Introduzione: la disciplina
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è la scienza politica?
La scienza politica è lo studio
ovvero la ricerca sui diversi aspetti della realtà politica al fine di
spiegarla il più compiutamente possibile adottando la metodologia proprio delle
scienze empiriche.
Come in altri paesi europei, la scienza politica
italiana nasce staccandosi dal troncone del diritto costituzionale, ma al
momento dell’instaurazione del fascismo la neonata disciplina è già soffocata
dall’affermazione di alcune correnti filosofiche della storia, come quelle
rappresentate da Benedetto Croce e Giovanni Gentile
2) &n 939g65j bsp;
– Come si ricostituisce la scienza politica
nel secondo dopoguerra ed i suoi criteri di fondo?
La ricostruzione della scienza politica risale ai
primi anni cinquanta e si propone quella definizione
della disciplina
come conoscenza empirica della politica, ma si chiariscono alcuni criteri di fondo: l’azione politica è attività ispirata
a principi razionali; la scienza politica,
al pari dell’economia, è l’analisi empirica del rapporto fini/mezzi, e
dell’adeguatezza dei secondi al raggiungimento dei primi; è
anche analisi del significato e delle conseguenze dell’azione stessa, e della
coerenza complessiva dei fini.
3) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le differenze tra scienza
politica e filosofia politica, diritto pubblico, storiografia?
Finer lo fa in maniera semplice:
a. &n 939g65j bsp; La scienza politica si distacca dalla
filosofia politica quando si decide di escludere dal
proprio ambito anche i giudizi morali e si presta attenzione
alla raccolta e all’analisi dei dati empirici.
b. &n 939g65j bsp; La
scienza politica si distacca dalla diritto pubblico quando si giunge a una distinzione anche solo
implicita, tra processi reali e processi formali,
cioè tra quello che effettivamente accade e l’elaborazione delle norme che
regolano formalmente comportamenti e aspettative.
c. &n 939g65j bsp; La
scienza politica si distacca dalla storiografia quando, con la classificazione e la comparazione,
l’analisi dei dati empirici mostra implicitamente che quei dati
non sono da considerare unici ed esclusivamente “legati al tempo, al luogo, e
alle circostanze specifiche”.
4) &n 939g65j bsp;
– Caratteristica della svolta all’inizio degli
anni sessanta.
Gli anni sessanta fu la fase di decollo della disciplina in
tutta Europa e fu caratterizzata dalla prevalenza di un approccio
istituzionale tradizionale, in cui l’attenzione era centrata sulle istituzioni formali e sul loro
funzionamento anche in chiave storica, sulla scia della tradizione del
diritto costituzionale dei decenni precedenti la guerra.
5) &n 939g65j bsp;
– L’influenza america sulla scienza politica
americana.
Il grande decollo della scienza politica avviene con
il grande salto nella ricerca empirica, conseguenza dell’influenza americana in
tutti i paesi dell’Europa occidentale. Quattro elementi lo caratterizzano:
Ø &n 939g65j bsp; viene importata una nuova concezione della
scienza politica derivante dalla rivoluzione comportamentista, che rimanda allo
studio del comportamento individuale e
alla necessità di sviluppare metodi scientifici più rigorosi;
Ø &n 939g65j bsp; vengono condotte numerose ricerche empiriche, ora possibili perché finanziate da
fondazioni americane;
Ø &n 939g65j bsp; diversi studiosi
europei vanno a studiare negli USA;
Ø &n 939g65j bsp; vengono creati centri di formazione e ricerca anch’essi finanziati da fondazioni americane.
6) &n 939g65j bsp;
– Illustrate le caratteristiche degli studi su
potere politico ed èlites.
Accanto all’approccio tradizionale, ed in parziale
contrasto con esso, si era sviluppato e aveva avuto rapidamente successo un
filone di studi sul
potere politico e le èlites, considerati il cuore di qualsiasi analisi
politica. Tale approccio rimarrà centrale per lo studio della politica locale,
che particolarmente nella realtà italiana non è legata tanto alle competenze istituzionali degli enti
territoriali, quanto piuttosto alla capacità di rappresentanza, anche
clientelare, presso il centro e la creazione di consenso da parte della classe
politica locale.
7) &n 939g65j bsp;
– Illustrate le caratteristiche principali
dell’approccio sistemico.
Possono essere così sintetizzati:
a. &n 939g65j bsp; Il sistema politico è l’unità centrale
di analisi,
che definisce la politica indicando la sede in cui si svolge.
b. &n 939g65j bsp; Il sistema politico è caratterizzato da un insieme di interazioni in cui “i valori vengono assegnati in modo
autoritativo a favore di una società”, ovvero dall’insieme dei processi
mediante i quali una qualsiasi comunità sociale prende decisioni politiche.
c. &n 939g65j bsp; Al sistema politico giungono in entrata (inputs) domande e sostegno da parte della società nella sua veste
di comunità politica, cioè di persone tenute insieme da certa divisione
politica del lavoro (dal
semplice voto all’impegno più costante e continuo in politica).
d. &n 939g65j bsp; Gli outputs
del sistema, sotto forma di decisione da applicare, e le reazioni a quelle decisioni da parte della
stessa comunità politica sono gli altri aspetti importati della teoria
sistemica.
e. &n 939g65j bsp; Tra inputs e outputs vi è una scatola nera
all’interno della quale si svolgono i
processi essenziali. Tra questi ultimi si richiamano le tre funzioni
fondamentali: quella amministrativa,
svolta dalla burocrazia; quella di risoluzione
pacifica dei conflitti privati, o tra privati e le istituzioni pubbliche,
assolta dalla magistratura; quella di decisione
politica, che rimane il compito di parlamento e governo.

8) &n 939g65j bsp;
– Qual è l’eredità dell’approccio sistemico?
L’approccio sistemico, pur molto criticato, ha avuto
successo per diversi anni. Di esso all’inizio del nuovo secolo sono rimasti
soprattutto:
Ø &n 939g65j bsp;
l’impossibilità di
considerare le istituzioni solo in una prospettiva formale e la necessità di capire che cosa vi sia dietro quelle
forme;
Ø &n 939g65j bsp;
l’importanza delle interazioni tra i vari aspetti della politica, che non possono
essere trascurate poiché “il tutto è più della somma delle parti”;
Ø &n 939g65j bsp;
alcuni
concetti sui si continua a fare ricorso, come la nozione di sostegno
e quelle contigue legittimità e fiducia, oppure la nozione di rendimento e di nuovo quelle contigue di
efficace ed efficienza.
9) &n 939g65j bsp;
– Illustrate le caratteristiche principali
dell’approccio della scelta razionale (rational choice).
A differenza dell’approccio sistemico, l’approccio
razionale è diventato sempre più importante nella scienza politica
internazionale fino a raggiungere un seguito relativamente ampio. Si può capire
sinteticamente l’approccio razionale se si parte dai suoi dai suoi assunti di
base, l’individualismo e il comportamento
utilitarista degli individui.
Per i sostenitori della scelta razionale non esistono
collettività al di fuori degli individui che le formano. La spiegazione
dell’azione sta nel comportamento di individui la cui razionalità
si esprime nella consapevolmente nel massimizzare la propria utilità.
10) – Che
cosa è il neo-istituzionalismo?
Il neo-istituzionalismo è diventato relativamente
prevalente nella disciplina in questi ultimi anni, sia negli Stati Uniti sia in
Europa, Italia compresa.
Alla base stanno i seguenti fattori:
a. &n 939g65j bsp;
La riaffermazione
del ruolo centrale delle istituzioni, intese come un insieme di regole del gioco, routines,
abitudini, procedure, stili decisionali o persino norme sociali.
b. &n 939g65j bsp;
Una
conseguente rinnovata attenzione per il dettaglio delle
strutture politiche.
c. &n 939g65j bsp;
Un ovvio
collegamento con la precedente tradizione delle analisi istituzionali.
11) – Quali
distinzioni si possono fare tra i
neo-istituzionalismo?
La distinzione più utile è quella tra
neo-istituzionalismo storico, sociologico e della scelta nazionale.
12) – Quali
sono le caratteristiche del neo-istituzionalismo storico, sociologico e
nazionale?
Il neo-istituzionalismo storico: analisi delle istituzioni in chiave di “path dependance”, ovvero di dipendenza
della politica dai precedenti percorsi istituzionali.
Il neo-istituzionalismo sociologico: le istituzioni modellano la politica attraverso la costruzione e l’elaborazione del
significato della
vita individuale e collettiva, condizionando le
percezioni e le preferenze e vincolando le aspettative e gli orientamenti.
Il neo-istituzionalismo nazionale: sono
importanti quelle istituzioni che riescono a
superare le difficoltà della cooperazione collettiva. Pur mantenendo gli
assunti proprie della scelta nazionale, quali il comportamento individuale
finalizzato a massimizzare il raggiungimento delle proprie preferenze, questa
corrente di studiosi si propone di individuare assetti istituzionali che
favoriscono la cooperazione.
&n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
I. &n 939g65j bsp;
La
politica
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è la politica?
Per scoprirlo si può seguire una linea d’indagine che comincia
con il rispondere ad alcune domande essenziali intorno alla politica, quali:
- &n 939g65j bsp;
Chi sono i politici?
- &n 939g65j bsp;
Quali sono le modalità tipiche di questa
attività?
- &n 939g65j bsp;
Esistono luoghi privilegiati della politica?
- &n 939g65j bsp;
Quali sono i suoi obiettivi?
Le prime domande da porre sono: chi, come, dove e perché.
Nella prospettiva delineata è possibile definire “la
politica” come l’insieme di attività inerenti al
funzionamento della collettività umana, svolte da uno o più soggetti
individuali o collettivi, caratterizzate da comando, potere e conflitto, ma
anche da partecipazione, cooperazione e consenso. Alla
collettività umana compete la responsabilità primaria del controllo della
violenza e la distribuzione al suo interno di costi e benefici, materiali e
non.
In termini sintetici si può dire che la politica
riguarda la gestione della collettività responsabile dell’ordine pacifico.
2) &n 939g65j bsp;
– Chi sono i principali attori politici?
Sono coloro che operano all’interno
delle architetture del potere politico ovvero dei regimi
politici. In un regime democratico questi elementi (individuali
e collettivi) sono: leaders, partiti, gruppi di pressione, movimenti, elettori,
ecc.. E poi tutti i processi che si svolgono all’interno della democrazia,
quali elezioni, formazione e crisi dei governi, decisioni di governo e
legislative, manifestazione di protesta, e altri.
3) &n 939g65j bsp;
– Che cosa distingue la politica da altre esperienze
umane come l’economia, la morale, la religione?
La politica si distingue dalle altre esperienze umane
in quanto esiste un luogo privilegiato, cioè un ambito ben definito
all’interno del quale l’esperienza politica si colloca. E’ questo spazio
circoscritto, anche se variamente definito ed esteso lo troviamo di volta in
volta nella tribù, nella città-stato nel regno, nell’impero, nello stato-nazione,
nelle associazioni tra stati. Non che nelle altre esperienze come l’economia,
la morale o la religione, la dimensione
collettiva non possa essere rilevante: la vita economica è stesso racchiusa
entro frontiere regionali, nazionali o di “blocco internazionale”; la vita
morale o religiosa può fare riferimento a gruppi di varia natura. Ma questo aspetto appare per esse non essenziale.
“Il carattere
collettivo, cioè riferibile a uno specifico ambito di svolgimento,
relativamente delimitato, sembra un aspetto proprio dell’esperienza politica”
La politica non è comunque una realtà impermeabile ma
esistono continue interazioni con le altre sfere della esperienza umana, quali
economia, società, religione o burocrazia. Il fatto che attori economici, sociali,
religiosi operano in politica e vi assumano a volte ruoli di primo piano non significa necessariamente che tra
politica ed economia, politica e società, politica e religione, non vi siano
differenze. Il fatto che uno o più imprenditori acquistino un ruolo politico
primario non deve far dimenticare che altri non vi riescono. Convertire le
risorse economiche in risorse politiche è un’operazione che non sempre riesce.
Questo vuol dire che gli scambi avvengo tra realtà distinte che hanno metro di
valutazioni diverse. Le risorse prodotte in un ambito non sono automaticamente
spendibili nell’altro; devono essere convertite, e questa conversione non
riesce sempre allo stesso modo.
4) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per politics?
Con il termine politics ci si riferisce alla “sfera
del potere”, inteso come la capacità di influire sulle decisioni
prese dagli individui.
La
natura del potere (quali ne
siano le basi di legittimità, di quali risorse e strumenti si serve), la sua distribuzione e trasmissione
(chi lo detenga e come avvengano i passaggi nella sua titolarità), il problema del suo esercizio e dei suoi
limiti (come possa essere prevenuta l’utilizzazione arbitraria ed eccessiva
da parte dei suoi detentori): sono stati
questi i temi classici al centro della riflessione della filosofia politica,
prima, e della scienza politica, poi. L’architettura del potere (i regimi politici) si colloca al centro
dello studio della politica.
5) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è una policy?
La politica non si esaurisce interamente negli atti e
nei comportamenti che riguardano la conquista e la gestione del potere. Nella
vita politica oltre al potere vi è una cospicua e variegata realtà costituiti
da innumerevoli programmi d’azione,
provvedimenti ed interventi proposti dagli attori politici e decisi nella sedi
politiche. Gli effetti di queste azioni ricadono nella vita politica. Dunque,
se da un lato la politica può essere sintetizzata nell’espressione
“competizione per il potere”, da un altro essa è “governo”,
cioè decidere per affrontare e risolvere i problemi della
comunità. Se il primo lato della politica si svolge
prevalentemente all’interno del “palazzo”, il secondo si presenta come diretto
verso l’esterno e potrebbe essere caratterizzato come il prodotto della
politica stessa.
Questa seconda faccia della politica va sotto il nome
complessivo di politiche pubbliche (policy – policies in inglese).
Dal punto di vista della scienza politica studiare le
politiche significa, innanzitutto, analizzare i contenuti e mettere in luce la
distribuzione dei costi e dei benefici che esse comportano. In un secondo
luogo, significa indagare il processo di decisione nelle sue diverse fasi
(dalla individuazione dei problemi alla formulazione di proposte alla decisione
finale).
6) &n 939g65j bsp;
- Che cosa vuol dire polity?
Cioè la definizione dell’identità e
dei confini della comunità politica.
L’importanza dei confini che definiscono la polity è
di facile comprensione. Cambiando il
territorio e la comunità politica cambia anche l’ambito di vigenza
dell’autorità politica, in concreto il potenziale di attuazione delle decisioni
presa dagli organi centrali.
Un’altra faccia che contrassegniamo con il termine polity è
quella che comprende tutti quelli aspetti della politica che riguarda la definizione della comunità politica,
cioè del territorio e della popolazione che insiste su quel territorio, e le relative strutture e processi di
mantenimento e cambiamento, dalla polizia alla magistratura, dalla
burocrazia all’esercito, dall’amministrazione alla risoluzione dei conflitti
privati, dalla difesa dei confini al mantenimento dell’ordine interno.
&n 939g65j bsp;
II. &n 939g65j bsp;
Democrazia,
democrazie
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è una democrazia?
Il significato letterale “potere del popolo” è
stato riformulato ed arricchito con la famosa espressione “potere dal popolo, del popolo e per il popolo”, nel senso che il
potere deriva dal popolo, appartiene al popolo, e deve essere usato per il
popolo.
Schumpeter definisce democrazia, come “lo strumento istituzionale per raggiungere a decisioni
politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere
attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”.
Sartori preferisce mettere l’accento anche
sull’esistenza di maggioranze e minoranze, e definisce questo regime come “un sistema etico-politico nel quale l’influenza della
maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano
attraverso il meccanismo elettorale”.
2) &n 939g65j bsp;
– Qual è la definizione minima di democrazia?
Cioè quella che indica quali sono gli aspetti
essenziali ed immediatamente controllabili che consentono di stabilire una
soglia a di sotto della quale un regime non possa essere considerato
democratico.
Sono tutti i regimi che presentano
almeno:
a. &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
suffragio universale, maschile e femminile;
b. &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
elezioni libere, competitive, ricorrenti,
corrette;
c. &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
più di un partito;
d. &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
diverse e alternative fonti di informazione.
3) &n 939g65j bsp;
– Quali sono gli aspetti procedurali di una
democrazia?
I diritti e le libertà possono essere ricondotti ad un
insieme di regole formalizzate o procedure che
caratterizzano le democrazie reali. In questo senso si parla di democrazia
formale e anche di democrazia procedurale.
Infatti la procedura attraverso la quale si cerca e si
attua in pratica un ordinamento sociale è considerata formale per distinguerla
dal contenuto dell’ordinamento che è un elemento materiale o sostanziale.
Dunque, si tratta di “forme” che consentono e garantiscono la possibilità che certe
sostanze ovvero che certe decisioni siano prese seguendo le modalità previste
da quelle stesse “forme”.
4) &n 939g65j bsp;
– Che cosa significa incertezza democratica?
In un regime democratico non è corretto supporre che qualsiasi decisione, qualsiasi “contenuto” decisionale possa
essere assunto attraverso regole formalizzate. Questo significa
che un regime democratico è quello in cui si può assumere un’ampia gamma di
decisioni su molteplici temi. In questo senso vi è incertezza decisionale, ma
da queste incertezza restano esclusi, innanzi tutto, il mercato e la proprietà
privata che devono essere garantiti.
5) &n 939g65j bsp;
– Come si definisce una democrazia
procedurale?
“Insieme di norme e
procedure che risultano da un accordo-compromesso per la risoluzione dei
conflitti tra gli attori sociali, politicamente rilevanti, e gli attori
istituzionali presenti nell’arena politica”
6) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i tipi principali di democrazia?
Una prima distinzone basilare è quella tra “democrazia rappresentativa e democrazia diretta”
7) &n 939g65j bsp;
– Qual è la distinzione tra democrazia
rappresentativa e democrazia diretta?
Un regime si dice rappresentativo, cioè basato sulle regole e le istituzioni
della rappresentanza, quando è “caratterizzato da
elezioni libere, competitive, corrette, periodiche , poi, da strutture
rappresentative, come il parlamento, e decisionali, come il governo”.
La democrazia rappresentativa non comporta una partecipazione diretta dei cittadini
se non molto saltuariamente al momento del voto, che in alcuni casi non è
neanche obbligatorio.
La democrazia diretta coincide, invece, con la democrazia degli antichi,
ovvero delle antiche città, dove “un piccolo numero di
cittadini si riunivano e decidevano sui problemi che li riguardavano”.
Era tuttavia un regime che oggi definiremo autoritario
in quanto, di solito, un gruppo di cittadini conviveva con un numero ben più
ampio di persone senza diritti, in posizione politicamente subordinata. Istituti
di democrazia diretta, come i referendum,
si sono mantenuti nelle attuali democrazie che rimangono in larga misura
rappresentative.
8) &n 939g65j bsp;
– Che cosa sono la democrazia consensuale e
la democrazia Westminster?
Lijphart ha costruito due modelli di democrazia “polari” ovvero con caratteristiche
opposte cominciando con l’osservare come le democrazie essenzialmente ispirino
le loro “forme” istituzionali a due principi che possono essere puri o misti, il principio
maggioritario e il principio
consensuale.
Sulla base del principio maggioritario, la democrazia “è un
regime in cui i rappresentanti, eletti sulla base di elezioni libere,
competitive e ricorrenti, raggiungono le proprie decisioni in base al principio
di maggioranza”. L’aspetto di fondo sta nel fatto che nelle
diverse sedi decisionali la maggioranza delle preferenze debba prevalere,
determinando il risultato decisionale.
Questa concezione della democrazia è criticata dai
sostenitori del principio consensuale che, invece, sottolineano
l’importanza della “ricerca dell’accordo, del consenso più ampio,
del compromesso”. In questa prospettiva la democrazia è, dunque,
più tolleranza reciproca che tirannia della maggioranza.
Sulla base di questi due principi, il primo modello
polare di democrazia che merge combinando le diverse dimensioni è definito modello Westminster,
prendendo ispirazione dal modello inglese e dal nome del parlamentare
britannico. Esso è contraddistinto da. “concentrazione
del potere esecutivo in governi formati da un solo partito e maggioranze risicate;
fusione dei poteri legislativo ed esecutivo e dominio del governo; sistema
bipartitico con una sola dimensione rilevante; sistema elettorale maggioritario;
pluralismo dei gruppi di interesse; bicameralismo asimmetrico (una camera ha
poteri maggiori dell’altra), costituzione flessibile e sovranità parlamentare;
assenza di controllo di costituzionalità; banca centrale controllata
dall’esecutivo, assenza a ricorso a consultazioni referendarie per l’esistenza
esclusiva di forme di democrazia rappresentativa”.
III. &n 939g65j bsp; Regimi non democratici
|
Regime tradizionale
|
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Oligarchia competitiva
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime sultanistico
|
|
Totalitarismo
|
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
di destra
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
di sinistra
|
|
|
Regime militare
|
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Tirannia militare
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Oligarchia militare (militari moderatori,
militari guardiani, militari governanti)
|
|
Autoritarismo
|
Regime civile-militare
|
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime burocratico-militare
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime corporativo
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime esercito-partito
|
|
|
Regime civile
|
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime nazionalista di mobilitazione
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime comunista di mobilitazione
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime fascista di mobilitazione
- &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Regime di mobilitazione a base religiosa
|
|
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Pseudo-democrazie
|
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Regimi di transizione
|
Democrazia protetta
Democrazia elettorale
|
|
1) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i modelli di regimi autoritari?
