LE
ENTRATE PUBBLICHE
1.
Nozione e
classificazioni
Dopo
aver premesso che lo Stato prima determina le spese (necessarie per fornire i
servizi) e poi si occupa delle entr 656e43g ate
(necessarie a coprire il costo di tali servizi), possiamo definire le entrate
pubbliche come il complesso di mezzi monetari che affluiscono allo Stato
e agli altri enti pubblici per far fronte alle esigenze dell’attività
finanziaria.
Esistono
varie forme e specie di entrata che possiamo ricondurre ai seguenti gruppi:
¨
ENTRATE ORIGINARIE o
PATRIMONIALI
Il
cui flusso di ricchezza scaturisce dai beni di cui lo Stato è proprietario, al
pari di altri enti pubblici (es. le spiaggie date in concessione o i ricavi che
scaturiscono dalla vendita del taglio dei boschi). Tuttavia la gran parte dei
beni pubblici non danno entrate, ma forniscono direttamente un servizio (una
strada, una scuola, un ospedale ecc.).
Rientrano
tra le entrate originarie i prezzi dei beni e servizi forniti da aziende
pubbliche.
In
questi casi lo Stato produce beni e servizi al pari di un privato, ma fissa il
prezzo tenendo conto delle esigenze sociali, specie di alcune categorie come ad
esempio studenti e lavoratori che, sui trasporti ferroviari, godono di
riduzione di prezzo. In tal caso, tuttavia, ci si trova di fronte ad un prezzo
politico, come si preciserà successivamente.
Non
va dimenticata l’attività svolta dagli enti pubblici per gestire tutti i beni
di cui sono proprietari e dai quali traggono un reddito. Tali entrate
influiscono, però, in misura modesta sulle entrate totali.
Di
rilevanza maggiore, per l’ampio gettito che garantiscono e per la vasta gamma
delle forme di prelievo, sono le :
¨
ENTRATE DERIVATE o TRIBUTARIE
Tali
entrate derivano dalla capacità impositiva dello Stato, che la esercita
sia in maniera diretta che per mezzo di altri enti pubblici. Tale capacità si
traduce in vari modi di prelievo. In questa classificazione rientrano tutti i tributi.
Quella
appena accennata rappresenta la distinzione di maggior rilievo tra tutte le
entrate pubbliche. Ma possono essere fatte altre classificazioni,
quali:
-
sotto l’aspetto contabile
si distinguono le entrate ordinarie dalle entrate straordinarie
.
Le prime sono quelle che si rinnovano regolarmente per ogni esercizio
finanziario (es. l’IRPEF), le seconde sono quelle che ricorrono saltuariamente
in relazione ad esigenze di bilancio come, ad esempio, un’imposta straordinaria
per far fronte ad eventi eccezionali;
-
sotto l’aspetto della natura
giuridica si possono avere entrate di
diritto privato, quelle che lo Stato percepisce come un qualsiasi
operatore privato (es. la vendita o la locazione di un immobile di proprietà
dello Stato), ed entrate di diritto pubblico quelle che lo Stato
introita in forza della potestà che esercita nei confronti di coloro che
dispongono di un reddito nell’ambito del suo territorio.
2.
Le
entrate originarie
Per poter sviluppare tale argomento è
necessario individuare quali sono le fonti delle possibili entrate originarie.
Esse vengono ricondotte a tre e precisamente:
a)
i beni pubblici demaniali
b)
i beni pubblici patrimoniali
c)
le imprese pubbliche
Attraverso
ognuna di queste tre fonti lo Stato e gli altri enti pubblici si procurano beni
e forniscono anche servizi alla collettività, a seconda della natura dei beni
stessi, come si desume dall’analisi che viene effettuata:
a)
Beni demaniali sono quelli che per natura, o
per disposizione di legge, sono destinati a soddisfare direttamente i bisogni
collettivi e, per tale motivo, sono sottoposti a particolari vincoli come, ad
esempio, le ferrovie. Sono generalmente beni immobili e comprendono il :
-
demanio marittimo , cioè le
spiagge del mare;
-
demanio idrico, vale a dire
le acque interne quali fiumi e laghi;
-
demanio militare,
comprendente le caserme, porti ed aeroporti;
-
demanio stradale e ferroviario
;
-
demanio storico, artistico e
culturale nel quale rientrano musei ecc…
Proprio
per le finalità che perseguono, tali beni sono inalienabili e inusucapibili nel
senso che il diritto di proprietà pubblica su di essi, da parte dello Stato che
ne è titolare, è imprescrittibile.
