (lead time, potenzialità,
dimensione del lotto, ecc.).
Il
management di produzione, di fatto, si trova a dover agire costantemente sulle
condizioni operative per poter migliorare le prestazioni finali, le uniche
apprezzabili dal mercato. In situazioni di concorrenza, poiché il cliente è in
grado di operare una selezione attraverso il confronto tra le performance
offerte da più produttori, assume particolare criticità la gestione ed il
controllo delle prestazioni finali; in situazioni di monopolio, diviene
inevitabile una maggiore attenzione al governo delle prestazioni interne.
Famiglie di prestazioni esterne.
Limitatamente al primo insieme di prestazioni, è
possibile distinguere quattro gruppi di prestazioni, legate ai concetti di
produttività, qualità, flessibilità e servizio.
- La produttività totale, espressione del rapporto tra output
valorizzato al costo industriale standard e valore dell’insieme dei
fattori produttivi, può essere scomposta in più produttività parziali, con
riferimento ai singoli fattori impiegati: capitale (fisso e
circolante), lavoro e (manodopera diretta, indiretta e lavoro
impiegatizio) e materiali (diretti, ausiliari ed energia).
- La qualità viene generalmente valutata con riferimento alle sue
componenti rappresentate dalla qualità di progetto, dalla qualità di
conformità, dalla affidabilità e manutenibilità e dalla assistenza
tecnica.
- Il servizio viene espresse dall’insieme di assistenza tecnica
garantita in sede di installazione, talvolta inserita nei parametri di
qualità, di prontezza delle consegne e di personalizzazione rispetto agli
specifici bisogni del cliente.
- La flessibilità può essere osservata sotto molteplici profili,
tutti legati alla capacità di far fronte alla maggior o minor turbolenza
attesa ed al suo impatto sul sistema produttivo in oggetto.
Come
emerge, non è sempre possibile definire in modo univoco l’appartenenza di una
singola performance ad una specifica famiglia, in quanto talune possono essere
comprese indifferentemente in uno o più insiemi di prestazione. Le prestazioni
indicate manifestano, inoltre, stretti legami di interdipendenza e si
influenzano reciprocamente, lungo più direttrici:
¤
relazioni orizzontali,
all’interno del set di prestazioni finali al mercato e all’interno del set di
condizioni operative;
¤
relazioni verticali ed
incrociate tra condizioni operative e conseguenti prestazioni
finali.
L’esigenza,
espressa in misura crescente dalle realtà manifatturiere, di disporre in
efficaci e sintetici sistemi di controllo delle prestazioni del sistema
produttivo ha condotto alla progettazione di “cruscotti” o “tableau de bord”, in grado di offrire,
attraverso l’osservazione di pochi indici aggregati uno stretto monitoraggio
delle performance qualificanti il sistema, dei suoi margini di miglioramento e
delle direttrici lungo le quali progredire.
E’
possibile una rappresentazione multivettoriale del set di prestazioni che
permette di apprezzare il gap tra risultati attesi e performance ottenute,
evidenziando lacune e ridondanza, punti di forza e aree di
inefficienza/inefficacia. La rilevazione degli scostamenti tra prestazioni
attese e rilevate costituisce l’origine del processo che conduce alla
progettazione ed attuazione di interventi correttivi di adeguamento del sistema
produttivo-logistico, da collocarsi ai vari livelli del sistema decisionale
d’azienda.
10.5 Processo di previsione - pianificazione -
esecuzione della produzione
Il tema
centrale dell’attività di pianificazione della produzione risiede
nell’esistenza di armonizzare le richieste del mercato (espresse dalla
previsione della domanda, ovvero consolidate in un portafoglio ordini) con le
potenzialità del sistema produttivo. Esso è pertanto correlato agli altri
sistemi che caratterizzano la gestione aziendale: commerciale,
amministrativo-finanziario, organizzativo e con questi interagisce nella
incessante ricerca di un equilibrio globale.
Pianificazioni e tipologie di
processi produttivi. Nell’affrontare il tema della programmazione e
controllo della produzione non è possibile prescindere dalla tipologia del
processo produttivo oggetto di analisi e dalle sue caratteristiche operative.
Infatti le caratteristiche del processo (discreto o continuo), delle operazioni
(di fabbricazione o montaggio), i volumi trattati (pezzi singoli, piccoli e
grandi serie) e le tipologie di produzione (per commessa o per il magazzino),
evidenziano problematiche radicalmente differenti.
Si
distinguono le seguenti tipologie:
¤
processi
continui (chimico, petrolifero, siderurgico, ecc.), generalmente
caratterizzati da un limitato numero di prodotti semplici (o poco complessi),
poche fasi di lavorazione e flussi produttivi lunghi e relativamente agevoli da
programmare; eventuali elementi di complessità possono nascere in caso di
produzioni congiunte, in cui il mix produttivo tecnologicamente vincolato ed
immodificabile di discosta dal mix delle richiese di mercato;
¤
produzione
per lotti, caratterizzata da maggior complessità a causa
della numerosità dei centri di lavoro,dall’intrecciarsi dei lunghi ed
articolati cicli di lavorazione, della differente durata delle singole
operazioni e della presenza di prodotti complessi;
¤
produzione
a flusso in linea (di montaggio e/o di fabbricazione) che presenta
una numerosità di prodotti superiore alle industrie di processo, ma serie più
lunghe rispetto alle produzioni a lotti; tali processi, specie quelli di
assemblaggio, qualora operino su parti e componenti acquisiti dall’esterno,
subiscono le aleatorietà dei mercati di fase;
¤
produzione
su commessa (singola o ripetitiva), in cui la criticità si
sposta dalla fase di programmazione aggregata a quella del controllo degli
ordini in lavorazione e dello stato di avanzamento delle commesse. In proposito
sembra opportuno distinguere tra produzioni su commessa a posto fisso, in cui
risulta critico il controllo dei tempi e dei costi, e produzioni su commessa
per reparti, assimilabili in termini di complessità alla produzione per lotti.
Fasi del processo di
programmazione. Le fasi del processo di programmazione possono
essere descritte come sequenziali, per quanto nella realtà esse debbano
essere svolte contestualmente, anche se con cadenze talvolta differenti, al
fine di garantire continuità alle attività aziendali. E’ necessario
sottolineare innanzitutto l’esigenza di una stretta armonia, sotto il profilo
dell’orizzonte temporale abbracciato, del grado di dettaglio delle elaborazioni
e delle risorse coinvolte.
- Previsione
della domanda. Il piano della domanda
viene generalmente elaborato dalle funzioni commerciali, con l’eventuale
ausilio della logistica e trae spunto dalle previsioni delle vendite e dal
portafoglio ordini esistente. Il saldo netto tra fabbisogni generati dalle
previsioni della domanda e disponibilità di magazzino prodotti finiti
costituisce il fabbisogno di produzione e, opportunamente ragguaglio in
una misura di capacità produttiva definisce la Capacità Produttiva
Necessaria (cpn) nell’orizzonte di
previsione esplorato.
- Analisi
del Piano aggregato. Il Piano Aggregato di
Produzione (Production Plan - pp)
ha lo scopo di pianificare l’impiego delle risorse, valutandone i limiti
in termini di elasticità. Dalla contrapposizione della cpn
con la Capacità Produttiva Disponibile (cpd)
si genera una prima verifica di fattibilità o di carico. In caso di
soluzione negativo, ricercando modalità di ampliamento della capacità
produttiva o attenuando le ambizioni commerciali, occorre procedere alla
ripianificazione attraverso la rivisitazione delle previsioni di vendita.
In caso affermativo, si sviluppa la fase successiva.
- Elaborazione
del Piano principale. Nel Master Production
Schedule (mps)
si definiscono le alternanze di produzione e l’entità dei lotti, avendo
cura di operare secondo modalità di saturazione della capacità produttive
e di livellamento dei carichi di lavoro.
- Esplosione
dei fabbisogni di materialità e capacità.
Autorizzato l’mps si
procede alla programmazione di dettaglio dei carichi in funzione dei
fabbisogni di materiali e componenti (Material
Requirements Planning - mrp).
Parallelamente occorre valutare la disponibilità delle capacità produttive
richieste dai Cicli di Lavorazione (Capacity
Requirements Planning - crp).
L’output principale è costituito dalle richieste d’Acquisto (RdA), inviate
all’Ufficio acquisti e dalle richieste di lavorazione (RdL), inviato agli
enti coinvolti nella schedulazione operativa dei reparti.
- Elaborazione
del Piano degli Acquisti. L’ufficio acquisti
trasforma le richieste d’acquisto (Rda) in ordini d’acquisto (OdA) e
provvede alla loro trasmissione ai fornitori abilitati, selezionati
all’interno di un portafoglio fornitori ristretto, o a fornitori nuovi da
ricercare sul mercato degli approvvigionamenti.
- Elaborazione
del Piano operativo di produzione. Analogamente,
le richieste di lavorazione (RdL) vengono trasformate in ordini di
lavorazione (OdL) da inviare ai reparti operativi. In queta fase si
definisce il Piano Operativo di produzione, caratterizzato dal Piano
Finale di Montaggio (Final Assembly
Schedul - fas)
per le attività terminali, e dallo Scheduling
in senso streto per tutte le altre operazioni.
- Esecuzione
delle operations. Gli
ordini così pianificati vengono lanciati ai reparti a monte, ai terzi
fornitori, tenendo debito conto dei rispettivi lead-time e delle esistenze disponibili a magazzino.
Verificata la disponibilità di tutti i componenti e della capacità
produttiva, si da avvio alla fase di esecuzione con il progressivo
rilascio degli ordini di produzione e assemblaggio verso l’interno e di
acquisto verso l’esterno.
- Controllo
di avanzamento e misura delle performances. L’ultimo
anello del ciclo descritto, è rappresentato dal Controllo di Produzione,
inteso a monitorare il corretto avanzamento del lavoro: l’attività di
controllo sviluppa input informativi sullo stato delle macchine e dei
processi utili alle misure di prestazione del sistema
produttivo-logistico, alla reimpostazione dei cicli successivi del
processo di programmazione, ad eventuali scelte di investimento
concernenti le risorse produttive (uomini e macchine) e alla valutazione e
selezione dei partner esterni (fornitori e terzisti).
11. I processi di marketing e di vendita
11.1 Definizione di marketing e processo di
marketing management
La definizione di marketing. Il
marketing può essere definita la scienza delle differenze (la proposizione di valore
dell’impresa, qualunque sia la sua composizione, deve avare alcuni elementi
fondanti di differenziazione rispetto alla concorrenza, al fine di attirare
l’attenzione del consumatore stimolando la sua decisione di acquisto) e della percezione (tali differenze assumono rilevanza
economica solo se vengono percepite come tali dal cliente): quindi gestire i
processi di marketing significa creare e comunicare differenze che siano
percepibile dal cliente, in modo economicamente redditizio per l’impresa. La
funzione prioritaria del marketing è dunque quella di collegare l’impresa al
suo ambiente di riferimento (il mercato, se il versante di osservazione è la
domanda; il settore, qualora si ponga attenzione all’offerta e alla
concorrenza), consentendo un continuo interscambio: esso non è solo volto alla
massimizzazione del valore della domanda ma, almeno nella prospettiva
dell’impresa, si pone come obiettivo fondamentale quello di definire e
sostenere un vantaggio competitivo duraturo dinamico e difendibile per
l’impresa.
Una delle definizioni più
condivise dalla letteratura accademica in relazione al concetto di marketing
appare quella formulata dall’American
Marketing Association nel 1985, che recita così: “Il marketing è un’attività di processo necessaria per pianificare e
realizzare lo sviluppo, la promozione e la distribuzione di idee, beni e
servizi, per creare uno scambio che soddisfi le aspirazioni degli individui e
delle organizzazioni”.
Evoluzione storica del marketing. Negli
anni ‘50 nei processi di marketing non esisteva alcun orientamento al
cliente e nessuna ricerca per indagare le preferenze del cliente stesso, ma al
contrario un orientamento totale al prodotto in un approccio ingegneristico al marketing (domanda > offerta).
Negli anni ’70, a
causa del crollo dei consumi in seguito allo shock petrolifero, si adotta un
orientamento alla vendite che utilizza principalmente due strumenti: la forza
vendita e la pubblicità. Tuttavia permane un basso ascolto della voce del
cliente (domanda < offerta).
Negli anni ’80,
coerentemente con i processi di globalizzazione e di liberalizzazione, si
sviluppa l’orientamento di marketing basato sull’offerta e nasce l’impresa
cliente-centrica (domanda << offerta).
Il
concetto di valore percepito dal cliente. Il
concetto di valore percepito per il cliente è un’espressione di natura relativa
a due livelli. In primo luogo si parla di percezioni della clientela, che
possono dunque assumere caratteristiche di spiccata varianza all’interno del
mercato target dell’impresa. Secondariamente, l’espressione del valore
percepito dal cliente discende dal rapporto (espressione relativa) tra i
benefici che il prodotto/servizio è in grado di trasmettere al consumatore
rapportati ai sacrifici che il consumatore deve sostenere per fruire di tali
benefici.

V.p. = ≈ si io
Più in dettaglio, tra i
costi sacrifici si annoverano:
¤
costi monetari:
quanto il consumatore pagherà per entrare direttamente in possesso del prodotto
o servizio;
¤
costi informativi:
costi legati alle necessità di reperimento delle informazioni sulla data
referenza di prodotto nei vari punti di vendita, e che sono in funzione dello
spazio fisico da percorrere e del tempo da dedicare a ciò;
¤
costi opportunità:
costi che si manifestano allorché, dato un vincolo di bilancio, il consumatore
devolve gran parte di questo ad un acquisto e deve rinunciare all’opportunità
di poter acquisire altri beni;
¤
costi di esercizio:
normali costi di gestione del bene all’interno di una data finestra temporale
(di solito l’anno);
¤
costi di manutenzione:
spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria del bene in oggetto;
¤
costi di formazione:
costi collegabili alla necessità di formare il personale sulle caratteristiche
fisico-tecniche del bene o sulle date specifiche del servizio al fine di
permetterne un utilizzo agevole ai fini della produzione di valore per
l’impresa;
¤
costi di riconversione:
costi che si verificano tipicamente nel passaggio da un’interfaccia di prodotto
connotata da un dato standard ad una nuova e diversa.
Nel marketing non si fa
riferimento all’utente, il quale
presenta un significato passivo, ma al cliente
il quale è un soggetto attivo dell’interscambio attivato dall’impresa e in caso
di insoddisfazione ha due opzioni:
¤
uscita: in regime di concorrenza il cliente
insoddisfatto può cambiare erogatore del prodotto/servizio;
¤
voce: il
cliente insoddisfatto che esplicita l’insoddisfazione verso la sua sfera
parentale-amicale, può coprire un’area di 3200 persone.
Perciò si fa riferimento
all’utente solo in caso di regime di
monopolio, ossia quando il cliente non ha un opzione “uscita”.
Il processo di marketing management. Il
processo di marketing management può essere suddiviso in tre sub-processi
sequenziali:
Il marketing
analitico consiste in un’analisi del mercato esterno per mappare i desiderata del cliente e per conoscere
gli ambiti di mercato già occupati dai rivali indiretti e indiretti.
Il marketing
strategico riguarda la segmentazione del mercato e il successivo
posizionamento dell’offerta dell’impresa, ossia la scelta della proposizione di
valore da offrire al mercato target.
Il marketing
operativo si riferisce all’erogazione della proposizione di valore
attraverso cui l’impresa realizza le fasi per l’ingegnerizzazione della propria
proposizione d’offerta al cliente, definendo altresì il livello di prezzo, i
canali distributivi attraverso cui realizzare concretamente l’interfaccia
produttore-consumatore e alla comunicazione della proposizione di valore,
tipicamente attraverso l’azione combinata della forza vendita e del communication mix.
11.2 Il marketing analitico
La scelta di
posizionamento d’offerta dell’impresa si compone di due elementi: un’analisi
della concorrenza diretta o indiretta, esistente o potenziale, di mercato
(ottica supply-based) e un’analisi
della domanda al fine di costruire l’offerta in modo più adeguato alle esigenze
della clientela (ottica demand-based).
11.2.1 La concorrenza
Definizione di confini dell’agone competitivo. Per
definire i confini dell’agone competitivo è necessario cogliere l’esistenza di
una serie di omogeneità tra le diverse imprese sapendo che, quanto più numerose
ed importanti risultano essere tali omogeneità, tanto più due imprese
condivideranno lo stesso territorio competitivo:
¤
omogeneità di natura tecnologica
(tecnologie produttive di prodotto e processo impiegati dai soggetti-impresa);
¤
omogeneità di natura commerciale
(tipologia dei processi di marketing e vendita legali allo specifico prodotto o
servizio);
¤
omogeneità legate alla soddisfazione
di uno stesso bisogno del consumatore, sia intermedio che finale;
¤
omogeneità legate ai materiali
utilizzati nei processi produttivi, cioè componenti e semilavorati, per ciò
che concerne i prodotti, o delle competenze intellettuali e professionali,
per ciò che riguarda i servizi.
Indici di concentrazione. Un’analisi
della struttura del settore fa riferimento al suo grado di concentrazione, vale
a dire il numero di imprese operanti nel settore e, quindi, il potere di
mercato che questi detengono.
Un primo indicatore del
potere di mercato dell’impresa può essere dedotto dalla sua quota di mercato, assoluta o relativa.
La prima è definita come il rapporto tra la il fatturato dell’impresa e il
fatturato totale delle imprese appartenenti al dato settore. La seconda sarà
invece espressione del rapporto tra il fatturato dell’impresa e il fatturato
della maggiore impresa concorrente.
Un altro strumento che
permette di misurare con semplicità la concentrazione del mercato è
rappresentato dalla curva di Lorenz.
Essa pone in relazione sull’asse delle ascisse la percentuale cumulata del
numero delle imprese e, sull’asse delle ordinate, la percentuale cumulata delle
vendite (cioè la quota di mercato). Perciò, quando il settore sarà poco
concentrato la curva tenderà ad avvicinarsi alla retta di equistribuzione,
mentre nel caso opposto tenderà ad avvicinarsi alla retta di ABC.
Prospettiva dinamica del settore. I
confini del settore non costituiscono una difesa intoccabile, né tanto meno
sono immutabili: al contrario, essi sono oggi caratterizzati da uno spiccato
dinamismo legato a vari fenomeni come la convergenza settoriale,
l’ipercompetizione e la globalizzazione di vasti ambiti dell’economia. La
visione allargata del settore comporta l’analisi di cinque forze competitive,
di cui quattro esterne ed una interna, secondo il noto modello della
concorrenza allargata proposto da Porter: concorrenti; potenziali
entranti; fornitori; clienti e prodotti sostitutivi.
Il tenore competitivo
dipenderà allora alle relazioni in atto con i mercati di fornitura e di sbocco,
che influenzeranno il settore in relazione all’intensità dei poteri
contrattuali relativi dei fornitori e dei clienti; dalla pressione competitiva
che possono esercitare i concorrenti potenziali, la cui entrata nell’agone è
frenata da barriere di natura finanziaria, commerciale, produttiva,
istituzionale/legislativa che potranno comunque essere aggirate, presto o
tardi; dall’esistenza di prodotti o servizi succedanei o perfetti sostituti,
che competono con gli attori del settore in parola per la soddisfazione di un
medesimo bisogno da parte della domanda.