Sono modelli di regimi autoritari:
- &n 939g65j bsp;
Regime
militare (tirannia militare,
oligarchia militare);
- &n 939g65j bsp;
Regime
civile-militare
(burocratico-militare, corporativo, esercito-governanti);
- &n 939g65j bsp;
Regime
civile (nazionalista di mob.,
comunista di mob., fascista di mob., di mobilitazione a base religiosa);
- &n 939g65j bsp;
Pseudo-democrazie.
2) &n 939g65j bsp;
– Come si definisce un regime autoritario?
Autoritario è un “sistema politico con
pluralismo politico limitato e non responsabile, senza una elaborata
ideologia-guida, ma con mentalità caratteristiche, senza mobilitazione politica
estesa o intensa, tranne che in alcuni
momenti del suo sviluppo, e con un leader o talora con un piccolo gruppo
che esercita il potere entro limiti formalmente mal definiti ma in realtà
abbastanza prevedibili”.
La nozione di pluralismo
limitato ci rimanda la concetto di coalizione
dominante, che va inteso come “ l’insieme
dei gruppi politicamente attivi che sostengono il regime nella sua fase
d’instaurazione e nei periodi successivi ovvero la base sociale del regime”. In senso stretto l’elites che partecipa alla gestione governativa
del regime stesso in quanto occupano posizioni di comando nelle
strutture-chiave del regime (esercito, burocrazia o parte di essa, eventuale
partito unico, la Chiesa, gruppi industriali o finanziari, i proprietari
terrieri).
3) &n 939g65j bsp;
– Come definire un regime totalitario?
Un regime totalitario è contraddistinto da:
a) &n 939g65j bsp; assenza
di pluralismo ovvero monismo,
caratterizzato dal ruolo preminente del partito
unico, una struttura burocratica gerarchizzata, e completa subordinazione
di tutti gli altri possibili attori (dai militari, alla burocrazia, alla
Chiesa) al partito unico, che quindi occupa una posizione veramente centrale e
determinante;
b) &n 939g65j bsp; presenza
di una ideologia articolata e
ben definita, finalizzata alla legittimazione e al mantenimento del regime e di
dare contenuto alle politiche di mobilitazione e alle stesse politiche
sostantive;
c) &n 939g65j bsp; presenza
di una mobilitazione alta e
continua sostenuta dalla ideologia e dalle organizzazioni partitiche e
sindacali, anche esse subordinate al partito;
d) &n 939g65j bsp; un piccolo
gruppo o un leader al vertice del
partito unico;
e) &n 939g65j bsp; limiti
non prevedibile al poter del
leader e alla comminazione di sanzioni.
A questi elementi di base possono aggiungere alcune
precisazioni. Innanzi tutto, l‘ideologia totalitaria “è in
nucleo progettuale di trasformazione totale della realtà sociale”.
4) &n 939g65j bsp;
– Definite un regime tradizionale.
Tipici regimi tradizionali rimangono alcuni casi,
quali l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. La loro legittimazione si
intende bene se si pensa al ruolo di istituzioni come la monarchia o al
patrimonialismo di cui parla Weber.
5) &n 939g65j bsp;
– Definite un regime sultanistico.
Si tratta di regime basato sul “poter
personale del sovrano che tiene legati i suoi collaboratori in un rapporto
fatto di paure e di ricompense”. Vi è, dunque, un uso del potere
in forme particolaristiche e per fini essenzialmente privato. In questo regime
l’esercito e la polizia svolge un ruolo centrale.
6) &n 939g65j bsp;
– Che cosa caratterizza un regime militare?
Il regime
militare è un regime di tipo autoritario.
Tale assetto politico, di solito, nasce da un colpo di stato, oppure da un semplice intervento che non configura
neanche la meccanica del golpe. I
militari, o più spesso un settore delle forze armate o, ancora, ufficiali di più alto grado
costituiscono il più importante attore
del regime.
in quanto ad ideologia, di solito, si è fatto appello
a principi o valori quali l’interesse nazionale, la sicurezza, l’ordine ovvero
alla necessità di una razionalizzazione tecnocratica che eliminasse sprechi,
corruzioni, ingiustizie macroscopiche.
7) &n 939g65j bsp;
– Che differenze vi sono tra tirannie
militari e le cleptocrazie?
Si parla di tirannie
militari quei regimi in cui “manca la presenza di
un leader militare in posizione nettamente preminente rispetto al corpo
ufficiali”. Alcuni regimi in cui il “tiranno” domina l’esercito
e governa in maniera personalistica sono etichettati come cleptocrazie, per indicare la commistione di personalismo e
corruzione che li caratterizza.
8) &n 939g65j bsp;
– Come definire un’oligarchia militare?
Un’oligarchia militare è caratterizzata da “un gruppo più o meno ampio di militari, con o senza un primis
inter pares, prima coinvolti nel golpe e, poi, nel regime”. In
base al grado di penetrazione nelle strutture politiche, sociali e economiche,
è possibile differenziali in :
- &n 939g65j bsp;
militari moderatori (hanno un potere di veto);
- &n 939g65j bsp;
militari guardiani (controllano direttamente il governo - regimi militari veri e propri);
- &n 939g65j bsp;
militari governati (il controllo e la penetrazione militare di
tutte le strutture politiche, burocratiche, economiche sono più profonde). In
questi regimi maggiore e la repressione e più alta la probabilità di
persistenza. In essi talora di tenta, con risultati quasi sempre fallimentari,
la formazione di un forte partito di massa. quando il tentativo ha successo e
il partito raggiunge un ruolo relativamente autonomo si è nell’ambito dei regimi esercito-partito.
9) &n 939g65j bsp;
– Come si definisce un regime
civile-militare?
Tali regimi sono fondati su una “alleanza
tra militari, più o meno professionalizzati, e civili, siano essi burocrati,
politici di professione, tecnocrati, rappresentati della borghesia industriale
e finanziaria”.
10) – Come
si definisce un regime burocratico-militare?
Sono quei regimi civili-militari caratterizzati da “una coalizione dominata da ufficiali e burocrati”. Non vi è un partito di massa con ruolo dominante.
Frequentemente questi regimi sono stati instaurati in sistemi in cui erano già
scomparse le istituzioni democratico-liberali, ma nei quali non vi era ancora
consolidato un sistema partitico capace di dar vita a governi stabili.
11) – Come
si definisce un regime corporativo?
Sono quei regimi civili-militari caratterizzati da “un’ideologia” più
che alla coalizione dominante che sta alla base e che è sempre costituita dalla
oligarchia civili-militari.
A livello ideologico aderisce ad una
scelta corporativa, fondata sull’idea della rappresentanza sulla base delle
unità economiche e/o sociali di appartenenza.
12) – Che
cosa distingue un corporativismo includente da uno escludente?
Nel primo caso l’obiettivo dei governati è mantenere
un equilibrio stato-società garantito da politiche dirette ad “includere gruppi operai importati" nel
nuovo assetto politico-economico. Nel secondo caso, invece, l’obiettivo è “l’esclusione raggiunta per mezzo di coercizione,
smobilitazione e ristrutturazione dei gruppi operai più importati”.
13) – Che
cosa è il populismo in America Latina?
Si tratta della traduzione politica “dell’enorme processo di mobilitazione che investe settori
della popolazione prima non partecipanti e, comunque, attivi politicamente”.
I movimenti, e i partiti, populisti sono anche contraddistinti dalla presenza
di un leader carismatico e da un rapporto diretto tra quel leader e le masse.
Il populismo va inquadrato nell’ambito di fenomeni di
profonda trasformazione socio-economica.
14) – Come
caratterizzare i regimi esercito-partito?
Si tratta di regimi civile-militari nei
quali “gli attori principali sono l’esercito e il
partito”, due strutture parallele in simbiosi: gli stessi
leaders possono occupare ruoli diversi
nell’una e nell’altra struttura. Di solito, l’esercito
è il partner più importate e forte della colazione e riesce ad esercitare
un controllo sul partito, una struttura di massa che svolge compiti di
mobilitazione, integrazione, controllo della popolazione.
15) – Come
definire un regime civile?
I regimi civili sono regimi di mobilitazione,
nei quali “la caratteristica di limitata mobilitazione dei
regimi autoritari si attenua così che diventano, per questo importate aspetto,
un modello limite di autoritarismo che più si avvicina al totalitarismo”.
I diversi regimi civili sono accomunati soprattutto
dal ruolo preminente del partito unico
o egemonico, che può anche convivere con altri partiti minori senza che
vi sia un’effettiva competizione.
16) – Che
cosa caratterizza un regime nazionalista di mobilitazione?
E’ un modello di
regime civile che “nasce dalla lotta
per l’indipendenza nazionale diretta da un’elite locale, molto spesso da un
leader carismatico, il quale fa del partito il veicolo di mobilitazione dal
basso”. In questi regimi i militari hanno un ruolo
secondario e accettano sostanzialmente il controllo delle élites nazionaliste
civili.
La grande maggioranza dei casi ascrivibili a questo
modello fanno parte del continente africano. Di solito, questi regimi vengono
instaurati negli anni sessanta a seguito della decolonizzazione, e l’ideologia
nazionalista e socialista rimane centrale o, comunque, importante.
17) – Che
cosa caratterizza un regime comunista di mobilitazione?
E’ un modello di
regime civile che “nasce in un contesto
socio-economico relativamente sviluppato e al cui centro della coalizione
dominante sta un partito unico, con un’articolazione strutturale molto
approfondita e con notevole capacità di controllo della società”.
Questo aspetto ha fatto parlare di stato-partito, ad indicare il
parallelismo e la sovrapposizione che si crea tra le strutture del regime e
quelle del partito. Si tratta di un modello di regime autoritario molto vicino
al genus totalitario, la cui complessità sociale o altri aspetti etico-economici fanno sì che
accanto al partito con tendenze totalitarie abbiano un proprio ruolo altri
gruppi di diversi settori pubblici, burocratici e industriali, o anche
l’esercito.
18) – Che
cosa caratterizza un regime fascista di mobilitazione?
E’ un modello di
regime civile. L’unico caso è quello italiano (1922-1943). L’attore
principale è costituito da “un leader principale
strettamente legato a un partito con tendenze totalitarie, articolato e
strutturalmente differenziato che preesiste all’instaurazione del regime ed è
il principale protagonista del processo instaurativo.”
Nelle fasi successive di consolidamento le
strutture del regime tendono ad autonomizzarsi
dagli altri gruppi socio-economici che l’appoggiano e che, in buona misura,
ne hanno determinato il successo durante l’instaurazione. Tali gruppi sono
costituiti da istituzioni tradizionali come la monarchia, l’esercito, la Chiesa
(in posizione ambigua di cooperazione-conflitto), ovvero da gruppi sociali
quali i proprietari terrieri, la grande industria, ma anche la piccola classe
media.
19) – Che cosa
è un regime di transizione?
I regimi di transizione sono quei regimi
che “si trovano a metà
strada tra l’autoritarismo e la democrazia”, cioè regimi che da un certo tempo in
poi non sono più completamente autoritari o tradizionali, ma non sono ancora pienamente
entrati nel genus democratico.
Regimi di transizione sono, dunque, tutti
i regimi preceduti da un’esperienza autoritaria o tradizionale, cui faccia
seguito un inizio di apertura, liberalizzazione e parziale rottura della
limitazione del pluralismo.
20) – Che
cosa è una democrazia protetta?
Sono quei regimi che “non
presentano tutte le caratteristiche richieste dalla definizione minima di
democrazia”. In buona sostanza il regime in questione ha tutti
gli aspetti che almeno formalmente lo farebbero rientrare tra le democrazie, ma
che è anche controllato dagli apparati
militari o da forze esterne al paese che condizionano il regime o,
comunque, vi sono leggi ovvero norme non scritte che ne limitano la
competizione.
21) – Che
cosa caratterizza una democrazia elettorale?
Si parla di democrazia
elettorale quando “i diritti civili non
sono ben garantiti e la stessa informazione è condizionata da situazioni di
monopolio”, con la conseguenza di escludere parti della
popolazione dall’uso effettivo dei propri diritti. In sintesi non vi è
un’effettiva opposizione in quanto un solo partito domina la scena elettorale.
22) – Che
cosa è una pseudo-democrazia?
Non si tratta di un modello intermedio di regime democratico ma semplicemente di “casi di regimi autoritari che presentano le forme esteriori
del regime democratico”, quali costituzioni che garantiscono i
diritti ed elezioni, ma ad esse non corrisponde alcuna realtà neanche
parzialmente democratica. Qualunque forma di competizione è assente.
23) –
Quali sono gli aspetti essenziali e le
cause di una crisi autoritaria?
I principali processi della dinamica autoritaria sono;
l’instaurazione, il consolidamento e la crisi.
La crisi autoritaria può giungere dopo il processo
instaurativo, ovvero a distanza di molti anni,
e mostra il fallimento del consolidamento.
L’ipotesi centrale da cui può partire è che si hanno
le condizioni per la crisi autoritaria “quando la coalizione
dominante alla base del regime si incrina” e successivamente si
rompe. In altre parole, quando viene meno il
patto che è alla base del regime autoritario.
Per meglio comprendere le cause di una crisi autoritaria occorre distinguere se il regime
si è consolidato o meno. Nel caso di consolidamento occorre guardare a fattori
di lungo periodo e addizionalmente agli aspetti di breve e medio periodo. In
base a ciò è possibile formulare tre ipotesi.
La
prima ipotesi: se
intervengono trasformazioni nella struttura, nella consistenza, nella scelta e
preferenze dei gruppi sociali che tendono a modificare la coalizione.
La
seconda ipotesi: uscita
dalla colazione di alcuni attori che
diventeranno attori attivi e passivi del regime; e/o tensioni interne,
conflitti e domande di adattamento del regime stesso.
La
terza ipotesi: trasformazioni
socio-economiche che possono dare maggiore risorse a nuovi attori, esclusi
dalla coalizione dominante, che possono mobilitarsi contro il regime.
Nel quadro di queste ipotesi, la rottura ovvero la
graduale, progressiva erosione della coalizione dominante può essere dovuta a
tre fenomeni.
- &n 939g65j bsp;
Il
primo fenomeno riguarda
l’emergere di divisioni all’interno delle
forze armate semplicemente a causa di lotte personalistiche di potere, a un
avvicendamento di leadership, a differenze ideologiche o di obiettivi emersi
all’interno dell’istituzione militare.
- &n 939g65j bsp;
Il
secondo fenomeno riguarda le divisione tra le forze armate, nel loro
complesso, e gli attori civili della coalizione: ad esempio, quando le
prime vogliono affermare il proprio dominio all’interno della coalizione;
oppure quando le politiche dei civili diventano inaccettabili per i militari in
quanto non riescono a raggiungere i fini
di ordine e stabilità volute dalle stesse F.A.; o ancora quando quegli
obiettivi sembrano raggiunti e i militari non sono più disposti a sopportare o
far sopportare i costi economici e umani di quelle politiche.
- &n 939g65j bsp;
Il
terzo fenomeno riguarda il
distacco delle èlites civili dalla coalizione dominante in quanto risultano
fallimentari le politiche varate dal regime, sopratutte le politiche
economiche, oppure quando sembra maturato il momento per altre politiche che
prescindano dal condizionamento, talora di tipo troppo nazionalistico, dei
militari stessi.
Non si dimentichi, inoltre, la straordinaria rilevanza
che può avere il fattore
internazionale come variabile interveniente decisiva per spiegare sia
una crisi che il crollo di un regime.
24) –
Come spiegare l’erosione della coalizione dominante?
Si ha l’erosione della coalizione dominante quando
vengono meno quei fattori (economici, ideologici, di leadership, ecc,) che
tengono unito il regime autoritario e che sono alla base della sua esistenza.
25) –
Quali sono le manifestazioni-reazioni ricorrenti della crisi autoritaria?
La risposta nel tentare di superare la crisi va in due
direzioni, talora anche contemporaneamente: proseguire nella repressione della società civile e, al
tempo stesso, operare in aperture
democratiche, che risulteranno solo apparenti e di facciata.
26) –
Chiarite il potenziale ruolo di un leader nel passaggio a un regime
democratico.
Il leader deve essere abile:
- &n 939g65j bsp;
a coagulare intorno a sé i gruppi di
indecisi o indifferenti;
- &n 939g65j bsp;
a modificare i rapporti di forza esistenti
nell’arena politica che prefiguri la possibilità di un’alternativa politica
senza la quale la crisi potrebbe durare indefinitamente;
- &n 939g65j bsp;
a non impaurire gli appartenenti alla
precedente coalizione dominante, soprattutto i militari che devono invece
vedere tutti gli svantaggi del rimanere al governo, in termini di più profonde
divisioni dell’organizzazione, e di tutti i vantaggi del ritorno in caserma in
termini di minori responsabilità politiche e magari di un accresciuto prestigio
sociale.
27) –
Chiarite il potenziale ruolo di un evento acceleratore nel passaggio a un
regime democratico.
L’evento acceleratore è un qualsiasi accadimento di
ordine interno o internazionale in grado di pilotare la trasformazione da un
regime autoritario ad uno democratico. In buona sostanza l’evento acceleratore determina il crollo del regime quando ha creato
una alternativa capace di camminare sulle proprie gambe, in particolar modo
grazie all’iniziativa di un gruppo di attori
o di un solo attore dotati di risorse tali da superare qualunque difesa
residua del regime autoritario.
IV. &n 939g65j bsp; Democrazia e mutamenti
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è una crisi democratica?
Vi è crisi democratica quando insorgono limiti e condizionamenti alla precedente espressione dei
diritti politici e civili ovvero
quando si ha limitazione della
competizione politica e/o della potenziale partecipazione in quanto si è
incrinato e/o rotto il compromesso che è alla base.
2) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è un crollo democratico?
Crisi non è, in ogni caso, crollo o caduta e
mutamento del regime in direzione democratica ovvero autoritaria.
Si ha “crollo quando i
caratteri fondamentali del regime saltano e una diversa democrazia o un regime
autoritario vengono instaurati” con modalità discontinue, cioè a
seguito di colpo di stato, una guerra, anche civile, un’invasione esterna, e
così via.
3) &n 939g65j bsp;
– Che cosa vuol dire crisi della democrazia e
crisi nella democrazia?
Crisi della democrazia “è l’insieme di
fenomeni che alterano il funzionamento dei meccanismi tipici di quel regime”.
La crisi della democrazia riguarda casi come la Germania di Weimar, l’unica
democrazia di massa
europea che subisce una crisi della democrazia e un
successivo crollo.
In altri casi, come nella stessa Inghilterra
all’inizio degli anni trenta vi è crisi, ma nella
democrazia e assenza di crollo.
La crisi nella democrazia ha almeno due significati rilevanti:
- &n 939g65j bsp;
cattivo funzionamento di alcune strutture o
meccanismi cruciali del regime
(ad es. crisi governative) o anche nei rapporti legislativo/esecutivo o in
altre strutture proprie del regime;
- &n 939g65j bsp;
distacco o cattivo funzionamento dei rapporti
società-partiti o gruppi-strutture del regime democratico, quando domande espresse dalla società civile
non si traducono o non possono tradursi, per motivi diversi, in decisioni
assunte dal regime.
4) &n 939g65j bsp;
– Che cosa caratterizza lo svolgimento della crisi democratica?
Il verificarsi di alcuni fenomeni, quali “conflitti sostanziali, profonde trasformazioni socio-economiche
o anche una crisi economica, più o meno prolungata, o solo la persistente
difficoltà a risolvere problemi sostantivi” ai quali particolari
attori attribuiscono grande rilevo, portano ad un inasprimento della lotta
politica a livello di èlite e maggiore fluidità nei legami tra partiti, i
sindacati e altre associazioni di interesse di parte, e la società civile,
dall’altra.
Sono manifestazioni nella prima fase della crisi:
- &n 939g65j bsp;
la crescita della radicalizzazione (aumento
della distanza tra le posizioni reciproche di partiti, sindacati e associazioni
su aspetti concreti;
- &n 939g65j bsp;
la frammentazione e/o frazionalizzazione partitica (aumento dei partiti presenti
nell’arena politica/ divisioni interne nei partiti);
- &n 939g65j bsp;
l’instabilità governativa (aumento della frequenza di
crisi di governo).
Se le manifestazioni di cui sopra si inaspriscono,
diventa molto più difficile, se non impossibile, giungere a decisioni sia a
livello governativo che parlamentare (inefficacia
decisionale); parimente problematico sarà eseguire le decisioni faticosamente
prese (ineffettività); aumentano di
numero e di importanza gli attori di èlite e di massa che diventano
neutrali rispetto al regime e, soprattutto quelli che cominciano a opporvisi
attivamente e in modo radicale in quanto non lo sostengono e anzi lo rifiutano
(cioè lo ritengono illegittimo).
5) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è il circolo vizioso della crisi ?
Il crescere
dell’inefficacia decisionale, dell’ineffettività e dell’illegittimità del
regime democratico può condurre ad “un circolo vizioso”, che conduce all’ulteriore approfondimento della crisi.
Più esattamente, l’inefficacia decisionale,
l’ineffettività e la maggiore illegittimità contribuiscono a
inasprire ulteriormente il conflitto politico e, quindi, all’approfondimento
della radicalizzazione e degli altri fenomeni di cui sopra.
6) &n 939g65j bsp;
– Come si caratterizza la seconda fase della crisi ?
Se i tentativi di recupero non hanno successo o se, alternativamente, non ve ne sono, allora
il circolo vizioso continua la sua azione e la crisi democratica entra nella seconda fase, che pone le
condizioni di base per il crollo del regime.