b)
Beni patrimoniali sono quelli che, pur essendo diretti a soddisfare un interesse
collettivo, possono appartenere anche ad enti pubblici diversi dallo Stato e si
distinguono in “disponibili” e “indisponibili”:
-
disponibili sono quei beni che non sono veri e propri beni pubblici, ma beni in
proprietà, dai quali l’ente ottiene un reddito, e che può alienare senza alcun
problema;
-
indisponibili sono quei beni che risultano destinati a fornire una utilità pubblica
e non possono essere sottratti a tale destinazione, se non con una disposizione
di legge. Come i beni demaniali, non sono espropriabili se non per destinarli
ad una maggiore utilità pubblica; sono però usucapabili, purchè non ne venga
alterata la loro destinazione al pubblico servizio. Essi comprendono :
-
le foreste, che fanno parte del
patrimonio delle regioni ;
-
le miniere, le cave e le torbiere;
-
le acque minerali e termali;
-
i beni militari e culturali non
rientranti in quelli demaniali quali ad esempio le armi;
-
tutti i fabbricati destinati ad
uffici pubblici.
3.
Le
imprese pubbliche
La
regola generale è che i bisogni individuali vengono soddisfatti nell’ambito
dell’economia di mercato. Quest’ultimo non è sempre in grado di funzionare in
maniera efficiente per la produzione di determinati beni che presentano
caratteristiche di indivisibilità.
Esistono
anche molti servizi che, pur essendo divisibili (ad es. la fornitura di acqua e
gas), tuttavia, senza l’intervento dell’ente pubblico non potrebbe essere
assicurata una posizione di ottimizzazione collettiva. In questi casi, l’ente
pubblico preposto ritiene utile sottrarre i beni alle leggi di mercato, pur
senza fornirli gratuitamente. Così si afferma che (Cosciani) se è desiderabile
che la fornitura dell’acqua e del gas, in una città, sia sottratta all’economia
di mercato al fine di evitare che un’offerta monopolistica sfrutti in maniera
eccessiva il consumatore, non lo è di meno non fornire a tutti il servizio
gratuito perché darebbe inevitabilmente luogo a degli sprechi.
La
realizzazione di un’azienda pubblica, tuttavia, spesso non consegue le finalità
che si era preposta in quanto le imprese pubbliche non hanno incentivi per
minimizzare i costi in funzione dei ricavi, ma anche perché non hanno problemi
di concorrenza e, soprattutto, non rischiano il fallimento come invece avviene
per un’azienda privata in quanto lo Stato interviene per coprire i loro bisogni
economici. I consumatori da parte loro, non possono abbandonare il mercato ed i
servizi offerti perché, in genere, i servizi pubblici non sono sostituibili
(es. la fornitura di acqua, i trasporti pubblici, le ferrovie ecc…).
L’impresa
pubblica, cioè quella il cui capitale è stato conferito, in tutto o in parte,
dallo Stato o da un altro ente pubblico, e che persegue finalità pubbliche
(Parravicini) nasce per un insieme di ragioni:
-
evitare frodi, come avviene per la
garanzia sui metalli preziosi;
-
evitare monopoli privati su beni
necessari quali acqua, raccolta rifiuti, trasporti urbani ecc..., perché
sarebbero troppo onerosi;
-
garantire determinati servizi
essenziali anche a quelle piccole comunità che, altrimenti, verrebbero
discriminate (l’ufficio postale in un paesino di montagna).