11.2.2 La domanda

Analisi
quantitativa della domanda. L’analisi quantitativa consiste nella misurazione della
domanda potenziale di mercato e della domanda attuale.
La domanda potenziale è il valore ipotetico
della richiesta che potrebbe, in una certa situazione ambientale e in definito
arco di tempo, provenire da un dato mercato. Una traduzione in termini
operativi di tale concetto avviene nei termini di potenziale di mercato, ossia
la massima quantità (a volumi o a valore) vendibile in una data unità di tempo
e in un dato mercato: da un punto di vista analitico rappresenta un asintoto
orizzontale a cui tenderà la curva di domanda effettiva.
Con riferimento alla domanda attuale,
invece, il riferimento primario è dato dall’indicatore della quota di mercato.
A livello di domanda effettiva primaria, intervengono poi a supporto del
management d’impresa altre fonti informative, quali quelle tipicamente
pubblicate da enti pubblici, associazioni di categoria, ecc.
Lo scostamento tra la domanda primaria e domanda
potenziale darà origine ad un gap di potenziale, segnalando per altro il
grado di espansibilità della domanda primaria in risposta alle azioni di
marketing adottate dalle imprese concorrenti. Analoghi gap di potenziale
potranno poi essere calcolati tra le singole domande secondarie delle imprese e
la domanda potenziale per indagare gli spazi di crescita potenziale per ogni
marca. Infine potrà essere calcolato uno scostamento tra domanda primaria
effettiva e domanda secondaria effettiva per ogni impresa per identificare gli
spazi di crescita, rebus sic stantibus,
per ogni impresa.
Analisi
qualitativa della domanda. Parallelamente e in via assolutamente complementare ed
integrata, accanto all’analisi quantitativa della domanda deve essere condotta
anche un’analisi dei comportamenti d’acquisto del consumatore, anche grazie al
supporto metodologico di altre discipline, quali la psicologia e la sociologia
in primo piano.
E’ innanzitutto possibile definire il processo
d’acquisto del consumatore come una serie di fasi sequenziali:
1.
percezione del bisogno;
2.
ricerca, attiva e/o passiva, di informazioni;
3.
valutazione delle alternative di offerta esistenti sul
mercato (valutazione pre-acquisto);
4.
decisione di acquisto;
5.
valutazione dell’esperienza di consumo (valutazione
post-acquisto).
Tali fasi possono essere ricondotte all’interno di
tre sistemi che rappresentano altrettanti momenti e fasi dell’analisi del comportamento
d’acquisto del consumatore:
a)
sistema motivazionale: forze e pulsioni che
inducono l’individuo a mettere in atto dati comportamenti d’acquisto,
nell’intento di soddisfare i suoi bisogni tradotti in una o più esigenze di
consumo. Le motivazioni dell’acquisto saranno collegati all’intensità percepita
del bisogno da soddisfare, al grado di specificità dei bisogni, oppure alla
natura funzionale o simbolica del beneficio ricercato nei prodotti / servizi;
b)
sistema percettivo: le principali categorie
di fonti informative per il consumatore appaiono quattro:
¤
fonti commerciali (messaggi convogliati
dall’impresa attraverso i canali comunicazionali e distributivi);
¤
fonti istituzionali (caratterizzate da una certa
imparzialità e provenienti da organi degli apparati pubblici o da associazioni
di tutela dei consumatori);
¤
fonti interpersonali (legate al cosiddetto
“passaparola”, positivo o negativo, generato dalla prova e consumo del dato
prodotto / servizio da persona appartenenti alla sfera parentale-amicale del
consumatore);
¤
fonti empiriche (legate ad un’esperienza di consumo pregressa
diretta del dato prodotto o servizio);
c)
sistema valutativo: il sistema valutativo è un
processo di gerarchizzazione delle preferenze già ristrette all’interno
dell’insieme evocato (ossia la selezione, tra le diverse alternative di
offerta, di un ristretto numero di marche), attraverso un confronto delle
preferenze stesse con il sistema individuale di conoscenze, di convinzioni e di
atteggiamenti, al fine di giungere ad identificare quell’alternativa idonea a
garantire il conseguimento delle finalità perseguite e dunque a una decisione
di acquisto.
Ad esso seguirà la
verifica del grado di soddisfazione delle aspettative, da cui dipende in ultima
analisi la possibilità dell’impresa di conquistare stabilmente le preferenze
della domanda.
11.3 Il marketing strategico
Il marketing strategico,
che si declina nelle due fasi di segmentazione della domanda e di
posizionamento dell’offerta, è finalizzato alla scelta della proposizione di
valore da offrire al mercato target,
con l’obiettivo di aumentare la propria quota di mercato tramite un
comportamento proattivo. Infatti l’impresa può difficilmente conseguire il
successo di mercato proponendosi con un’offerta indistinta valida per tutti i
consumatori: consumatori con preferenze distinte richiedono un approccio
particolareggiato da parte dell’impresa che, identificando le caratteristiche
discriminanti di essi, possa quindi sviluppare un’offerta perfettamente consistente
con tali richieste.
11.3.1 La segmentazione della domanda
La segmentazione è il processo attraverso cui le
imprese suddividono la domanda in insiemi di consumatori o di acquirenti, in
modo tale che gli individui che appartengono allo stesso insieme siano
caratterizzati da funzioni di domanda il più possibile simili tra loro e,
contemporaneamente, il più possibile diverse da quelle degli altri insiemi.
E’ un’attività che permette di conseguire alcuni importanti
obiettivi:
¤
assicurare una minore
pressione concorrenziale sull’impresa (in seguito alla differenziazione sull’offerta);
¤
permettere una più
razionale composizione del portafoglio prodotti dell’impresa (grazie alle preferenze
provenienti dai segmenti target identificati e serviti);
¤
facilitare il
conseguimento di più elevati profitti (grazie alla possibilità di focalizzare il
pacchetto d’offerta e lo sforzo commerciale su un nucleo più limitato di
consumatori);
¤
generare nei clienti una
consonanza tra aspettative di prodotto e performance effettive (customer satisfaction) e, di conseguenza,tassi crescenti di fedeltà
alla marca.
Con riferimento alla segmentazione per i beni di
consumo, i principali criteri di segmentazione attuabili sono:
a)
criterio geografico: il mercato viene
suddiviso in varie aree geografiche, generalmente coincidenti con dei confini
politico-amministrativi di vario livello (stati, macro-raggruppamenti
regionali, regioni, province, città, zone, quartieri). Si tratta di un criterio
di facile applicabilità, data la natura essenzialmente desk dei dati necessari per giungere alla tassonomizzazione dei
vari segmenti. E’ comunque evidente il basso valore aggiunto che un’analisi di
questo tipo può generare, data la sua staticità e la sua genericità
informativa;
b)
criterio socio-demografico:
la
segmentazione socio-demografica viene realizzata mediante l’utilizzo di
descrittori quali l’età, il sesso, il reddito, il numero di membri della
famiglia, la professione, il titolo di studio, o spesso realizzando un incrocio
multidimensionale tra più descrittori. Si tratta di una metodologia ampiamente
diffusa, data la sua relativa semplicità di applicazione e la comprovata
correlazione che si è frequentemente registrata tra il consumo di dati beni e
alcuni descrittori socio-demografici. Tuttavia è un metodo che descrive
soltanto il consumatore e le sue caratteristiche, mentre non giunge a svolgere
alcuna indagine in merito alle motivazioni psico-sociologiche alla base dei
suoi comportamenti d’acquisto. Inoltre poiché questo tipo di analisi ha come
base dei dati desk prodotti da istituti di rilevazione (istat) ad intervanni di tempo stabiliti, c’è il rischio per
l’impresa di adottare dei dati non più attuali come base per la segmentazione
del mercato;
c)
criterio psicografico: lo stile di vita è un’espressione
multidimensionale delle caratteristiche e del comportamento di un individuo,
sia come singolo, sia nella società in cui vive, e ha una duplic e matrice
(psicologica e sociologica). La segmentazione psicografica si fonda su tre
elementi centrali, vale a dire:
¤
le attività, ovvero ciò che gli individui fanno
nel corso del loro lavoro e nel tempo libero;
¤
gli interessi, cioè che cosa appare importante per
gli individui nella vita quotidiana;
¤
le opinioni, vale a dire le convinzioni
dell’individuo su numerosi aspetti, tra quali per esempio la politica, la
religione, la natura,l’economia, ecc.
La combinazione di questi
tre descrittori permetterà di giungere ad una definizione dei vari segmenti,
spesso affiancate da una descrizione del profilo socio-demografico del segmento
stesso. E’ questo il primo metodo di segmentazione che tenta un approccio di
analisi e non più solo di descrizione;
d) criterio comportamentale: la segmentazione
comportamentale rovescia la descrizione del profilo del consumatore partendo proprio
dal suo comportamento d’acquisto. Le tre variabili che ricorrono con maggiore
frequenza sono lo status dell’utilizzatore (non utilizzatori | utilizzatori al
primo acquisto | utilizzatori) , la situazione d’uso (diversi ambiti di
utilizzazione del prodotto/servizio) e la fedeltà alla marca (consumatori
affezionati | relativamente affezionati | occasionali);
e)
criterio secondo i
benefici ricercati: tale segmentazione mira ad identificare e, conseguentemente, a
raggruppare i consumatori spinti da eguali motivazioni verso l’acquisto di un
dato prodotto, servizio o marca nello specifico. Si tratta di reinterpretare il
concetto di prodotto come insieme di beni che soddisfano lo stesso bisogno:
all’interno di una stessa classe di prodotti coesisteranno allora un insieme di
beni che, mediante alcune differenze nelle caratteristiche secondarie,
concorreranno a soddisfare in maniera differenziata bisogni specifici diversi.
Vi saranno quindi segmenti composti da persone che, nell’acquisto di prodotti
appartenenti alla stessa classe, sono mosse dalla ricerca di benefici simili.
11.3.2 Posizionamento dell’offerta
L’impresa dovrà dar luogo ad un’offerta che
risulti il più possibile rispondente alle attese dei segmenti target previamente identificati, al fine di fidelizzare il
consumatore e acquisire dunque un vantaggio competitivo sulla concorrenza. Tale
processo di matching delle
caratteristiche di prodotto o servizio con i desiderata dei segmenti target viene definito posizionamento
dell’offerta: esso è una decisione strategica chiave all’interno del processo
di marketing management.
Nella definizione del posizionamento dell’offerta
d’impresa occorre indagare sue due dimensioni d’analisi:
1. come il consumatore
percepisce l’offerta attuale d’impresa (se esistente) e quella dei suoi
competitor, tramite lo strumento della mappa delle percezioni. Essa
identifica sulla base di due parametri discriminanti, la posizione percepita
dai consumatori con riferimento ad un certo numero di marche;
2. quali sono le preferenze
del consumatore con riferimento alla soddisfazione di un dato bisogno,
attraverso la mappa delle preferenze sulla quale si indica, rispetto ad
alcune caratteristiche rilevanti, la dimensione dei segmenti di mercato che
manifestano preferenza per una definita combinazione di attributi del prodotto.
Mediante la sovrapposizione della mappa delle
percezioni con la mappa delle preferenze, sarà quindi possibile verificare
l’esistenza di segmenti non coperti dall’attuale offerta del prodotto o
servizio (vuoti d’offerta).
Al fine di incidere sulle percezioni del
consumatore con riferimento alla propria marca, l’impresa potrà adottare uno o
più tra i seguenti criteri di posizionamento:
¤
posizionamento sugli attributi del prodotto/servizio,
ossia un posizionamento fondato sulle caratteristiche specifiche
differenziatici del prodotto;
¤
posizionamento sulle risorse invisibili, quali la
leadership tecnologica, l’immagine del marchio, la reputazione di qualità,
ecc.;
¤
posizionamento sui benefici ricercati dalla clientela,
ossia la capacità del prodotto di fornire una soluzione rispetto ai problemi ed
ai bisogni del consumatore;
¤
posizionamento sul prezzo, il quale non è solo un
indicatore del costo sacrificio, ma rappresenta un importante elemento
informativo nei confronti del consumatore;
¤
posizionamento sugli utilizzatori potenziali;
¤
posizionamento su leader di opinione;
¤
posizionamento diretto, che avviene chiamando
direttamente in causa un’altra marca, rispetto alla quale, si pongono in
evidenza le qualità discriminanti e migliorative tramite la pubblicità
comparativa;
¤
posizionamento su effetto “paese d’origine”,
sfruttando l’associazione di uno specifico paese per affermare un’immagine di
qualità o di competenza.
11.4 Il marketing operativo
Le precedenti fasi del processo di marketing
management consentono all’impresa una significativa riduzione della complessità
ambientale con cui la stessa deve rapportarsi. Il successivo momento di
erogazione della proposizione di valore si connatura per un insieme di
decisioni e azioni di natura più operativa rispetto alle precedenti, attraverso
cui l’impresa si propone di gestire la relazione di mercato con la clientela target, modellando su di essa le
caratteristiche della propria proposizione di valore. Vi sono quattro decisioni
oggetto di declinazione da parte dell’impresa:
1. la definizione delle
caratteristiche del prodotto (product);
2. la fissazione di un
prezzo per il prodotto precedentemente ingegnerizzati (price);
3. l’identificazione dei più
appropriati canali distributivi del prodotto (place);
4. un set di strumenti di
comunicazione per facilitare il collocamento del prodotto/servizio presso il
pubblico di riferimento (communication).
11.4.1 Product
La gestione della leva del prodotto prevede la
declinazione di un pacchetto di variabili (il cosiddetto product mix) quali:
¤
la caratterizzazione della natura fisico-tecnica
del prodotto (peso, volume, larghezza, lunghezza);
¤
la sua fuzione d’uso;
¤
la presenza di marca e di gamma: la marca è
un nome o un simbolo che distingue un prodotto o servizio di una data impresa
rispetto a quelli della concorrenza; per gamma di prodotto si intende invece
l’insieme di prodotti e/o servizi offerti dall’impresa al mercato;
¤
servizi pre e post vendita: i servizi pre-vendita hanno
contenuto fortemente informativo e sono tesi ad educare il consumatore con
riferimento alle caratteristiche fisico-tecniche e di performance del bene, al
fine di favorire una sua più oculata decisione d’acquisto; i servizi post
vendita invece sono tesi a gestire eventuali problematiche che si verifichino
dopo l’acquisto del bene e all’atto del suo consumo, fornendo assistenza al
consumatore, per esempio, nei casi di un guasto del prodotto (garanzia);
¤
il design, ossia la particolare forma estetica e
funzionale che caratterizza lo specifico prodotto;
¤
il confezionamento (packaging), vale a dire tutte
le attività relative alla progettazione, al design e alla produzione dei
contenitori necessari ai fini della commercializzazione di un prodotto. Ciò che
contraddistingue la confezione dal semplice imballaggio è la sua capacità di
comunicare l’identità del prodotto e della marca di riferimento, nonché quella
di incrementarne il valore aggiunto.
11.4.2 Price
Fissazione
del prezzo. La
definizione del prezzo base è la prima leva del price mix e l’impresa potrà di adottare uno tra i tre seguenti
orientamenti:
¤
orientamento ai costi: alle varie voci di costo di
produzione e di vendita sostenuti si va ad aggiungere il margine standard di
ricarico (markup) deciso
dall’impressa stessa su base soggettiva e arbitraria;
¤
orientamento alla concorrenza: la definizione del prezzo
avviene sulla base delle decisione tariffarie già implementate dai rivali; tale
metodo tenderà ad essere utilizzato in primo luogo in situazione di oligopolio
e di leadership di quota di mercato e, in tal senso,il leader di quota diverrà
anche il price maker, mentre gli
altri attori agiranno quali price taker;
¤
orientamento alla domanda: l’obiettivo è cercare di
definire a un prezzo per ognuna delle categorie (segmenti) di clienti target
sulla base della loro maggiore o minore elasticità al prezzo, al reddito nei
confronti di altri prodotti eventualmente sostitutivi (elasticità incrociata).
E’ indicato nel momento di un lancio di un nuovo prodotto, allorché non
esistano basi di raffronto su prodotti in diretta concorrenza.
Gestione
del prezzo. La
gestione del prezzo è l’insieme delle decisioni, che si modificano nel tempo e
nello spazio, relativa alla ridefinizione o modificazione del prezzo del
prodotto. Essa dipende da numerose variabili, tra cui:
¤
presenza di una scala sconti: spesso le imprese affiancano al
prezzo di listino (face price) una
scala sconti variabile tra le varie categorie di clientela che giunge in
sostanza a definire un prezzo ben inferiore rispetto a quello di listino (actual price).
¤
termini di pagamento: il cliente non si trova nelle
stesse condizioni se ha negoziato una condizione di pagamento a 30 gg. oppure a
90 gg. Nel secondo caso è in pratica come se potesse beneficiare di una
proroga-prestito da parte del fornitore, che può agevolare in tal senso la
gestione finanziaria e di tesoreria del cliente;
¤
offerte speciali: l’impresa può decidere di porre
in vendita il suo prodotto per un dato periodo a condizioni tariffarie
ribassate (cut price); oppure la
stessa impresa può porre in vendita lo stesso prodotto allo stesso prezzo, ma
abbinando insieme a prezzo zero un’altra sua referenza (bundle price);
¤
discriminazione del prezzo: secondo la definizione
dell’analisi economica, si ha discriminazione del prezzo qualora due o più prodotti
siano venduti a prezzi che costituiscono una percentuale differente dei
rispettivi costi marginali. Esistono diverse tipologie di discriminazione del
prezzo, tra cui: la discriminazione secondo la destinazione del
prodotto/servizio; la discriminazione secondo le caratteristiche
dell’acquirente; discriminazione secondo i volumi d’acquisto; discriminazione
per autoclassificazione dell’acquirente; discriminazione secondo le zone (in
base ai diversi livelli economico-reddituali).
11.4.3 Place
Un’ulteriore leva oggetto di declinazione riguarda
la scelta delle modalità e degli sforzi commerciali per far giungere il
prodotto / servizio dal produttore al consumatore. Essa può essere logicamente
scomposta nelle seguenti sotto-categorie (place
mix):
¤
scelta dei canali distributivi: fa riferimento al numero di
intermediari che si frapporranno tra produttore e consumatore lungo il percorso
fisico ed economico di trasferimento del prodotto e si può distinguere fra canale lungo (produttore, grossista,
dettagliante, consumatore), un canale
breve (produttore, intermediario, consumatore) e un canale diretto (produttore, consumatore);
¤
grado di copertura dei canali distributivi: l’impresa potrà
scegliere tra una copertura estensiva
(favorendo la presenza del suo prodotto presso tutti gli intermediari di zona),
una copertura selettiva (selezionando
solo alcuni tra gli intermediari del luogo) o infine una copertura esclusiva (concedendo ad un solo intermediario per zona
la possibilità di commercializzare i propri prodotti);
¤
grado di penetrazione del prodotto/servizio presso la
clientela intermedia: l’impresa dovrà inoltre decidere quante unità cercare
di collocare presso ogni punto di vendita;
¤
distribuzione fisica del prodotto: fa riferimento a tutte
le scelte riguardanti la logistica di prodotto, ossia l’ubicazione dei
magazzini intermedi ove collocare la merce, la tipologia dei mezzi di trasporto
utilizzati per la consegna dei beni, ecc.