In questa fase se, contemporaneamente:
- &n 939g65j bsp;
la radicalizzazione si spinge fino al punto
di distruggere il centro politico sia
in termine di strutture partitiche sia di posizioni di compromesso;
- &n 939g65j bsp;
vi è un crescente violenza;
- &n 939g65j bsp;
si ha una
crescita di politicizzazione dei
poteri neutrali,
allora si hanno le condizioni
di base che conducono al crollo del regime.
7) &n 939g65j bsp;
– A quali casi si applica lo schema
tratteggiato ?
Può considerarsi valido per tutti i casi di crollo democratico degli anni venti e trenta
in Europa Occidentale e, in particolare, per Germania e Italia. Però
occorre sottolineare che in quei casi si incontra un fenomeno di radicalizzazione che vede l’indebolimento o la sparizione del centro moderato in termini di posizioni parlamentari e partiti anche a livello di massa; si ha violenza e
politicizzazione di poteri neutrali (anche nel senso di consentire azioni
nell’ambito dell’arena coercitiva a gruppi paramilitari), ma non intervento
militare diretto; il rovesciamento avviene attraverso una tattica ambigua,
legale e illegale al tempo stesso, da parte di un forte movimento totalitario;
si forma e prende il potere in questo modo un partito antiregime con leaders
carismatici.
8) &n 939g65j bsp;
– Che cosa caratterizza le crisi con crollo o
senza crollo? Come spiegarle ?
Una parte della spiegazione delle crisi, con crollo o
senza crollo, è indubbiamente collegata al problema del mancato consolidamento democratico. Ma anche così resta da spiegare
perché vi sia stato quel mancato consolidamento o quelle crisi accompagnate da
crollo ovvero come mai a partire da regimi politici simili in alcuni paesi si
abbia il passaggio con successo a democrazie di massa, mentre il altri casi vi sia
crisi, crollo e instaurazione di regimi non democratici. Alcuni fattori fanno
riferimenti a:
- &n 939g65j bsp;
trasformazioni culturali tali che il senso dell’autorità, ai diversi
livelli, ne esce indebolito;
- &n 939g65j bsp;
mutamenti sociali profondi nella direzione di una complessità
maggiore e di una crescente frammentazione degli interessi da parte di quei
gruppi per i quali era più facile organizzarsi e mobilitarsi.
Queste spiegazioni si possono considerare
relativamente soddisfacenti rispetto alla domanda “perché crisi”, non lo sono
affatto rispetto alla domanda “perché
crisi senza crollo”.
A questo proposito si richiamo i seguenti fattori che
rendono più improbabile il crollo:
- &n 939g65j bsp;
il grado di consolidamento
raggiunto dalle istituzioni democratiche (partiti, sindacati, strutture
d’autorità);
- &n 939g65j bsp;
il controllo delle risorse pubbliche da parte
delle diverse agenzie governative e l’enorme espansione dei gruppi sociali il
cui reddito o altri benefici collaterali dipendono dal regime democratico;
- &n 939g65j bsp;
l’assenza di alternative politiche anti o non democratiche: l’insoddisfazione al massimo
prende la forma di lotta per l’allargamento dei ditti civili ovvero si
trasforma in passività, distacco della politica;
- &n 939g65j bsp;
la situazione internazionale, nell’Europa
Occidentale è caratterizzata da legami con gli Stati Uniti attraverso la NATO e
tra gli stessi paesi europei con la CEE.
9) &n 939g65j bsp;
– Che cosa sono transizione, liberalizzazione
e instaurazione democratica ?
La dinamica di un regime democratico è racchiusa in
cinque diversi processi: transizione, instaurazione, consolidamento,
stabilità, crisi.
Con il termine
transizione si intende “il periodo ambiguo
ed intermedio in cui il regime ha abbandonato alcuni caratteri determinanti del
precedente assetto istituzionale senza aver acquisito tutti i caratteri del nuovo regime che sarà
instaurato”.
Per liberalizzazione
democratica si intende “il processo di
concessione dall’alto di maggiori diritti politici e civili”,
mai ampi e completi, ma tali da consentire l’organizzazione controllata della
società civile a livello sia di èlite sia di massa. Si può considerare un
ibrido istituzionale che dovrebbe consentire di superare la crisi del regime
autoritario allargandone la base di sostegno sociale, senza “civilizzarlo”
completamente.
Con instaurazione
democratica vera e propria si intende “un
processo diverso, alternativo o eventualmente successivo alla liberalizzazione”.
Tale processo comporta un allargamento completo e un riconoscimento reale dei
diritti civili e politici; la civilizzazione completa della società, cioè il
ritorno dei militari nelle caserme con la loro neutralità politica e
subordinazione ai poteri civili liberamente eletti; l’emergere di un sistema
partitico e di organizzazioni collettive di interessi, ecc.. L’instaurazione
democratica è completata quando termina la costruzione delle principali
strutture del regime.
10) –
Quali sono gli elementi centrali dell’instaurazione democratica ?
L’elemento centrale dell’instaurazione è quello che
riguarda gli attori. E’
opportuno distinguere subito tra:
- &n 939g65j bsp;
attori interni al precedente regime non democratico, cioè sostenitori dello stesso;
- &n 939g65j bsp;
attori esterni ad esso, tra i quali vi possono essere attori internazionali.
E’ possibile che la transizione (e la caduta del
precedente regime) sia provocata da attori esterni, ma l’instaurazione abbia
come protagonisti attori interni ovvero in parte gli uni e in parte gli altri.
Il fattore
internazionale conta anche in quanto può avere effetto sugli attori interni
al regime autoritario preesistente spingendoli ad iniziare la transizione e,
poi, eventualmente, l’instaurazione.
Gli attori
istituzionali interni sono l’esercito, l’èlite di governo, l’alta
burocrazia del regime autoritario e, più in generale, le forze politiche
autoritarie che per diversi motivi sono indotte ad intraprendere e cercare di
pilotare la instaurazione.
11) –
Militari e instaurazione democratica : quali aspetti da sottolineare?
Quale che ne sia il ruolo nell’instaurazione la
posizione dei militari è rilevante in questo processo per motivi facilmente
comprensivi: i militari detengono il
monopolio dell’arena coercitiva.
12) –
Che cosa è la coalizione fondante un regime democratico?
Un altro elemento centrale per il processo di
instaurazione è la formazione della coalizione fondante il regime. Tale
coalizione “scaturisce dall’incontro degli interessi diversi
e dalle scelte simili dei diversi attori politici” durante la
transizione.
L’instaurazione ha tanto maggiori probabilità di
successo, e parallelamente crescono le possibilità di consolidamento, quanto più ampia è la coalizione fondante.
13) –
Qual è il ruolo dell’èlite nell’instaurazione?
Le élites svolgono un ruolo centrale: quelle del vecchio regime, quelle prima
dell’opposizione, e le nuove èlites che fanno il loro ingresso nella arena
politica. Il gioco è dunque
ristretto nelle mani di pochi leaders
le cui scelte contano enormemente per il futuro del paese. Spesso nella fase
della transazione e quella iniziale dell’instaurazione o nella fase successiva
vi è un grado, più o meno esteso ed inteso, di partecipazione di massa. La partecipazione di massa significa la possibilità
di mettere in campo risorse di
pressione e influenza che saranno usate dagli attori di èlites nel
confronto-scontro che, latente o manifesto, si mantiene durante l’instaurazione
anche a dispetto di
accordi già in essere.
14) –
Che vuol dire continuità/discontinuità rispetto al regime non democratico
precedente?
Riguarda il problema delle epurazioni soprattutto ai
livelli più alti del corpo amministrativo e giudiziario, ma anche degli stessi
apparati repressivi quali i servizi segreti o la polizia o, ancora, dei
militari. L’intento è ovviamente collocare nei ruoli chiave del regime
personale maggiormente leale verso il nuovo assetto istituzionale. Il problema
in primo piano è quello della legittimazione
del regime. E’ un problema particolarmente spinoso: da una parte, una maggiore continuità può rendere
più facile e indolore l’accettazione del nuovo regime da parte di tutto il
personale presente anche nel precedente quadro istituzionale; dall’altra parte,
una maggiore discontinuità
rende più facilmente legittime le nuove istituzioni per gli strati sociali
legati alla ex opposizione e, comunque, esclusi dal regime precedente. La
soluzione preferita è molto spesso, una
non-soluzione, ovvero un contemperamento delle due esigenze oppure il
mantenimento della continuità. La discontinuità è più rara e si trova
ovviamente solo in caso di cambiamento con forti rotture rispetto al passato.
15) –
Illustrate le relazioni tra una precedente politica di massa e il nuovo regime
democratico.
Ove una precedente esperienza di politica democratica di massa fosse stata
consistente e duratura, la nuova instaurazione dovrebbe essere chiamata ridemocratrizzazione ( es. Germania
negli anni venti, Spagna anni trenta, Italia nei primi anni venti:
liberal-democrazia di massa caratterizzata da libertà civili, suffragio
universale maschile, partiti di massa, sindacati ed altre associazioni). Tale
esperienza influisce sul nuovo assetto democratico attraverso meccanismi di
trasmissione della cosiddetta “memoria storica”,
ovvero meccanismi di socializzazione politica tradottisi in continuità nella
leadership partitica, nell’organizzazione dei partiti, nelle aree di forza
elettorale; o, ancora, nella continuità di tutte le altre organizzazioni
collettive che contraddistinguono le democrazie di massa.
16) –
Cosa conta del regime autoritario precedente per il nuovo regime democratico?
L’influenza e l’importanza del tipo di regime non democratico precedente sono ovvie. Nel
caso di un precedente regime autoritario, le due variabili rilevanti e tra loro
connesse sono:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
il grado in cui un regime autoritario
mobilita, organizza, controlla la società civile e le forme manipolate di
partecipazione;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
il
grado in cui il regime riesce a disarticolare la stessa struttura sociale e a
distruggere precedenti identificazioni sociali e politiche.
Riguarda a quest’ultimo elemento il regime autoritario raggiunge tale risultato sia per
mezzo di strutture di mobilitazione totalizzanti, come il partito unico, sia
attraverso una sistematica, organizzata opera di repressione e distruzione degli
oppositori, attivi e passivi, reali o potenziali. Questo elemento diventa
successivamente rilevante per l’instaurazione perché rende più difficili, lente,
problematiche sia l’attivazione della società civile, nel vuoto
che si crea all’indomani del crollo autoritario, sia la creazione di nuove
identità sociali e politiche. Può lasciare, in altre parole, per un tempo più o
meno lungo una società civile debole, poco organizzata, poco solidale e poco
coesa.
Si deve considerare anche il grado di organizzazione dell’opposizione
durante il regime autoritario. Un’opposizione democratica più o meno
organizzata e presente nell’ultima fase autoritaria costituisce un’enorme
differenza per l’instaurazione. Quando esiste ed è organizzata, i partiti che
formano l’opposizione potranno immediatamente occupare lo spazio politico
creato dalla liberalizzazione propria delle fasi iniziali di transizione ed
instaurazione.
17) –
Che cosa è il consolidamento democratico?
Il consolidamento democratico è “ il
processo di definizione nei suoi caratteri essenziali e di adattamento in
quelli secondari delle diverse strutture e norme democratiche, innescato anche
dal trascorrere del tempo”. Il tempo può portare a crisi,
rotture, cambiamento, ma se vi è definizione-adattamento si ha consolidamento.
18) –
Quali sono gli aspetti ricorrenti del consolidamento democratico?
Il consolidamento è un processo composito e variegato.
Può specificarsi, nella fissazione di
prassi, di comportamenti politici ripetuti nel tempo; può consistere anche in
un’ulteriore articolazione delle diverse strutture democratiche; può essere
caratterizzato da adattamento progressivo delle istituzioni alle realtà in
cambiamento nei limiti della Carta costituzionale e delle altre leggi
fondamentali dell’ordinamento democratico di un dato paese. In altri termini,
il processo può svolgersi secondo modalità molto diverse. Tuttavia, resta
contraddistinto da due sub-processi di fondo, la legittimazione
e l’ancoraggio.
19) –
Che cosa sostiene la teoria dell’ancoraggio?
L’altra dimensione del consolidamento riguarda
l’emergere e lo sviluppo delle ancore, “cioè delle strutture istituzionali che sono il cuore di
questo processo in quanto consentono di giungere a un qualche risultato anche
in presenza di una legittimità ridotta”. La teoria dell’ancoraggio mostra l’esistenza e l’azione di
quattro ancore nel processo di consolidamento:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
le
organizzazioni partitiche, ma anche in qualche modo il sistema partitico che
lascia poco spazio per le trasformazioni e cambiamenti sostanziali;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
il
condizionamento da parte dei partiti delle associazioni di interesse;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
i
rapporti clientelari che garantiscono l’erogazione delle risorse pubbliche su
base personalistica;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
assetti
neo-corporativi che attraverso accordi triangolari
(imprenditori-governo-sindacati) e il controllo degli affiliati da parte delle
associazioni consentono anch’essi la stabilizzazione del regime democratico.
L’ipotesi centrale della teoria dell’ancoraggio è che “quanto
minore è la legittimità goduta da un certo assetto democratico tanto più forti
e sviluppate devono essere una o più ancore”.
20) –
Che cosa è la stabilità?
Con questo termine si intende “la
ragionevolmente prevedibile capacità di durata del regime democratico”.
21) –
Che cosa vuol dire qualità democratica?
Se la qualità democratica viene misurata assumendo i
diritti (civili, politici e sociali) come criteri decisivi, la transizione da
democrazie a bassa qualità a democrazie a qualità più alta in cui il cittadino è meglio protetto e garantito è
un’altra delle importati forme di transizioni che meritano particolare
attenzione e possono influire enormemente su forme e caratteri delle nostre
esistenze.
22) –
Illustrate il problema che sta dietro la nozione di “democrazia delegata”.
Il termine viene usato, secondo O’Donnell, per
intendere “quelle democrazie in cui le funzioni reali di
rappresentanza sono nelle mani di élites”
e in cui non esiste una sfera pubblica o una qualche possibilità di controllo
reale e responsabilità politiche di quelle élites governanti e delegate a tale
funzione.
&n 939g65j bsp; V. &n 939g65j bsp; Partecipazione politica e movimenti sociali
1) &n 939g65j bsp;
– Come si definisce la partecipazione
politica?
La partecipazione politica è stata definita come “il coinvolgimento dell’individuo nel sistema politico a vari
livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica
pubblica”. In una concezione più limitata, essa comprende quei
comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico.
2) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le principali forme
convenzionali di partecipazione politica?
Le forme convenzionali di partecipazione politica,
graduate in relazione all’impegno richiesto, sono le seguenti:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
esporsi a
sollecitazioni politiche;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
votare;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
avviare
una discussione politica;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
cercare
di convincere un altro a votare in un certo modo;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
portare
un distintivo politico, avere contatti con un funzionario o dirigente politico,
versare offerte in denaro ad un partito o ad un candidato;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
assistere
a un comizio o ad una assemblea politica;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
diventare
membro attivo di un partito politico;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
partecipare
a riunioni in cui si prendono decisioni politiche;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
sollecitare
contributi in denaro per cause politiche;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
candidarsi
a cariche elettive;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
occupare
cariche politiche o di partito.
3) &n 939g65j bsp;
– Secondo la ricerca sulla partecipazione
politica negli anni cinquanta essa era limitata e selettiva. Chi partecipava di
più e perché?
Ricerche effettuate nello stesso periodo hanno
confermato che le democrazie funzionano ad un tasso di partecipazione molto
basso e che le attività politiche riguardavano un numero ridotto di cittadini.
Studi di settore hanno evidenziato hanno distinti:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
cittadini totalmente passivi, il 22% del campione;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
cittadini che si limitano a votare, il 21%;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
“localisti”, che si limitano solo alle
questioni locali, il 20%;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
“parrocchiali”, che si interessano solo
delle questioni che li toccano direttamente, il 4%;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
“contendenti”, che si mobilitano su
specifiche campagne, il 15%;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
“attivisti globali”, interessati a tutto
l’arco delle questioni politiche, il 18%.
In generale, tanto più alto è il
livello sociale di un individuo, tanto più egli tende a partecipare.
In questa direzione andavano i risultati della prima ricerca sulla
partecipazione negli Stati Uniti, poi confermata in un analisi comparata di
sette nazioni.
4) &n 939g65j bsp;
– Perché la partecipazione rischierebbe di
rafforzare la diseguaglianza?
L’elevato status socio-economico aumenta i livelli di
partecipazione perché aumenta la fiducia nella propria efficacia politica. Il
sociologo francese Pierre Bourdieu ha parlato a questo proposito di un
sentimento di avere il “diritto alla
parola”, sentimento che è strettamente collegato alla posizione
sociale.
L’uguaglianza politica è dunque, almeno in parte,
un’utopia.
5) &n 939g65j bsp;
– Cosa osservano Barnes e Kaase nella loro
ricerca a proposito delle forme “nuove” di partecipazione?
A partire dagli anni settanta, nelle democrazie
occidentali, gruppi sempre più ampi di cittadini sono disponibili a fare
ricorso a forme d’azione caratterizzate dalla loro non-convenzionalità per
presentare le loro domande al sistema politico (Nuove forme di partecipazione: scrivere a un giornale, aderire ad un boicottaggio, autoridurre tasse o
affitto, occupare edifici, bloccare il traffico, fare un sit-in, ecc.)
L’osservazione aggiuntiva è che azioni convenzionali e
azioni non convenzionali “non sono mutuamente
elusive, ma piuttosto operano insieme, costituendo così quello che possiamo
chiamare un repertorio dell’azione collettiva”. La
partecipazione convenzionale è, infatti, spesso correlata a quella
non-convenzionale indicando che le persone interessate alla politica e
competenti nel campo tendono a fare uso contemporaneo di vari strumenti per
fare pressione sui governi.
6) &n 939g65j bsp;
– Come si definiscono i movimenti sociali?
Il concetto di movimento si riferisce “a reti di interazioni prevalentemente informali, basate su
credenze condivise e solidarietà, che si mobilitano su tematiche conflittuali
attraverso un uso frequente di varie forme di protesta”.
In primo luogo, i movimenti sociali possono essere
considerati come reti di relazioni
informali tra una pluralità di individui e gruppi, più o meno strutturate dal
punto di visto organizzativo.
7) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per protesta?
Per protesta si intende “una forma
non-convenzionale di azione che interrompe la routine quotidiana”.
Chi protesta in genere si rivolge in genere alla opinione pubblica, prima
ancora che ai rappresentati eletti o alla burocrazia pubblica. Chi protesta può
tentare di esercitare pressione attraverso la minaccia di un potenziale danno,
la mobilitazione di un numero consistente di cittadini, o l’adozione di forme
d’azione ad alto impatto simbolico.
8) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le principali “logiche” alla
base della protesta?
Alcune forme di protesta si avvicinano al modus operandi di una battaglia: la logica è quella del potenziale danno materiale.
Nella sua forma più estrema, i poco frequente nelle democrazie, questa logica
d’azione si riflette nella violenza politica, che tendenzialmente mira ad
infliggere perdite materiali al nemico.
Una seconda logica d’azione cui si rifanno numerose forme di protesta è la logica dei numeri. Il destino dei movimenti
dipende in buona misura dal numero dei loro sostenitori, infatti quanto
maggiore è il numero dei dimostranti tanto maggiore sarà non solo il disturbo
prodotto nell’immediato, ma anche il potenziale di perdita di consenso per il
governo che non accettasse di negoziare con essi. Infine, a partire dagli anni
settanta, si sono sviluppate forme di protesta che possiamo definire come
basate su una logica della testimonianza.
Queste azioni mirano a dimostrare un forte impegno per un fine considerato di
vitale importanza per le sorti dell’umanità. Questa logica permea, ad esempio,
le tattiche di disobbedienza civile, basate sulla infrazione consapevole ad una
serie di leggi considerate ingiuste.
9) &n 939g65j bsp;
– Qual è il ruolo delle reti nella
partecipazione?
Accanto alle adesioni organizzative formali, un ruolo
rilevante nel favorire la mobilitazione ha l’inserimento degli individui in
reti, anche informali, di conoscenze e amicizie. Le reti di
relazioni contribuiscono a formare idee e valori, e la
frequentazione reciproca genera affetti e solidarietà che cementano il gruppo.
10) – Qual
è il ruolo dell’organizzazione nel favorire la partecipazione?
L’organizzazione assume un ruolo importate in quanto
favorisce la partecipazione. L’organizzazione può
compensare l’assenza di altre risorse. Infatti, quando una certa
categoria sociale è ben organizzata, l’attività dei suoi membri verrà innalzata
al di sopra del livello che le caratteristiche individuali dei membri stessi
avrebbero fatto prevedere.
11) – Cosa
intende Tilly con il catnet?
Charles Tilly ha sostenuto che la mobilitazione dei
gruppi è influenzata dal loro livello di carnet, sintesi
di caratteristiche legate alla categoria sociale e densità dei network
(reticoli) sociali. Infatti, il passaggio da una categoria (come aggregato di individui
che condividono determinate caratteristiche) a un gruppo sociale (come comunità capace di azione collettiva) è
facilitato dalla presenza contemporanea di specifici tratti categoriali e di
reti di relazioni che legano tra loro i soggetti che tali tratti condividono.
12) – Qual
è il ruolo dell’identità collettiva nel favorire la partecipazione?
Organizzazione e reticoli sociali facilitano la
partecipazione nella misura in cui essi producono identità collettive, e cioè senso di appartenenza
ad un gruppo.