L’impresa
pubblica può essere gestita direttamente dallo Stao sottoforma di ente
autonomo, oppure in maniera indiretta attraverso la costituzione di un ente
pubblico economico, ma gestito con una regolamentazione di diritto privato (es.
l’ANAS, l’azienda nazionale autonoma delle strade), oppure costituendo una
società ad azionariato pubblico, ma con regole identiche a quelle delle società
commerciali (es. Alitalia).
Vi
sono crescenti motivi, negli stati contemporanei, di interventi atti a
stimolare o aiutare determinate attività produttive, motivi che non sono
soltanto di ordine economico, ma anche sociale. Tende comunque a prevalere il
sistema della partecipazione statale al capitale di imprese societarie. Sorgono
così le “imprese miste” che hanno registrato un notevole sviluppo
non solo a livello statale, ma anche di enti locali.
Esistono
tuttavia, ancora oggi, esempi di impresa la cui titolarità è ricondotta
esclusivamente allo Stato, come le Poste e le Ferrovie, le quali, pur essendo
aziende autonome, sono di proprietà dello Stato e su di esso ricadono gli
effetti della loro gestione.
A
livello locale hanno assunto un’importanza sempre maggiore le aziende
municipalizzate relative a forniture di acqua, gas, trasporti urbani ecc.
Una
attenzione particolare merita l’esame dei prezzi e delle tariffe alle quali le
imprese pubbliche debbano vendere i loro servizi. La risposta è che non si può
avere una soluzione univoca in quanto, come è stato osservato (Cosciani), ci si
può indirizzare verso varie soluzioni:
-
Tariffa fissata in coincidenza tra
costo e ricavo marginale con, di conseguenza, un vantaggio notevole ( profitto
del monopolista).
-
Tariffa fissata al costo medio
con, quindi, un profitto normale.
-
Tariffe differenziate, fornendo
cioè il servizio sottocosto ad alcune categorie e al di sopra ad altre -come
avviene nel caso di trasporti ferroviari- in modo da pareggiare il bilancio.
Per
quanto concerne l’Italia in particolare, si rileva una notevolissima
distribuzione di imprese pubbliche, sia a livello statale che di enti
territoriali locali. Nel corso degli ultimi anni si è registrata una notevole
evoluzione nei criteri di gestione: mentre infatti fino ad un recente passato
non veniva considerata che in maniera marginale l’economicità della fornitura
dei servizi, attualmente a tale aspetto viene dedicata particolare attenzione.
Lo Stato, infatti, non è più in grado di andare a ricoprire, con propri
interventi, tutti i disavanzi che andavano maturando nell’ambito delle imprese
pubbliche. Attualmente, pertanto, la politica seguita è quella dei bilanci
tendenzialmente in pareggio magari ricorrendo all’applicazione di tariffe
differenziate tenendo conto della qualifica dell’utente (es. studenti per i
prezzi dei trasporti) oppure considerando l’orario d’impiego della fornitura
del servizio (es. l’impiego della forza motrice per lavatrici e simili in
particolari orari o nei giorni festivi nei quali l’impiego della stessa per usi
industriali è più limitata).
4.
Le entrate derivate o tributarie
La gran parte delle entrate, attraverso le
quali gli Stati forniscono alla propria collettività i servizi di cui questa
necessità, sono di carattere tributario, vale a dire prelevate in forza del
potere di imperio di cui uno Stato dispone a titolo originario e che, almeno in
parte, attribuisce agli enti locali, i quali, pertanto, esercitano lo stesso
potere in quanto delegato.
Siccome i bisogni che una collettività
avverte sono molteplici, anche le entrate tributarie risultano essere in gran
numero e pertanto sorge l’esigenza di collegarle fra di loro, al fine di
evitare sovrapposizioni ed eccesso di aggravio nei confronti di alcune
categorie a vantaggio di altre, pur nel rispetto di differenziazioni oggettive.