11.4.4 Communication
Rete di
vendita. Per
ciò che concerne la struttura retributiva della rete ci sono tre opzioni
percorribili:
¤
rete di vendita diretta, composta da venditori
legati all’impresa da un contratto di lavoro dipendente e dunque retribuiti con
uno stipendio mensile predefinito;
¤
rete di vendita indiretta, in cui i venditori sono
agenti, mono o plurimandatari, che tipicamente vengono remunerati a provvigione
sulla base della quantità di prodotto vendute;
¤
rete di vendita mista, situazione che tende a
prevedere una base retributiva fissa, a cui si viene ad abbinare anche una parte
variabile, legata alle prestazioni conseguite. Ciò al fine di eliminare gli
svantaggi che sia la rete diretta che quella indiretta hanno: nel primo caso,
uno stipendio fisso può essere un fattore demotivante; nel secondo caso, una
rete di vendita indiretta può essere altresì penalizzante nel caso si tratti di
prodotti a difficile collocazione sul mercato.
Leva della
comunicazione. Accanto alla comunicazione tipicamente di natura interpersonale,
l’impresa può utilizzare un altro set di strumenti di comunicazione, di natura
più o meno tradizionale, che rientrano nel cosiddetto communication mix, con l’obiettivo di facilitare il collocamento
del prodotto o servizio presso il pubblico di riferimento. Gli strumenti di cui
l’impresa si serve sono:
¤
pubblicità: insieme di iniziative che mirano a promuovere le
vendite di un’impresa, attraverso l’evidenza o l’espansione del bisogno dei
suoi prodotti (attitudine positiva), conservando nel contempo l’immagine della
stessa impresa e della sua offerta gli occhi della domanda, con un orizzonte a
medio-lungo periodo;
¤
promozione delle vendite: strumenti che perseguono
risultati di breve termine che vengono utilizzati quando l’impresa ha necessità
di ridurre le scorte di magazzino e dunque la magnitudine degli oneri finanziari;
l’obiettivo viene raggiunto attraverso la cessione de prodotti a prezzi
scontati;
¤
sponsorizzazione: formula comunicativa che fa sì
che l’impresa associ in via esplicita il suo nome a quello di un evento
culturale o di spettacolo connotato dalla capacità di generare autonomo
interesse presso i media;
¤
fiere e convegni: in tali circostanze, l’impresa
stimola il contatto con il mercato di riferimento e spesso ha la possibilità di
comunicare direttamente con la sua audience
senza l’utilizzo di intermediari che spesso operano con proprie politiche e con
propri obiettivi contributivi e competitivi;
¤
pubbliche relazioni: insieme di attività programmate
e pianificate, sia di ordine operativo sia di ordine strategico, volte a
fornire un’immagine positiva dell’organizzazione, allo scopo di assicurarsi il
favore e la simpatia dei diversi pubblici con cui l’impresa si relazione e
interagisce: il cliente finale, il mercato finanziario, gli stakeholder, ecc.;
¤
direct marketing: forma di comunicazione
diretta che avviene tra produttore e consumatore; tra le forme più note vi sono
il tele-marketing, le vendite televisive, l’utilizzo del mezzo postale, e,
infine,siti internet e e-mail per fornire al consumatore offerte quanto più
possibile personalizzate alle sue esigenze.
11.5 Il piano di marketing
I tre momenti del processo di marketing management trovano una sintesi logica all’interno di un
documento formale redatto all’interno dell’impresa dalla funzione marketing: il
piano di marketing. Esso, più nel
dettaglio, permetterà di identificare gli obiettivi e le priorità di azione per
la funziona marketing all’interno dell’orizzonte temporale fissato, sulla base
della dotazione di budget allocata.
Il piano di marketing non equivale al piano
industriale (business plan), ma si
tratta invece di un tipico strumento di pianificazione funzionale, utile sia
per dar vita ad un forte commitment
tra i collaboratori della funzione interessata agli obiettivi
economico-reddituale-competitivi identificati, sia per veicolare gli stessi in
chiave intra-aziendale, vale a dire sia presso le altre funzioni di line e
staff, sia presso l’alta direzione, ai fini di una sua analisi critica e,
successivamente, di una approvazione e sostegno. Solo in alcuni casi (per
esempio un retailer), l’attività svolta
è tale da far coincidere in gran parte il piano industriale con il piano di
marketing.
Più nel dettaglio, la struttura del piano di
marketing può essere sviluppata all’interno di quattro principali fasi:
1.
la diagnosi dello stato dell’arte economico-competitivo-reddituale;
2.
la definizione degli obiettivi, al fine di
modificare lo stato dell’arte a favore dell’impresa, attraverso un suo
incremento di quota di mercato e di contribuzione economica;
3.
la fissazione delle modalità di attuazione, ossa
il raggiungimento concreto degli obiettivi identificati;
4.
il controllo economico-competitivo dei risultati
raggiunti, che risulta essere momento fondanti della fase di diagnosi del
successivo piano di marketing.
12. Il processo di sviluppo e lancio di nuovi
prodotti
12.1 Introduzione alle innovazioni di prodotto
Una
delle inconfutabili tendenze dell’attuale stadio in cui si trovano le economie
capitaliste più evolute si riconduce alla crescente importanza del processo di innovazione nella vita
delle imprese. L’innovazione è allo stato attuale considerata come una (se non
“la”) determinante chiave del vantaggio competitivo: la ricerca scientifica,
tecnologica e commerciale di nuovi
prodotti, nuovi servizi¸ nuove forme
aziendali, nuovi mercati e nuove industrie diventa quindi una
costante dell’economia, che si trova periodicamente a far ricorso alle
innovazioni per stimolare la domanda e per garantire il naturale processo di
differenziazione dell’offerta.
Se tutte
le innovazioni menzionate divengono un momento centrale nei processi gestionali
dell’economia di impresa, tra di esse allo stato attuale risultano di
particolare interesse le innovazioni di
prodotto. La progettazione e lo sviluppo di nuovi prodotti è diventata
un’arma centrale nella competizione strategica a causa dei seguenti fattori:
¤
le crescenti opportunità
tecnologiche derivante dall’accelerazione delle tecnologie informatiche e delle
telecomunicazione (ict);
¤
la presenza di clienti
insoddisfatti a causa della progressiva maturazione delle aspettative della
domanda;
¤
l’apparizione di nuovi
concorrenti agguerriti per la progressiva globalizzazione dei mercati.
12.2 Tipologie di innovazioni di prodotto
Gli
studi microeconomici relativi allo sviluppo e al lancio di innovazioni in
differenti contesti industriali hanno portato storicamente a identificare due
principali vettori di innovazione:
¤
la spinta tecnologica (technology push): i cicli di produzione
scientifica, che trovano realizzazione nelle applicazioni tecnologiche;
¤
la trazione della domanda
(demand pull): una domanda legata al
mondo economico-finanziario che, scommettendo su certi scenari industriali e
investendo su certe applicazioni, facilita l’affermazione di determinate
innovazioni.
Questa
duplice linea d’azione trova ampio riscontro anche a livello economico
aziendale, nella quale si classificano le innovazioni prendendo a riferimento
una chiave di lettura a carattere tecnologico
oppure una prospettiva chiaramente legata al mercato di riferimento per l’impresa.
Classificazione technology-oriented. La
matrice si fonda sulle dimensioni relative al grado di cambiamento necessario
al processo produttivo a supporto
dell’innovazione e del grado di cambiamento del prodotto stesso. Dalla figura emergono sostanzialmente tre aree
rilevanti per l’analisi:
¤
le innovazioni breakthrough: richiedono la
generazione di nuovo concetto di prodotto e necessitano di un nuovo processo
produttivo (es. insulina per la cura del
diabete; condizionatore);
¤
le innovazioni derivate:
esse rielaborano un concetto di prodotto simile ai prodotti esistenti e un
processo produttivo analogo a quelli già presenti in azienda (es. 486 della Intel);
¤
le innovazioni a piattaforma:
risultano di più difficile definizione seppur non introducano le innovazioni
radicali proprie delle innovazioni breakthrough;
queste innovazioni si basano su una piattaforma che permette miglioramenti su
molteplici dimensioni (es.
Accord della Honda; upgrading di Microsoft Windows);
Classificazione
market-oriented. La
precedente analisi esclude categoricamente il concetto di mercato, che rappresenta invece un importante vettore di creazione
delle innovazioni. Per operare una classificazione market-oriented può essere utile far ricorso a una matrice
bidimensionale che classifica i tipi di innovazioni a seconda del grado di
novità che esse presentano per l’impresa
e per il mercato.
Dalla
matrice emergono:
¤
i really new products,ossia innovazioni radicali che, in
quanto tali, risultano nuove per il mercato oltre che per l’impresa (es. Napster; autovettura a tre
porte Smart; asta virtuale E-bay);
¤
le innovazioni di mercato,
ossia prodotti nuovi per il mercato ma non per l’impresa e che comunque
rappresentano una forma di innovazione, poiché permettono a un determinato
segmento di consumatori di beneficiare per la prima volta di un nuovo
prodotto (es. strategie di internazionalizzazione di aziende di
servizi come McDonald’s o Blockbuster; strategie di estensione dell’utilizzo
del prodotto a nuovi segmenti di mercato come Eli Lilly con il Prozac);
¤
le innovazioni imitative,
vale a dire prodotti nuovi per l’impresa ma non per il mercato che, pur non
rappresentando innovazioni radicali, costituiscono un’altra importante forma di
innovazione. Essi spesso richiedono sforzi di marketing notevoli all’azienda,
seppur prodotti con caratteristiche analoghe ad altri prodotti presenti sul
mercato (es. imac da parte di Apple; marchio Replay
nell’abbigliamento);
¤
le innovazioni incrementali,
cioè prodotti che non sono nuovi né per l’impresa né per il mercato: sono
incluse innovazioni che richiedono uno scarso impegno di risorse e competenze
per le imprese, che pure il mercato percepisce come non rilevanti. Queste innovazioni
sono abitualmente legate a cambiamenti di caratteristiche del prodotto
marginali, quali il re-styiling, il packaging, o anche aspetti di contenuto
come nel caso di up-grading
tecnologici (es. modelli di telefonino Nokia
ed Eriksonn).
12.3 Approcci strategici per l’innovazione
Approccio razionale.
In base a questo approccio (risalente alle modalità realizzativi di nuovi
prodotti da parte di organizzazioni di grandi dimensioni a cavallo tra gli anni
Cinquanta e Sessanta), il processo innovativo viene ripartito in una serie di
fasi relative alle principali attività da svolgere per trasformare un’idea
innovativa in un prodotto finito. Anziché essere concepito come un processo casuale, esso presenta una struttura completamente organizzata,
costruita attorno ad una serie di fasi separate da punti di controllo
che inducono il processo ad avanzare o a recedere a seconda del superamento dei
requisiti ritenuti necessari in seguito allo svolgimento di ciascuna fase.
Le
caratteristiche peculiari di tale approccio sono essenzialmente due:
¤
la particolare configurazione
della struttura del processo, concepita in termini strettamente sequenziali. Ciò è dovuto al fatto che ciascuna
fase richiede l’impiego di competenze specialistiche e che ciascuna di esse,
producendo un semilavorato innovativo (idea, prototipo, prodotto) che risulta
funzionale allo svolgimento della fase successiva, si lega secondo un modello
input-output alle rimanenti fasi;
¤
il tendenziale isomorfismo
tra l’impresa e l’ambiente, evidenziato dalla fase di monitoraggio
ambientale quale punto di partenza dell’intero processo, che porta ad adattare
l’innovazione alle caratteristiche del contesto ambientale – relativo
quest’ultimo alle opportunità tecnologiche e di mercato. Se infatti il
compimento di ciascuna fase può essere messo in atto dall’impresa una volta che
sia stato conseguito l’output dalla fase precedente, è evidente che la fase
iniziale presenterà maggiori difficoltà di attuazione, non venendo a dipendere
da alcuna altra fase: tale momento viene generalmente fatto coincidere con il
c.d. environmental scanning.
Approccio cognitivo.
Come evidenziato da Takeuchi e Nonaka, la crescente complessità ambientale e
organizzativa e l’affermazione di uno stato di ipercompetizione a livello
settoriale, rendendo meno agevoli i processi di adattamento hanno difatti reso
centrali i processi di produzione di nuova conoscenza quali driver del
processo innovativo. Per queste ragioni le imprese si sono dotate di un nuovo
approccio strategico l’innovazione, che può essere denominato cognitivo.
Perciò,
la rilevanza dei processi di apprendimento porta alla progettazione di una configurazione
organizzativa in grado di favorire continue sovrapposizioni ed iterazioni delle
competenze e degli individui coinvolti nell’innovazione di prodotto (il modello della fotocopiatrice FX 3500
della Fuji Xerox). In sintesi, le peculiarità del processo innovativo
concepito secondo questo approccio si riferiscono ai processi che favoriscono
l’apprendimento organizzative e sono ascrivibili a:
¤
attivare proattivamente
l’ambiente esterno: questo si riscontra nel continuo svolgimento di
frequenti processi di sperimentazione per alimentare in modo continuativo la
generazione di nuova conoscenza e di nuove idee finalizzate all’innovazione di
prodotto. In particolare, l’allontanamento della logica adattiva non implica
l’eliminazione dell’ambiente dal processo innovativo, ma ciò che cambia è il
ruolo da esso svolto: l’approccio cognitivo propone una continua interazione
della conoscenza dell’impresa con la conoscenza dei molteplici attori presenti
nell’ambiente esterno (clienti, fornitori, ecc.);
¤
produrre e diffondere in modo
continuativo la conoscenza necessaria alla creazioni di nuovi prodotti,
attraverso la parallelizzazione del processo; grazie allo svolgimento in
parallelo di alcune delle fasi che caratterizzano il processo (e quindi
l’impiego in parallelo di diverse competenze) la struttura in questione
permette di ottimizzare i tempi di development
(efficienza) e anche stimolare la creatività dei membri coinvolti nel processo
(efficacia).
12.4 Struttura del processo innovativo
Rischio dell’innovazione. Il
rischio dello sviluppo di innovazioni si può rappresentare seguendo un grafico
che pone in relazione la dinamica dei flussi di cassa legati allo sviluppo e al
lancio dell’innovazione stessa. A fronte di un ritorno non evidente,
l’innovazione porta a sostenere l’investimento prima ancora che sia chiara la
dinamica temporale ad esso associata e l’orizzonte di pay-off che ne deriva
all’impresa. In particolare vi sono tre punti critici:
1.
un primo punto si riferisce all’inizio
dell’investimento quando l’impresa inizia a sostenere l’investimento per
l’innovazione; l’aspetto critico è la mole di investimento che potrà essere
ammortizzata solo negli anni a venire;
2.
un secondo momento si riferisce
al lancio dell’innovazione sul mercato, momento in cui l’innovazione incomincia
a produrre risultati positivi grazie alle revenue
stream che vengono generate;
3.
un terzo punto è rappresentato
dal momento in cui le revenue sono in
grado di superare l’investimento affrontato (break even point) e composto sia dai costi fissi legati alla
progettazione dell’innovazione sia a quelli fissi legati alla gestione della
produzione del nuovo prodotto nel mercato. Per le innovazioni di successo
questo punto è fondamentale poiché a partire da esso l’innovazione potrà
alimentare flussi economici positivi che contribuiranno interamente alla
profittabilità dell’impresa.
Aspetto
di massima rilevanza è che le innovazioni non necessariamente riescono a
superare gli ultimi due momenti evidenziati poiché stessono non raggiungono la
fase di lancio e in altre circostanze ancora non raggiungono il break-even
legato all’investimento per esse sostenuto.
Fasi dello sviluppo
dell’innovazione. A fronte della complessità strutturale che
caratterizza lo sviluppo e il lancio di innovazioni risulta evidente la necessità
di organizzarsi per ridurre il rischio ad esse legato. Lo sviluppo
dell’innovazione viene quindi tradizionalmente interpretato come un processo da
svolgersi impiegando un insieme di fasi, tra cui:
¤
la creazione delle idee,
fondata sull’analisi del patrimonio di risorse a disposizione dell’impresa e
dell’ambiente di riferimento, sulla base di intuizioni del personale interno o
sulla base di investimenti specialistici in attività di ricerca;
¤
la selezione delle idee,
in cui le idee create nella fase precedente vengono ridotte in un numero
limitato, sulla base dei principi di economicità, di fattibilità tecnologica e
di efficienza economico-finanziaria del progetto;
¤
lo sviluppo del prototipo,
relativi alla creazione fisica del prototipo di prodotto e servizio in modo da
poter concretamente identificare la fattibilità tecnica ed economica, e testare
l’indice di gradimento del mercato di riferimento;
¤
lo sviluppo del prodotto,
relativo alla creazione definitiva del prodotto, per poter verificare con product o market test la sua accettabilità e il suo successo potenziale in
seguito al lancio sul mercato;
¤
il lancio, relativo al testing finale del prodotto e alle
scelte di eventuale fitting
immediatamente dopo l’introduzione del prodotto o servizio nel mercato.
Trend di investimenti nelle fasi
di sviluppo. L’importanza relativa delle diverse fasi in cui è
possibile articolare il processo è stata osservata grazie a un insieme di
ricerche svolte statunitensi (1968). Esse hanno messo in luce come, a fine anni
sessanta, le fasi di realizzazione tecnico-produttiva e di lancio commerciale
del prodotto hanno tradizionalmente occupato gran parte degli investimenti
riguardanti il processo, comportando quindi un aumento dei rischi associati
all’innovazione. In particolare si attribuiva il forte tasso di insuccesso dei
nuovi prodotti di allora a una mancata ponderazione delle effettive
potenzialità presenti nel prodotto, dovuta agli scarsi investimenti finanziari
sostenuti nelle fase iniziali del processo.
Nonostante
questo, la ripetizione dello studio (1982) ha evidenziato una crescita relativa
dell’investimento nelle prime fasi rispetto a quelo sostenuto nelle fase
terminali. Tale sensibile aumento dell’investimento rispetto alle fasi di
realizzazione fisico-tecnica si è stimato abbia portato a una riduzione al 29%
delle risorse investite in nuovi prodotti ritirati dal mercato.
12.5 Tecniche per l’integrazione del processo
Una
barriera che tradizionalmente limita l’integrazione tra le competenze
specialistiche impiegate nel recesso si collega al diverso linguaggio impiegato
nel processo innovativo: nel primo caso un il linguaggio del mercato (quello
“sociologico” dei consumatori), nell’altro il linguaggio tecnologico (quello
“ingegneristico” dei tecnici adibiti alla progettazione). Sono in particolare
due le tecniche che possono essere impiegate per favorire l’interazione
comunicazionale: la catena mezzi-fini
e la casa della qualità.
Catena mezzi-fini. Alla
base della catena mezzi-fini vi è l’idea che il comportamento di ogni
consumatore sia mosso da valori
terminali e strumentali che influenzano il processo di acquisto e consumo dei
beni e servizi. Più precisamente, i valori si riflettono in una serie di benefici che i clienti ricercano nel
loro comportamento di acquisto e consumo, e che definiscono le aspettative
intorno alle quali i clienti valutano gli attributi
tangibili e intangibili effettivamente presenti nel prodotto e servizio che
intendono acquistare.
Allo
scopo di individuare le caratteristiche del prodotto e servizio che l’impresa
intende sviluppare, è quindi opportuno costruire una catena mezzi-fini che
riconduca direttamente gli attributi presenti nell’innovazione ai benefici
ricercati dal cliente e, più in generali, ai valori che muovono le sue azioni.