La partecipazione politica è un azione in solidarietà
con altri, che mira a conservare o trasformare la struttura (e i valori) del
sistema di interessi dominanti. La partecipazione politica richiede quindi la
costruzione di collettività solidali al cui interno gli individui si
considerano reciprocamente uguali. Per mobilitarmi, ad esempio, come operaio e
chiedere maggiori diritti per gli operai, devo innanzitutto identificarmi come
operaio. Devo identificarmi con altri individui che condividono quella mia
posizione.
13) – Cosa
si intende con “valori post-materialistici”?
L’ondata di protesta degli anni sessanta porta il
mondo occidentale ad un profondo mutamento nei valori che avevano
caratterizzato la modernizzazione. Tale mutamento avrebbe favorito forme più innovative di partecipazione e
l’emergere di valori post-materialistici, cioè l’allontanarsi
dall’interesse materiale di un numero crescente di individui e l’orientarsi
verso bisogni di natura prevalentemente espressiva, quali
l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di
opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera
pubblica.
14) – Quali
caratteristiche del sistema politico che
influenzano la partecipazione?
Un primo insieme di variabili che possono influenzare
la partecipazione politica sono le istituzioni
politiche. Il gado di decentramento territoriale e la
separazione funzionale del potere aprono canali di accesso alle istituzioni.
15) – Perché
decentramento territoriale e separazione funzionale del potere favoriscono la
partecipazione?
Per quanto attiene al decentramento
territoriale, si ritiene, in generale, che tanto maggiori i poteri distribuiti alla periferia (enti locali,
regioni, stati in sistemi federali), tanto maggiore sarà la possibilità per i
singoli movimenti di trovare un punto di accesso al sistema decisionale. Si
considera in genere come tanto più facile l’accesso, quanto più “vicina” al
cittadino è l’unità amministrativa.
Per quanto riguarda la
separazione funzionale del potere, il sistema si può considerare
in linea di massima tanto più aperto
quanto maggiore è la divisione dei compiti tra legislativo, esecutivo e
giudiziario. Un aspetto rilevante riguarda l’autonomia del sistema giudiziario.
Tanto più indipendente il potere giudiziario, tanto più aumentano le
possibilità di accesso dei movimenti.
16) – Quali
caratteristiche del sistema politico favoriscono una radicalizzazione della
protesta?
Le varie forme di partecipazione politica sono,
inoltre, permeate dalle strategie prevalenti,
cioè dalle procedure che i membri di un sistema adoperano quando hanno a che
fare con gli “sfidanti”. Queste strategie sono state, in generale, distinte in:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
esclusive, cioè caratterizzate dalla repressione dei conflitti;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
inclusive, cioè orientate alla cooptazione delle nuove domande.
Le democrazie caratterizzate da strategie inclusive sarebbero aperte anche a nuovi sfidanti;
viceversa quelle dominate da strategie
esclusive sarebbero chiuse rispetto alle domande emergenti. Così, ad
esempio, il movimento studentesco degli anni sessanta avrebbe incontrato una
forte repressione in Italia, paese con tradizioni di esclusione, con una
conseguente radicalizzazione della protesta, fino alla degenerazione del
terrorismo.
17) – Quanta
partecipazione fa bene alla democrazia? Comparate le diverse teorie.
In uno studio pubblicato nel 1960 “The Political Man”, l’autore aveva
sostenuto che un certo livello di apatia fa bene alla democrazia. La non-partecipazione può essere un segno
positivo di consenso con chi governa, e viceversa una crescita della
partecipazione può indicare scontento politico e disintegrazione sociale. La
crescita della partecipazione aumenta il numero di domande al sistema, creando
“rischi di sovraccarico”. Si rischia di
inseguire le richieste dei singoli perdendo di vista il bene generale, con una
riduzione della capacità di risposta dei governanti, e con conseguenza
riduzione della loro credibilità. L’operare effettivo di un sistema politico
democratico richiede normalmente una qualche misura di apatia e disimpegno da
parte della popolazione.
18) – Cosa
osserva Hirschman a proposito di exit
e voice?
Hirschman, paragonando le reazioni dei cittadini di un
sistema politico a quelle dei consumatori in un mercato, ha distinto diverse strategie per esprimere
lo scontento. Un cittadino, così come un consumatore, può reagire alla
insoddisfazione utilizzando strategie di uscita “exit”
o di protesta, cioè “voice”
(voce). L’uscita si riferisce all’abbandono del prodotto, in questo senso
l’uscita viene utilizzata come strategia per salvaguardare il proprio benessere
o migliorare la propria posizione. La reazione politica tipica è la voce,
definita come “un qualsiasi tentativo di
cambiare, invece di eludere, uno stato di cose riprovevoli”. La voce
comprende l’esteso arco di comportamenti che vanno da una timida lagnanza a una
violenta protesta.
19) – Cosa
si intende per capitale sociale e perché esso migliora, secondo Putnam, il
funzionamento delle istituzioni democratiche?
Il capitale sociale è definito come “caratteristiche dell’organizzazione sociale -
reticoli di relazioni, norme di reciprocità, fiducia negli altri – che facilitano la cooperazione per il raggiungimento di
comuni benefici”. La presenza del capitale sociale favorirebbe il
buon governo. Benessere economico e buon governo caratterizzerebbero le regioni
con più alti tassi di civismo, dove i cittadini si rispettano e si stimano l’un
l’altro, sono solidali e cooperano in varie forme associative.
VI. &n 939g65j bsp; I gruppi di pressione
1) &n 939g65j bsp;
– Perché è stata dedicata tanta attenzione
allo studio dei gruppi di pressione?
Proprio il timore di un loro ruolo
negativo in una democrazia ha indotto molti studiosi di scienza
politica a dedicare particolare attenzione ai gruppi di interesse.
James Madison ha sostenuto che i gruppi sono un male
necessario, che è meglio controllare piuttosto che eliminare. Occorre evitare
che le fazioni organizzate violino, come è nella loro natura, i diritti degli
altri cittadini o gli interessi della collettività.
2) &n 939g65j bsp;
– Quali sono gli “antenati” degli attuali
gruppi di pressione?
Gli antenati degli attuali gruppi di pressione erano le corporazioni, già presenti durante la
Repubblica e, poi, l’Impero romano. Esse
erano “organizzazioni composte da individui che esercitavano la stessa
professione, o producevano il medesimo bene ed avevano specifici statuti e
privilegi. Nel Medioevo, ma anche più tardi, le gilde o
corporazioni locali assunsero importanti funzioni di governo
all’interno dei Comuni.
3) &n 939g65j bsp;
– Liberalismo e nascita dei sindacati: quali
i nessi?
Il liberalismo, con
la sua difesa della rappresentanza individuale e dei contratti
volontari, divenne la dottrina dominante del XIX secolo: libertà
di lavoro e la libertà di
associazione furono proclamate in un paese dopo l’altro, e ciò
implicitamente significava non riconoscere la legittimità di richieste di tipo
corporativo e dell’obbligo di appartenere a qualche associazione, così come
furono esplicitamente eliminati i residui poteri delle corporazioni. Il
sindacato nacque dalle Società di mutuo
soccorso, create per assistere i lavoratori nei momenti di
difficoltà, e dalle leghe, che iniziarono e
sostennero le mobilitazioni collettive dei lavoratori come gruppo. Alla
fine dell’Ottocento emersero le prime organizzazioni
sindacali in senso proprio, i sindacati di mestiere, basati
sull’appartenenza professionale a specifiche categorie di lavoratori.
Successivamente, si affermarono i sindacati
industriali, concentrati sulla difesa degli interessi più generali dei
lavoratori.
4) &n 939g65j bsp;
– Qual è il ruolo delle organizzazioni di interessi
nella prima guerra mondiale?
Le organizzazioni di interessi giocarono un ruolo
centrale nella mobilitazione dello sforzo bellico sia nel campo della
produzione sia dell’ordine pubblico. I bisogni della guerra spinsero a
coinvolgere i gruppi organizzati nelle decisioni pubbliche: l’impatto della
guerra sulla produzione, le necessità del razionamento, della mobilitazione e
di ridurre al minimo lo sconvolgimento nel campo del lavoro indussero le
autorità a superare i limiti imposti dalle legislazioni precedenti e negoziare
contratti collettivi con associazioni industriali e i sindacati.
5) &n 939g65j bsp;
– Gruppi di pressione e democrazia: si
illustri la relazione.
I gruppi di pressione sono stati oggetto di
considerazioni e sentimenti ambivalenti. Sono stati, infatti, ritenuti di volta in
volta “espressione della libertà democratica di
associazione e unione”, ma anche espressione dei poteri
economici (o religiosi) forti; espressione della “capacità
di classi deboli di accrescere le proprie possibilità di influenza attraverso
l’organizzazione e la pressione”, ad esempio sindacale, ma anche
la dimostrazione dell’ulteriore spazio dato agli interessi dominanti per
mantenere o accrescere le disuguaglianze esistenti.
I gruppi rappresentano allo stesso tempo la libertà di unirsi ad altri per
presentare domande ai leaders politici e la
minaccia che coloro che già possiedono risorse importati possano
mobilitarsi più efficacemente di altri, rafforzando così le disuguaglianze nel
potere politico.
6) &n 939g65j bsp;
– Interesse generale e gruppi: quali
difficoltà nascono per il primo dall’azione dei secondi?
In tema di gruppi vi sono due diverse visioni
dell’interesse generale:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
la
visione generale del bonum commune,
assume che quest’ultimo possa derivare dall’interazione dei gruppi, i quali
perciò partecipano sia alla piena realizzazione dell’individuo sia alla
formazione del bene comune;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
una
seconda visione legata alla democrazia degli
antichi, giudica gli interessi dei gruppi e delle
“associazioni particolari” come altrettanti ostacoli e pericoli per l’interesse
generale, per la sua emergenza e corretta gestione, per un sano e armonico
rapporto tra cittadini e sistema politico globale.
7) &n 939g65j bsp;
– Come definire un gruppo d’interesse?
La definizione dei concetti di “gruppo di
interesse” o “gruppo di pressione”
è tuttora controversa.
Un gruppo di interesse può essere definito come “un insieme di persone, organizzate su base volontarie, che
mobilità risorse per influenzare decisioni e conseguenti politiche pubbliche”.
Un gruppo di interesse è, quindi, un gruppo di
individui che sono legati da comuni preoccupazioni o interessi e che sono
consapevoli di questo legame.
8) &n 939g65j bsp;
– Gruppo di pressione, lobbying e gruppo
d’interesse: differenze.
Il concetto di gruppo di pressione, spesso utilizzato
in modo intercambiabile con quello di interesse, sottolinea l’azione dei gruppi
in politica. Le due dizioni indicano aspetti diversi: non tutti
i gruppi di interesse si attivano in politica, fanno pressione.
L’uso intercambiabile è, dunque, accettabile purché si sia consapevoli che la
prima dizione indica l’azione svolta
e la seconda che cosa tiene insieme il
gruppo.
All’azione di pressione si riferisce anche l’inglese lobbying, un termine che deriva
originariamente dalla lobby (o
ingresso) della House of Common
britannica, dove i parlamentari incontravano il pubblico. Più tardi, il
concetto di lobbying è stato usato
per riferirsi “all’azione di delegati dei gruppi di interesse,
in contatto diretto con i parlamentari, membri del governo, burocrati, o altri
con il fine di influenzare le scelte politiche”.
9) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è l’articolazione particolaristica
degli interessi di tipo clientelari?
E’ una tra le modalità individuali di articolazione
degli interessi.
La ricerca di lavoro, l’assegnazione di una pensione, il
tentativo di ottenere altri vantaggi, spesso la necessità di averli, spinge gli individui a creare un rapporto
personale di scambio di favori con funzionari della pubblica amministrazione
ovvero con esponenti politici con posizioni elettive o anche solo interne ad un
partito di governo.
10) – Come
si classificano gli interessi in base alla struttura organizzativa?
In base alla struttura organizzativa i gruppi si
possono distinguere in quattro tipi:
- &n 939g65j bsp;
gruppi di interesse anomici, folle e
rivolte disorganizzate, espressione più o meno spontanea di protesta e
lamentela che crescono velocemente e,
di norma, altrettanto velocemente rientrano;
- &n 939g65j bsp;
gruppi di interesse non-associativi, basati su interessi derivanti da
identità condivise quali razza, religione, lingua, etnia. Pur non avendo una
struttura associativa specializzata, gli interessi sono percepiti come
comuni in quanto alla base di una
identità collettiva;
- &n 939g65j bsp;
gruppi di interessi istituzionali, i quali si trovano all’interno di organizzazioni,
quali i corpi legislativi, le forze armate, le burocrazie e le chiese;
- &n 939g65j bsp;
gruppi associativi, cioè strutture specializzate per l’articolazione degli
interessi che sono specificamente designate a rappresentare gli obiettivi di un
gruppo in particolare. Esempi di questi ultimi gruppi sono i sindacati, le associazioni
etniche, le organizzazioni imprenditoriali e settoriali, o le organizzazioni
religiose.
11) – Quali
sono le modalità d’azione dei gruppi?
In relazione sia ai contenuti sia alle risorse e ai
canali a disposizione i gruppi possono seguire:
- &n 939g65j bsp;
forme d’azione convenzionali, attraverso semplici comunicazioni e
contatti, anche derivanti da legami personali con chi prende le decisioni a cui
il gruppo è interessato;
- &n 939g65j bsp;
forme di pressioni più forti, come campagne verso l’opinione pubblica,
ricorso in giudizio, corruzione, finanziamento di campagne elettorali di certi
canditati, scioperi e altre modalità non convenzionali, quali dimostrazioni,
sit-in, marce e così via.
12) – Come
classificare o gruppi in base ai loro obiettivi?
Per quanto riguarda gli obiettivi dei gruppi, si è
distinto tra:
- &n 939g65j bsp;
gruppi di difesa
di interessi oggettivi, gruppi formati a partire da categorie occupazionali,
ma anche gruppi costituiti attorno ad appartenenze etniche o di genere;
- &n 939g65j bsp;
gruppi fondati sull’espressione di preferenze
morali, come i gruppi
filantropici, quelli umanitari, o altri.
Inoltre è utile distinguere tra:
- &n 939g65j bsp;
gruppi di interesse pubblico, difendono l’interesse comune, condiviso da
tutti i membri di una comunità nazionale;
- &n 939g65j bsp;
gruppi di interesse speciale, difendono interessi parziali, che avvantaggiano
alcuni gruppi a danno di
altri.
13) – Come
classificare le risorse di cui
dispongono i gruppi?
Le modalità e gli obiettivi condizionano e sono
condizionati dalle risorse a disposizione dei gruppi. Le risorse a disposizione
dei gruppi sono:
- &n 939g65j bsp;
risorse economiche-finanziarie;
- &n 939g65j bsp;
risorse numeriche;
- &n 939g65j bsp;
risorse d’influenza;
- &n 939g65j bsp;
risorse conoscitive;
- &n 939g65j bsp;
risorse organizzative;
- &n 939g65j bsp;
risorse simboliche.
I gruppi con risorse economiche possono usare sanzioni
materiali – ad esempio, togliere i finanziamenti (leciti o illeciti) ad un uomo
politico o ad un partito. Anche le risorse numeriche possono essere utili a
negoziare consenso politico in cambio di decisioni politiche favorevoli.
14) – Cosa
significa per un partito essere un gatekeeper?
I partiti possono essere considerati dei gatekeepers cioè “controlli d’accesso” se con una propria
organizzazione, un elettorato identificato, propri interessi autonomi, propri
esponenti, riescono a essere presenti in ogni arena politica decisionale,
centrale o anche locale, e a determinare sia l’accesso vero e proprio, sia
l’agenda e i risultati decisionali che toccano, anche in maniera vitale, gli
interessi sostenuti dai gruppi.
15) – Quali
sono i modelli di rapporto tra partiti e gruppi?
Gruppi e partiti scambiano influenze e risorse: i
partiti possono aver bisogno sia delle conoscenze tecniche, specialistiche dei
gruppi, sia della loro cooperazione per realizzare certe politiche, o spesso,
dell’approvazione dei soggetti direttamente interessati. Sia partiti di governo
sia partiti di opposizione possono, in cambio di appoggio elettorale o di altro
tipo, dar luogo ad azioni politiche favorevoli agli interessi del gruppo nelle
sedi adatte, prevalentemente pubbliche.
16) – Che
cosa è l’occupazione?
E’ una situazione caratterizzata dalla presenza di
meccanismi di reclutamento e nomina e di attività organizzative e decisionali
interne al gruppo in cui esponenti del partito abbiano la preminenza assoluta;
e gli stessi interessi del gruppo siano subordinati a quelli del partito. In
altre parole, il gruppo pur portatore di propri interessi, chiaramente
identificabili e fissati, è solamente una struttura ancillare rispetto al
partito a cui è legato.
17) – Che
cosa è simbiosi?
Un rapporto si simbiosi si ha invece un quella
situazione in cui partito e gruppo si rinforzano a vicenda nelle rispettive
sfere di attività. In questo senso, essi si trovano in una posizione paritaria,
nella quale l’uno ha bisogno e dipende dall’altro e viceversa.
18) – Che
cosa è egemonizzazione?
Configura un gruppo che condiziona completamente il
partito a livello di
nomina e reclutamento all’interno
del partito stesso e a livello elettorale, per quel che
concerne la sua stessa attività nelle sedi decisionali, o in diverse altre
forme. In sostanza, il partito è espressione del gruppo offrendo ad esso un accesso indiretto alle decisioni
pubbliche.
19) – Che
cosa significa clientela e parentela?
I rapporti di “clientela”
si stabiliscono quando uno o più gruppi riescono ad avere riconosciuto un accesso privilegiato alla pubblica amministrazione.
I Rapporti di “parentela”
si configurano come l’insieme di rapporti
privilegiati con un partito politico. (ad esempio, le
associazione cattoliche rispetto alla Democrazia cristiana o la CGIL, rispetto
al Partito comunista).
20) – Quali
sono i rapporti tra i partiti e i sindacati nel caso italiano?
I rapporti tra i partiti e i sindacati sono
influenzati dalle caratteristiche che questi ultimi hanno assunto nei diversi
paesi. In particolare, i sindacati, in alcuni casi si sono limitati a
rappresentare i propri iscritti, in altri casi hanno assunto invece un ruolo
politico di difesa
dell’intera classe operai, intesa spesso in termini estremamente ampi. Il caso
italiano è stato, ad esempio, caratterizzato da un
modello di sindacato di classe.
21) – Che
cosa è la neutralità?
Un ipotesi intermedia tra occupazione e simbiosi. Data
la posizione autonoma dei partiti, questi mantengono in pieno il loro ruolo di
gatekeepers e, dunque, il controllo dell’accesso, dell’agenda e dei risultati
decisionali, ma i gruppi trovano più convenienti non stabilire
contatti privilegiati con alcun partito. Per aumentare le
probabilità di successo della loro azione applicano la loro pressione su partiti
diversi rispetto alle diverse situazioni e ai diversi momenti, configurando
così un appello multipartitico.
22) – Che
cosa sono accesso indiretto e accesso diretto?
Esiste, poi, ancora una possibilità più estrema,
quella in cui il gruppo non abbia – o non percepisca – neanche il bisogno di
interagire con il partito potendo contare su un accesso
diretto alla burocrazia ministeriale centrale o locale, e alle sedi decisionali governative e
parlamentari con proprio personale di fiducia. In una situazione del genere, il
partito è percepito – anche a
livello di cultura politica di
massa – come assolutamente secondario e non
necessario nello svolgimento delle funzioni di rappresentanza e, dal punto di vista del gruppo,
nella protezione dei propri interessi.
23) – Illustrate
la teoria pluralista dei gruppi.
La presenza dei gruppi è vista come fonte di equilibrio, socializzazione, e autonomia della
società dello stato.
Infatti:
- &n 939g65j bsp;
la
pluralità dei gruppi garantisce un
certo equilibrio fra spinte contrastanti. La competizione tra diversi
gruppi porta a una mediazione tra di essi, permettendo di avvicinarsi così ad
una sorta di bene comune;
- &n 939g65j bsp;
gli
effetti della partecipazione sono visti come particolarmente socializzanti: la vita nelle associazioni
educherebbe all’interazione con gli altri, allontanando dal proprio interesse
egoistico; e insegnerebbe a comunicare e collaborare, portando coesione sociale
e reciproca fiducia;
- &n 939g65j bsp;
gli
individui che si organizzano sono meno
dipendenti dalle istituzioni pubbliche. L’approccio pluralista ha così
definito i gruppi come la normale forma di aggregazione degli individui, e lo
stato come arbitra tra essi. Di conseguenza, dalla teoria dei gruppi emerge
implicitamente una concezione della
politica come mediazione piuttosto che esercizio di autorità e il carattere
democratico di un regime è assicurato dalla diversità degli interessi presenti
nella società e dalla molteplicità dei
gruppi che li rappresentano.
24) – Nell’ambito
della teoria pluralista che cosa significa appartenenze multiple?
La tolleranza reciproca sarebbe facilitata dalle appartenenze multiple. Ciascun individuo ha
interessi diversi nei vari campi in cui svolge la sua attività quotidiana. Ciò lo
porta a partecipare in gruppi molteplici
(legati al lavoro, al luogo di residenza, al tempo libero, alla sfera
religiosa, ecc,). L’affiliazione ai diversi gruppi che esprimono questi interessi
porterà ad appartenenze trasversali,
riducendo la coesione dei singoli gruppi
e aumentando l’integrazione fra gli
individui. Invece di un’appartenenza totalizzante si avrà una
partecipazione più soffice a vari
gruppi.
25) – Quali
sono le critiche rivolte alla teoria pluralista?