Lo Stato infatti ripartisce l’onere dei servizi pubblici fra le varie classi
sociali nella maniera che la classe politica al potere in quel momento ritiene
la più giusta, con la conseguenza di aumentare il potere di acquisto a favore
di alcuni e diminuirlo nei confronti di altri.
L’insieme dei tributi esistenti in uno Stato
in un dato momento ed i criteri attraverso i quali questi vengono applicati, dà
vita ad un “sistema tributario”.
Il sistema tributario, tuttavia, non
costituisce mai una struttura statica in quanto
la situazione economica e sociale di un paese è assoggettata a continue
variazioni, sia per ragioni interne che per eventi internazionali. Proprio per
questo, il sistema è sottoposto a variazioni ed aggiustamenti attraverso i
quali renderlo rispondente alle esigenze sociali. Se infatti non vi fosse un
rapporto di correlazione fra i vari tributi non si potrebbe parlare di sistema
tributario proprio per la mancanza di collegamenti e di razionalizzazione.
Alla costituzione di un sistema tributario
contribuiscono varie forme di entrate che vengono appresso esaminate con
l’indicazione delle caratteristiche che le contraddistinguono.
A – Prezzo privato, quasi privato,
pubblico
Trattasi delle entrate che affluiscono alle
casse dell’ente pubblico attraverso un’attività economica che è caratterizzata
dagli stessi criteri che spingono l’azione dell’imprenditore privato.
Nel caso di prezzo privato l’ente
pubblico che produce il servizio, lo cede ad un prezzo liberamente contrattato
che copra i costi e che garantisca anche il conseguimento del profitto. Così,
ad esempio, la vendita di un immobile non più destinato a finalità pubbliche,
segue criteri privatistici alla stessa maniera della locazione dell’immobile
stesso.
Il prezzo quasi privato presenta, da
un lato, caratteristiche analoghe a quelle indicate sopra ma, nel contempo,
consente all’ente pubblico che fornisce il servizio, anche il conseguimento di
finalità pubbliche, come ad esempio evitare il sorgere di forme monopolistiche
private che porterebbero ad un aumento del prezzo.
Il prezzo pubblico infine è quello
che, pur tendendo al pareggio del bilancio, tuttavia consegue tale risultato
con una diversificazione del prezzo di vendita del servizio, facendo così
pagare un prezzo più alto ai più abbienti e minore agli altri. Un esempio in tal
senso è rappresentato dal trasporto ferroviario dove il servizio è fornito in
forme diverse in maniera da consentirne l’accesso al più alto numero di
persone. Coloro che pagano il biglietto ad un prezzo inferiore al costo,
traggono un vantaggio perché godono di un servizio il cui costo è maggiore.
Quelli che, al contrario, pagano il biglietto ad un prezzo superiore al costo,
sono assoggettati ad un prelievo impositivo che si aggiunge e si cumula al
prezzo del biglietto, pur non essendo essi in grado di distinguere fra le due
componenti.
B – La tassa
E’ definita come il corrispettivo, inferiore
al costo di produzione del servizio liberatamene richiesto, che viene
corrisposto all’ente che lo fornisce, dall’utente di un servizio speciale.
Le caratteristiche della tassa sono pertanto
ravvisabili nei seguenti elementi:
-
un prezzo pagato inferiore al
costo di produzione, con la conseguenza che una parte del prezzo rimane a
carico della collettività;
-
è individuabile il soggetto a
favore del quale il servizio è prestato dal momento che trattasi di un servizio
direttamente richiesto dal beneficiario;
-
la tassa infine è una
controprestazione volontaria, nel senso che
un soggetto accetta liberamente di pagarla in cambio di un servizio al
quale attribuisce una utilità superiore a quella del sacrificio che sostiene.
Un esempio che fornisce una chiara immagine
dell’istituto della tassa è costituito dalla tassa universitaria il cui
ammontare, anche se ritenuto oneroso dallo studente che lo paga, risulta però
trascurabile di fronte alla spesa complessiva che lo Stato deve sostenere per
il mantenimento delle università.