1.
I benefici ricercati del
cliente possono essere classificati in:
¤
esplicita o impliciti, a seconda
del loro grado di razionalizzazione o latenza nei processi cognitivi dei
clienti;
¤
funzionali o simbolici, a
seconda dalla natura intrinseca (cioè tecnico-funzionale) o estrinseca (ovvero
psico-sociale) ricercata.
Visto
inoltre che il comportamento di acquisto e consumo è finalizzato non solo alla
ricerca dei benefici, ma anche ad evitare malefici, i clienti possono anche
apprezzare e quindi ricercare innovazioni che riducano i costi connessi al
processo di acquisto e consumo.
2.
In seguito all’identificazione
puntuale dei benefici/costi che il consumatore intende ricercare/evitare nel
processo di acquisto e consumo, l’impresa può esplicitare un insieme di attributi
che impattano singolarmente su ciascun beneficio/costo, e che complessivamente
accrescono il “valore” ricercato dal cliente. Accade abitualmente che gli
attributi finalizzati a soddisfare specifici benefici e a evitare particolari
costi sono molteplici. E’ quindi opportuno impiegare tecniche di misurazione
che consentano di indicare l’importanza associata ai singoli attributi del
servizio complessivo (di “composizione” o di “analisi congiunta”).
Casa della qualità. In
seguito alla comprensione degli attributi ritenuti critici dal cliente per
soddisfare specifici benefici o minimizzare costi, l’impresa deve agevolare la
comprensione degli stessi in contesti sostanzialmente differenti: le tecniche
in questione vanno sotto il nome di quality
function deployment.Esso si propone di trasformare le richieste dei clienti
in specifiche progettuali, ponderando l’importanza delle singole
specifiche e valutando le eventuali incongruenze. Così facendo accresce
notevolmente la qualità dei prodotti, riducendo i tempi necessari allo sviluppo
e i costi legati alla progettazione.
La
rappresentazione più celebre del quality
function deployment prende il nome di “casa della qualità” e impiega una
matrice sui cui assi sono indicati gli attributi richiesti dal cliente e le
specifiche produttive per realizzarli. Essa fornisce un criterio razionale per
scegliere quali attributi sviluppare e con quale intensità renderli presenti
nello sviluppo di un’innovazione di un prodotto o servizio. Le fasi della “casa
della qualità” sono le seguenti:
1.
Il primo passo consiste
nell’identificare i capoversi delle righe della matrice attraverso ricerche di
mercato che permettano di comprendere gli specifici attributi richiesti
dal cliente e la loro importanza attraverso una semplice scala di valutazione
delle preferenze.
2.
Il secondo passo porta ad identificare
gli specifici parametri tecnici che definiscono la performance
dell’oggetto analizzato.
3.
Ogni parametro sarà legato da
una specifica relazione, in termini sia di direzione sia di intensità, con gli
attributi richiesti dal cliente, e il terzo passo da seguire porta a valutare
la relazione positiva o negativa tra il singolo parametro e ciascun
attributo.
4.
Oltre all’importanza degli
attributi richiesti dal cliente e la relazione tra questi e i parametri
ingegneristico, la scelta potrà essere agevolata dal tetto della casa, che è
volto ad illustrare la relazione che sussiste tra i parametri tecnici. Il
quarto passo consiste quindi nello studio delle interrelazioni tra
ciascun parametro.
5.
La casa della qualità può essere
completata con l’inserimento dei dati relativi alla percezione dei clienti
rispetto alla performance di prodotto dell’impresa e dei suoi concorrenti.
In
conclusione, a seconda dell’importanza che il cliente associa ai singoli
attributi, alla relazione tra queste e i parametri, e al modo in cui le
prestazioni si differenziano da quelle dei concorrenti, si potrà propendere per
uno specifico tipo di innovazione. Mettendo sullo stesso piano richieste del
cliente, parametri tecnici per realizzarle e caratteristiche dei prodotti dei
concorrenti, la “casa della qualità” è una tecnica manageriale che permette di
superare le barriere principali di linguaggio che si vengono a creare tra le
funzioni.
12.6 L’innovazione continua
I
recenti modelli sull’ipercompetizione e sulla competizione dinamica ci hanno
insegnato che la sola opportunità che le imprese hanno di preservare il proprio
vantaggio competitivo nell’ambito di complessi è quello di distruggerlo e
ricrearlo continuamente. Come dimostrano aziende quali Microsoft, Intel,
Diesel, Amazon, la capacità di spiazzare il comportamento dei concorrenti
attraverso l’innovazione di prodotto
continua rappresenta un processo più direttamente legato alla comprensione
dei meccanismi di innovazione in contesti complessi e, più in particolare,
all’identificazione delle fonti del vantaggio competitivo nell’ambito di
contesti ipercompetitivi.
Un
modello strutturato di innovazione continua si basa su due pilastri concettuali
che verranno ora descritti.
Scelte strategiche sulle
tipologie di innovazioni da attivare. L’idea di innovazione
continua si fonda su un cadenzamento sistematico delle innovazioni; ciò non
implica chiaramente sviluppare in modo continuativo innovazioni di natura
radicale, visti i costi che questa comporta, ma un ricorso a trecentosessanta
gradi alle varie tipologie di innovazioni attivabili nel mercato. In una chiave
di lettura della strategia, basata sul modello dei tre giochi competitivi, è
possibile evidenziare in modo puntuale il tipo di innovazione cui l’impresa
deve ricorrere per realizzare una strategia dinamica di innovazione continua.
1.
Per impostare il gioco di
movimento l’impresa deve inizialmente ricorrere a una innovazione radicale. Essendo il primo gioco caratterizzato da
massimo dinamismo e dall’obiettivo di affermare uno standard di prodotto
nell’ambito del mercato, il really new
product rappresenta la modalità più coerente per la creazione e
affermazione dello standard.
2.
Il gioco di imitazione
deve invece essere gestito con un’innovazione
di prodotto (imitative), che rappresenta un’imitazione o un eventuale
estensione di linea. In questo secondo momento, l’affermazione dello standard
porta al sostenimento del vantaggio attraverso innovazioni che presentano un
impatto più limitato per il mercato di riferimento, e che seguono la scia delle
innovazioni radicali.
3.
Quando la situazione settoriale
si stabilizza diviene opportuno impostare un gioco di posizione, facendo
leva su innovazioni incrementali che
stimolino il riacquisto del prodotto o, eventualmente, nel caso il settore
presenti limitati margini di redditività su innovazioni
di mercato che permettono di estendere il gioco competitivo su nuovi
segmenti di mercato non ancora soddisfatti.
Le
tipologie di innovazione possono essere quindi analizzate in quest’ottica
dinamica e lanciate in sequenza per affrontare in modo strategico la
complessità dei mercati ipercompetitivi.
Modalità organizzative.
Le modalità organizzative richiedono di prestare particolare attenzione ai
processi interni all’impresa e, in particolar modo, alla gestione delle
competenze di cui essa si compone e che contribuiscono attivamente alla
generazione del vantaggio competitivo. Da un punto di vista organizzativo,
infatti, la continuità innovativa si basa sulla:
¤
identificazione di conoscenza
specialistica che si differenzia dal punto di vista del
contenuto;
¤
combinazione della conoscenza
specialistica, al fine di tradurla in nuovo prodotto da
immettere sul mercato;
¤
riconfigurazione delle
combinazioni di conoscenza specialistica, in
modo da evitare di rendere obsoleto il modello progettuale esistente e favorire
l’introduzione continua di innovazioni nel mercato.
(1) La
fase dell’identificazione della conoscenza specialistica deve puntare a
rilevare le competenze ritenute essenziali ai fini dello sviluppo e di lancio
dei nuovi prodotti. Tra di esse figurano le competenze specialistiche, legate a forma di conoscenza tecnica;
poiché ogni innovazione presenta una matrice tecnologica e, allo stesso tempo,
deve essere sempre destinata a un mercato finale e quindi avere una componente
di mercato, si possono distinguere:
¤
competenze tecnologiche,
finalizzate ad accrescere la conoscenza relativa alla R&S, all’engineering e al manufacturing;
¤
competenze di marketing,
che tendono a produrre la conoscenza relativa alle varie fasi del marketing e i
suoi processi.
(2) In seguito
all’identificazione delle competenze specialistiche, diventa poi fondamentale
l’utilizzo delle competenze integrative:
queste ultime consentono di comporre ad unità la conoscenza tecnica sviluppata
e codificata nelle competenze specialistiche per il nuovo prodotto. Le competenze
integrative, cioè, producono la conoscenza organizzativa in grado di costruire
l’architettura più idonea per combinare e coordinare tra loro le competenze
tecnologiche e d i mercato nell’ambito del progetto innovativo.
(3) Aspetto
conclusivo del modello di innovazione continua si riferisce alla necessità di
cambiare la logica progettuale della combinazione, almeno una tantum. Per
introdurre innovazioni caratterizzate da diversità progettuale diviene quindi
opportuno impiegare anche competenze
dinamiche, ovvero delle meta-competenze che permettono di variare la logica
di fondo con cui le competenze integrative mettono in campo l’integrazione. Questo
tipo di competenze si articola in:
¤
competenze di riconfigurazione,
legate alla variazione dell’architettura della conoscenza per l’innovazione;
¤
competenze di ricombinazione,
legate alla variazione delle modalità di integrazione delle conoscenza nel tempo.
I
processi relativi all’identificazione, alla combinazione e alla
riconfigurazione formano un ciclo virtuoso che stimola il sostenimento
del vantaggio competitivo attraverso l’innovazione continua. E’ fondamentale
notare come il ciclo si autoalimenti: esso cioè attiva una spirale virtuosa che
amplifica il proprio raggio di azione nel tempo. L’idea del modello è che
l’impresa non si fermi alla singola
innovazione, ma grazie all’apprendimento che produce nel corso di ciascuna
specifica innovazione che decide di realizzare, essa riesce a disgelare nuove
forme di conoscenza specialistica e, quindi, nuove modalità combinative
relative alla conoscenza integrativa, che le permettono di evolvere nel tempo
producendo numerose innovazioni,
ovvero producendo innovazioni con continuità.
10.7 L’innovazione in ambienti virtuali
Caratteristiche dell’innovazione
in ambienti virtuali. L’innovazione di prodotto in
contesti virtuali, quali gli ambienti prodotti da Internet e dalle nuove
tecnologie, presenta alcune peculiarità di carattere organizzativo. In questo
tipo di contesti infatti l’impresa tende ad abbandonare la filosofia gestionale
dell’innovazione gerarchica e fordista, e fa ricorso a un approccio
più relazionale. Questo processo di
esternalizzazione di parte della produzione dell’innovazione avviene per tre
ragioni, che si riconducono:
¤
alla maggiore complessità
della conoscenza innovativa, che porta a condividere la forme di sapere per
l’eccessivo onere di gestire autonomamente la conoscenza complessa;
¤
al crescente grado di astrazione
proprio degli ambienti virtuali, che favorisce le forme di condivisione del
sapere tra diversi attori;
¤
al potenziale di connessione
degli stessi ambienti, che permette un salto qualitativo nella gestione del
sapere.
Complessità,
astrazione e potenziale di connessione agevolano la formazione di network per
l’innovazione e permettono sempre più frequentemente la divisione del lavoro
interorganizzativo. Va sottolineato come anche in ambienti virtuali
l’innovazione richiede sempre la presenza di conoscenza specializzata; ma, al contempo, essa richiede lo
svolgimento di una funzione aggregativi e combinativi che porta a connettere le
diverse forme di conoscenza presenti sul mercato.

Matrice delle competenze da
sviluppare. La seguente matrice illustra le diverse
competenze che è necessario sviluppare per lanciare nuovi prodotti nel
passaggio da ambienti tradizionali ad ambienti virtuali. Si nota che mentre in
ambienti tradizionali le condizioni di contesto portano all’endogenizzazione
di gran parte del processo innovativo e richiedono lo sviluppo e la presenza di
competenze specialistiche e di integrazione interna, nel caso di Internet si
manifesterà invece una progressiva divisione del lavoro innovativo, che
richiede la formazione di nuove competenze. Si manifestano in particolare due
momenti evolutivi di massima importanza:
¤
in un primo momento, il luogo di
gestione dell’innovazione rimane l’impresa, la quale tuttavia per le
ragioni descritte (complessità, astrazione e connessione) usufruirà di parte
della conoscenza presente nella rete, presidiando anche competenze di
integrazione esterna (es. sistemi di betatesting; sito aziendale; comunità virtuali di
creazione di conoscenza);
¤
in un secondo momento, il
processo di progressiva virtualizzazione degli ambienti afferma come luogo di
gestione dell’innovazione la rete stessa. Si passa quindi da una forma
di innovazione gestita dall’impresa reticolare (l’impresa che attiva una rete
esterna) a un’innovazione governata da una rete di imprese (la rete che attiva
le singole imprese). In questo nuovo contesto, reso possibile dalla progressiva
affermazione di Internet, diventa innanzitutto essenziale che ciascuna impresa
consegua un livello di specializzazione della conoscenza coerente con le esigenze
innovative del network (competenze nodali).
Tali competenze dovranno convivere con le competenze
di connessione, ovvero competenze che permettono al network di aggregare le
competenze distribuite nel mercato a livello della specializzazione garantita dalla
singola impresa.
14. Fondamenti dell’economia digitale
14.1 Verso un nuovo paradigma
Uno
degli aspetti più evidenti della nuova economia è l’affermazione della sua
componente digitale o virtuale. L’economia
digitale esprime un contesto nel
quale le transazioni economiche e le funzioni, che governano le imprese, le
istituzioni e la collettività sono programmate ed eseguite con il supporto di
tecnologie digitali. La virtualizzazione dei processi è riconducibile alla
diffusione di sistemi elettronici di comunicazione, che è ormai iniziata molta
tempo; l’elemento di novità sta tuttavia nel riconoscimento dei quattro
fondamenti stanno qualificano l’originalità dell’economia digitale, i quali
sono riferibili a:
- diffusione e affermazione
di un protocollo standard, universale e aperto (quale Internet);
- pervasività dell’interconnessione
elettronica tra cose, persone, imprese, istituzioni e sistemi Paese;
- separazione
dell’economia delle cose fisiche dall’economia della conoscenza e
dell’informazione;
- superamento del trade off
tra richness e reach tra persone, imprese,
istituzioni.
14.2 L’affermazione di un protocollo standard,
universale e aperto
Quando
due tecnologie incompatibili lottano per divenire lo standard, si dice che esse
sono impegnate in una guerra per lo standard (Apple vs IBM; Pal vs Secam; ecc.). Per Internet non si è
manifestata una guerra ed è stato subito riconosciuto quale standard universale
e aperto il prtocollo che ha creato il World Wide Web, la rete che sta
interconnettendo tutto il pianeta terra.
Gli
obiettivi e gli scopi preposti alla realizzazione iniziale di Internet erano
ben definiti; lo scopo riconosciuto era di facilitare lo scambio e la
condivisione della conoscenza in ambito militare ed accademico,
con modalità che garantissero la massima interattività, interdicendo però il
suo impiego per la diffusione di informazioni e la negoziazione di transazioni
commerciali. Tuttavia si riconobbe rapidamente la necessità di aprire la rete
ad utilizzatori più estesi, a causa dei vantaggi che si potevano intravedere
per lo sviluppo per l’economia e per soddisfare le nuove priorità di
interconnessione espresse da imprese e dalle singolo persone: il driver di
questo sviluppo fu attivato dalla possibilità dell’utilizzo dell’e-mail, che garantiva
l’asincronicità della comunicazione.
Il punto
di flesso nella curva che innescò lo sviluppo esponenziale di Internet si
verificò nel 1990 quando il governo americano rimosse i vincoli posti
all’impiego di questo protocollo e nello stesso tempo cessò di finanziare
questa intrapresa, deregolamentando Internet e favorendo il suo sfruttamento
commerciale. Con il passare del tempo e la crescente affermazione di Internet
imprese e cliente hanno iniziato ad apprezzare la possibilità di “dialogare”
tra loro e di apprendere gli uni dagli altri, di integrare e coordinare i
processi transazionali che regolano le rispettive attività. Le istituzioni, le
autorità di governo centrali e locali possono con maggiore trasparenza
informare e comunicare con i cittadini ed elevare la democrazia nella società
civile.
14.3 L’interconnessione tra cose, uomini, imprese,
istituzioni e sistemi Paese
L’affermazione
di standard universali aperti hanno stimolato l’esplosione della connettività.
Ogni cosa, persona, impresa, istituzione e sistema Paese saranno in un prossimo
futuro interconnessi elettronicamente gli uni agli altri, in una fitta rete
planetaria capace di accedere e scambiare ogni tipo di informazione e
contenuto, ad un costo marginale nullo.
Per
quanto riguarda la comunicazione, questa può essere, in funzione della
contestualità temporale, sincrona o asincrona e in relazione alla
numerosità dei soggetti e delle caratteristiche del messaggio scambiato, può
essere distinta in many to many, one to many, many to one
o one to one. Gli scambi possono riguardare non solo messaggi ma anche
beni e servizi, che possono essere transati grazie al trasferimento elettronico
di documenti e ordini di pagamento.
Una straordinaria magnitudo di volume e di mezzi
di comunicazione favorirà ancor più la possibilità di connettività e
soprattutto la qualità, la velocità e la varietà dei contenuti che potranno
essere trasmessi e ai quali si potrà accedere a costi sempre più contenuti.
Ogni prodotto (auto, telefoni, televisione, pc, ecc.) e ogni servizio (profit e
non profit) saranno assistiti, potenziati e interconnessi tra loro nelle
piccole reti locali e nelle grandi reti planetarie. Il fenomeno
dell’interconnessione, che oggi si sta diffondendo esponenzialmente negli Stati
Uniti, si è rapidamente esteso anche in Europa e in Asia e convergerà
altrettanto rapidamente nella creazione di una unica e integrata rete
planetaria. Questo processo di connettività planetaria sta introducendo con
sempre maggiore evidenza un grande cambiamento nelle convenzioni e nelle
ortodossie che sino ad oggi hanno organizzato e regolano le attività del genere
umano.
14.4 La separazione dell’economia delle cose
fisiche dall’economia della conoscenza
Mentre
nell’economia tradizionale si distinguevano le attività in capital o labor intensive,
nella nuova economia ogni impresa dovrà essere valutata per il suo contenuto information intensive. Il contributo e
il peso dell’informazione nel bilancio del PNL del Paese e di quello delle
imprese è sempre più elevato e costantemente crescente.
La fonte
più strategica del vantaggio competitivo ed uno dei generatori di valore più
significativi sono riconosciuti nella capacità di ogni istituzione e di ogni
individuo di possedere in abbondanza, accedere con facilità e utilizzare
creativamente conoscenza e informazione. Tutto il mondo dello cose
fisiche ne è impregnato. Il significato stesso di catena del valore viene
rappresentato con una concatenazione di attività e di processi che esprimono
l’incorporazione di cose fisiche e di contenuti di conoscenza che concorrono
alla generazione e trasferimento alla clientela di una proposizione di valore,
che a sua volta si materializza in un bundling
di cose fisiche, conoscenza e informazione.
