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Inizio affermando che, secondo me, la paventata "crisi
dei valori" è una realtà molto più sfumata di quanto si creda.
Mi spiego: parlare di "crisi" significa ammettere
che in epoche passate si sia vissuta un'età dell'oro in cui questi valori
erano in auge e diffusi universalmente.
Ora, per le poche conoscenze che io ho della Storia, quest'epoca non mi sembra
mai esistita.
Sì, forse il Medioevo conosceva una stabilità ed
immutabilità di riferimenti etici e religiosi oggi scomparsa, ma la maggior
parte della popolazione viveva nell'indigenza, nella sporcizia,
nell'ignoranza, nell'assoggettamento all'autorità. L'"individuo"
come lo conosciamo oggi nemmeno 838j99i esisteva.
Ciò naturalmente non significa che io neghi la presenza di
problemi, anche gravi, di natura sociale ed etica in seno alla nostra
società.
I "mostri" contro cui dobbiamo combattere dentro e fuori di noi
ogni giorno, sono, credo, abbastanza conosciuti: l'economicismo, il
consumismo, l'egoismo, l'edonismo esibizionista, il prevalere, in genere,
della sfera materiale su quella spirituale.
La massa, di cui anch'io faccio parte, si lascia facilmente
sedurre dai messaggi televisivi e pubblicitari, dal cinema di facile consumo
e di dubbio valore artistico, dalle pubblicazioni dedicate al vasto pubblico,
dove i protagonisti sono belli, levigati, sorridenti, possiedono automobili
lussuose e gadget elettronici del tutto inutili, vivono in dimore sfarzose,
godono di un successo che ha arriso loro senza alcun impegno o fatica, vivono
quasi esclusivamente nella dimensione del tempo libero, non hanno nessun tipo
di problema serio, adulto e nessuna preoccupazione quotidiana degna di questo
nome.
Anche se trovo un po' assurdo demonizzare questo tipo di
messaggio, che, seppur caricaturalmente, esprime una parte almeno delle
aspirazioni dell'uomo occidentale (soltanto?), credo altresì che la vita
reale, anche dei privilegiati, sia tutt'altra cosa.
Nella vita reale ci si ammala, si invecchia, si muore, si lavora, si rischia,
si vive ogni genere di affanno.
La rincorsa al successo economico da ottenere senza troppe
remore etiche e la vita vissuta all'insegna del divertimento sfrenato portano
l'uomo moderno a provare penosi sentimenti di solitudine, di noia, di
insicurezza, di vuoto esistenziale, di profondo disorientamento morale.
Questo fatto è paradossalmente acuito, anziché lenito, dalla
libertà di cui gode l'uomo contemporaneo, dalla molteplicità di opzioni fra
cui è chiamato a scegliere, in assoluta solitudine, senza riferimenti certi,
senza guide che non siano il profitto economico e l'interesse personale.
Viviamo oltretutto in un epoca di trasformazioni vertiginose, di cambiamenti
continui, di complessità crescenti che esigono capacità di risposta non
comuni e rischiano di schiacciare l'individuo facendolo sentire ancora più
impotente ed insicuro.
Inoltre, negare o almeno comprimere, la parte spirituale
dell'uomo, come fa più o meno coscientemente l'Occidente, porta a
recrudescenza tutta una serie di mali sociali: la criminalità, il suicidio,
la violenza, l'alcolismo, la droga, la cosiddetta "malattia
mentale".
In parte questo è il prezzo che si deve pagare al progresso,
alla democrazia, alla libertà. Non tutti riescono a sostenere il peso che
comporta il dover compiere scelte autonome; e talvolta i più deboli e
violenti indulgono a comportamenti devianti, mentre i più sensibili possono
cadere vittima di conflitti morali interiori devastanti.
Cosa fare allora?
Intanto riconoscere che, se non il migliore dei mondi
possibili, il mondo occidentale è forse il migliore dei mondi realizzati fino
ad ora. Vivere nei secoli scorsi deve essere stato molto più difficile,
precario e disumano di oggi. La Storia del passato è una storia di violenze,
di fame, di epidemie, non dobbiamo nascondercelo.
I valori spirituali, morali ed artistici non sono alla
portata di tutti e forse mai lo saranno. Si può sperare in una loro
diffusione e già la nostra società ha aumentato il numero di coloro che
leggono, provano piacere ad assistere ad un concerto o ad uno spettacolo
teatrale, si pongono dei problemi di tipo etico e filosofico.
Ma è una questione di sensibilità e di intelligenza,
caratteristiche in parte innate, solo parzialmente modificabili con
l'educazione.
Alcune esperienze, la poesia o la musica "classica", per esempio,
saranno, secondo me, sempre minoritarie. Persino il piacere della lettura.
Credo non si debba essere eccessivamente severi nel voler
distrarre la maggior parte della gente dai loro divertimenti e dalla loro
smania consumistica. In fondo, una popolazione di mercanti e flemmatici
borghesi, quali noi stiamo diventando, è sempre poco incline alle guerre,
desidera la pace e la stabilità e quasi sempre favorisce le arti.
Per contro esistono società fortemente anticonsumistiche e dai valori
religiosi "forti", dove la maggior parte della popolazione vive
nella miseria, nell'ignoranza, nella paura, nella guerra continua.
La civiltà, nei comportamenti e nelle idee, mi sembra da noi
estesa in quantità rassicurante a larga parte della popolazione. Le giovani
generazioni sembrano inquietanti, ma da sempre i giovani hanno destato
preoccupazioni e sospetti.
E' vero, ci sono problemi di ordine pubblico dovuti all'espansione della
criminalità, ma per quelli esistono delle parziali soluzioni tecniche di
prevenzione e repressione, un concetto, a mio giudizio, da rimettere a nuovo
e riconsiderare. Il fatto stesso che torme di diseredati si riversino
fiduciose in Occidente significa che il nostro tipo di civiltà è attualmente
insuperato, è considerato quasi un miraggio, una promessa di benessere cui
aspirare.
Il capitalismo e le società democratiche e aperte hanno
vinto. Le alternative sperimentate si sono rivelate opprimenti e sanguinarie.
Sono perciò fiducioso che noi occidentali sapremo trovare un minimo d'ordine,
di equilibrio e di armonia in mezzo al cambiamento materiale e spirituale e
alle nuove difficoltà e sfide indotte dalla rivoluzione tecnologica.
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