La teoria classica dei gruppi è stata subito criticata
sotto svariati punti di vista, e
accusata di difendere un mondo in cui
pochi avevano potere su molti. Si è osservato che la
mobilitazione dei gruppi era limita e, soprattutto, era fonte di ineguaglianza. Infatti
alcuni interessi avevano maggiore risorse di altri per organizzarsi, sicché
pochi gruppi riuscivano a mobilitarsi e ad avere influenza. Inoltre, gli
interessi bene organizzati potevano influenzare il governo a tutto danno degli
altri.
Un altro problema riguardava le barriere delle entrate, cioè le condizioni che facilitano
l’organizzazione di alcuni interessi, ostacolando gli altri.
26) – Che
cosa è la teoria dello scambio nei gruppi di interesse?
Nell’ambito di una teoria dello scambio nei gruppi di
interesse si evidenziamo le interazioni tra i promotori dei gruppi di interesse
e coloro che poi vi aderiscono. I primi possono
essere considerati come imprenditori, nel senso che investono risorse per
offrire servizi che gli aderenti, come consumatori, possono comprare.
La mobilitazione di risorse e l’emergere di imprenditori dell’azione collettiva
sono più facili fra gli individui ricchi di risorse materiali, che sono quindi
disponibili a dedicare parte di esse ad un’organizzazione degli interessi.
27) – Cosa
vuol dire agire da “free-rider”?
Agire da free-rider
significa “non pagare il costo dell’azione collettiva,
aspettando che altri si mobilitino”. Olson osserva che la
presenza di un interesse comune non è una condizione sufficiente a formare un gruppo e non porta
automaticamente ad un’azione collettiva. Sebbene tutti apprezzino l’aria
pulita, pochi sono disposti a investire tempo e risorse per un’azione
ambientalista, dato che l’aria pulita è un bene comune di cui tutti, compresi
quelli che non hanno fatto niente per averla, possono godere.
28) – Quali
risultati contraddittori ha evidenziato la ricerca empirica a proposito della
teoria dei gruppi?
Più recentemente la ricerca empirica su questi temi ha
evidenziato risultanti contraddittori:
- &n 939g65j bsp;
da un
lato è stato osservato un aumento dei gruppi
di interesse – sia nel loro numero che nella membership – che ha
fatto parlare di una crescita generale delle risorse utilizzabili per l’azione
collettiva. E’ stata, inoltre, rilevata una
maggiore capacità di organizzarsi anche da parte di alcuni gruppi
normalmente considerati come gruppi
deboli, oltre ad una loro capacità crescente di trovare patroni e alleati;
- &n 939g65j bsp;
dall’altro
lato, per quanto riguarda gli effetti della mobilitazione dei gruppi di interesse,
la discussione è aperta. La ricerca recente ha in parte
dimensionato il potere dei gruppi . In particolare, viene
osservato che il loro peso varia da settore a settore e che i gruppi sono capaci di porre alcuni tema
sull’agenda piuttosto che di determinarne la soluzione.
L’attività di lobbying
sarebbe più orientata ad offrire informazioni che ad esercitare ricatti sui
politici.
29) – Illustrate
la teoria neocorporativa dei gruppi.
A partire dagli anni settanta, un ampio filone della
letteratura si è concentrato sull’analisi
di un modello di rappresentanza funzionale degli interessi
diverso da quello pluralista, definito neocorporativo,
a sottolineare le somiglianze con le “corporazioni”, volute e protette dallo
stato, che avevano caratterizzato il sistema della rappresentanza di alcuni
regimi autoritari.
30) – Differenze tra teoria pluralista e teoria
neocorporativa.
I due modelli si distinguono sia in relazione alla
struttura organizzativa degli interessi sia in relazione ai rapporti tra
interessi privati e istituzioni pubbliche. Sostanzialmente le differenze
consistono:
|
MODELLO
PLURALISTA
|
MODELLO
NEOCORPORATIVO
|
|
Le associazioni sono multiple, volontarie, concorrenti, non
gerarchiche e non necessariamente differenziate secondo modelli funzionali.
Non hanno licenze, non sono riconosciute, né sovvenzionate, né create
dallo stato, e nemmeno controllate.
|
Le associazioni sono singole, obbligatorie, non in concorrenza l’una
con l’altra, gerarchiche e differenziate secondo
criteri funzionali.
Esse detengono una licenza, sono riconosciute, sovvenzionate, qualche
volta sponsorizzate dallo stato, e da esso controllate.
I contatti istituzionali fra gruppi e governo sono frequenti ed
efficaci; i gruppi hanno spesso la responsabilità anche nella realizzazione
delle politiche, mentre sono più rari i contatti con i partiti, il lobbying parlamentare, le campagne per
mobilitare l’opinione pubblica e le stesse azioni di protesta che invece
caratterizzano i modelli pluralisti.
|
|
Tra i due
modelli cambia la logica della partecipazione dei membri
e la sua influenza
|
|
Un modello pluralista è
caratterizzato da una struttura organizzativa frammentata e povera di risorse, che
deve far forte affidamento sulla sua base, e ha quindi difficoltà a
sviluppare programmi di l ungo periodo.
I gruppi esercitano influenza attraverso varie forme di pressione, ma
non vi sono rapporti strutturati.
Tipico delle forme di influenza pluralista è il lobbying.
|
Un sistema neocorporativo ha invece associazioni forti, integrate e ricche di risorse, relativamente
indipendenti dai membri e
capaci di sviluppare prospettive di lungo termine.
Nel corporativismo invece un sistema istituzionalizzato di
interazioni attribuisce alle associazioni ruoli particolari nell’elaborazione
e soprattutto nella realizzazione di politiche pubbliche.
Tipico delle forme di influenza neocorporativa è invece la concertazione, cioè l’accordo tra più
attori, governativi e non, su decisioni da prendere e politiche da
realizzare.
|
31) – In quali democrazie si è realizzato più
compiutamente il neocorporativismo?
In generale le quattro
democrazie scandinave (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia) e l’Austria sono state considerate quelle a
più alto livello di neocorporativismo e i paesi anglosassoni quelli con un alto
livello di pluralismo. Rispetto, poi, alle cause dell’affermarsi dell’uno o
dell’altro modello, alcuni studiosi sono giunti alla conclusione che
l’integrazione nei mercati internazionali, forti partiti socialisti, e
associazioni degli interessi ben strutturate costituiscono un insieme che
favorisce l’emergere e la stabilizzazione del neocorporativismo.
32) – Qual è stato il maggior ostacolo allo
sviluppo di un sistema neocorporativo?
Lo sviluppo di un sistema neocorporativo è stato
ostacolato soprattutto dalla frammentazione delle
organizzazioni di rappresentanza degli interessi. Nei paesi più
vicini al modello pluralista, diverse sono le ragioni di divisione in
particolare all’interno dei sindacati: vi possono essere distinzioni
ideologiche (si pensi al caso italiano o a quello francese), o linguistiche (è
il caso dei Paesi Baschi spagnoli), oppure distinzioni di categorie
occupazionale (come avviene in Gran Bretagna).
33) – Quali sono le conseguenze del
neocorporativismo?
Le conseguenze del neocorporativismo sono state descritte
in modo contrastante:
- &n 939g65j bsp;
secondo
alcuni studiosi, il favore accordato ai gruppi economici forti
(quelli collocati nella sfera della produzione) emargina
sempre di più i gruppi non dotati di potere di ricatto economico (disoccupati,
studenti e altri). Vi sono, inoltre, elementi potenzialmente antidemocratici in
accordi neocorporativi che avvantaggiano i “rappresentanti di professione”
rispetto ai cittadini, le burocrazie rispetto alla base, la gerarchia di
vertice a livello nazionale rispetto alle strutture locali; i gruppi forti
rispetto ai gruppi deboli. Il neocorporativismo porterebbe a ridurre la competizione e di conseguenza la partecipazione;
- &n 939g65j bsp;
altri
studiosi hanno invece messo in evidenza la capacità
del neocorporativismo di ridurre sia il tasso di conflitti sul lavoro
che, più in generale, l’insubordinazione verso le istituzioni statali. Inoltre, il tasso di inflazione è risultato più
basso in democrazie nelle quali esisteva no accordi neocorporativi a
livello nazionale. Da questo punto di vista, accordi centralizzati avrebbero
proprio la funzione di evitare una inflazione da pieno impiego, prodotta dalla
crescita della militanza sindacale in condizione di forza sul mercato di
lavoro.
VII. &n 939g65j bsp; I partiti politici
1) &n 939g65j bsp;
– Come può essere definito un partito politico?
Secondo Weber, i partiti politici sono “associazioni fondate su un adesione (formalmente) libera,
costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza
all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità
(ideali e materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per il
perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi”.
Il partito è dunque un associazione, cioè un gruppo formalmente organizzato e basato su
una partecipazione volontaria. Più esattamente lo scopo dei partiti è quello di influenzare
l’ordinamento e l’apparato di persone che guidano un qualsiasi tipo di comunità
sociale, la loro strategia principale è la conquista di cariche elettive.
Secondo Downs, il partito politico è “una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo
dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni”.
2) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le funzioni principali dei
partiti?
In relazione alle loro funzioni e, quindi, anche ad
una sfera dell’agire umano, i partiti politici agiscono come mediatori tra le
istituzioni pubbliche e la società civile, tra lo stato e i cittadini. Le
funzioni principali sono le seguenti:
a) &n 939g65j bsp; I partiti politici sono indispensabili per
organizzare la volontà pubblica, operando una semplificazione della complessità
degli interessi individuali. Votando un partito. i cittadini sono costretti a
scegliere tra un numero di opzioni limitato. I partiti operano quindi una mediazione tra interessi individuali,
formando l’interesse collettivo: essi sono “mediatori di idee, attraverso
una costante opera di chiarificazione di chiarificazione, sistemazione e
presentazione della teoria del partito”.
b) &n 939g65j bsp; I partiti inoltre mettono ordine al caos
attraverso un processo di strutturazione del voto. Il partito è l’entità
con cui gli elettori si identificano, dando stabilità nel lungo periodo ai
comportamenti di voto individuale.
c) &n 939g65j bsp; La semplificazione della complessità passa
attraverso l’assolvimento della funzione di socializzazione politica. I
partiti politici, insieme ad altre istituzioni, insegnano ad occuparsi della
collettività, “modellando atteggiamenti, inculcando valori e distribuendo
capacità politiche ai cittadini e alle élites”. Essi mirano a trasformare gli
individui in cittadini integrati in una comunità.
d) &n 939g65j bsp; Grazie ai partiti che si può aspirare ad un controllo dei
governanti sui governati. Da questo punto di vista, i partiti
sono strumenti di collegamento tra governo e cittadini.
e) &n 939g65j bsp; In relazione a quanto sopra, essi sono attori
importati nella formazione delle politiche pubbliche. Essi,
infatti, elaborano programmi, li presentano agli elettori e, se vittoriosi alle
elezioni, dovrebbero metterli in atto.
3) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i principali assunti della
“teoria economica della democrazia”?
Secondo alcuni studiosi che hanno applicato allo
studio della politica concetti ed ipotesi teoriche provenienti dall’economia, i
partiti sono innanzitutto “apparati orientati
alla conquista di voti“. Sul mercato
elettorale si realizzerebbe uno scambio tra rappresentati e rappresentati
simile a quello che avviene sul mercato economico tra imprese e consumatori.
Downs propone una interpretazione del fenomeno
elettorale basato sul concetto di
razionalità che, in democrazia, guiderebbe il comportamento degli elettori.
L’assunto di fondo dell’approccio razionale è che l’individuo sia
capace di stabilire un ordine tra le varie alternative per lui disponibili, e
che scelga poi quella che si colloca in cima alla sua graduatoria di
preferenze.
I principali assunti della teoria economica della
democrazia sono i seguenti:
a) &n 939g65j bsp; La teoria economica della politica presuppone
che gli elettori ed eletti perseguono
diversi tipi di beni. Come i consumatori nel mercato economico, gli
elettori avrebbero nel mercato politico preferenze specifiche. Essi
chiederebbero delle particolari decisioni politiche ai loro eletti.
b) &n 939g65j bsp; Come nel mercato economico le imprese sono
indifferenti al prodotto offerto, mirando essenzialmente al profitto, così nel
mercato politico i candidati avrebbero
come unico fine la propria elezione alle cariche pubbliche, senza
preferenza invece per questa o quella politica pubblica.
4) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i principali elementi
dell’approccio della “scelta pubblica”?
Secondo Buchanan, il bisogno degli eletti di seguire
le richieste degli elettori, comporta la tendenza
degli amministratori a spendere denaro pubblico mettendo in pericolo la
democrazia. Volendo soddisfare il maggior numero il maggior numero di elettori,
gli eletti utilizzerebbero a piene mani la possibilità di distribuire beni e
servizi, attraverso la spesa pubblica. Mirando a rielezione nel breve periodo,
essi non si preoccuperebbero degli effetti della crescita del debito pubblico
nel lungo periodo.
5) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le principali critiche
all’approccio economico alla politica?
L’approccio economico alla politica ha sollevato le
numerose e seguenti critiche:
a) &n 939g65j bsp; l’estensione del concetto di mercato appare
poco convincente nella considerazione che manca un mezzo di scambio generalizzato come il denaro, che permette di valutare costi e benefici di risorse materiali,
informazioni, simboli, affetti;
b) &n 939g65j bsp; si è osservato che se i politici seguissero le
richieste (egoistiche) dei loro elettori ne risulterebbe una incapacità di perseguire il bene comune;
c) &n 939g65j bsp; altri studiosi hanno invece sottolineato che essenza della politica è proprio la
formazione delle preferenze, attraverso l’elaborazione di identità collettive.
La politica si orienta infatti più alla modificazione dei bisogni percepiti
come centrali dagli individui che alla soddisfazione di bisogni dati.
6) &n 939g65j bsp;
– In che senso i partiti “costruiscono”
identità collettive?
L’essenza stessa della politica è proprio la capacità
di costruire identità collettive attraverso un uso
sofisticato della ideologia, come strumento per definire interessi collettivi
di lungo periodo ai quali subordinare il godimento di vantaggi
individuali immediati. L’ideologia rafforza la solidarietà di gruppo, forgiando
la convinzione di condividere fini comuni, attorno ai quali possibile
organizzare un’azione collettiva.
Ad esempio, creando subculture politiche, cioè fitte
reti associative caratterizzate da rapporti affettivi intensi ed egualitari, i
partiti socialisti hanno tradizionalmente offerto risorse di identità a che era
escluso.
7) &n 939g65j bsp;
– Che cosa intende Pizzorno con “attività
identificante” e “attività efficiente”?
La funzione della politica, prima ancora che
rispondere agli interessi, è di definirli.
Solo una volta costruite le identità collettive, i rappresentati possono
chiedere ai rappresentanti il soddisfacimento delle loro utilità (che
l’identità collettiva permette appunto di calcolare) offrendo loro in cambio
lealtà. Pizzorno ha infatti distinto tra rappresentanza identificante e
rappresentanza efficiente.
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Attraverso
“l’attività identificante” i politici svolgono
il compito di costruire, preservare, rafforzare, rafforzare le identità
politiche. Tale attività consiste nel produrre
simboli che servono ai membri di una collettività data di farsi conoscersi
come tali, comunicarsi la loro solidarietà, concordare l’azione collettiva.
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Attraverso
“l’attività efficiente” – soprattutto nei
parlamenti e nei governi – invece i politici prendono decisioni direttamente
intese a migliorare o a non lasciar peggiorare, la posizione relativa
dell’identità collettiva che essi rappresentano.
8) &n 939g65j bsp;
– Che cosa intende con “partiti di notabili”?
Si era in un fase nella quale la politica non era ancora
una professione.
Si dedicavano alla politica individui che.
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
traevano altrove il loro sostentamento
economico, in virtù della
loro condizione economica;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
godevano di una considerazione sociale, fondata non importa su quale base, che dava
loro la possibilità di accettare uffici.
9) &n 939g65j bsp;
– Che cosa intende con “partiti di massa”?
Con l’allargamento del suffragio e l’estensione dei
diritti politici ai non-notabili, cioè ad individui che non hanno risorse proprie
cui finanziare la propria attività politica, porta la professionalizzazione
della politica stessa. Si forma così una classe politica, cioè un
gruppo di persone che, tendenzialmente, fanno della politica una professione.
10) – Che
cosa intende Weber con “politico di professione”?
Secondo Weber, vi sono due modi, non reciprocamente
esclusivi, per fare della politica una professione: si può vivere per la politica, o si può vivere di politica.
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Chi vive
“per” la politica ne fa in un senso la sua
ragione di vita: egli gode del nudo possesso del potere che esercita, oppure
alimenta il suo equilibrio interno e la sua coscienza attribuendo un senso alla
propria vita in quanto sa di servire una causa.
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
Invece “della” politica come professione vive colui il
quale aspira a farne una fonte di introito durevole. Ciò non significa che chi
vive di politica guardi solo al proprio patrimonio, senza pensare alla causa.
11) – Quali
sono le differenze tra “partito di comitato” e “partito di sezione”?
Il partito di
comitato è il primo tipo di struttura di base tipico dei partiti della
fine del XIX secolo. Esso è formato da una “dozzina
di persone, appartenenti alla èlite, che godono di prestigio legato alla loro
posizione”. L’elemento importate per il comitato non è dunque la
quantità ma la loro “qualità”, ovvero il loro status sociale.
La sezione si
differenzia dal comitato per essere un organismo aperto, che cerca di ampliare
al massimo i suoi iscritti: invece di un piccolo gruppo di notabili, si cerca
di riunire una massa si persone; non si chiede loro se sono conosciute,
influenti, in vista.
12) – Quali
sono le differenze tra “partito di
sezione” e “partito di cellula”?
Essa si presenta come entità più piccola della sezione (in genere una trentina) ed è tipica dei partiti comunisti. La cellula mira
ad organizzare gli operai nelle grandi fabbriche che collega le loro
rivendicazione economiche ad un progetto più ampio. La cellula è un comunità
che vive realmente ogni giorno.
13) – Che
cosa di intende con “legge ferrea delle oligarchie”?
Una degenerazione del modello di partito di
massa si ha quando strutture democratiche
aperte alla base sono convertite, tramite una legge ferrea, in strutture dominate da una oligarchia,
cioè da un numero ristretto di dirigenti.
14) – Quali
critiche sono state mosse alla “legge ferrea delle oligarchie”?
Angelo Panebianco ha osservato che l’evoluzione
organizzativa dei partiti è più complessa e contraddittoria di
quanto ipotizzato dalla “legge ferrea delle oligarchie”. Infatti:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
il potere nell’organizzazione è relazionale, cioè legato ad uno scambio di risorse che,
seppure in misura diseguale, sono possedute sia dai leaders che dalla base. I
dirigenti hanno una certa autonomia di manovra, garantita dalle competenze, ma
essi hanno bisogno dei seguaci;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
le ideologie non sono del tutto manipolabili. Se i fini dichiarati non coincidono con gli
obiettivi reali di quel insieme di attori, individuali e collettivi, che
operano all’interno di
un partito, i fini ufficiali, espressi
dall’ideologia, mantengono tuttavia una rilevanza sia per i militanti che per i
leaders del partito, costituendo un punto di riferimento per la costruzione
delle solidarietà interne e uno strumento di continuità per l’organizzazione.
Si ha così non una sostituzione dei fini,
ma una loro articolazione;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
la struttura organizzativa dei partiti tende
così a variare. L’evoluzione
dei partiti non è dettata da una “legge ferrea”, ma dipende invece da una serie
di
vincoli ambientali
e delle scelte strategiche di leaders e
attivisti in relazione alle strategie da adottare per raggiungere obiettivi
diversi.
15) – Come
si definisce un “partito pigliatutto”? Quali sono le condizioni del suo
sviluppo?
Si definisce “partito pigliatutto” quel partito di massa che presenta le seguenti
trasformazioni:
a) &n 939g65j bsp; Una drastica riduzione del bagaglio ideologico del partito.
b) &n 939g65j bsp; Un ulteriore rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice, le cui azioni e
omissioni sono ora
considerate dal punto di vista del loro contributo
all’efficienza dell’intero sistema sociale, piuttosto che dell’identificazione
con gli obiettivi della loro organizzazione particolare.
c) &n 939g65j bsp; Una diminuzione
del ruolo del singolo membro del partito, ruolo considerato come una
reliquia storica, che può oscurare la nuova immagine del partito pigliatutto.
d) &n 939g65j bsp; Una minore
accentuazione del ruolo di riferimento, di una specifica classe sociale o
di una clientela confessionale, per reclutare invece elettori tra la
popolazione in genere.
e) &n 939g65j bsp; L’assicurare l’accesso a diversi gruppi di interesse.
L’affermarsi del partito pigliatutto sarebbe il risultato di una serie di trasformazioni sociali e
culturali che hanno portato all’indebolimento dei sentimenti di
appartenenza di classe così come delle credenze religiose. Il partito di
integrazione di massa,
prodotto in un epoca in cui esistevano rigide divisioni di classe e strutture
confessionali più differenziate, si sta trasformando in un partito “del popolo”
pigliatutto. Abbandonando i tentativi di formazione intellettuale e morale
delle masse, si sta sempre spostando
chiaramente verso la ribalta elettorale, rinunciando ad agire in
profondità, e preferendo un più vasto consenso e un immediato successo
elettorale.
16) – Come
si definisce il “partito professionale-elettorale”? In che condizioni si
sviluppa?
Questo partito si distingue da quello burocratico di massa in quanto la burocrazia di partito, a cui era delegato
il rapporto con la base di riferimento, è sostituito con tecnici ed esperti. Come nel partito pigliatutto, si indebolisce il rapporto con un elettorato
“di appartenenza”, che si identifica nel partito. Cresce inoltre il ruolo dei leaders di partiti eletti nelle
istituzioni rappresentative, che tendono a personalizzare i propri appelli.