Nella
nuova economia information intensive
l’aspetto più innovativo e originale, per le evidenti implicazioni che verranno
descritte per la riconfigurazione della catena del valore, è invece
riconoscibile nel processo di separazione in atto tra cose fisiche e il
contenuto stesso della conoscenza e dell’informazione. La causa di tale
separazione è imputabile alla diffusione delle nuove tecnologie ICT che
attraverso la rete permettono e facilitano la diffusione e l’accesso
all’informazione in modo disgiunto dalla fisicità.
L’economia
delle cose fisiche e l’economia della conoscenza e dell’informazione sono
fondamentalmente diverse:
¤
quando una cosa fisica è
venduta cessa di essere posseduta; quando una cosa fisica deve essere
riprodotta necessita di in investimenti con costi elevati; le cose fisiche sono
più sfruttate e sottoposte ad un processo di depauperazione delle risorse con
cui sono realizzate e nel contempo subiscono una riduzione della loro
performance funzionale; una cosa fisica esiste e risiede in un luogo fisico;
¤
quando un’idea o un contenuto
di conoscenza e informazione sono ceduti, il venditore continua a
possederli e in molti casi può rivenderli più volte; un contenuto di conoscenza
può essere riprodotto a costi marginali; il contenuto di conoscenza è meno
soggetto al consumo fisico benché al pari delle cose fisiche esso sia soggetto
all’obsolescenza tecnologica e commerciale; l’informazione è ubiqua,o in altri
termini, “nowhere and everywhere”.
Inoltre,
l’economia dell’informazione richiede mercati imperfetti poiché se il
generatore della conoscenza non dispone di qualche possibilità per interdire ad
altri rivali o potenziali concorrenti l’accesso all’informazione, egli non
conseguirà mai un ritorno capace di compensare l’investimento. Quando invece la
conoscenza può essere protetta può generare quasi spontaneamente un monopolio.
Tuttavia,
sino a quando l’informazione è stata saldata e profondamente integrata con le
cose fisiche, le due economie sono risultate indissolubili. Ciascuna con propri
paradigmi, ma obbligate a convergere coerentemente nella logica dell’altra.
L’affermazione dell’economia digitale invece, con la sua ampiezza di banda, offrirà una velocità senza precedenti (anche
rispetto ad altri precedenti sistemi di broadcasting) e una magnitudo dei
volumi do comunicazione che permetteranno di violare il trade off tra reach e richness: il tradizionale legame tra medium e messaggio ha
innescato una frattura tra catena del valore delle cose fisiche e quella della
conoscenza e informazione.
14.5 Catena fisica e catena virtuale del valore
Ogni
impresa è predestinata a dover competere contemporaneamente nei due mondi,
quello delle cose fisiche (market place)
e quello virtuale della conoscenza e informazione (market place). L’aspetto più critico sta nella capacità
dell’impresa di riconoscere e generare valore sia nel primo sia nel secondo
perché il processo di creazione del valore, nei due mondi, non è lo stesso. Nel
mondo fisico la conoscenza e l’informazione ha valore funzionalmente alla
produzione di cose fisiche; nel mondo virtuale conoscenza e informazione
possono divenire anche fonte di ricavo perché possono favorire lo sviluppo di
nuove relazioni con i clienti e di nuove intraprese, per servire diversamente
gli stessi mercati o generarne di nuovi.
La
divergenza della economia delle cose da quella della conoscenza ed
informazione, in questi ultimi anni, si è sviluppata nella successione di tre
distinte fasi.
1.
Nella prima le imprese hanno
investito significativamente risorse nei processi di generazione della
conoscenza e nella sua trasformazione da tacita in esplicita per poterla
rendere pervasiva e appropriabile per misurare, controllare e coordinare i
processi aziendali.
2.
La seconda fase ha impegnato
l’impresa nel primo tentativo di parziale virtualizzazione della catena del
valore. Per acquisire nuovi vantaggi competitivi, incrementando l’efficienza
dei processi interni e migliorando la soddisfazione della clientela, l’impresa
ha iniziato a sperimentare il trasferimento di alcune fasi della sua catena
fisica del valore nel market space.
3.
La terza fase, oggi in atto,
esprime la nuova traiettoria competitiva che mira a creare e gestire
contemporaneamente le due catene del valore, accrescendone l’indipendenza e la
loro distintività. Il fine non è più quello di sostenere con la catena virtuale
quella fisica, ma di assegnare alla prima il compito strategico di perseguire
nuove intraprese e di creare nuove modalità per costruire relazioni di valore
con la clientela attuale e potenziale.
14.6 Il superamento del trade off tra l’offerta di varietà e l’ampiezza della connettività
Il trade off che regola l’economia della
cose fisiche e l’economia della conoscenza e dell’informazione è facilmente
descrivibile attraverso due distinte dimensione che introducono il significato
di:


¤
trade off varietà /
connettività
|
|
Richness
(varietà). Il costrutto varia da contesto a contesto, ma riferito alla
conoscenza ne definisce genericamente la qualità che sottende a sua volta
diversi significati tra cui: varietà (ampiezza
dell’offerta o possibilità di personalizzazione), magnitudo (diversi voluto che possono essere trasmessi in un dato
momento), interattività (possibilità
di dialogo e di interazione offerta a uno o più riceventi), affidabilità/sicurezza (garanzia di
qualità e che l’informazione sia
utilizzata preservando gli interessi dell’emittente e del ricevente).
¤ Reach (connettività).
Tale espressione definisce, in tale contesto, il numero delle persone che
possono accedere, o essere raggiunte, condividere e interagire con
l’informazione, il suo emittente o tra loro, in apposite comunità.
E’evidente che rispettando i vincoli del trade off risulta difficile se non impossibile far condividere
contemporaneamente a grandi moltitudine di riceventi una grande varietà di
conoscenza. Le implicazioni più critiche
indotte
dal trade off sono evidenti nelle
significative asimmetrie di conoscenza
che si sono amplificate tra emittente e ricevente, tra domanda e offerta. Molti
possono utilizzare la conoscenza e l’informazione disponibile ma non tutti sono
equamente liberi di accedervi: tali asimmetrie hanno sempre comportato un differenziale
di conoscenza e quindi un vantaggio competitivo che altera il potere
contrattuale delle parti coinvolte in una relazione di scambio.


L’aggiramento
o l’eliminazione dei canali tradizionali che veicolano la conoscenza permette
di violare le regole di condotta imposte dal trade off, la creazione di canali universali che facilitano
l’accesso e l’utilizzo della conoscenza permette, più radicalmente, di azzerare
le asimmetrie di conoscenza. La nuova economia digitale, introducendo e
diffondendo i propri standard universali sta creando reti e quindi nuovi canali
che permettono a grandi moltitudini di scambiare grande ricchezza e varietà di
conoscenza e informazione.
La
graduale dissoluzione del trade off,che
ha sempre vincolato le scelte di estensione sulla dimensione del reach e del richness, è forse in assoluto la grande innovazione della nuova
economia che si connota sempre più come l’economia della conoscenza e
dell’informazione. Inizia così una nuova fase: quella della riconfigurazione e
della distruzione delle convenzioni e delle ortodossie per rigenerare le
imprese, le loro condotte, il loro senso verso la loro clientela e la collettività.
14.7 La rete digitale del valore
La
realizzazione di Digital Value Network,
Reti Digitali del Valore, rappresenta la modalità con cui si realizzerà il
nuovo market space. I DVN esprimono
infatti comunità nelle quali imprese e clienti si possono inteconnettere tra
loro utilizzando la tecnologia digitale dell’informazione. Le imprese che
operano in queste reti digitali cercano nuove ed originali modalità per
integrare le rispettive proposizioni di valore, allo scopo di massimizzare i
benefici offerti alla clientela che in essa naviga.
Nei DVN
si esprime con evidenza il significato e la strategiticità dell’espressione coevoluzione.
In queste reti infatti imprese complementari, asimmetriche e anche concorrenti
attivano relazioni cooperative e competitive che stimolano tutti i players ad utilizzare le rispettive
competenze e risorse per inventare nuove modalità e soluzioni che favoriscono
la generazione e il trasferimento di valore alla clientela.
Un DVN
si materializza con il contributo fornito da tre componenti che operano in modo
subalterno uno all’altra:
4.
La Catena Digitale del Valore.
Le
catene digitali del valore (CVV) esprimono al pari di quelle fisiche una
concatenazione di attività digitali predisposte per offrire al cliente: accesso
e utilizzo della conoscenza; possibilità
di attivare, negoziare e risolvere una transazione commerciale, digitale.
In
una rete digitale del valore operano molte e svariate catene digitali del
valore e in ciascuna di esse possono operare ed essere integrati tra loro
diversi attori che apportano capacità asimmetriche: uno o più di tali attori
possono assumere un ruolo di baricentro o
di ancora per tutti gli altri.
L’impresa
ancora
¤
genera la quota maggiore del
valore trasferita al cliente rispetto al contributo offerto da altri attori
ancillari;
¤
rappresenta il fornitore
dominante che alimenta la catena,
¤
produce il bene o il servizio
offerto alla clientela, che non può essere duplicato da nessun altro
partecipante alla catena del valore
e quindi spesso assicura un contributo significativo per
massimizzare il valore generato che viene condiviso con tutti i partecipanti
della rete (es. Amazon; Dell).
5.
Le Piattaforme Funzionali Digitali.
La rete digitale del valore esprime la possibilità di
interconnettere tra loro diverse ed autonome catene digitali del valore. Ciò
che permette e facilita tali interconnessioni è garantito dalle piattaforme
digitali. Esso possono quindi essere utilizzate per interconnettere le diverse
catene digitali del valore che animano il market
space affinché esse possano cooperare e comunicare tra loro per generare e
trasferire valore alla clientela. Internet può essere considerato la più estesa
e straordinaria piattaforma infrastrutturale digitale.
6.
Gli Agenti Facilitanti.
Gli agenti facilitanti sono tutti coloro che nella rete
assolvono il compito di:
¤
collezionare e facilitare
l’accesso, lo scambio dell’informazione e della conoscenza tra le parti che in
essa operano;
¤
favorire l’incontro della
domanda e dell’offerta nel market space
per iniziare e concludere una transazione.
Molti
di questi agenti stanno assumendo nella rete un ruolo innovativo di una nuova
intermediazione tra domanda e offerta; così come è avvenuto nel market place anche nello space acquirenti e venditori e semplici
navigatori apprezzano e ricercano i servizi offerti dagli agenti facilitanti, i
nuovi intermediari della conoscenza e dell’informazione. Internet stesso
sarebbe poco utile e apprezzato senza motori di ricerca quali Google e Yahoo!.
Riassumendo,
la rete digitale del valore si esprime attraverso l’interconnessione e lo
stretto rapporto tra le varie catene virtuali del valore che in essa operano
per generare e trasferire valore ai clienti/navigatori. Questi rapporti sono
resi possibili da piattaforme funzionali digitali che basate su standard più o
meno universali permettono ai fornitori che operano nella rete di connettersi
uno agli altri. La terza componenti è rappresentata dagli agenti facilitanti
che operano nella rete quali infomediary,
per svolgere il ruolo di intermediari e di facilitatori per fornire accesso
alla conoscenza e informazione, utilizzando, a tale scopo, le infrastrutture e
l’operatività della rete del valore digitale.
14.8 Il valore della rete della connettività
Ogni
rete genera valore quando i propri clienti possono utilizzarle ogni qualvolta
lo desiderino. Internet è la prima rete a standard universale che permette a
chiunque l’accesso e lo scambio della conoscenza e la possibilità di attivare e
soddisfare una transazione. La relazione tra l’estensione della connettività
offerta da un network e il suo valore è conosciuta quale legge di Metcalfe: tale principio
sancisce che il valore di una rete si incremente in ragione del quadrato del
numero dei suoi utilizzatori.
Nel market space ogni volta che si aggiunge
un nuovo componente alla rete, il valore della rete aumenta esponenzialmente.
Tale considerazione non vale, nello stesso modo, nel market place, dove incrementando il portafoglio dell’impresa con un
nuovo cliente, il valore del fatturato aumenterebbe con una progressione
lineare.
La
misurazione del valore di una rete quale comunità che aggrega più utilizzatori,
è pari alla sommatoria del valore dei suoi singoli componenti. Se il valore
individuale unitario, V, viene ipotizzato per semplicità costante, si può
stimare innanzitutto il valore di un utilizzatore che è potenzialmente pari a V
x (N – 1), cioè al valore individuale di una connessione moltiplicata per tutte
le connessioni che quell’utilizzatore può sostenere. Se, globalmente, una rete
fosse composta da N utilizzatori, il valore della rete quale comunità sarebbe
pari a N x V x (N – 1), che può essere semplificato in V x (N2 – N).
Quando una
rete è animata da pochi partecipanti il suo valore non è molto diverso dalla
sommatoria dei valori dei singoli individui. Quando però la rete si amplia
attiva una espansione delle interconnessioni potenziali e quindi anche il suo
valore, quale comunità, cresce esponenzialmente.
14.9 La rigenerazione del business model
Le
innovazioni introdotte dall’ICT offrono opportunità straordinarie per ogni
impresa ed istituzione per riprogettare incrementalmente ma soprattutto per
rimenare radicalmente l’architettura della loro catena del lavoro. La
riformulazione del business model
tradizionale è il risultate dell’azione congiunta dei quattro fondamenti
dell’economia digitale.
La nuova
economia digitale trasforma ogni fase della catena del valore in bit separando
così l’economia dell’informazione da quella delle cose: in tal modo le catene
del valore delle imprese possono essere virtualizzate, interconnesse ed
integrate tra loro nel market space,
molto più facilmente ed efficacemente rispetto a quanto accade nel market place. I processi di convergenza
che guidano le traiettorie evolutive delle imprese generano così anche nuove
catene del valore.
La
vulnerabilità competitiva per una impresa non è quindi minacciata dalla
condotta di rigenerazione di tutto il business
model di un rivale, quanto dalla costante erosione di specifiche fonti del
vantaggio competitivo causate dalla sequenza di innovazioni, anche parziali
introdotte in specifiche fasi della catena del valore che potrebbero rendere
rapidamente insostenibile l’attuale business
model.
Per
poter valutare la vulnerabilità della propria impresa ai cambiamenti indotti
dalla nuova economia digitale può essere suggerito un percorso che si struttura
in quattro fasi:
1.
comprendere
e prevedere il processo evolutivo dell’economia dell’informazione.
Ciò significa riconoscere la natura del trade
off attuale tra richness e reach che oggi governa il business model e le relazioni di scambio
con la clientela per identificare il cambiamento sottostante che potrebbe
qualificarli in futuro;
2.
identificare
le tecnologie che potrebbero imprimere un cambiamento significativo
alla configurazione attuale del business
model dell’impresa;
3.
analizzare
le condotte delle imprese che operano e opereranno nei metamercati
in via di definizione a seguito del processo del processo di convergenza
indotto dai cambiamenti. Tale analisi deve riconoscere le opportunità che
possono derivare dal cambiamento nella natura del trade off, la natura delle nuove fonti del vantaggio competitivo, i
ruoli e il valore che dovranno essere ridistribuiti tra i vari player.
4.
guidare
e sostenere il processo di transizione dal vecchio al nuovo business model.
L’impresa dovrà programmare il processo di trasformazione per il suo ingresso
nell’economia digitale, gestire la sua strategia attuale mentre sta progettando
quella futura, sviluppare processi di competence
leveraging e competence building
per sviluppare e acquisire le nuove capacità necessarie alla rigenerazione del
nuovo business model.
14.10 Le ragioni che obbligano la riformulazione
della catena del valore
Poiché
le capacità dell’impresa, nel presidiare ciascuna fase della catena, possono
differire anche in misura significativa, la superiorità di vantaggio accumulata
in una fase può quindi essere utilizzata per compensare la mediocrità che
potrebbe penalizzare altre fasi. In tale prospettiva l’offerta di una
proposizione di valore estesa attenua il vantaggio competitivo overall dell’impresa ma le garantisce la
possibilità della difesa competitiva delle sue posizioni.
Quando
la catena del valore viene sottoposta ad un processo di destrutturazione ogni
sua fase può assumere maggiore indipendenza e separatezza dalle altre,
accentuando altresì la specificità della propria e distintiva fonte del
vantaggio competitivo. In contesti nei quali il business model subisce un processo di destrutturazione, l’impresa
può quindi trovarsi in difficoltà perché diviene più problematico compensare le
posizioni di vantaggio accumulate invece in altre. Quando ciascuna fase, della
catena destrutturata, in funzione
della sua indipendenza, si isola dalle altre, l’impresa deve confrontarsi anche
con:
¤
rivali che provengono da altri
settori e che convergono nello stesso metamercati;
¤
con nuove imprese, di recente
affermazione, che attraverso il building
di nuove competenze tendono a massimizzare il differenziale del loro vantaggio,
focalizzando risorse e capacità nel soddisfare solo ed unicamente una specifica
fase della catena.
In
definitiva, nella nuova economia digitale una impresa che volesse competere con
una proposizione estesa a tutte le fasi della catena del valore deve essere
quindi conscia che la sua possibilità di successo dipende dalla sua capacità di
presidiare con eccellenza ciascuna fase e ciascuna attività nella quale ha
scelto di partecipare e di confrontarsi con i rivali.
14.11 La disintermediazione e reintermediazione
indotta dall’economia digitale
Il ruolo
imprenditoriale e professionale degli intermediari è giustificato dalle diverse
scelte che l’impresa può adottare sulla curva delle combinazioni del trade off reach/richness.
Quando fornitore e cliente possono invece interconnettersi direttamente ed
efficacemente uno con l’altro e quando l’economia delle cose e l’economia della
conoscenza e dell’informazione possono essere razionalizzate in parallelo, il
ruolo tradizionale degli intermediari rischia di diventare rapidamente
obsoleto.
Il processo
in atto nella nuova economia permette di intravedere due traiettorie che stanno
rivoluzionando il ruolo degli intermediari tradizionali:
¤
la prima ha un contenuto distruttivo:
il quantum leap provocherà
l’esaurimento di alcune forme e dei ruoli tradizionalmente assegnati alle
imprese che svolgono compiti di intermediazione nella gestione delle relazioni
di scambio;
¤
la seconda ha un contenuto costruttivo
e sta evidenziando la nascita e affermazione di nuovi intermediari e di nuovi
agenti facilitanti che si propongono quali facilitatori per le transazioni di
prodotti e servizi che iniziano ad animare il nuovo mondo dell’interconnessione
nella grande rete.
14.12 La disintermediazione tradizionale:
l’affermazione dell’E-Commerce
La prima
modalità più tradizionale di disintermediazione si verifica quando una impresa
attacca il ruolo dell’intermediario incumbent,
ridefinendo nuove regole del gioco, che rendono vulnerabile. L’intermediario
tradizionale combina funzioni fisiche con quelle informative: la funzione
fisica giustifica, in realtà, la sua esistenza ma il contenuto della conoscenza
e dell’informazione rappresenta la vera fonte del suo vantaggio competitivo.
Questa modalità, nel modello del trade off,
si manifesta in particolare nelle combinazioni che si posizionano,
asimmetricamente, ai due estremi della curva: l’impresa che sviluppa tale
manovra tende ad aggirare l’intermediario, offrendo molta varietà ai pochi o
poca varietà a molti.