Una considerazione particolare, al riguardo,
è costituita dalla misura nella quale l’ente pubblico determina l’ammontare
della tassa. Trattasi di un criterio squisitamente politico nel senso che la
misura della tassa viene determinata con riferimento ai vantaggi che,secondo
chi governa, derivano alla collettività da una parte ed al singolo dall’altra.
Ed è proprio con riferimento a tali vantaggi
di ambedue i destinatari, collettività e singolo, che chi fornisce il servizio
determina la misura della tassa e, conseguentemente, stabilisce l’ammontare
dell’onere che va invece ad gravare sulla collettività sottoforma di imposta
che integra la tassa.
In ogni tipo di tassa sono presenti un soggetto
attivo, costituito dall’ente che fornisce il servizio; un soggetto
passivo individuabile in chi chiede il servizio, un oggetto che è
rappresentato dal servizio offerto.
Le tasse vengono classificate in riferimento al servizio ad esse
connesso.
Si hanno così tasse industriali, amministrative e giudiziarie.
- tasse industriali sono quelle a cui sottostanno tutti
coloro che impiegano strumenti di peso e di misurazione in quanto lo Stato
vuole garantire gli utenti che si tratta di apparecchi coretti. Rientrano in
questa categoria anche coloro che producono oggetti in oro e in argento, sui
quali lo Stato appone un marchio a garanzia del loro grado di purezza;
- tasse giudiziarie, il cui pagamento viene richiesto a
coloro che chiedono al giudice di risolvere una controversia sia civile che
penale o amministrativa. Sono criticate ma lo Stato le fa pagare per diminuire
la litigiosità giudiziaria.
- tasse amministrative sono tutte quelle che riguardano
la documentazione dell’esistenza di una qualsiasi situazione giuridica: certificati
di nascita, morte, matrimoni, certificati scolastici, patenti di guida, porto
d’armi, occupazione di suolo pubblico ect.. Sono certamente le più diffuse ed
il loro pagamento è meno sentito delle precedenti in quanto si pagano nel
momento stesso in cui si richiede il servizio (es. il passaporto).
C
– Il contributo
E’
un tributo particolare, in quanto è un prelievo che presenta i caratteri sia
dell’imposta che della tassa:
dell’imposta
essendo coattivo perché riguarda un servizio indivisibile, sia pure parzialmente; della
tassa per la parte divisibile del
servizio.
Possiamo
quindi affermare che è un prelievo di ricchezza imposto a coloro che traggono
individualmente un vantaggio specifico da opere o servizi pubblici di utilità
generale.
La
similarità con la tassa sta appunto nel far gravare una parte del costo del
servizio o dell’opera pubblica su coloro che se ne avvantaggiano in modo
particolare;
quella
con l’imposta è che non esiste una domanda individuale in quanto l’opera o il
servizio vengono effettuati dall’ente pubblico di propria iniziativa e a
beneficio di tutta la collettività, anche se il vantaggio di alcuni risulta maggiore.
Ad esempio se il Comune della nostra città costruisse viali con marciapiedi e
alberi sostenendo così spese pari ad un certo importo, ci si domanda da chi
tali opere dovranno essere pagate. Certamente da tutti gli abitanti; tuttavia
coloro che vivono lungo il viale, poiché sono coloro che più direttamente ne
traggono vantaggio, dovranno pagare un qualcosa in più. Tale ammontare
rappresenta, appunto, il contributo.
Concludendo
diciamo che il contibuto è un prelievo coattivo per un servizio parzialmente
divisibile.
D
– L’imposta (rinvio)
Fra
tutti i tributi previsti, l’imposta costituisce quello di maggior rilievo sia
per quanto concerne le tipologie di prelievo che per il gettito che procura
alle casse dello Stato e degli altri enti pubblici.
Per
questo se ne rinvia la trattazione al capitolo successivo.
5.
Le
entrate straordinarie con riguardo al debito pubblico
Si sono già individuate la natura e le
ragioni delle entrate straordinarie, alle quali lo Stato ricorre per esigenze
straordinarie ed impreviste della collettività.