Rispetto al finanziamento delle attività del partito acquistano sempre più peso
i contributi provenienti dai gruppi di interesse organizzati e il finanziamento
pubblico. L’adesione al partito è sempre meno basata su idee e valori e sempre più su interessi e carriera.
La trasformazione del partito burocratico di massa al partito
professionale-elettorale sarebbe legata al mutamento
socioeconomico e a quello tecnologico.
17) – Come
si definisce il “cartel party”?
Il concetto di “cartel party” o partito
“cartellizzato” sottolinea la crescente la crescente collusione tra partiti,
che formano appunto “cartelli”, a cioè alleanze, per ottenere risorse
pubbliche. Il finanziamento pubblico ai partiti avrebbe infatti accresciuto la
reciproca penetrazione tra stato e partiti, riducendo la competizione
inter-partitica. La presenza di risorse pubbliche avrebbe inoltre trasformato la
struttura interna dei partiti, riducendo il bisogno delle risorse offerte dai
militanti. Il cartel party rappresenterebbe così uno stadio estremo di
trasformazione del partito in una struttura sempre più interna allo stato, con
conseguente rallentamento nel rapporto tra lo stesso e la sua base sociale.
18) – Quali
sono, secondo Rokkan, le principali fratture sociali che hanno dato vita a
partiti politici?
I partiti politici presenti nei diversi paesi
riflettono fratture (cleavages) sociali storicamente presenti
in essi. Due principali fratture si sono sviluppate durante il processo di
costruzione dello stato nazionale; altre due durante il processo di costruzione
del capitalismo industriale.
a) &n 939g65j bsp; La prima
frattura si sviluppa quindi tra centro
e periferia, e si riferisce ai conflitti tra un centro politico, culturale
ed economico, e aree periferiche, che vengono a poco a poco incorporate nel
governo centrale.
b) &n 939g65j bsp; Una dinamica simile assume la seconda frattura, quello tra Stato e Chiesa. La costruzione dello
Stato-nazione passò attraverso un aspro scontro tra la Chiesa di Roma, che
difendeva le sue sfere di competenza nella “formazione delle anime”, e lo
Stato, che tendeva ad affermare il suo potere in alcuni campi delicati, quale
l’istruzione.
c) &n 939g65j bsp; La terza
frattura emerse, a seguito della Rivoluzione industriale, tra città e campagna. Mentre il potere
politico so spostava nelle città, la rivoluzione industriale creava interessi
spesso contrastanti con quello del mondo agricolo.
d) &n 939g65j bsp; La quarta
frattura emerse tra imprenditori industriali
e classe operaia. La rivoluzione industriale non portò solo uno scontro tra
campagna e città, ma anche e soprattutto un conflitto interno al mondo
dell’industria contrapponendo i capitalisti ai salariati. In tutte le
democrazie europee, i lavoratori tentarono di superare il loro svantaggio nel
mercato del lavoro fondando partiti che chiedevano maggiore
uguaglianza.
19) – Quali
sono, secondo Rokkan, le conseguenze politiche della frattura tra Stato e
Chiesa?
Tradizionalmente la chiesa, sia cattolica che luterana
o riformata, aveva proclamato il suo “diritto
di rappresentare la conduzione spirituale” dell’uomo e di controllare
l’educazione dei bambini nella fede religiosa. Con la formazione dello
stato-nazione, il potere temporale cominciò invece ad avocare a sé questo
diritto. Così, in quei paesi in cui si affermò la istruzione obbligatoria sotto
il controllo dello stato sollevò le proteste della chiesa, fino alla nascita di partiti, nonché di vasti
movimenti di massa,
a difesa della religione.
20) – Che
cosa si intende dire quando si afferma che alcune fratture sociali si sono
“cristallizzate”?
Le ragioni del “congelamento”
della struttura dei conflitti sarebbe da rintracciare nella capacità dei
partiti di agire sulla struttura stessa del conflitto. Nati da fratture
sociali, i partiti contribuirebbero poi in modo determinante a riprodurre
quelle fratture, offrendo ad esse simboli e rappresentanza. Essi sarebbero
quindi capaci non solo di incanalare i
conflitti, ma anche di plasmarli, controllando spesso anche una
serie di organizzazioni non-partitiche di espressione degli stessi conflitti
(sindacati, associazioni, ecc.).
21) – Quali
sono le principali “famiglie spirituali”
di partiti?
Si parla di famiglie spirituali per indicare insiemi
di partiti accomunati da una concezione del mondo analoga. Sono stati così
distinti:
- &n 939g65j bsp;
partiti liberali e radicali, definiti come quei partiti che si fecero portatori,
a partire dal XIX secolo, degli interessi della borghesia contro i proprietari
terrieri;
- &n 939g65j bsp;
partiti conservatori, che emersero originariamente in opposizione ai liberali, per
difendere gli interessi dei proprietari terrieri e, spesso, del clero,
contrastando l’estensione del suffragio e degli altri diritti di cittadinanza;
- &n 939g65j bsp;
partiti socialisti e socialdemocratici, nati nel XIX secolo dalla mobilitazione della classe
operaia con richieste non solo di diritti politici, ma anche di diritti
sociali;
- &n 939g65j bsp;
partiti democristiani, nati nel XIX secolo per esprimere l’opposizione della chiesa cattolica
alle emergenti democrazie liberali;
- &n 939g65j bsp;
partiti comunisti,
fondati dopo la rivoluzione russa per scissione dai partiti socialisti delle
componenti più vicine all’Unione Sovietica;
- &n 939g65j bsp;
partiti agrari, nati per difendere gli interessi delle campagne durante la
rivoluzione industriale;
- &n 939g65j bsp;
partiti etnico-regionalisti, emersi in difesa di minoranze
etnico-linguistiche con notevoli differenze interne in termini di ideologia e
strategia d’azione;
- &n 939g65j bsp;
partiti della destra radicale, comprendenti un eterogeneo insieme di
partiti anti-liberali e anti-democratici;
- &n 939g65j bsp;
partiti ecologisti, emersi negli anni ottanta con attenzione prevalente alla
difesa dell’ambiente dall’inquinamento.
22) – Che
cosa si intende dire quando si afferma che alcune fratture sociali si sono
“scongelate”?
Secondo le ricerche recenti, si assisterebbe ad un “scongelamento” nel sistema dei partiti a
seguito di un cambiamento nel peso relativo
delle diverse “famiglie” spirituali, e la nascita di alcuni partiti. Analisi
comparate sulla evoluzione del voto nelle democrazie europee hanno evidenziate un declino dei partiti religiosi e dei
partiti comunisti, insieme all’emergere
dei partiti “verdi”. Mutamenti sociali e trasformazioni politiche sono
stati inoltre indicati come cause di declino dell’identificazione con un
partito politico.
I giudizi sugli effetti di questo “scongelamento”
variano:
- &n 939g65j bsp;
secondi
alcuni, il “deallineamento” dell’elettorato
indicherebbe una crescente perdita di fiducia nei partiti, con il pericolo che
soprattutto le fasce meno istruite dell’elettorato divenga preda di politici
populisti;
- &n 939g65j bsp;
altri autori hanno sostenuto che il distacco
dai partiti è un sintomo della crescente maturità
dell’elettorato, sempre più capace di giudicare i partiti sulla
base delle loro performances, invece che del giudizio ideologico.
23) – Quali
sono, secondo Duverger, le differenze tra sistemi bipartitici e sistemi
multipartitici?
Secondo Duverger, le differenze tra i sistemi di
partito deriverebbero dalle caratteristiche di alcune istituzioni, in
particolare dal sistema elettorale. Mentre il
sistema monopartitico è determinato dal divieto di costruire altri partiti, i
sistemi bipartitici e multipartitici sono influenzati, in questa ipotesi, dalla
legge elettorale – con il sistema
maggioritario a un turno che favorisce il
bipartitismo e il proporzionale
che porta al multipartitismo.
24) – Come
si “contano”, secondo Sartori, i partiti?
Un partito conta non tanto per la sua dimensione
numerica piuttosto per il suo peso strategico. Infatti un partito “conta” solo
se esso ha almeno una delle seguenti caratteristiche:
a) &n 939g65j bsp; potenziale di coalizione, cioè si può entrare in coalizione di governo
– “un partito minore deve essere contato,
non importa quanto piccolo esso sia, se esso è necessario, almeno una volta nel
periodo considerato, per determinare la
maggioranza di governo”;
b) &n 939g65j bsp; potenziale di ricatto, che indica che l’esistenza del partito ha
effetto sulle tattiche adoperate dagli altri – “un partito è grande abbastanza da essere considerato rilevante quando
la sua esistenza, o apparenza, influenza le tattiche della competizione tra i
partiti”.
25) – Quale
tipologia dei sistemi di partito propone Sartori?
Sartori ha costruito una tipologia di sistemi di partito più complessa rispetto a quella di
Duverger.
Innanzi tutto vengono distinti tre tipi di regimi monopartitico:
a) &n 939g65j bsp; Partito singolo, quando solo un partito è legale.
b) &n 939g65j bsp; Partito egemonico, quando altri partiti esistono e sono legali,
ma solo come satelliti del partito principale – non possono cioè realmente
competere con questo per ottenere il potere.
c) &n 939g65j bsp; Partito predominante, quando esistono più partiti, e i partiti
minori competono effettivamente con il partito predominante – sono legittimati,
cioè, ad andare al potere in caso di vittoria elettorale
– ma non riescono nei fatti a vincere. La maggior parte dei seggi va quindi per
lunghi periodi al partito predominante;
d) &n 939g65j bsp; Vi è poi un sistema con due
partiti significativi – che contano secondo i criteri su definiti – e una
moderazione ideologica che permette un certo tipo di moderazione. Si può
parlare qui di sistema bipartitico, quando:
- due partiti sono in grado di competer per la
maggioranza assoluta dei seggi;
- uno dei due partiti riesce in effetti ad
ottenere la maggioranza;
- questo partito vuole governare da solo;
- l’alternanza, o rotazione, al potere sono
aspettative credibili. La competizione è verso il centro dove si presume che
siano gli elettori fluttuanti, quelli cioè disponibili a cambiare partito.
e) &n 939g65j bsp; Numero di partiti e polarizzazione
ideologica permettono di distinguere diversi tipi di sistemi multipartitici. La distinzione principale riguarda:
- multipartitismo (o pluralismo) moderato. Caratterizzato da un numero di partiti
che “contano” non superiore a cinque e dalla presenza di governi di coalizione;
- pluralismo polarizzato, in genere con un numero di partiti superiori a cinque. Il
sistema è ideologicamente polarizzato con due poli (a destra e sinistra)
caratterizzati da posizioni estreme.
f) &n 939g65j bsp; Successivamente, Sartori ha introdotto un
ulteriore tipo di sistema multipartitico “il
multipartitismo segmentato”, caratterizzato da un numero di partiti
superiori a cinque ma con bassa polarizzazione ideologica.
26) – Quali
sono le principali caratteristiche del “pluralismo polarizzato”?
Il pluralismo
polarizzato avrebbe caratterizzato, secondo Sartori, il caso italiano
(almeno fino agli anni settanta inclusi). Movimento sociale italiano (Msi) e
Partito comunista italiano (Pci) sarebbe stati i due partiti antisistema; la
Democrazia cristiana (Dc) avrebbe occupato saldamente il centro, con mutamenti
parziali di alleanza con vari partiti laici minori (liberali, repubblicani,
socialdemocratici e socialisti). Non solo il numero dei partiti rilevanti era
superiore a cinque, ma la presenza di partiti antisistema indicava, secondo
Sartori, la presenza di una politica radicalizzata.
VIII. &n 939g65j bsp; Elezioni e sistemi elettorali
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa sono le elezioni?
Sono un meccanismo per
scegliere i componenti di organi monocratici o collegiali. In
quanto tali fanno parte di una variegata famiglia di investitura.
2) &n 939g65j bsp;
– In che cosa si differenziano da altri metodi di selezione dei governanti?
Esse assumono anche altri importanti significati. In
particolare le elezioni sono:
- &n 939g65j bsp;
in specie
per i parlamenti (ma non solo), gli
strumenti principali della rappresentanza e del controllo popolare sui
governanti;
- &n 939g65j bsp;
uno dei principali strumenti di ritualizzazione e
“addomesticamento” del conflitto politico. Attraverso di esse il conflitto
e la competizione per il potere vengono canalizzati secondo modalità
prestabilite e ricorrenti, e con esiti relativamente prevedibili e soprattutto
reversibili, attenuandone quindi le asperità.
3) &n 939g65j bsp;
– In che cosa si differiscono elezioni democratiche e non democratiche?
Le elezioni democratiche si distinguono per tre
caratteri fondamentali riassumibili nei tre concetti di competizione, libertà e rilevanza politica.
Con il concetto di competizione
ci si riferisce al fatto che l’offerta politica (candidati e/o
liste) presentata agli elettori, ha carattere plurale e c’è una genuina
concorrenza per ottenere il successo.
Con il concetto di libertà ci
si riferisce al fatto che gli elettori sono in condizione di operare la loro
scelta al riparo da minacce e con un sufficiente grado di informazione sulle
alternative, inoltre che ai partiti e candidati in lizza non viene impedito di
svolgere la propria campagna e sono garantite sufficienti possibilità di
comunicare con gli elettori.
Infine, con il concetto di
rilevanza si evidenzia il fatto che i risultati delle elezione
hanno un peso significativo sui processi politici del paese e in particolare
sulle attività di governo e
di decisione.
Ciò
che caratterizza invece le elezione dei paesi non democratici è che in tutto o
in parte queste condizioni vengono meno. Le elezione dei regimi non democratici si
caratterizzano dunque essenzialmente come “elezioni senza
scelta” e di facciata.
4) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i principali momenti e aspetti
del processo elettorale?
I principali aspetti del processo elettorale oggetto
di regolamentazione sono:
- &n 939g65j bsp;
i tempi e
la convocazione delle elezione;
- &n 939g65j bsp;
l’elettorato
attivo;
- &n 939g65j bsp;
l’elettorato
passivo e le candidature;
- &n 939g65j bsp;
la
campagna elettorale;
- &n 939g65j bsp;
le
modalità del voto;
- &n 939g65j bsp;
il
sistema elettorale e la valutazione dei voti.
5) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i tipi fondamentali di sistemi
elettorali?
I sistemi elettorali, raramente, sono il frutto della
scelta di un unico attore dotato di preferenze coerenti e, molto più spesso,
sono invece il risultato di compromessi tra una pluralità di soggetti con
priorità divergenti.
La descrizione dei diversi sistemi elettorali deve
prendere in considerazione i seguenti aspetti principali:
- &n 939g65j bsp;
l’ambito territoriale nel quale avviene l’espressione del voto e l’assegnazione dei seggi;
- &n 939g65j bsp;
la formula di computo dei voti e di allocazione
dei seggi;
- &n 939g65j bsp;
le soglie di rappresentanza;
- &n 939g65j bsp;
il carattere categorico o ordinale del voto.
6) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per sistemi/formule
maggioritari/e?
Sono quelli che, nell’assegnazione dei seggi, privilegiano l’orientamento di maggioranza. Al
loro interno si
può operare un’ulteriore distinzione: si tratta della maggioranza assoluta
(ossia il 50% dei voti +1) o di quella relativa (o pluralità, cioè quel
“pacchetto” di voti che supera tutti gli altri anche se resta sotto il 50%)?
7) &n 939g65j bsp;
– Quali le principali varianti dei sistemi
maggioritari?
In concreto, le principali varianti sono:
- &n 939g65j bsp;
il
sistema maggioritario ad un turno in collegi uninominali;
- &n 939g65j bsp;
il
sistema maggioritario ad un turno in collegi plurinominali;
- &n 939g65j bsp;
il
sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali;
- &n 939g65j bsp;
il voto
alternativo.
8) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per sistemi
proporzionali?
Si intende sistemi proporzionali in quanto volti a
consentire che tutti gli orientamenti politici siano
rappresentati “in proporzione” alla loro forza.
Le formule maggioritarie sono state spesso criticate
per gli effetti di sottorappresentazione delle minoranze che producono.
9) &n 939g65j bsp;
– Quali le principali varianti dei sistemi
proporzionali?
Le formule proporzionali richiedono collegi plurinominali, che consentono di
attribuire i seggi disponibili ad una pluralità di forze politiche.
La maggior parte dei sistemi proporzionali adottano il
voto di lista: i candidati sono cioè
raggruppati in liste di partito ed è su queste che gli elettori devono
esprimere un voto.
Le varianti al voto di lista sono:
- &n 939g65j bsp;
voto singolo non trasferibile, sistema irlandese, in base al quale gli elettori
dispongono di più di una preferenza da attribuire in ordine decrescente ai
singoli candidati (anche di partiti diversi) all’interno di collegi
plurinominali. Stabilito in base ad una delle formule proporzionali il
quoziente necessario per essere eletti, i seggi vengono assegnati a quei
candidati che raggiungono i quozienti elettorali grazie alle sole prime
preferenze oppure sulla base di una serie di computi successivi che tengono
conto delle ulteriori preferenze;
- &n 939g65j bsp;
sistemi misti , che combinano gli elementi derivati da sistemi elettorali
ispirati a principi diversi. Per esempio possono essere accostati elementi di maggioritario e di
proporzionale, collegio uninominale e plurinominale, ecc. In alcuni di
questi casi all’elettore viene attribuito più di un voto.
10) – Qual
è la rilevanza dell’ampiezza delle circoscrizioni?
Uno dei primi punti che i sistemi elettorali devono
affrontare è quello del rapporto tra elettori, eletti e
territorio. La scelta fondamentale è se questo rapporto si debba
svolgere all’interno di un unico ambito
nazionale oppure entro circoscrizioni
territoriali delimitate.
La rappresentanza e le elezioni parlamentari, prima
che si affermassero le idee della rappresentanza nazionale, avevano un carattere fortemente locale e questa
tradizione non è stata completamente cancellata dalle nuove concezioni. Ma
valgono anche e soprattutto motivi pratici: le circoscrizioni locali consentono una vicinanza maggiore e quindi
una conoscenza e contatti più diretti tra gli elettori e i candidati.
L’ampiezza dei collegi elettorali ha
importanti conseguenze, non solo sullo stile della rappresentanza, ma anche sul
rapporto voti/seggi (si
può anticipare che più piccolo è il collegio più alta sarà la soglia di
esclusione dalla rappresentanza). In alcuni casi, proprio per correggere almeno
questi effetti, vengono combinati due o più livelli di circoscrizione
elettorale.
11) – Che
cosa si intende per effetti diretti dei sistemi elettorali?
Ci si chiede se passando da un sistema elettorale
all’altro:
- &n 939g65j bsp;
aumenterà o diminuirà il numero dei partiti;
- &n 939g65j bsp;
saranno avvantaggiati i grandi partiti oppure otterranno un’equa rappresentanza
anche i minori;
- &n 939g65j bsp;
saranno
favorite le spinte centrifughe ovvero
la convergenza verso il centro;
- &n 939g65j bsp;
sarà
incentivata oppure scoraggiata la stabilità
delle coalizioni.
Posti questi interrogativi, occorre operare
alcune distinzioni:
1) &n 939g65j bsp; La prima è quella tra effetti
diretti e effetti indiretti,
cioè tra effetti che, data una certa distribuzione dei voti, si hanno
immediatamente sull’assegnazione dei seggi (definiti anche effetti meccanici),
e gli effetti (definiti anche psicologici) che la presenza di un certo sistema
elettorale ha sui comportamenti di elettori e candidati e quindi,
indirettamente, attraverso questi risultati. I primi si manifestano “a valle” del voto; gli altri invece “a monte”.
2) &n 939g65j bsp; La seconda distinzione è tra effetti locali e effetti
nazionali, dunque tra quelli che si manifestano a livello delle
singole circoscrizione e quelli che operano invece globalmente a livello
nazionale.
Vediamo ora quali sono gli effetti diretti a
livello circoscrizionale:
1) &n 939g65j bsp; Il sistema
maggioritario ad un turno in ambito uninominale ha su questo piano
l’effetto che tutte le minoranze sono
tagliate fuori dalla rappresentanza.
2) &n 939g65j bsp; Il sistema
maggioritario a doppio turno non cambia molto, salvo che, qualora si adotti il ballottaggio o una
soglia per il passaggio al secondo turno, si produrrà un innalzamento della
maggioranza richiesta per vincere.
3) &n 939g65j bsp; Passando ai sistemi proporzionali si può affermare che non ha alcun fondamento l’accrescimento della frammentazione del
sistema partitico. I sistemi proporzionali semmai “fotografano” la realtà esistente. In linea di principio, sono
sistemi senza effetti diretti,
12) – Che
cosa si intende per effetti indiretti dei sistemi elettorali?
L’incidenza dei sistemi elettorali sui risultati
finali delle consultazioni popolari non è dovuta soltanto al fatto che essi
influiscono sulla traduzione dei voti in seggi ma anche al fatto che essi possano condizionare i comportamenti degli attori in
gioco (elettori e candidati).
Dal punto
di vista dell’elettore si pone il problema dell’utilità del voto:
1) &n 939g65j bsp; Nei sistemi
maggioritari l’unico voto “utile”
ai fini dell’assegnazione delle cariche elettive è quello che va al candidato
di maggioranza, tutti gli altri voti vanno sprecati. Nei sistemi proporzionali
invece il voto a ciascun candidato che superi la soglia di rappresentanza
risulta utile. Il dilemma per l’elettore se dare il voto ad un candidato che
non rappresenta la sua “prima preferenza” ma ha buone possibilità di essere
eletto (voto utile o strategico),
oppure al candidato preferito ma con minori possibilità di risultare eletto (voto espressivo).