Con
l’espressione E-commerce si
definiscono invece le nuove modalità attraverso le quali un cliente utilizzando
il protocollo internet può relazionarsi con un venditore ed espletare una
transazione commerciale. L’incontro tra domanda e offerta sul Web può
manifestarsi con quattro diverse forme che esprimono anche le diverse relazioni
che commerciali che si possono attivare nel market
space, tra acquirente e venditori:
1.
Business
to Business.
La prima forma, business
to business, è quella che oggi sostiene il volume più significativo di
transazioni e rappresenta le evoluzione dei sistemi EDI, Electronic Data Interchange, attraverso i quali l’impresa tentava
di interconnettere tutti gli attori ed agenti del valore. Essa definisce la
modalità attraverso la quale una impresa gestisce i propri acquisti
direttamente in rete, informando i propri fornitori del suo fabbisogno e
gestendo tutti i processi. Questo processo di disintermediazione può essere
alla riconfigurazione della stessa catena del valore dell’impresa attraverso
l’integrazione virtuale di tutti i suoi fornitori che garantisce, attraverso lo
scambio istantaneo di informazioni, di coordinare la supply chain.
2.
Business
to Consumer.
La seconda forma, business
to consumer, considera il trasferimento in rete delle attività tradizionali
di retail che sprime anche la prima
traiettoria del processo di disintermediazione commerciale attraverso la quale
un produttore offre al cliente finale di poter acquistare direttamente in rete
i suoi prodotti o servizi. Sfruttando le potenzialità offerte dalla rete, una
impresa può organizzare un sito di commercio elettronico, offrendo il suo
portafoglio di prodotti e servizi a tutti i potenziali clienti navigatori che
sono già interconnessi nella rete.
Va comunque ricordato che l’offerta è limitata alla
profondità orizzontale e verticale che caratterizzata la varietà dei prodotti e
servizi di cui l’impresa dispone. In particolari contesti, per poter aumentare
il contenuto di richness, l’impresa
invita il cliente, che la contatta direttamente nel suo sito di e-commerce, ad accedere ad un configuratore per meglio definire il suo
ordine. Molte altre imprese stanno invece sviluppando dei decision support system, sostenuti da sofisticati software, per
offrire alla loro clientela una costante assistenza anche per la soluzione dei
quesiti o dei problemi che possono manifestarsi nell’utilizzo dei loro prodotti
o servizi.
Attualmente le categorie merceologiche che attivano
maggiori transazioni sul web sono quelle così dette low touch rispetto a quelle high
touch, per le quali il cliente non rinuncia facilmente alla possibilità di
sperimentare un rapporto diretto e sensoriale con il prodotto. Tuttavia le
innovazioni tecnologiche, soprattutto l’allargamento della banda, offriranno
inoltre delle nuove e incrementali opportunità che daranno impulso alla
diffusione del commercio elettronico anche nella categorie high touch, garantendo inoltre sempre maggiore sicurezza nelle
transazioni, cautelando sia l’acquirente sia il venditore: in questa
prospettiva il web rappresenta la killer
application che potrà rappresentare una minaccia pericolosa per i canali di
distribuzione tradizionali.
3.
Consumer
to Business.
La terza forma si riferisce alle modalità di relazione consumer to business che esprimono una
vera novità: in questi siti, l’iniziativa è delegata al cliente al quale viene
offerta la possibilità di proporre lui stesso una condizione di acquisto,
suggerendo il prodotto o il servizio a cui è interessato e il prezzo che
considera equo e le eventuali condizioni di pagamento a cui è interessato. Il
venditore può accedere alle offerte della clientela, valutare la proposta e decidere
di approfondire la transazione.
4.
Consumer
to Consumer.
La quarta forma, consumer
to consumer, esprime il modello transazionali dell’asta elettronica. Il
venditore propone un prodotto e con l’ausilio di un agente facilitante incontra
l’acquirente; il prezzo della transazione viene stabilito con la stessa
modalità della messa a bando in asta del prodotto che viene battuto in via
elettronica, attraverso il software del sito.
14.13 La nuova intermediazione: tra nuovi
intermediari e agenti facilitanti
La forma più radicale di
disintermediazione si verifica quando una nuova impresa o un agente
facilitante, utilizzando le opportunità offerte dalla tecnologia dell’economia
digitale, offrono simultaneamente sia reach
sia richness. Questa mossa
rappresenta una minaccia molto più drammatica rispetto al caso precedente
perché mette completamente in discussione il business model dell’intermediario (vedi il caso di Amazon).
Gli agenti facilitanti si
presentano con forme diverse ma con una comune missione: aiutare il navigatore
della rete ad accedere alla conoscenza e all’informazione alle quali è
interessato, con grande facilità, velocità, divertimento e sicurezza, nel caso
di una transazione commerciale. Gli agenti facilitanti operano in ciascuna
delle quattro forme di commercio elettronico citate e si materializzano sotto
forma di:
¤
programmi di software (Quicken);
¤
data base (Audio trader);
¤
valutatori (Consumer report);
¤
motori di ricerca (Google, Yahoo!, AOL).
Gli agenti facilitanti
operano nell’information busines per
facilitare la navigazione dei clienti navigatori della rete. Questa attività,
in termini di valore aggiunto, può apparire marginale ma in realtà essa
rappresenta una fonte strategica da cui dipende il vantaggio competitivo. La
ragione della loro affermazione è implicita nello stesso processo di
destrutturazione della catena del valore di molte imprese e interi settori, la
quale apporta varietà e quindi amplifica le opportunità di scelta. Ma maggiore
varietà e scelta accresce la complessità che a sua volta comporta confusione e
sconcerto nella potenziale clientela: da qui la giustificazione della nascita e
dell’importanza dei nuovi agenti navigatori.
Nelle diverse forme
attraverso le quali si manifesta il processo di disintermediazione prevale
l’intento del superamento del trade off
tra reach/richness e la separazione dell’economia delle cose fisiche da
quella della conoscenza. In ogni caso la ragione del successo trova
giustificazione nella soddisfazione del cliente che vede, nelle
opportunità che gli vengono offerte dall’economia digitale, la possibilità di
aggirare i compromessi che lo vincolano nelle sue scelte e di conseguire molti
benefici, non solo economici.
17. L’impresa internazionale
17.1 Definizione
Imprese
internazionalizzate: insieme di imprese che operano nei mercati esteri attribuendo ad
esso i ruoli differenziati nell’ambito delle proprie strategie di sviluppo.
In quest’ambito si definiscono “imprese internazionali” quelle che
presentano un grado di apertura internazionale (definito dal rapporto tra
fatturato realizzato all’estero e vendite interne) tale da superare il 50% del
fatturato complessivo. Per esse il mercato estero assume importante almeno pari
a quello nazionale e diventa il naturale ambito di riferimento per le decisioni
strategiche ed operative. Pur se accomunate dal fatto di aver sviluppato una
presenza altamente significativa nei mercati internazionali le imprese
internazionali possono assumere configurazioni organizzative e modalità di
presenza all’estero assai differenziate; sono ad esempio nominate tali sia le
imprese esportatrici che quelle multinazionali. Da notare è che la propensione
all’internazionalità è funzione di una serie di fattori che riguardano non
solamente l’impresa e il suo ambiente interno, ma anche delle caratteristiche
dell’ambiente internazionale.
17.2 L’imperativo economico, politico e
organizzativo
La trasformazione dell’impresa da nazionale a
internazionale impone il rispetto di tre condizioni essenziali.
Imperativo
economico.
E’ l’insieme dei cambiamenti e degli aggiustamenti che l’impresa internazionale
deve apportare alla propria condotta
per soddisfare le richieste del paese ospite in
cui opera direttamente, indirettamente o attraverso le sue filiali o
consociate.
Risponde alla necessità di ricercare un
soddisfacente risultato competitivo ed economico-finanziario attraverso la
definizione di una coerente strategia di sviluppo internazionale, orientata a
trarre vantaggio dalle specifiche realtà nazionali in cui estende la presenza dell’impresa,
¤
sia trasferendovi efficacemente ed efficientemente
conoscenze e vantaggi competitivi affermati nel mercato di origine;
¤
sia generandone di nuovi.
Nel caso di libera
concorrenza l’affermazione dell’impresa dipende
1) dalla sua capacità di
adattamento alle differenti condizioni ambientali locali
2) dalla sua abilità nel
fronteggiare le forze che definiscono l’imperativo economico.
In assenza
di un libero mercato gli interventi diretti del Governo del paese ospite
influenzano il processo concorrenziale ed impongono il rispetto dell’imperativo
politico. Gli interventi dei Governi e delle varie istituzioni locali possono,
infatti, ridurre anche drasticamente le opportunità di manovra dell’impresa
finalizzate al perseguimento dell’imperativo economico, specie quando essa
operi in settori giudicati strategici per lo sviluppo economico o la difesa
militare nazionali.
Imperativo
politico.
Non sempre costituisce un limite per le scelte strategiche dell’impresa: spesso
i governi locali incentivano l’ingresso di investitori esteri per accelerare il
processo di sviluppo industriale e tecnologico nazionale attraverso la
cooperazione ed il supporto di altre economie e istituzioni.
Imperativo
organizzativo. Il successo sui mercati esteri dipende dalle competenze e capacità
organizzative dell’impresa stessa! Le specifiche abilità nel reperire risorse e
ridistribuirle a livello internazionale, nel coordinare ed integrare le
attività estere, nel motivare e gestire
le risorse umane, adattandosi continuamente alla dinamica delle condizioni
concorrenziali internazionali,determinano la possibilità effettiva di
perseguire condotte strategiche efficaci e di conseguire performance positive.
L’imperativo organizzativo impone alle imprese globali precise scelte in tema
di condotta di mercato e di meccanismi operativi idonei a definire
adeguatamente i processi di configurazione e di coordinamento delle attività
internazionali.
Processo di configurazione:
ha riguardo alla localizzazione delle attività aziendali e alla specializzazione
per prodotto e per processo degli impianti produttivi. Per conseguire:
-
la riduzione dei costi di produzione
-
la massimizzazione del ritorno sugli investimenti
l’impresa globale organizza e integra le sue
attività internazionali mediante:
1) decentramento
internazionale degli acquisti e della ricerca e sviluppo
2) la produzione
specializzata di certe componenti di prodotto in alcuni paesi
3) il loro trasferimento in
altri paesi per l’assemblaggio e la commercializzazione.
Processo di coordinamento:
si riferisce alle modalità con cui attività simili o collegate tra loro, svolte
nelle diverse aree o unità geografiche locali, s’interfacciano e interagiscono
l’una con l’altra.
NB: l’attività di coordinamento non coincide con
quella di integrazione!
17.3 Gli orientamenti di base delle imprese
internazionali
Il processo di internazionalizzazione ha origine
nell’interazione tra diversi fattore. Vi sono
- fattori
interni quando l’impresa ricerca nei mercati esteri la possibilità di
perseguire la propria missione e i propri obiettivi
- fattori
esterni che sono genericamente riconducibili all’analisi della situazione
relativa:
a)
alle condizioni d’ingresso in un mercato estero
b) al contesto
macroambientale, politico ed economico
c)
alla struttura ed al clima competitivo del mercato di
destinazione
d) all’attrattività attuale
e prospettica dell’ambiente concorrenziale del paese di origine dell’impresa.
In base a questi orientamenti l’impresa può
essere:
|
globali
|
caratterizzata
da una ridotta necessità di adattare la propria strategia alle esigenze
locali e da vantaggi dall’integrazione
su scala globale delle attività che
compongono la sua catena del valore
|
|
orientata al locale
|
con
un forte bisogno di affrontare la competizione a livello nazionale e nessun
incentivo all’integrazione sovranazionale
|
|
Si trova in posizione
intermedia
|
in
un mercato che presenta talune tendenze all’integrazione e altre alla
focalizzazione locale
|
Nessun singolo insieme di variabili esterne o
interne ha, in genere, un’influenza o esercita un ruolo esclusivo sulla
decisione d’ingresso dell’impresa in un mercato estero; solo il loro effetto
congiunto può incoraggiare o scoraggiare la predisposizione strategica
all’internazionalizzazione. A questo proposito si identificano tre orientamenti
di base che caratterizzano le diverse predisposizioni all’internazionalità in
termini di strategie, di distribuzione del potere tra centro e periferia, di
sistemi operativi e di assetti organizzativi.
|
|
Etnocentrico
|
Policentrico
|
Regiocentrico/globale
|
|
1. Missione
|
Redditività/economicità
|
Legittimazione locale
|
Economicità e
legittimazione
|
|
2. Base della strategia internazionale
|
Vantaggi specifici
dell’impresa
|
Economie di scala e
varietà/reattività nazionale
|
Competizione
|
|
3. Potere
|
Accentrato
|
Decentrato
|
Diffuso
|
|
4. Allocazione delle risorse
|
Centrale (casa madre)
|
Locale
|
Progetti
globali/influenza nelle filiali locali
|
|
5. Meccanismi di comunicazione
|
Gerarchica/verticali
|
Scarsi
|
Verticali e laterali
(tra le filiali)
|
|
6. Ruolo delle filiali locali
|
Operativo
|
Strategico/formulazione
e implementazione delle strategie locali
|
Implementazione e
adattamento della strategia globale
|
|
7. Cultura d’impresa
|
Del paese d’origine
|
Del paese ospite
|
Globale
|
|
8. Struttura
|
Gerarchica per
divisioni/prodotti; divisione internazionale
|
Gerarchica per area
regionale con autonomia locale
|
Network organizzativo
|
L’impresa
etnocentrica.
Caratterizza talvolta la prima fase del processo d’internazionalizzazione
dell’impresa.
Nelle imprese di questo tipo è dominante la
cultura del paese di origine e l’esperienza maturata in tale mercato. La
strategia di sviluppo internazionale si basa sul presupposto che la formula
imprenditoriale sperimentata nel mercato interno possa essere “esportata” con
successo in altri mercati esteri, senza particolari adattamenti dell’offerta
alle specificità locali.
La strategia competitiva è fondamentalmente
nazionale e i meccanismi organizzativi prevedono una gestione centralizzata
delle attività estere . Il mercato domestico resta il focus delle attività,
mentre i mercati esteri sono considerati d’importanza marginale. Anche se il
valore delle esportazioni cresce al punto di superare quello del mercato
domestico le decisioni continuano ad essere assunte centralmente, nel paese di
origine, secondo uno stile di direzione gerarchico incentrato su processi di
tipo top down
L’impresa
policentrica.
Si tratta di una costellazione di imprese con strategie orientate al loro
mercato locale. La tipica impresa policentrica si afferma negli anni Sessanta.
La modalità di ingresso dell’impresa policentrica nel pese ospite è spesso
quella dell’investimento diretto, cioè dell’internazionalizzazione sia delle
sue attività tecnico-produttive sia di quelle commerciali.
Generalmente è organizzata per aree geografiche,
dove l’unità di riferimento è quella nazionale. Essa gestisce le sue attività
quale portafoglio di iniziative geograficamente disperse, in quanto ciascuna
filiale sviluppa le attività nella propria area geografica nazionale con un
significativo livello di autonomia della casa madre. La responsabilità delle
filiali si riferisce quindi all’indipendenza che è loro riconosciuta nel
gestire in autonomia le risorse di cui dispongono e nell’assumere le decisioni
giudicate più coerenti per contrastare la concorrenza e soddisfare la domanda
locale. Si tratta di settori nei quali è ridotta la possibilità di sfruttare
economie di dimensione e limitati sono i benefici derivanti dal possesso di
vantaggi tecnologici esclusivi. Il fattore critico per il successo è
riconducibile alla sua capacità di adattamento alle esigenze specifiche
espresse dalla domanda locale e alle caratteristiche strutturali e competitive
del paese ospite. Più specificamente la scelta dell’impresa per una condotta
strategica policentrica può essere imputata all’esigenza di:
- disomogeneità nei bisogni espressi dai soggetti di domanda
presenti nei vari paesi;
- differenze nell’utilizzo degli strumenti e nelle strutture di
marketing dei paesi-mercato ospiti che richiedono politiche di
posizionamento competitivo del prodotto, di prezzo ecc coerenti rispetto
alle caratteristiche della realtà locale;
- differenza strutturali nella competizione del mercato ospite
(es. la frammentazione che caratterizza determinati settori a livello
locale);
- specificità nelle richieste e nelle imposizioni del governo
ospite, che possono obbligare l’impresa ad un maggior orientamento locale.
E’ per tali ragioni che, nei settori policentrici,
la strategia internazionale dell’impresa si frammenta in un insieme di
strategie nazionali; di conseguenza la sua competitività e la posizione di
dominio acquisita in quel contesto possono non essere rilevanti nel rafforzare
la presenza dell’impresa in un’altra realtà locale. La natura dei vantaggi è
insita prevalentemente nella specificità del paese ospite. Il governo delle
unità locali è, quindi, riconducibile ad un modello di gestione e
pianificazione di tipo decentralizzato, dove il centro esercita influenza
modesta sulla periferia.
L’impresa
regiocentrica o geocentrica. L’impresa geocentrica si pone di fronte alle diverse
regioni e ai vari paesi del mondo come se fosse un tutt’uno, adottando pertanto
soluzioni organizzative non etniche.
L’impresa regiocentrica è invece quella che
orienta i propri approcci non all’uniformità globale ma e nemmeno alle specificità
dei singoli paesi ma a un gruppo di paesi sufficientemente omogenei dal punto
di vista culturale prevalente.
Lo sviluppo di una strategia globale trova
fondamento nell’imperativo economico: sfruttare con attività integrate tra loro
su un’estensione mondiale le economie di scala ed i differenziali di costo e di
qualità offerti dai fattori produttivi locali. Tale strategia permette margini
di redditività maggiori rispetto a quelli dei concorrenti non integrati a
livello internazionale, grazie all’abbattimento dei costi medi. In tal modo
risulta possibile soddisfare anche l’imperativo economico. Le condizioni che
stimolano l’impresa verso la globalità sono:
- l’esistenza di una clientela
transnazionale à
impone l’adozione di standard globali di prodotto /servizio e di strategie
e politiche di marketing coordinate globalmente
- la presenza di concorrenti transnazionali à in tale situazione
la necessità di raccolta di informazioni sui concorrenti internazionali è
essenziale per poter contrastare le loro condotte di mercato.
- la dimensione degli investimenti
- lo sviluppo di innovazioni tecnologiche
- la ricerca di vantaggi di costo à l’estensione a
livello globale delle attività dell’impresa può essere motivata dalla
necessità di ridurre i costi. La riduzione dei costi può, peraltro, essere
ricercata e realizzata anche con il ricorso a politiche di marketing
globali che, in particolari situazioni ambientali o di mercato, consentono
il raggiungimento di obiettivi di maggiore efficienza.
- l’affermazione di bisogni universali à quando un prodotto
è idoneo alla soddisfazione di un bisogno “universale” non necessita di
costosi processi di adattamento. In tali casi l’impresa è facilitata
nell’assumere un orientamento geocentrico.
In funzione di tali forze l’impresa tende a
“globalizzare” le politiche di mercato attraverso un’innovazione strategica che
può consistere nell’introduzione di un prodotto universale o nella ricerca di
vantaggi di costo, ecc..