Un tempo lo Stato costituiva delle fonti
straordinarie di entrata nella vendita di beni patrimoniali, nella istituzione
di tributi straordinari, nell’emissione di carta moneta ed anche ricorrendo, se
esisteva, al tesoro di guerra, un accantonamento appositamente predisposto per
tali eventi.
Attualmente il ricorso alle entrate
straordinarie è molto più frequente che nel passato, proprio per gli obblighi
che vengono agli Stati, da parte dell’Unione europea, di garantire il pareggio
di bilancio.
Tuttavia dato il livello particolarmente
elevato della pressione tributaria esistente in tutti gli Stati, le entrate
straordinarie si attuano, specificatamente, ricorrendo all’emissione di carta
moneta ed ai prestiti pubblici, al punto che alcuni studiosi, con riferimento a
tali due forme di entrata, non parlano più di entrate straordinarie, ma le
considerano dei mezzi ordinari di finanza pubblica e strumenti di politica
economica.
L’emissione di carta moneta non può essere
attuata senza regole in quanto deve sussistere un equilibrio
tra il volume dei beni scambiati e la
quantità di carta moneta circolante. Non rispettando tale principio si andrebbe
incontro ad un processo inflazionistico che risulterebbe dannoso sia per il
sistema economico nel suo insieme, sia per i singoli, con particolare
riferimento a percettori di un reddito fisso, e quindi non adeguabile
all’inflazione che si registra.
Attualmente il controllo della liquidità
monetaria, al fine di mantenerla adeguaa al volume dei beni scambiati, è
attuato con la determinazione, da parte della Banca Centrale Europea, del tasso
del “pronti contro termine”, che varia intorno ai valori del 2 %.
Il canale di maggiore rilievo di entrata
straordinaria risulta comunque essere il debito pubblico e trova la sua ragione
di essere non soltanto nel bisogno dello Stato, ma anche nella incapacità, da
parte dei piccoli risparmiatori, di far fruttare i loro risparmi per cui il
cederli allo Stato, verso il quale nutrono fiducia, rappresenta per loro quasi
un buon affare, dal momento che, con un impiego diverso, ne trarrebbero un
minor guadagno.
I prestiti pubblici esistono attraverso una
molteplicità di forme e varie possono essere le modalità di emissione.
Nell’ambito del debito pubblico italiano, tuttavia, attualmente risultano i più
diffusi due tipi di prestito, i quali assolvono a due finalità diverse e
precisamente:
-
BOT ( Buoni Ordinari del Tesoro ) con i quali lo
Stato fa fronte a temporanee deficienze di cassa e che, pertanto hanno una
durata inferiore ad un anno;
-
BTP ( Buoni del Tesoro Patrimoniali ) e CCT ( Certificati di Credito del Tesoro ) con i
quali lo Stato copre i deficit di bilancio e che, pertanto, hanno una durata di
molti anni.
La differenza fra i due tipi è che i BTP sono a tasso fisso ed i CCT a
tasso variabile.
Per quanto riguarda i B.T.P. può verificarsi che il tasso d’interesse
al quale il prestito è stato emesso possa diventare col tempo troppo oneroso in
quanto i tassi di interesse, sul mercato, possono diminuire rispetto a quelli
esistenti al momento dell’emissione.
In queste situazioni lo Stato ha convenienza a diminuire gli interessi
che deve pagare e può raggiungere tale risultato in due modi:
1)
ricorrendo alla riduzione
dell’interesse corrisposto (conversione) che può avvenire sia in forma
volontaria ( lo Stato dice al suo creditore: o accetti il ribasso o ti rimborso
la somma) che forzosa ( lo Stato riduce l’interesse senza interpellare il
risparmiatore);
2)
introducendo un’imposta sugli
interessi pagati (conversione forzosa) in forza della quale i risparmiatori si
vedono ridurre gli interessi che percepivano precedentemente.