2) &n 939g65j bsp; Nei sistemi proporzionali voto utile e voto espressivo tendono invece a coincidere; il
dilemma si pone solo marginalmente e nella misura in cui il grado di proporzionalità sia
attenuato (o per effetto di soglie di esclusione, o di circoscrizioni di
piccole dimensioni).
Accanto agli effetti sugli elettori dobbiamo
considerare quelli sui candidati e
sui partiti:
1) &n 939g65j bsp; In un sistema
ad alto livello di proporzionalità l’unica strategia ottimale per un
partito è quella di massimizzare i propri
voti (storia del
partito, mercato competitivo, immagine di partito precisa o altrimenti più
variegata).
2) &n 939g65j bsp; In un sistema
maggioritario, si accresce il rischio
dell’insuccesso totale, cioè che i voti
ottenuti vadano sprecati. Diventa quindi decisivo riuscire a superare la
soglia, molto più alta, di rappresentanza. Si rafforzano quindi gli incentivi a
coalizzarsi. Quanto minore è la distanza ideologica tra i
partiti, quanto più elevata è la sicurezza di non perdere i propri elettori e quanto
più è grande è il rischio di una sconfitta elettorale, tanto maggiore saranno
gli incentivi a coalizzarsi.
3) &n 939g65j bsp; Effetti peculiari sono prodotti dai sistemi
elettorali a doppio turno.
13) – Quali
fattori influenzano la partecipazione elettorale?
E’ vero dunque che il voto è l’atto di partecipazione
più diffuso nelle democrazie contemporanee, ma si deve osservare anche che la
sua frequenza è tutt’altro che costante. Le motivazioni sono diverse, alcune
fanno riferimento a:
- &n 939g65j bsp;
variabili culturali, si è ipotizzato che la partecipazione in generale e quella elettorale
in particolare dovessero essere più frequenti laddove era più diffusa una
“cultura civica”, cioè caratterizzata da fiducia nelle istituzioni
democratiche;
- &n 939g65j bsp;
caratteristiche individuali, istruzione, status socioeconomico, età, sesso, ecc.
dell’elettore;
- &n 939g65j bsp;
variabili istituzionali, che riguardano le modalità di
organizzazione del voto ma anche le conseguenze politiche di questo.
In conclusione si deve dire che una pluralità
di fattori intervengono a favorire o scoraggiare la scelta dell’elettore di
recarsi alle urne. La rilevanza maggiore o minore degli uni o degli altri varia
in maniera non trascurabile a
seconda del contesto.
14) – Quali
fattori influenzano la scelte elettorali?
Nelle elezione l’aspetto cruciale è la scelta degli elettori: preferiscono i partiti
di governo o quelli di opposizione, quelli di destra o quelli di sinistra,
scelgono i partiti confessionali o laici, e cosi via? Soddisfatti questi primi
interrogativi ci si pongono però degli altri: perché gli elettori votano in un certo modo? Quali fattori spiegano
meglio i diversi tipi di comportamento elettorale? Infine, quali teorie si rilevano più soddisfacenti
per dare un inquadramento complessivo a questi interrogativi?
Due autorevoli studiosi ne indicano almeno otto gruppi:
- &n 939g65j bsp;
caratteri
sociali ed economici durevoli;
- &n 939g65j bsp;
identificazioni partitiche di
lungo periodo;
- &n 939g65j bsp;
predisposizioni in materia di
politiche;
- &n 939g65j bsp;
preferenze
relative a temi di
politiche correnti;
- &n 939g65j bsp;
percezioni
delle condizioni attuali del paese o personali;
- &n 939g65j bsp;
valutazioni retrospettive del governo in carica e dei suoi risultati;
- &n 939g65j bsp;
valutazione
delle qualità personali dei
candidati;
- &n 939g65j bsp;
valutazioni
prospettive della potenziale efficacia
futura dei candidati e partiti.
La ricerca delle determinanti del voto mostra che
queste possono variare anche in maniera significativa nel tempo e da paese a paese, così come all’interno di uno stesso paese. Inoltre il
comportamento di volto rappresenta anche la risposta ad
un’offerta politica che proviene da sistema degli attori partitici e
istituzionali e risente delle dinamiche interne e del
grado di strutturazione di questo.
IX. &n 939g65j bsp; Parlamenti e rappresentanza
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è un parlamento democratico?
Una definizione minima di parlamento basata sui suoi
caratteri strutturali è la seguente: “un’assemblea
rappresentativa generale, pluralistica e permanente ma rinnovata nella sua
composizione tramite elezioni a scadenze regolari”.
2) &n 939g65j bsp;
– Quali caratteri distinguono i parlamenti
democratici da quelli non democratici?
I caratteri o le
proprietà dei parlamenti democratici sono le seguenti:
1) &n 939g65j bsp; la natura assembleare;
2) &n 939g65j bsp; il carattere permanente dell’istituzione e la sua competenza generale;
3) &n 939g65j bsp; il mandato temporalmente
definito dei componenti;
4) &n 939g65j bsp; il pluralismo
interno:
5) &n 939g65j bsp; il collegamento organico con i processi
istituzionali della rappresentanza
politica.
L’assenza di anche uno solo di questi elementi
determina un mutamento sostanziale nella natura dell’istituzione. La categoria
dei parlamenti non democratici rivela una gamma assai varia di scostamenti da questo modello. E’ in
primo luogo il carattere del pluralismo
ad essere attenuato o cancellato, ma anche quelli della rappresentatività e della permanenza
sono per lo più aleatori o svuotati di significato.
3) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per rappresentanza politica?
Il concetto di rappresentanza fa riferimento sempre ad
una situazione duale e relazionale,
suppone cioè un rappresentante ed un rappresentato, e che tra questi sussista
un certo rapporto.
La rappresentanza politica democratica può essere
definita nel seguente modo: “una relazione di
carattere stabile tra cittadini e
governanti, intesi gli uni e gli altri come soggetti pluralistici, per
effetto del quale i secondi sono investiti dell’autorità di governare in nome e nell’interesse dei primi e sono
soggetti a responsabilità politica
per i propri comportamenti di fronte ai cittadini stessi; autorità e
responsabilità politica dei governanti sono definite e garantite attraverso meccanismi istituzionali
elettorali”.
4) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per rappresentatività?
La rappresentanza come rappresentatività, cioè come
specchio, è intesa come riproduzione dei
soggetti rappresentati o, per meglio dire, delle caratteristiche di questi.
Il riferimento all’istituzione parlamentare è in questo caso d’obbligo: la sua
natura assembleare consente, infatti, di concepirla come microcosmo che rifletta i caratteri del corpo politico. Un
organo politico sarà dunque tanto rappresentativo quanto più
fedelmente replicherà la distribuzione di certe caratteristiche proprie della
società.
5) &n 939g65j bsp;
– Che cosa ha di specifico la rappresentanza
democratica?
La rappresentanza è contemporaneamente principio di
legittimazione politica, struttura istituzionale e modalità di
comportamento. Autorità e responsabilità politica dei
governanti sono definite e garantite attraverso
meccanismi istituzionali elettorali.
6) &n 939g65j bsp;
– Quali sono gli aspetti strutturali rispetto
ai quali i parlamenti democratici possono differire tra loro?
Le caratteristiche strutturali (assemblearità,
carattere permanente, pluralismo interno, carattere rappresentativo) sono
sufficienti ad individuare il minimo
comun denominatore dei parlamenti; la struttura, invece, cioè il modello
organizzativo “reale”, fa riferimento ad un complesso di corpus di
norme giuridiche (costituzionali, legislative, regolamentari e
consuetudinari) per definire la struttura di un parlamento, cioè la natura e le
caratteristiche dei soggetti politici, individuali e collettivi, che lo
compongono.
La prima dimensione di variazione è quella
dell’articolazione del parlamento in una o più camere (modello
unicamerale o modelli bicamerali). Mentre il modello unicamerale corrisponde
all’affermarsi di un criterio di organizzazione del rapporto rappresentativo,
il modello bicamerale riflette generalmente l’esigenza di “accomodare” e bilanciare criteri
diversi, a ciascuno dei quali non è possibile rinunciare
completamente.
7) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le ragioni principali del
bicameralismo?
I modelli bicamerali, nati dall’esigenze di bilanciare
esigenze diverse, sono raggruppati in modelli diversi:
- &n 939g65j bsp;
un primo
gruppo di modelli bicamerali, tipici della prima fase di democratizzazione, e oggi
spariti dalla scena, salo l’eccezione inglese, ha avuto alla sua origine l’esigenza di conservare forme
pre-democratiche. L’intento è stato quello di bilanciare il carattere
innovativo di quella e di garantirne l’accettazione da parte di vecchi strati
politici dominanti (l’aristocrazia, gli alti funzionari degli apparati statali
monarchici, ecc.);
- &n 939g65j bsp;
un secondo gruppo importate di modelli bicamerali è legato invece alla necessità di un
compromesso rappresentativo tra una concezione
unitaria e una concezione
policentrica (federale, regionalistica o comunque decentrata) della
comunità politica; in questo caso mentre una camera si basa sostanzialmente sul
principio della parità rappresentativa degli individui che compongono la
comunità politica nel suo complesso delle unità sub-nazionali (stati, regioni,
ecc.), ovvero su forme di rappresentanza di secondo grado che
assegnano ad organismi del governo locale un ruolo di anello intermedio nel
circuito rappresentativo. Gli USA, la Svizzera e la Germania ne forniscono
degli esempi.
Per definire il tipo di bicameralismo, oltre alla base rappresentativa delle due camere
occorre valutare i poteri ad esse
attribuiti. Si parlerà di:
- &n 939g65j bsp;
bicameralismo paritario o simmetrico, quando i poteri dei due rami si equivalgono;
- &n 939g65j bsp;
bicameralismo asimmetrico, quando una delle due camere ha poteri attenuati.
8) &n 939g65j bsp;
– Rispetto a quali aspetti possono
differenziarsi le commissioni?
L’articolazione in commissioni nasce dalle esigenze
operative delle istituzioni parlamentari: le dimensioni numericamente estese
delle assemblee, la mole di lavoro e la tecnicità del lavoro parlamentare
hanno spinto tutti i parlamenti ad affiancare alla modalità assembleare di organizzazione,
quella per commissioni. Molte funzioni parlamentari invece che essere
svolte dall’insieme dei parlamentari sono
affidate a sotto-insieme che, generalmente, riproducono, seppur su scala
minore, la configurazione politica del parlamento. Il peso
del sistema delle commissioni dipende dalla maggiore
o minore specializzazione funzionale di queste e dal
grado di continuità dei lavori rilevanti,
9) &n 939g65j bsp;
– In che modo i partiti condizionano la
struttura del parlamento?
In linea di massima i parlamentari contemporanei si
sono configurati come assemblea di
soggetti collettivi, cioè di partiti. I singoli parlamentari sono legati al
gruppo parlamentare,
che tipicamente corrisponde ad un partito con una propria identità
organizzativa anche esterna al parlamento, da un forte vincolo di lealtà e di dipendenza
che, nell’azione parlamentare, si traduce in un disciplinato adeguamento alle
decisioni del gruppo. I gruppi parlamentari, con la loro leadership e la loro
organizzazione, diventano quindi i soggetti principali della vita parlamentare. Spettano ad essi
le principali decisioni in materia legislativa e di sostegno al governo, mentre
il compito dei singoli parlamentari sarà principalmente quello di attuarle.
10) – Che
ruolo ha il governo nello strutturare il parlamento?
Accanto all’articolazione del parlamento lungo linee
partitiche, un ruolo significativo assume il rapporto tra il governo e il
parlamento nel definire la struttura politica di questo ultimo. Questo aspetto
è particolarmente rilevante nelle forme di governo parlamentari
nelle quali il parlamento ha i compito di “produrre”
e legittimare l’esecutivo. In ragione
di questa funzione il parlamento tende ad articolarsi lungo la
linea di divisione tra le forze che sostengono il governo e quelle che gli si
oppongono e la divisione maggioranza-minoranza tende a
coincidere con quella governo-opposizione. Il governo, la cui sopravvivenza
dipende dalla maggioranza parlamentare, diventa, in quanto fiduciario e guida
politica di questa, uno dei soggetti più rilevanti all’interno del parlamento
stesso.
11) – Quali
sono le funzioni essenziali dei parlamenti?
Le funzioni del parlamento secondo Bagehot sono:
1) &n 939g65j bsp; Elettiva. cioè di designazione dell’esecutivo.
2) &n 939g65j bsp;
Espressiva, di
trasmissione degli orientamenti popolari.
3) &n 939g65j bsp;
Educativa, di
elevazioni delle opinioni popolari,
4) &n 939g65j bsp;
Informativa,
di comunicazione degli interessi delle minoranze.
5) &n 939g65j bsp;
Legislativa, di elaborazione ed approvazione delle leggi.
6) &n 939g65j bsp;
Finanziaria,
di approvazione di imposte e bilanci.
Volendo sintetizzare questo elenco che mantiene gran parte
della sua validità si potrebbe parlare di funzioni
rappresentative (funzioni 2,3 e 4); di
controllo sul governo (funzione 1 e 6) e di policy making (5 e 6)
12) – Che
ruolo ha il governo nella funzione legislativa?
La forma di produzione normativa di rango più elevato è attribuita nel disegno costituzionale di
tutti i paesi democratici al parlamento.
L’iniziativa governativa è, almeno nelle forme di governo parlamentari,
anch’essa iniziativa di un “soggetto parlamentare”. Questa attribuzione
parlamentare generalmente manca invece ad alcuni governi presidenziali, i quali
per introdurre le proprie leggi devono ricorrere a parlamentari amici
che lo fanno per loro. In linea di massima si può rilevare che il predominio governativo sull’attività legislativa, oltre che al
peso in sede di iniziativa, è dovuto al tasso di successo maggiore delle sue
proposte di legge.
&n 939g65j bsp; X. &n 939g65j bsp; I governi
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è un governo? Che cosa significa
governare?
E’ bene ricordare che nell’uso comune la parola “governo” ricorre sia per indicare una attività, una funzione, che per designare
un soggetto politico, un’istituzione.
Il verbo greco Kubernao,
da cui derivano governo e governare, significa “dirigere
con il timone”. L’etimo trasmette una immagine per i detentori
della funzione di governo: quella del timoniere, cioè di colui che ha la responsabilità
di guidare la nave verso la destinazione, tenendola nella sua rotta e facendo
fronte agli imprevisti che si presentino. Queste e altre metafore sottolineano
la combinazione tra esercizio di un’autorità suprema e responsabilità del
benessere dei sottoposti a questa autorità. Governare
significa essenzialmente assumersi le responsabilità finali di fronte alla
comunità politica e ai suoi problemi. Non è detto che governare significa
risolvere questi problemi. Ma chi governa è investito dal compito (e
dall’autorità) di tentare di fornire una risposta, reale e elusiva che essa
sia.
2) &n 939g65j bsp;
– Come sono nate le istituzioni di governo
attuale?
Le linee di sviluppo storico dell’istituzioni
governative è quello del passaggio dai regimi monarchici tradizionali ai regimi
liberal-democratici. Alla base di questa transizione troviamo due grandi
processi che interessano la storia degli ultimi quattro o cinque secoli di vita politica in
Occidente:
- &n 939g65j bsp;
da un
lato, il lungo processo di accentramento politico il cui esito sono gli
stati nazionali sovrani (strutture di governo che si configurano come il
braccio esecutivo di un potere concentrato nella persona del sovrano);
- &n 939g65j bsp;
dall’altro, il controverso sviluppo di un articolato sistema di controllo sul potere, e la trasformazione delle basi di legittimità dei regimi politici
il cui sbocco finale è la democrazia rappresentativa (dislocazione del governo
verso la sfera parlamentare, mentre il sovrano subisce una progressiva perdita di
legittimità politica per ridursi a simbolico capo dello stato, potere neutrale).
3) &n 939g65j bsp;
–Quali sono le forme di governo principali?
La classificazione tradizionale da implicitamente
riferimento a due distinte dimensioni delle istituzioni governative:
1) &n 939g65j bsp; Legittimazione democratica o delle modalità istituzionali
attraverso le quali questa legittimazione viene garantita. Per cui abbiamo due
classi:
- &n 939g65j bsp;
la prima classe “governo parlamentare”,
così chiamata perchè il governo
trae dal parlamento la sua legittimazione politica;
- &n 939g65j bsp;
la seconda classe “governo presidenziale”,
in cui l’attributo presidenziale indica lo status di preminenza, nella
compagine governativa, della figura monocratica del presidente, che cumula le
due cariche di capo del governo
e di capo dello
stato.
2) &n 939g65j bsp; La struttura dell’esecutivo, cioè quella della distinzione tra esecutivo
monocratico ed esecutivo collegiale.
La
prima dimensione, quella
della legittimazione democratica (cioè elettorale) dei governi, prevede due
possibilità di legittimazione:
- &n 939g65j bsp;
diretta, quando il
governo sia eletto dai cittadini (in questo caso l’elezione riguarderà il capo
del governo);
- &n 939g65j bsp;
indiretta, quando il governo è eletto dal parlamento.
4) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per forma di governo parlamentare?
La forma di governo parlamentare
presenta le seguenti caratteristiche:
1) &n 939g65j bsp; Legittimazione
indiretta dell’esecutivo
attraverso il parlamento, garantita dal potere di fiducia del secondo.
2) &n 939g65j bsp; Separazione
tra capo dello stato e capo
del governo.
3) &n 939g65j bsp; Durata
non predeterminata
dell’esecutivo.
4) &n 939g65j bsp; Struttura
collegiale a un livello
dell’esecutivo (l’intero governo è investito della fiducia).
5) &n 939g65j bsp; Eventuale possibilità di scioglimento
anticipato del parlamento.
5) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per forma di governo
presidenziale?
La forma di governo presidenziale presenta le seguenti
caratteristiche:
1) &n 939g65j bsp; Legittimazione
democratica indipendente
dell’esecutivo e del parlamento.
2) &n 939g65j bsp; Fusione
delle due cariche di capo dello stato
e capo del governo.
3) &n 939g65j bsp; Termine
fisso del mandato
presidenziale.
4) &n 939g65j bsp; Struttura
a due livelli dell’esecutivo.
6) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per forma di governo
semi-presidenziale?
La forma di governo semi-presidenziale presenta le
seguenti caratteristiche:
1) &n 939g65j bsp; Legittimazione
democratica indipendente del capo dello Stato
e del parlamento.
2) &n 939g65j bsp; Separazione
delle due cariche di capo dello stato
e capo del governo.
3) &n 939g65j bsp; Carattere tendenzialmente bicefalo dell’esecutivo per l’attribuzione di funzioni di governo
al capo dello stato.
4) &n 939g65j bsp; Legittimazione
indiretta del gabinetto
attraverso il parlamento, garantita dal potere di sfiducia del secondo.
5) &n 939g65j bsp; Durata
predeterminata del capo dello stato
e non predeterminata del gabinetto.
6) &n 939g65j bsp; Possibilità di scioglimento anticipato del
paramento.
7) &n 939g65j bsp;
– Che effetti hanno le variabili politiche
sulla forma di governo?
La modellistica costituzionale non è in grado nei
fatti di determinare in maniera del tutto univoca e non ambigua la forma
concreta di governo. La normativa costituzionale produce essenzialmente una
struttura di opportunità e di limitazioni,
definendo le arene istituzionali, le procedure e i poteri nell’ambito e con i
quali opereranno i soggetti politici.
Da
un lato la
rappresentazione del parlamento e del governo come soggetti distinti e
contrapposti appare tributaria di un
modello politico che risale ad un epoca caratterizzata da circuiti ben distinti
di legittimazione dei quali parlamento e governo erano espressioni.
Dall’altro
lato, il riferimento a parlamentari e governanti come individui
si basa su una rappresentazione (ottocentesca) del panorama degli attori
politici che stentava ancora ad acquisire la rilevanza (e la piena legittimità)
del partito come attore collettivo.
Con l’affermarsi dei partiti
gli attori individuali operanti nelle arene del potere si trovano ad agire
nell’ambito di soggetti collettivi che generano identità e vincoli di solidarietà
sopra-individuali, di intensità variabile nel tempo e da paese a paese, ma
generalmente significativi.
Per quel che riguarda la dimensione della
legittimazione è soprattutto nelle forme di
governo parlamentati che l’incidenza della variabile
partitica si rivela più significativa. Il fatto è che la natura
stessa dell’organo “mediatore” della legittimità, il parlamento, muta
profondamente con l’avvento dei partiti e a seconda del tipo di
partiti che si affermano; e con esso cambia anche il significato dei due
passaggi del circuito legittimante (elettorato-parlamento e
parlamento-esecutivo).
8) &n 939g65j bsp;
– Che importanza hanno le coalizioni nel
governo parlamentare?
Ai fini della durata della compagine di governo nel
suo complesso sono di particolare rilevanza i rapporti tra governo e sistema partitico.
I primi studi hanno evidenziato che mentre nei governi
monopartitico prodotti da
bipartitismo la stabilità non è scalfita, nei governi
di coalizione, esito prevalente dei sistemi pluripartitici, sono
caratterizzati da livelli non omogenei di
instabilità.