Possibili difficoltà all’orientamento geocentrico
sono al esempio la ricerca di un equilibrio fra dimensione policentrica e
geocentrismo per l’esistenza di disomogeneità a livello regionale. Tale
situazione ambientale favorirà spesso un orientamento regiocentrico (come
succede in UE per il Mercato Unico). La predisposizione di un’impresa a
perseguire una strategia globale dipende peraltro anche dalla sua abilità e
dalle competenze specifiche di cui dispone. In ogni caso, le strategie
geocentriche che si avvalgono del contributo locale per la definizione della
strategia globale richiedono un elevato livello di collaborazione tra unità
centrale e periferiche. Queste ultime non possono pertanto essere considerate
semplici “bracci operativi” (come nell’orientamento etnocentrico) ma parti
integranti di un’organizzazione mondiale in cui le varie funzioni devono
scambiare sistematicamente informazioni e risorse per sviluppare operazioni
efficaci ed efficienti.
17.4 La configurazione geografica
Sul piano organizzativo il conseguimento di
vantaggi significativi assumendo quale orizzonte di riferimento lo scenario
economico mondiale può richiedere la concentrazione
o, all’opposto, la dispersione
internazionale delle singole attività aziendali. Il discorso può essere
affrontato facendo riferimento al concetto di “catena del valore” che postula
la disaggregazione delle attività sviluppate dall’impresa per il raggiungimento
della propria finalità.
Le attività in questione possono essere distinte
in:
¤
primarie, riconducibili alle
funzioni logistiche, di produzione e di marketing necessarie per la
realizzazione del prodotto, per la sua commercializzazione e per assicurare
un’idonea assistenza alla clientela;
¤
di supporto, che servono per
l’organizzazione e lo sviluppo di quelle primarie e sono quindi genericamente
riconducibili alla gestione delle risorse umane, agli approvvigionamenti, alla
ricerca e sviluppo,ecc.
Le attività della catena del valore possono anche
essere classificate in attività:
¤
a monte, lontane dal cliente
come le attività di supporto;
¤
a valle, localizzate invece in
stretta prossimità dello sbocco finale del prodotto.
Nella strategia internazionale, le diverse
attività possono assumere una precisa configurazione spaziale: alcune possono
essere concentrate in una o poche aree geografiche, altre possono essere
disperse nelle singoli realtà nazionali locali. Molto spesso la distinzione
della configurazione geografica della attività tra disperse e concentrate tende
a separare le attività di logistica esterna, marketing e vendite, assistenza
alla clientela (dispersi) da quelle strettamente produttive e di
supporto (concentrate) per l’opportunità ed i vantaggi conseguibili dal
loro decentramento nei singoli paesi in cui l’impresa può essere presente. I
vantaggi in questione derivano da un più ravvicinato contatto con al realtà
competitiva locale e da una più stretta relazione con la clientela.
Per quanto riguarda le attività primarie di base
(e, se necessario, di supporto), la dispersione nelle diverse aree geografiche
può contribuire allo sviluppo di vantaggi competitivi all’acquisizione di
conoscenze dettagliate sulle specificità dei vari mercati locali. Se invece i
vantaggi possono essere conseguiti indipendentemente dalla presenza e dalla
posizione competitiva acquisita dall’impresa nel sistema dei paesi in cui è
localizzata, la concentrazione geografica può essere più vantaggiosa in termine
di accesso ai fattori di produzione più competitivi, economie di scala,
riduzione dei costi offerti dall’integrazione della produzione dei singoli
impianti, capitalizzazione degli investimenti in ricerca e sviluppo, ecc.
In ogni caso, la predisposizione dell’impresa
verso una gestione etnocentrica, policentrica o geocentrica delle proprie
attività può modificarsi nel tempo, in funzione della necessità di orientarsi
maggiormente alle specificità della domanda locale per aumentare l’efficacia
della propria presenza.
17.5 Il coordinamento delle attività internazionali
Le attività internazionali dell’impresa
(concentrate o disperse che siano) devono ovviamente essere coordinate, in modo
da acquisire e sviluppare le capacità di risposta al cambiamento dinamico dei
vantaggi comparati nei diversi paesi, lo scambio e la capitalizzazione di
conoscenze, esperienze e capacità.
Conoscenza e capacità relative ai processi
tecnico-produttivi, di marketing, di distribuzione, di vendita sviluppate in
un’area possono essere infatti trasferite e apprese rapidamente in altre
regioni con la ricaduta di fertilizzazioni incrociate e di sinergie di grande
rilievo per le esperienze maturate nei diversi impianti a livello
internazionale.
Il coordinamento dei flussi di informazione
nell’impresa globale permette inoltre la circolazione e lo scambio di
informazioni e di dati relativi alle esigenze dei vari mercati e, quindi, la
possibilità di sviluppo di prodotti adeguati rispetto alle uniformità
rilevabili nei vari contesti nazionali o di un loro rapido ed economico
adattamento alle specificità locali.
Le logiche adottate dalle imprese per il
coordinamento delle attività internazionali possono essere differenzi:
¤
metodo del Diktat: un’impresa
internazionale che desideri mantenere unitarietà d’immagine e d’azione sui
mercati internazionali tende a privilegiare logiche di accentramento
decisionale, utilizzando le unità periferiche alla stregua di “bracci
operativi”;
¤
scambio di idee: un’impresa policentrica
che conti sul decentramento decisionale e operative per adeguare le politiche
di mercato alle specificità locali, privilegia di regola logiche di
coordinamento orientate allo scambio continuo di idee e alla condivisione delle
decisioni (al fine dello sfruttamento di potenziale economie di apprendimento e
di scala);
¤
persuasione amichevole: è un criterio basato
sullo scambio, ma limitato da un certo potere di imposizione dell’unità
centrale, per accelerare i tempi decisionali. Deriva dalle difficoltà operative
connesse con la messa in pratica di una logica orientata alla piena
valorizzazione delle esperienza locali tramite la concertazione delle
decisioni.
17.6 L’impresa transnazionale
La formulazione della strategia da parte delle
imprese globali richiede sempre più
l’integrazione di strutture flessibili, in grado di assicurare decisioni
coerenti con la configurazione geografia delle attività az iendali. In
quest’ottica la letteratura ha proposto un nuovo modello di impresa, l’impresa transnazionale, idoneo a
combinare in modo nuovo gli obiettivi di adattamento locale, di efficienza, di
trasferimento della conoscenza tra sussidiarie e funzioni aziendali.
Nell’impresa transnazionale le unità periferiche
operano quale parte di un insieme ove gli obiettivi a ciascuna assegnati sono
funzionali agli obiettivi dell’intero; questo la fa differire dall’impresa
policentrica, in cui vige l’idea che tutte le unità periferiche che la
compongono debbano essere trattate quali “eguali” (con obiettivi simili, anche
se proporzionati alle dimensioni).

Il ruolo delle unità locali viene differenziato in
funzione di:
¤
l’importanza del contesto competitivo locale;
¤
le competenze e le risorse assegnate ad ogni unità.
In base a queste due dimensioni si possono
classificare la funzione ed il ruolo assegnabile a ciascuna unità locale in:
¤
leader strategico: l’unità opera in
mercati strategicamente importanti e possiede un patrimonio rilevante di
risorse e competenze: la sua missione è assimilabile a quella della casa madre;
¤
contributore: unità periferiche che,
pur operando in mercati meno rilevanti, si distinguono per le loro specifiche
competenze (tecnologiche, di R&S, di marketing), il cui sviluppo è
incentivato dalla casa madre per poter essere capitalizzato all’interno e
trasferito con successo in altri mercati con caratteristiche similari;
¤
esecutore: unità che sviluppano le
loro attività in paesi-mercato ritenuti secondari e dotate di risorse
sufficienti per mantenere e difendere le proprie posizioni locali. A tali
sussidiarie è richiesto di perseguire fedelmente la propria strategia locale
senza ambire ad assumere ruoli di maggiore rilievo per l’insieme;
¤
buco nero: con questa espressione
si indicano quelle unità che, pur localizzate in mercati strategicamente
importanti, detengono tuttavia posizioni competitive marginali. La missione ad
esse attribuita non è quella di accrescere il dominio del mercato locale quanto
di svolgere la funzione di “sensore” all’interno di un contesto di
apprendimento, con lo scopo di acquisire nuove conoscenze, competenze e
tecnologie utili all’impresa complessivamente considerata.
Nell’impresa transnazionale l’attività di
coordinamento risulta essenziale per facilitare l’acquisizione e il
consolidamento di vantaggi competitive e per assicurare coerenza strategica
nella dispersione o concentrazione delle risorse tra le filiali e tra i vari
paesi in cui opera.
17.7 L’interazione tra
vantaggio competitivo e vantaggio comparato come determinante del successo
dell’impresa internazionale
L’impresa internazionale mira a conseguire
specifici vantaggi:
-
attraverso una configurazione concentrata delle attività
-
attraverso il coordinamento e l’integrazione fra attività
diperse
o attraverso una combinazione delle due
operazioni.
La definizione di una strategia internazionale ha
come riferimento:
-
sia l’arena geografica
-
sia le attività della sua catena del valore e i vantaggi
competitivi posseduti
Quindi è possibile:
-
in alcuni settori: conseguire vantaggi competitivi con
una particolare configurazione geografica e un coordinamento organizzativo di
tale attività
-
in altri: la configurazione organizzativa consente
semplicemente il trasferimento dei vantaggi competitivi già posseduti
Ogni strategia internazionale implica, quindi, la ricerca
di integrazione tra competitività dell’impresa e vantaggi comparati.
E’ opportuno precisare che il vantaggio
comparato – che attribuisce benefici alle imprese localizzate nei paesi con
favorevoli condizioni - deve essere rapportato a ciascuna attività della catena
del valore e che i benefici dipendono dal rischio associabile alla sua stessa
natura e origine. Il conseguimento di vantaggi competitivi, invece,
dipende relativamente meno dal luogo (paese) in cui l’impresa disloca le
attività e molto più da come esse sono gestite per cui anche dalla capacità di
contrastare le minacce del paese e di sfruttare le opportunità prospettate
dagli imperativi economico, politico e organizzativo.
Il
vantaggio comparato. Se è vero che la competizione non si svolge più
semplicemente tra imprese di diversa nazionalità ma tra sistemi-paesi è
necessario spiegare come una nazione possa creare e sviluppare un ambiente nel
quale le imprese migliorano ed innovano continuamente e più rapidamente
rispetto ai rivali esteri nonché capace di attrarre investimenti diretti esteri
per l’esistenza di vantaggi comparati. A questo proposito Porte propone un
modello, il “modello
del diamante”
formato da quattro fattori complessi che, interagendo fra di loro, concorrono a
determinare il vantaggio competitivo delle nazioni. I fattori sono:
- le condizioni che caratterizzano la dotazione dei fattori
produttivi
- le condizioni della domanda domestica nel settore di pertinenza
- i settori industriali correlati e di supporto a quello/i in cui
opera l’impresa
- la strategia, la struttura e la concorrenza tra imprese del
paese considerato.
In quest’ottica le nazioni avrebbero più successo
in determinati settori in quanto il loro ambiente domestico risulta più
favorevole agli stessi rispetto ad altri e stimola le imprese ad aggiornare
costantemente le proprie competenze, rinnovando così i propri vantaggi nel
tempo. Il carattere favorevole dell’ambiente è dato appunto dall’interazione
delle componenti del “diamante”, oltre che dall’azione dei governi e del caso
(ad es. guerre ..)
(1) Le condizioni dei fattori
I fattori produttivi, ossia gli input necessari
per competere in ogni settore, possono essere raggruppati nelle seguenti
categorie:
I)
risorse
umane:
comprendono la disponibilità, le competenze professionali, il costo del
personale
II)
risorse
fisiche:
si riferisce all’abbondanza, all’accessibilità, alla qualità e al costo di
terra, acqua, energia e ogni altri fattore impiegato nella produzione agricola,
industriale o terziaria
III)
risorse
di conoscenza:
sono rappresentate dal patrimonio di conoscenze scientifiche, tecniche e di
mercato diffuse in un paese
IV)
risorse
finanziarie:
si riferiscono alla disponibilità e al costo dei capitali impiegabili per il
finanziamento dei settori industriali
V)
infrastrutture: sono quelle opere che
influiscono sulla concorrenza fornendo un supporto all’attività delle imprese
(sistemi di trasporto, di comunicazione, servizi pubblici..)
All’interno della categoria dei fattori produttivi
possono essere formulate due distinzioni:
a)
tra fattori di base
e fattori avanzati
fattori di base: vengono
ereditati passivamente (clima, localizzazione geografica)
possono essere creati con investimenti
relativamente modesti (manodopera qualificata)
fattori avanzati: (si tratta di
infrastrutture digitali, personale altamente qualificato) sono più scarsi più
costosi e anche più significativi ai fini dell’acquisizione del vantaggio
competitivo
b) tra fattori generali e specifici
fattori generali: (es. sistema
dei trasporti) trovano impiego in una vasta gamma di settori e generalmente
sono presenti in più nazioni, quindi sono meno determinanti ai fini della
costruzione di un vantaggio competitivo rispetto ai fattori specializzati
fattori specifi: (ad es. il
personale altamente qualificato) richiedono investimenti ingenti e più
rischiosi
Secondo Porter il vantaggio competitivo di una
nazione è più forte e sostenibile quando essa possiede il maggior ammontare
possibile di fattori avanzati e specializzati.
(2) Le condizioni della domanda
Le caratteristiche della domanda nazionale alla
quale si indirizza l’offerta dello specifico settore oltre a permettere
l’ottenimento di economie dimensionali influenza il percorso di sviluppo del
settore in termini di innovatività.
(3) I settori industriali correlati e di
supporto
I settori industriali correlati sono quelli in cui
è possibile per le imprese coordinare o condividere alcune attività della
catena del valore oppure quelli che assicurano prodotti complementari.
La presenza di settori di fornitura competitivi a
livello internazionale ad esempio può costituire una potenziale fonte di
vantaggio competitivo per le imprese che operano a valle poiché esse hanno un
accesso più efficace ed efficiente alle informazioni, alle innovazioni e agli
input rispetto ai rivali esteri.
(4) Strategia, struttura e concorrenza
dell’impresa
In linea generale le imprese di un paese ottengono
maggiore successo in quei settori in cui la concorrenza domestica è più forte
in quanto ad essa è generalmente associato un vantaggio competitivo sostenibile.
Una forte rivalità in ambito locale:
-
accresce i vantaggi all’interno del paese
-
stimola le imprese a svilupparsi nei mercati esteri
-
stimola le imprese a non adagiarsi sui vantaggi detenuti
nei fattori di base e quindi incentiva la ricerca della massima efficienza e
della differenziazione della propria offerta
Il ruolo del Governo
Le azioni del Governo possono contribuire sia a
rafforzare che a indebolire un settore industriale; possono essere favoriti
alcuni settori piuttosto che altri ad esempio mediante sussidi o con interventi
legislativi. L’originaria dotazione di fattori produttivi di un paese deve
arricchirsi di fattori di ordine superiore, dipendenti da comportamenti sia
privati che pubblici.
Il
vantaggio competitivo internazionale. La catena
del valore aziendale evidenzia il processo e le specifiche fasi attraverso
le quali il capitale e le tecnologie dell’impresa, nonché la sua capacità
organizzativa, si combinano con gli input acquistati all’esterno per realizzare
l’output desiderato. L’analisi della catena del valore consente di rilevare il
contributo assicurato da ciascuna fase ed attività aziendale alla definizione
della struttura dei costi dell’impresa.
Il confronto della struttura dei costi
dell’impresa rispetto a quella dei concorrenti permette di identificare le
attività di conseguimento di vantaggi competitivi e i fattori critici di
successo necessari per operare nei vari mercati riveste e un’importanza
cruciale in quanto può suggerire cambiamenti radicali di condotta. Nei settori
in cui la concorrenza è fondata sulla differenziazione del prodotto la catena
del valore deve essere definita in termini di contribuzione di ciascuna fase al
valore di mercato del prodotto. La determinazione di tale valore di mercato
permette infatti di rilevare gli specifici attributi e benefici desiderati e
ricercati dall’acquirente e la fase della catena del valore che può generarli e
rafforzarli. La definizione di una strategia di mercato a livello nazionale ed
internazionale non consiste solo nella selezione del vettore prodotto-mercato
più remunerativo ma si esprime nella capacità di creare un vantaggio
competitivo investendo nelle fasi della catena del valore che possono garantire
lo sviluppo e la difesa di quegli attributi e benefici desiderati dal mercato e
che corrispondono alle competenze distintive dell’impresa rispetto ai suoi
concorrenti. Ad es se in un paese estero si avverte la necessità del
consumatore di un significativo servizio post-vendita e l’impresa è capace di
assicurare tale servizio meglio dei suoi concorrenti risulta critica
l’allocazione delle risorse e dei suoi investimenti nelle fasi a valle, nel
processo di commercializzazione e distribuzione del prodotto. L’impiego
analitico della catena del valore può risultare pertanto utile per isolare i
fattori critici ai fini del successo della condotta dell’impresa.
Un’altra fonte di significativi vantaggi
competitivi è garantita dalle possibilità
di capitalizzare le economie di raggio d’azione, questo perché la riduzione
della struttura dei costi di un’impresa deriva anche dalla sinergia indotta dalla produzione congiunta di due o più prodotti.
La riduzione dei costi si verifica infatti allorché alla produzione originaria
si affiancano le produzioni di altri prodotti, utilizzando risorse e competenze
già disponibili senza alcun costo o risorsa aggiuntiva. Un’impresa
diversificata che riuscisse ad utilizzare le economie in questione lungo la
catena del valore di altri prodotti si troverebbe avvantaggiata rispetto a
concorrenti che non dispongono di tale possibilità. La stessa adozione di
impianti di produzione flessibili rappresenta un’altra fonte rilevante di
economie di scopo senza dover fare produzioni standardizzate. La
concettualizzazione delle economie di scopo può inoltre essere estesa anche alle
capacità di relazione con la clientela, con le fonti di approvvigionamento e
con i governi e istituzioni locali.
La tipologia di economie in esame può, quindi,
essere considerata il risultato di un processo di apprendimento che porta alla
formazione di risorse e di conoscenze impiegabili per potenziare la condotta di
mercato dell’impresa in diverse arene geografiche e concorrenziali.
La
formulazione della strategia internazionale sulla base del vantaggio comparato
e del vantaggio competitivo.
|
|
Vantaggio
competitivo
|
|
Vantaggio
comparato
|
|
Nessun
vantaggio
|
Presenza di
vantaggi
|
|
Presenza di
vantaggi
|
Scambi
intersettoriali
Integrazione
orizzontale impresa
(a
livello int.le) (3)
|
Internazionalizzazione
ed integrazione verticale e orizzontale con coordinamento e dispersione
geografica delle attività (4)
|
|
Nessun
vantaggio
|
Segmentazione
del mercato nazionale (1)
|
Scambi
intersettoriali
Integrazione
verticale impresa
(a
livello int.le) (2)
|
Modalità
di concorrenza internazionale
L’esame della catena del valore dell’impresa,
integrato dalla valutazione del vantaggio comparato conseguibile dall’eventuale
localizzazione geografica di certe fasi della catena, permette di identificare
quelle specifiche attività che troverebbero vantaggio da una localizzazione dispersa
in certi paesi o concentrata in altri. L’impresa trova conveniente dislocare a
livello internazionale le attività a più alta intensità di lavoro o di materie
prime in paesi che possano garantire tali fattori a costi più contenuti, mentre
altre attività si avvantaggiano del favorevole costo del capitale o della
disponibilità di infrastrutture tecnico-scintifiche in paesi differenti.
ATT!! Ovviamente tale
principio trova applicazione a patto che la differenza nello stock dei vantaggi
competitivi tra le imprese non compensi più che favorevolmente lo svantaggio
derivato da una localizzazione sfavorevole delle loro attività. Quanto più
elevato risulta infatti lo svantaggio imputabile ad una localizzazione non
favorevole, tanto maggiore dovrebbe essere l’attenzione e lo sforzo riposto
dall’impresa nello sviluppo e nella difesa dei suoi vantaggi competitivi.
Combinando tra loro la disponibilità di vantaggi
comparati e lo stock dei vantaggi competitivi è possibile distinguere i
seguenti casi:
1) Assenza
di vantaggi competitivi/comparati: si configurerà semplicemente una segmentazione
dei mercati a livello nazionale.
2) Assenza
di vantaggi competitivi / presenza di vantaggi comparati in alcuni paesi: in tale contesto è
probabile che l’impresa tenda a dislocare le fasi della catena che
potrebbero maggiormente giovarsi del vantaggio comparato garantito da una
specifica configurazione geografica. Da tale situazione deriva una concorrenza internazionale
basata sull’esportazione dai paesi con vantaggi comparati di prodotti
standardizzati per l’assenza di specifici vantaggi competitivi. L’impresa
tenterebbe quindi di creare un vantaggio competitivo di costo con
l’esportazione di beni o componenti realizzati da impianti localizzati
favorevolmente in certe aree continentali. Per conseguire un vantaggio
competitivo attraverso lo sfruttamento di vantaggi comparati presenti in certi
paesi l’impresa cercherebbe di integrare
verticalmente e coordinare a livello regiocentrico le sue attività.
3) Presenza
di vantaggi competitivi / assenza di vantaggi comparati: se il costo dei fattori della produzione
fosse equivalente nei vari paesi-mercato la concorrenza internazionale si
realizzerebbe nell’affermazione della distintività dei vantaggi competitivi dei
vari concorrenti. Il confronto concorrenziale, in tale situazione, potrebbe dar
luogo a scambi internazionali intersettoriali e a scelte di penetrazione di un
paese-mercato attraverso modalità di investimento diretto. Tale condotta
dovrebbe spingere l’impresa ad integrare orizzontalmente, a livello
internazionale, le sue attività (anche in aree continentali diverse).
4) Presenza
di vantaggi competitivi / comparati: in questo caso – che è
il caso tipico della condotta internazionale di mercato della cosiddetta
“impresa globale” - è possibile integrare specifici vantaggi comparati lungo la
catena del valore dell’impresa. Da un lato le differenze tra vantaggi
competitivi promuovono un confronto internazionale intersettoriale e modalità
di ingresso all’estero tramite investimenti diretti, dall’altra con
un’integrazione orizzontale delle attività dell’impresa la combinazione ed
interazione tra vantaggi comparati e competitivi potrebbe generare anche una
dispersione internazionale delle attività con scelte di dislocazione nei paesi
origine di tali vantaggi. Con quest’ultima condotta l’impresa sfrutta la
superiorità relativa che le può derivare sia dalla configurazione e dal
coordinamento delle sue attività disperse geograficamente sia dai vantaggi
competitivi che è capace di affermare più efficacemente dei suoi rivali, in
virtù della sua predisposizione strategica nello sviluppo dei prodotti e nella
selezione dei mercati internazionali da penetrare.
17.8 L’eurocentrismo e le imprese pan-europee
L’integrazione europea non si fonda sulla
convinzione che i mercati nazionali diverranno identici col tempo, ma piuttosto
più accessibili e integrati. Il concetto di marketing e la sua evoluzione
appaiono condizionati dalle profonde modificazioni indotte dalla creazione di
un’area con caratteristiche specifiche all’interno dell’economia globale, a sua
volta sempre più caratterizzata dai cosiddetti regionalismi. Sono infatti
soprattutto gli accordi di integrazione internazionale che determinano il
definitivo passaggio da una gestione residuale del mercato estero ad una logica
internazionale nella definizione delle politiche di mercato nazionali. La
standardizzazione che tutto ciò ha permesso ha favorito il raggiungimento di
economie di scala. In modo analogo i consumatori non diventeranno almeno
nell’immediato più omogenei in termini di preferenza o di comportamento, ma le
imprese europee possono sfruttare i vantaggi resi possibili dalla riduzione
delle tariffe, dei dazi e degli ostacoli amministrativi e legali tra paesi
diversi. Le imprese che vogliono sfruttare la formazione di un mercato unico
possono adottare differenti approcci strategici:
a)
approccio pan-europeo, mediante lo sviluppo di programmi
di marketing rivolti a segmenti di mercato sovranazionali
b) ricerca di economie di
scala a livello dei componenti, mantenendo la possibilità di adattare il
prodotto finale alle esigenze del mercato locale o diventando terzista per
conto di altre imprese o distributori europei.
L a possibilità per le imprese di attuare una
politica di standardizzazione dipende da alcune circostanze relative alla
specificità dei prodotti e dei mercati:
- modalità d’uso
- immagine di un prodotto
- stadio di sviluppo del mercato
- standard tecnici
Un altro fenomeno in crescita è la diffusione di
campagne pubblicitarie pan-europee. Spesso le politiche pubblicitarie sono
perseguite attraverso l’uso di un’immagine standard e il doppiaggio, per
adattare lo spot ai diversi paesi. Per suscitare identificazione le imprese
hanno adottato l’espediente di utilizzare l’immagine di persone proveniente da
diverse culture o possono selezionare un elemento o un contesto neutro per
evitare il problema dell’adattamento.
Infine, l’integrazione dei mercati ha costretto le
grandi multinazionali a migliorare il coordinamento tra le proprie sussidiarie.
Con la semplificazione delle procedure doganali, il trasporto è diventato più
veloce, la disponibilità a livello locale di parti e prodotti finiti è
diventata una variabile meno critica e si è resa possibile la centralizzazione
di alcune attività. Molte imprese hanno compreso la necessità di coordinare le
vendite e i marketing tra prodotti e tra paesi, al fine di controllare i costi
e i concorrenti. Le strutture a tal fine predisposte possono essere:
-
l’istituzione di coordinatori e/o manager di marca
europea che coordinano le strategie di marketing delle diverse sussidiarie
-
la centralizzazione delle politiche e dei budget
pubblicitari
-
la creazione di matrici organizzative nelle quali la
responsabilità tra manager di paese e di prodotto sono in equilibrio alla
formazione di team paneuropei per specifici gruppi di prodotto
-
la creazione di ruoli di category manager, responsabili
del coordinamento delle strategie di marche differenti all’interno di un’unica
categoria.
18. Un modello per la definizione delle strategie
competitive internazionali
18.1 Introduzione
Le imprese affrontano i mercati
internazionali sollecitate da stimoli e motivazioni differenti:
¤
alcune avviano il processo di internazionalizzazione a
causa della stagnazione del mercato d’origine o per l’intensificarsi della
concorrenza interna;
¤
altre intravedono in tale scelta un’opportunità per
rafforzare i propri vantaggi competitivi o, anche, per conquistarne di nuovi.
Nella realtà, la ragione che
stimola a intraprendere lo sviluppo internazionale diviene spesso evidente solo
dopo aver maturato qualche esperienza all’estero. La ricerca
dell’internazionalità per l’impresa è infatti motivata dalla prospettiva di
sviluppare il fatturato, migliorando la performance reddituali.
Lo
sviluppo e l’affermazione dell’attuale economia globale impone, ad ogni impresa
grande o piccola, di esaminare con attenzione il problema della sua proiezioni
internazionale. Infatti nell’attuale scenario economico nessun mercato può
infatti essere considerato protetto e difendibile dalla concorrenza
internazionale, mentre la posizione competitiva conquistata in un mercato viene
sempre più a dipendere dal raggio di azione conseguito nel tempo a livello
internazionale. L’internazionalizzazione dell’economia è quindi portatrice di
minacce e di promettenti opportunità (maggiore scala e maggiori tassi di
crescita per i mercati) allo stesso tempo.
Ciò non
vuol dire che le imprese devono necessariamente internazionalizzarsi: è però
fondamentale considerare i segnali di minaccia e opportunità provenienti
dall’ambiente-mercato internazionale, con la evidenziazione del loro potenziale
impatto sulla condotta competitiva interna. Per affermarsi, ogni impresa deve
imparare a sviluppare la sua capacità di confronto concorrenziale su orizzonti
globali, sia se perseguirà la sua missione all’esterno, sia se continuerà ad
operare su mercato di origine.
18.2 Tipologie di approcci nel processo
d’internazionalizzazione dell’impresa
La decisione di svilupparsi in un
mercato estero rappresenta una delle possibili alternative di crescita
perseguibili dalle imprese. In generale, la gestione strategica di un mercato
si struttura nella chiara definizione dei seguenti elementi:
- gli obiettivi da conseguire in termini di
tasso di crescita, quota di mercato, redditività;
- la definizione del mercato in cui conseguire
questi obiettivi (segmenti di domanda da servire);
- l’alternativa di sviluppo prescelta (sviluppo
sui mercati esistenti, penetrazione di nuovi mercati, diversificazione,
sviluppo prodotto);
- il posizionamento strategico del prodotto o
dei prodotti;
- i vantaggi competitivi più
significativi posseduti dall’impresa e le sinergie conseguibili dallo
sfruttamento delle sue risorse e competenze.
L’internazionalizzazione
dell’impresa rappresenta quindi un’opzione strategica che richiede
significative capacità organizzative, e che può essere sviluppata con successo
solo con un’efficace azione di pianificazione e coordinamento delle attività e
delle risorse ad essa destinate.
Il
comportamento dell’impresa può basarsi su tre approcci:
¤
L’approccio reattivo è basato su un processo decisionale non
sequenziale, adattivo ed incrementale. Esso è perseguito di solito da imprese
di piccole dimensioni, meno abituate ad esplicitare i propri obiettivi e a
pianificare le fasi del loro processo decisionale. Quindi la strategia di
internazionalizzazione non è elaborata esplicitamente, ma risulta piuttosto da
una sequenza di azioni, che affrontano i problemi man mano che gli stessi si
presentano.
¤
L’approccio attivo presuppone un processo decisionale più formale e
strutturato, che richiede un deliberato ed organizzato processo di ricerca e di
analisi per identificare e valutare a priori le opzioni strategiche
perseguibili (dopo un’accurata analisi dell’ambiente interno ed esterno, a
livello interno ed internazionale).
¤
L’approccio proattivo è tale per cui l’impresa non procede solamente
ad un’analisi formalizzata del mercato-ambiente estero per la definizione delle
condotte strategiche ed operative, ma contribuisce in modo creativo a
prefigurare il futuro sviluppo dei mercati. In presenza di una ridotta capacità
di alcune porzioni della domanda di autospecificare le proprie esigenze,
l’impresa assume un ruolo propulsore dei mercato, ideando offerte idonee ad
attirare le preferenze dei consumatori.
In ogni
caso il processo di internazionalizzazione richiede un approccio strutturato
alla pianificazione delle future condotte, per razionalizzare l’orientamento
intuitivo e trasformarlo in un processo caratterizzato da minore incertezza, in
ambienti-mercato non familiari all’impresa.
18.3 Un modello sequenziale per
l’internazionalizzazione dell’impresa
Un modello normativo utile per
descrivere e pianificare la successione delle diverse fasi in cui potrebbe
strutturarsi un approccio attivo e proattivo alla gestione del mercato estero
dovrebbe contemplare l’approfondimento e l’assunzione di decisioni relative a:
- la scelta dello specifico
vettore di sviluppo internazionale (definizione della combinazione
paese-prodotto-mercato);
- gli obiettivi e i traguardi
da conseguire con il vettore prescelto e la strategia di penetrazione
ipotizzata;
- la selezione delle modalità
di presenza nel mercato estero;
- la predisposizione del
piano di marketing adeguato all’ingresso nel paese estero e allo sviluppo
del mercato.
L’interattività
delle decisioni assunte nelle diverse fasi richiedono sistematici sviluppi e
adattamenti incrementali e suggerisce la necessità di prevedere un momento di controllo
successivo ad ogni fase, in modo da adattare, modificare o integrare le scelte
operate in precedenza.
Il
modello eviterebbe la frammentarietà e la mancanza di una precisa
razionalizzazione delle decisioni d’ingresso nei mercati esteri nonché delle
successive scelte di consolidamento delle posizioni acquisite, che è spesso
tipica del processo di internazionalizzazione delle imprese italiane.
Ovviamente, come ogni modello normativo inteso a razionalizzare lo spirito di
intrapresa e a strutturare il processo di analisi e di decisione, l’approccio
proposto potrebbe apparire meccanicistico e rigido, ma occorre tener conto che,
spesso, le decisioni inerenti lo sviluppo delle iniziative precedono la
definizione degli obiettivi e delle condotte strategiche da perseguire. Il
modello invece mira a rinforzare l’idea della necessità di una gestione strategica del processo, con
un approccio attivo o proattivo.

La
tabella evidenzia la differenza esistente tra un approccio orientato alle
vendite e uno fondato sulla gestione strategica del mercato internazio-nale.
L’approccio di vendita può caratterizzare solo il comportamento di un’impresa
che si trovi nella fase iniziale del processo di internazionaliz-zazione.
Un’adesione prolungata a tale linea rappresenta una condanna certa per lo
sviluppo ed il successo delle sue attività internazionali.
18.4 I vettori di sviluppo dell’impresa
L’impresa può perseguire lo
sviluppo internazionale agendo su tre diversi tipi di vettore:
- i paesi-mercato, cioè le aree geopolitiche in cui fare ingresso;
- gli specifici segmenti di mercato da servire
nelle diverse nazioni;
- i prodotti (e le tecnologie ad essi connessi) da offrire per
soddisfare i bisogni dei mercati selezionati.
Risulta
molto elevato il numero di possibili combinazioni fra cui scegliere
l’alternativa più soddisfacente per il conseguimento degli obiettivi
dell’impresa. Vi sono tuttavia due diversi modelli di sviluppo principali:
¤
lo sviluppo focalizzato nel
paese di origine;
¤
lo sviluppo attraverso
l’internazionalizzazione.
18.4.1 Lo sviluppo focalizzato nel paese di origine
Quattro vettori di crescita definiscono
le diverse modalità di sviluppo perseguite dall’impresa quando la sua strategia
è orientata in via esclusiva al mercato nazionale, e ad essi possono essere
associate tutte le condotte di natura offensiva e difensiva sviluppabili
dall’impresa sull’asse prodotti-mercati.
- l’espansione semplice contempla lo sviluppo dell’impresa
attraverso il perseguimento ed il potenziamento delle attuali combinazioni
prodotto/mercato: servendo gli stessi gruppi di clienti, nelle stesse aree
geografiche e soddisfacendo i loro bisogni con il portafoglio dei prodotti
attualmente disponibili;
- lo sviluppo dei prodotto introduce sul mercato di origine nuovi
prodotti per completare la gamma attuale o per soddisfare l’emergere di
nuovi bisogni o di bisogni attuali con tecnologie differenti;
- lo sviluppo dei mercati orienta lo sviluppo dell’impresa e dei
suoi prodotti verso nuovi mercati, essenzialmente per la diversa tipologia
di cliental servita;
- la diversificazione propone l’ampliamento delle attività
dell’impresa in nuovi mercati e con nuovi prodotti.
I
vettori di crescita esemplificati non considerano la possibilità di crescita
attraverso l’internazionalizzazione. Si deve tuttavia sottolineare come
l’impresa può internazionalizzarsi anche da un punto di vista differente da
quello commerciale, a livello di mercati di acquisto, sistemi produttivi o
finanziamenti. Tuttavia l’internazionalizzazione dei mercati di sbocco è
comunque più frequente dei processi di razionalizzazione dei sistemi produttivi
attraverso l’integrazione verticale internazionale.
18.4.2 Lo sviluppo attraverso
l’internazionalizzazione
Le
diverse alternative di sviluppo internazionale possono essere ricondotte ad uno
dei seguenti vettori:
- L’impresa fa l’ingresso in
un mercato estero con le stesse
combinazioni prodotto-mercato già collaudate dall’impresa nel paese di
origine. L’impresa può internazionalizzarsi con una condotta ad ampio
raggio estesa a tutto il mercato oppure focalizzandosi su uno o più
segmenti, secondo una delle seguenti combinazioni:
¤
crescita internazionale in cui
l’impresa focalizza le sue risorse ed attenzioni solo su una specifica
combinazione prodotto-segmento prescelta tra quelle disponibili in
portafoglio;
¤
l’impresa si impegna nella
conquista della massima estensione del vettore mercato con una parte dei
prodotti che compongono il suo portafoglio;
¤
l’impresa focalizza solo uno o
alcuni segmenti proponendo tutta la gamma dei prodotti del mercato di
origine, per implicite difficoltà di segmentazione del mercato estero con
criteri analoghi a quello nazionale;
¤
l’impresa fa ingresso in un
mercato estero estendendo l’attività a tutti i vettori prodotto-mercato,
replicando la stessa strategia già realizzata nel mercato di origine.
- L’impresa sviluppa nuovi prodotti da destinare a
segmenti di mercato con caratteristiche similari a quelli di origine. Tale
scelta è obbligata quando l’impresa individua specificità tali da
richiederle di adattare funzionalmente il suo prodotto ai bisogni
peculiari esplicitati dal mercato estero. Il processo di innovazione del
prodotto, può essere più o meno radicale e richiedere semplici adattamenti
o più complesse innovazioni.
- L’impresa penetra in segmenti di mercato esteri diversi
rispetto a quelli serviti nel mercato di origine, utilizzando gli stessi
prodotti disponibili in quello nazionale, benché possa essere necessario
un riposizionamento dei prodotti.
- L’impresa compie la propria
internazionalizzazione attraverso la diversificazione
delle attività. Potrebbe essere questo il caso di imprese che perseguono i
loro obiettivi di crescita sviluppando prodotti e penetrando mercati
esteri sostanzialmente diversi da quelli invece serviti nel loro paese di
origine.
18.4.3 Il processo di selezione della combinazione
paese-prodotto-mercato
La
scelta della combinazione paese-prodotto-mercato e dello specifico vettore di
crescita richiedono all’impresa la raccolta e l’analisi di una mole ingente di
dati e di informazioni relativi ai diversi mercati esteri oggetto d’interesse
da parte della stessa.
I
fattori condizionanti la scelta della combinazione e delle modalità di ingresso
acquisiscono diversa natura in funzione del loro carattere endogeno o esogeno:
¤
l’analisi dei fattori esogeni si riferisce ai
vantaggi o agli svantaggi prospettati dai paesi in predicato e si basa sulle
condizioni d’ingresso, le variabili macroambientali, la struttura e clima
competitivo del mercato estero. L’analisi dovrebbe essere estesa al clima
congiunturale e competitivo del mercato nazionale dell’impresa;
¤
l’analisi dei fattori endogeni sono ricondotti alla
definizione degli obiettivi dell’impresa, cioè all’esplicitazione delle attese
circa il contributo che l’attività internazionale dovrebbe assicurarle, senza
tralasciare però la valutazione delle proprie risorse, del clima organizzativo,
delle competenze e dei vantaggi competitivi, e delle caratteristiche del
portafoglio prodotti, atti a sostenere la strategia di sviluppo internazionale.