La riflessione sul tema della stabilità ha portato ad
un più approfondito esame delle modalità di formazione e di
crisi dei governi. Uno dei punti di
partenza di questa discussione è stata l’ipotesi della prevalenza, in termini
sia di probabilità di costituzione sia di durata, delle cosiddette “coalizioni minime vincenti”, cioè
caratterizzate dalla misura minima (di individui e di partiti) necessaria per
ottenere una maggioranza. Questa ipotesi era ricavata da una teoria razionale del comportamento politico che, postulando
l’acquisizione di posti di governo come finalità prevalente degli attori
politici, ne deduceva che il comportamento degli attori politici sarebbe stato
appunto quello di minimizzare le
dimensioni delle coalizioni di governo, per ridurre così il coefficiente in
base al quale sarebbe stata operata la distribuzione delle cariche.
Questa teoria è stata rivista, in particolare sui fini
perseguiti dagli attori politici. “Se
la finalità degli attori politici non è solo quella di massimizzare le
posizioni di potere, ma anche di realizzare obiettivi programmatici, i
risultati coalizionali potranno essere diversi. L’ampiezza minima della
coalizione perderà di importanza rispetto all’esigenza di assicurare al governo
la capacità di superare gli ostacoli del processo parlamentare di
decisione, di garantirsi la non belligeranza di attori parlamentari
significativi, di far fronte ad un opposizione anti-sistema, di pararsi le
spalle dalla concorrenza elettorale di altri partiti e così via.”
9) &n 939g65j bsp;
– A quali logiche risponde la formazione
delle coalizioni?
La partecipazione al governo deve essere valutata
anche in termini di costi da evitare (rinunciandovi
appunto e consentendo soluzioni minoritarie) o da minimizzare
suddividendoli su una base più ampia (cioè realizzando
coalizioni sovradimensionate).
10) – Quali
fattori rafforzano e quali indeboliscono l’influenza dei partiti sul governo?
Per valutare il ruolo dei governi nel sistema politico
occorre valutare tra le altre cose la loro posizione rispetto ai processi di policy making. La grande ascesa dei partiti ha
attirato l’attenzione sulla dipendenza
dei governi dai partiti. Da un lato, si è avuta in questo periodo la
predominante partizione del personale ministeriale: agli alti funzionari
stati e ai notabili parlamentari si sono sempre più sostituiti politici con una
precisa etichettatura di partito e spesso una lunga carriera in posizioni
dirigenti. D’altro lato, sul piano del policy
making, gli indirizzi programmatici espressi in positivo dai partiti a anche,
in negativo, i veti da essi posti hanno certamente influenzato massicciamente
l’azione del governo.
Questo ha spesso indotto a sottovalutare il governo e
a considerarlo una semplice emanazione
dei partiti. Le tendenze più recenti di trasformazione dei partiti
suggeriscono la necessità di rilevare non solo la forza ma anche i limiti del
party government.
I limiti del party government traggono origine tanto
dai partiti stessi che dal governo.
Sul lato dei
partiti vanno segnalati due fattori principali:
- &n 939g65j bsp;
il carattere selettivo degli interessi stessi dei partiti. Non tutte le politiche sulle
quali il governo è chiamato a decidere presentano un uguale interesse per i
partiti (es., la non idoneità ad essere sfruttati elettoralmente);
- &n 939g65j bsp;
i limiti operativi dei partiti. Risorse assai limitate rispetto a quelle che la
burocrazia fornisce al governo o anche a quelle di cui possono disporre i
gruppi di interesse. Questi limiti sono stati certo accentuati dal declino dei partiti ideologici.
Sul lato del
governo si segnalano:
- &n 939g65j bsp;
la responsabilità tipiche dell’istituzioni. A differenza dei partiti, che in certa
misura possono scegliere i propri campi di intervento, il governo, per la sua
posizione istituzionale, si trova in molti casi ad agire. Questo è
particolarmente chiaro nella sfera internazionale in cui una risposta può non
essere facilmente rinviabile. Ma anche nel campo dell’economia possono
frequentemente porsi situazioni che richiedono urgenti provvedimenti;
- &n 939g65j bsp;
gli apparati amministrativi che contribuiscono a produrre una relativa autonomia
del governo rispetto ai partiti. La burocrazia è innanzitutto fonte di risorse tecnico-conoscitive che
possono essere impiegate nell’attività di elaborazione delle politiche, e
queste risorse sono generalmente superiori a quelle a disposizione degli
apparati partitici.
11) – Qual
è il significato della stabilità di governo?
Si intende quando una compagine governativa porta a
termine il proprio mandato senza cambiamenti di rotta.
Ai fini della durata della compagine di governo nel
suo complesso stabiliscono un’associazione assai netta tra stabilità
dei governi e bipartitismo da un lato, tra instabilità
e pluripartitismo dall’altro. Mentre la stabilità dei governi
monopartitici prodotti dal da bipartitismo
non è stata scalfita, un più attento esame dei governi di coalizione, esito
prevalente dei sistemi pluripartitici,
non sono omogeneamente caratterizzati da alti
livelli di instabilità. Oltre al numero anche la distanza ideologica tra i partiti e la compatibilità delle loro preferenze politiche giocano un ruolo
significativo nel determinare la durata dei governi.
XI. &n 939g65j bsp; Le burocrazie pubbliche
1) &n 939g65j bsp;
– Come si definisce la burocrazia?
Nella definizione di Max Weber, il termine burocrazia si riferisce alle organizzazioni che funzionano secondo il principio delle
competenze di autorità attribuite a uffici e specificate attraverso regole
impersonali ed universali.
2) &n 939g65j bsp;
– Quali sono
le principali caratteristiche della burocrazia secondo il modello
weberiano?
Gli elementi essenziali sono:
- &n 939g65j bsp;
la territorialità del
comando, che si realizza
attraverso un processo di accentramento territoriale. La costruzione dello stato comporta sia
accorpamento territoriale, sia accentramento dei poteri nelle mani del sovrano.
Con il passare del tempo, però, la burocrazia si sottrarrà al potere personale
del sovrano assoluto, assoggettandosi invece al parlamento e alla legge;
- &n 939g65j bsp;
l’obbligazione
politica, che implica il riconoscimento allo stato del monopolio
della forza legittima;
- &n 939g65j bsp;
lo
sviluppo della burocrazia pubblica, caratterizzata da un potere
impersonale, vincolato dalla legge al rispetto dello stato di diritto.
Nello stato moderno, l’obbedienza al dominio politico non è dettata dalla paura
della punizione, quanto a un “senso di
obbligazione, di doverosità morale”.
3) &n 939g65j bsp;
– Che cosa spiega la crescita della
burocrazia pubblica nel corso dell’evoluzione dello stato moderno?
Storicamente, l’affermarsi di un’economia
monetaria è una precondizione della nascita della burocrazia.
In una prospettiva
di tipo evoluzionista, la crescita della burocrazia è stata spiegata attraverso
un parallelo con l’evoluzione biologica, sottolineando la progressiva specializzazione degli organi cui viene
assegnato l’assolvimento di specifiche funzioni. Lo stato nascerebbe dalla specializzazione delle funzioni pubbliche
– che via via si distaccano rispetto a quelle economiche e religiose. La
continua differenziazione e autonomizzazione ha creato un crescente bisogno di
coordinamento, cui ha fatto fronte lo stato, attraverso i suoi funzionari. La
divisione del lavoro procederebbe
poi all’interno dello stato, innanzitutto attraverso “la separazione del
legislativo, cui è demandata la competenza decisionale, dalla amministrazione,
cui spetta la mera esecuzione”.
4) &n 939g65j bsp;
– Come si collega alla burocrazia il
monopolio della forza legittima?
Nella classica definizione di Max Weber, l’elemento
fondamentale che caratterizza lo stato è il monopolio
della forza legittima: si
ha uno stato quando un soggetto politico di carattere istituzionale è capace di
rivendicare con successo, per la sua direzione amministrativa, il monopolio
della forza legittima. L’obbedienza allo stato è legata, in ultima analisi,
al controllo della forza (o violenza) necessaria a sanzionare le violazioni. Il
controllo della forza legittima è infatti l’elemento essenziale di quelle che
vengono definite forme minime di stato, dove allo stato è demandato il compito
di garante dell’ordine interno ed esterno.
5) &n 939g65j bsp;
– Cosa si intende per impersonalità del comando?
Nello stato moderno, l’obbedienza all’autorità non è
dettata dalla paura della punizione ma da “un
senso di dovere morale” da chi è
soggetto a comando che non arbitrario, la superiorità di chi lo esercita è non
usurpata. La legittimità del sovrano viene dalla esistenza di una serie di
regole riconosciute: l’uso della forza è controllato dalla legge.
6) &n 939g65j bsp;
– Su che cosa si fonda il potere
razionale-legale dei funzionari?
Le forme di potere sono collegate a specifiche forme
di amministrazione: <<Ogni potere si
manifesta e funziona come amministrazione; e ogni amministrazione, in quanto per la sua direzione devono pur
sempre essere posti nelle mani di qualcuno dei poteri di comando, richiede in
qualche modo il potere>>.
Il potere razionale-legale è alla base del modo di
amministrare le moderne organizzazioni complesse, come la pubblica
amministrazione, ma anche la grande impresa.
7) &n 939g65j bsp;
– Quali gruppi sociali hanno fatto pressione
per una crescita delle burocrazie pubbliche?
La crescita della burocrazia è stata sollecitata,
almeno in parte, da pressioni provenienti da diversi
gruppi sociali. La democrazia ha permesso ai cittadini di organizzarsi e
chiedere benefici allo stato.
I
gruppi più economicamente deboli hanno utilizzato il loro peso elettorale per migliorare la loro
condizione, attraverso una legislazione che ha regolato le condizioni di
lavoro e introdotto meccanismi di
redistribuzione economica.
Richieste di espansione dello stato sono venute
comunque anche da gruppi
economicamente forti: si è parlato, ad esempio, di una borghesia
nazionale, appoggiata e sostenuta dallo stato coloniale, o anche – ad esempio
nel caso italiano – di una borghesia di stato, sponsorizzata dallo stato
stesso. Più in generale, lo sviluppo capitalistico ha avuto bisogno di una
serie di infrastrutture (dalle scuole, ai trasporti, dagli acquedotti alla
elettricità) che sono state create e gestite dallo stato.
8) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende con <<razionalità
limitata>>?
Il modello weberiano di burocrazia afferma in primo
luogo il principio della razionalità
dell’azione come fondamento dell’agire burocratico. Razionalità intesa come
capacità di scegliere i mezzi adeguati ai
fini.
Elementi essenziali del processo decisionale sono
dunque la presenza di scopi ben
definiti, la valutazione delle possibili alternative per raggiungere questi
scopi, l’opzione per l’alternativa più costosa.
Simon rilevo che in realtà viviamo in un mondo
caratterizzato da molti vincoli ad un comportamento razionale, uno dei più
rilevanti riguarda il costo stesso della raccolta delle informazioni che rende
impraticabile una completa conoscenza di tutte le alternative come presupposto
della scelta. Pertanto elaborò il
modello cosiddetto della razionalità limitata,
secondo il quale “il decisore non mira a massimizzare i propri
valori, ma si accontenta di una soluzione soddisfacente”. Evitando di analizzare tutte le possibili
soluzioni, l’amministratore pubblico adotterà la prima soluzione che gli appare
soddisfacente.
9) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende con
<<incrementalismo incoerente>>?
Criticando il modello nazionale-sinottico, Lindblom
afferma che il processo decisionale procede in modo incrementale, attraverso
successive comparazioni di un numero limitato di alternative.
Il processo decisionale avverrebbe
attraverso aggiustamenti sia adattavi – cioè di adeguamento a
trasformazioni esterne – sia manipolativi,
miranti a trasformare l’ambiente. Questo metodo di incrementalismo incoerente,
evitando di risolvere i problemi una volta per tutte, permetterebbe di
risolvere eventuali errori attraverso successive verifiche.
10) – Che
cosa suggerisce l’approccio neoistituzionalista in relazione ai comportamenti
di individui ed istituzioni?
Le
organizzazioni sarebbero quindi aggregati più o meno instabili di attori con
fini diversi e contraddittori.
Una prospettiva meno radicale ha cercato di combinare
la critica ad un visione della organizzazione come organismo unico, con
l’osservazione che, pur con contraddizioni e conflitti, le organizzazioni hanno
tuttavia una loro esistenza autonoma rispetto alla somma degli individui che lo
compongono. Il problema della mancanza di obiettivi comuni è stato affrontato
sostenendo l’esistenza di norme che
rendono possibile il riferirsi alle organizzazioni come istituzioni.
Questa posizione è stata elaborata dal così detto approccio neoistituzionalista, che ha sottolineato di recente la rilevanza delle istituzioni nel
determinare i processi politici. Secondo questo approccio, le istituzioni non
sono da intendere come organigrammi di funzioni (o di funzionari), ma piuttosto
come tessuto di regole, procedure e valori.
I comportamenti nelle organizzazioni non sarebbe
dunque dettati dal mero interesse individuale, ma piuttosto da obbligazioni culturali e nome sociali:
gli individui darebbero una grande rilevanza alle norme, privilegiandole
rispetto alla propria convenienza.. L’appropriatezza
(intesa come rispetto delle norme) guiderebbe il comportamento degli individui.
Pertanto anche il comportamento amministrativo rifletterebbe prevalentemente
criteri di appropriatezza.
11) – Quali
principi dovrebbero essere alla base della divisione dei compiti tra politici e
burocrati?
Il punto debole della burocrazia è comunque l’assenza di una legittimazione
rappresentativa. Per la dottrina democratica, data la mancanza di una
responsabilità diretta rispetto all’elettorato, la burocrazia deve essere subordinata al potere politico.
Politi e burocrati dovrebbero collaborare, ma
esercitando funzioni diverse. Ai politici andrebbe
il compito di
definire l’indirizzo generale delle politiche pubbliche, attraverso la
partecipazione negli organi legislativi ed esecutivi; ai burocrati quello di
rendere operative le direttive dei politici. I politici
interpretano la volontà popolare, la burocrazia rende esecutive quelle
interpretazioni, mantenendo un atteggiamento neutrale (principio della neutralità) rispetto ai singoli interessi.
12) – Quali
sono le principali risorse dei burocrati rispetto ai politici?
Per quanto riguarda i reciproci controlli tra
burocrati e politici, se la classe politica può controllare la burocrazia
attraverso la programmazione, la verifica del bilancio, il ricorso a
propri staff tecnici, l’influenza sul reclutamento e la carriera degli
impiegati pubblici, la burocrazia ha però una fondamentale risorsa
da investire nel conflitto con il potere politico: il monopolio del sapere.
Questa asimmetria nel rapporto tra politici e
burocrati legata la fatto che “mentre
l’amministrazione è o potrebbe essere, all’interno della sua sfera di
competenza, pienamente sovrana ed autosufficiente, in grado, cioè, di
trasformare pienamente gli input in risultati effettivi, lo stesso non può
dirsi per gli eletti ed i politici, che, in ogni singola attività, avranno
sempre bisogno di una collaborazione da parte degli uffici, mancando la quale
non saranno assolutamente in grado
di raggiungere i risultati”.
Il potere della burocrazia è poi ulteriormente
rafforzato dal fatto che, grazie anche alla più lunga durata della carica dei
funzionari rispetto ai politici, i burocrati garantiscono continuità alle istituzioni.
13) – Quali
caratteristiche delle società contemporanee favoriscono l’”autonomizzazione”
della burocrazia pubblica?
Una crescente autonomizzazione della burocrazia
rispetto al controllo dei politici è derivata anche da un processo di
progressiva trasformazione dei fini della amministrazione pubblica. In
particolare, il potere della burocrazia è aumentato quando
dalla prevalenza delle di funzioni di applicazioni di istanze legislative si è
passati ad un crescente coinvolgimento della burocrazia in attività di
programmazione, orientate alla selezione di mezzi più adatti ad alcuni
risultati piuttosto che alla conformità alle leggi. La
burocrazia ha acquistato una posizione sempre più rilevante nel negoziato tra lo stato e i cittadini – o
gruppi di cittadini. Capacità di dialogo, dibattito, negoziazione e gestione del conflitto
sono elementi sempre più importati nell’attività della burocrazia pubblica.
14) – Quali
sono le principali forme di potere in un’organizzazione e che tipo impegno
creano?
Organizzazioni diverse possono utilizzare incentivi
diversi che, in alcuni casi, possono indebolire il principio della gerarchia.
Amitai Etzioni ha distinto tre forme diverse di
potere:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
coercitivo,
basato sulla applicazione o minaccia di applicazione di sanzioni di vario tipo;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
remunerativo,
basato sulla allocazione di risorse materiali;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
normativo,
basato sulla locazione di
ricompense simboliche.
A
ciascuno di
esse corrisponde un tipo di impegno da parte dei membri: impegno
alienato, basato sulla paura, nel primo caso; impegno calcolato, basato sull’analisi dei
costi e benefici, nel secondo caso; impegno normale, basato sulla condivisione di
norme, nel terzo caso.
La scelta di privilegiare l’uno o l’altro dei tipi di
potere avrà poi conseguenze in termini di efficacia della organizzazione
rispetto ad alcuni scopi. Ad esempio, l’utilizzo
della coercizione, alienando gli individui, è poco adatta a produrre un
impegno morale; gli incentivi
remunerativi rendono meno credibili le motivazioni ideali. A loro volta,
organizzazioni basate su incentivi
normativi riescono a svolgere i propri compiti in modo più efficienti e con
minore investimento di risorse, ma hanno difficoltà a trasformare i propri
obiettivi, dato che attorno ad essi si costituisce la lealtà moralistica dei
suoi membri.
15) –Che
cosa si intende per burocrate di base?
Sono dei burocrati direttamente a
contatto con il pubblico in settori quali i servizi sociali o di polizia. In alcune burocrazie, dove sono maggiori le
competenze tecniche e i contatti con la clientela esterna, la discrezionalità
dei livelli bassi della gerarchia è particolarmente forte. In molti casi,
l’impiegato a diretto contatto con la sua clientela deve sviluppare una serie
di regole informali che gli permettono di definire un caso concreto come
appartenente ad una certa casistica, e quindi meritevole di un certo trattamento.
Tutti i burocrati, a livelli bassi della gerarchia, godono di un ampio potere
discrezionale e sviluppano quindi particolari “criteri guida” che permettono
loro di routinizzare le decisioni.
16) –In che
senso si parla di una frammentazione nella pubblica amministrazione?
Il principio gerarchico è stato messo sempre più in
discussione dai mutamenti intercorsi nella struttura dell’amministrazione
pubblica, con una crescita di enti pubblici di vari tipo e l’intreccio tra
strutture gerarchiche e
strutture di coordinamento orizzontali.
L’esito di queste trasformazioni è stata un’accresciuta frammentazione dei
sistemi amministrativi che perdono quel carattere di macrosistemi organizzativi
relativamente compatti che possedevano in passato. Insieme alle dimensioni, cresce anche la complessità, con
intreccio di enti
pubblici eterogenei e spesso in reciproca competizione.
Questa complessa articolazione organizzativa ha aumentato l’autonomia della burocrazia, sottraendo molti organi al controllo
gerarchico centralizzato tipico del passato. Tra le riforme sviluppatesi a
partire dagli anni ottanta, vi è infatti la creazione di agenzie, come unità organizzative più snelle e semi-indipendenti
rispetto alla classica struttura dei ministeri.
17) –Come
si differenziano i modelli di burocrazia pubblica in Europa e negli Stati Uniti?
Un primo modello è quello affermatosi negli stati
presenti sul continente europeo, a partire dal modello francese. Il processo di
costruzione di una amministrazione pubblica si avviò in Francia già nel secolo
sedicesimo, con la creazione di un esercito
permanente e di un sistema centralizzato di tassazione. Sotto il
regno di Luigi XIV,
dopo la sconfitta della nobiltà, il potere alla periferia passo nelle mani dei
funzionari regi. Napoleone ristabilì il modello accentrato di burocrazia
controllata dal potere esecutivo, che era stato indebolito dalla rivoluzione,
rafforzandone la struttura gerarchica. Questa struttura di funzionari si
legittimerà agli occhi della opinione pubblica attraverso il rispetto di una
serie di norme e lo
sviluppo di specifici saperi. Per questo, reclutamento e
carriera dei funzionari saranno legati al merito e alla competenza,
“certificati” dalle istituzioni che si specializzano nella formazione
dell’amministratore pubblico. Questo modello di carriera deve garantire una
certa affidabilità politica della burocrazia, socializzandola ai valori della
classe dominante. Altra caratteristica del modello è un profilo
generalista degli impiegati pubblici, che devono essere capaci di passare da una
funzione all’altra nel corso delle loro carriere, tutte interne alla pubblica
amministrazione.
Un modello diverso prevale negli Stati Uniti, dove
viene invece legittimato il principio dello “spoil system”, cioè l’attribuzione al partito di maggioranza della
possibilità di nominare funzionari pubblici ad esso fedeli. Nello specchio
sotto riportato sono delineate le differenze tra i due modelli.
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Modello Francese
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Modello Americano
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Formazione
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Ad hoc per la pubblica amministrazione
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Costruzione di competenze specifiche attraverso esperienze
professionali
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Accesso
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Concorso pubblico
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Possibilità di nomine politiche
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Carriere
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Interne alla P.A.
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Permeabile a ingressi dall’esterno
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Competenze
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Profilo generalista
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Specializzate
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Sistema decisionale
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Autorità gerarchica interna (struttura per ministeri)
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Organizzazione attorno a progetti (struttura per agenzie)
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Cultura amministrativa
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Legittimazione attraverso l’applicazione di norme impersonali
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Costruzione di decisioni su casi individuali
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Rapporti con l’esterno
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Formale chiusura rispetto all’esterno
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Funzione attiva di mediazione
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18) –Quali
sono le attuali tendenze nella riforma della pubblica amministrazione?
La riforma della P.A. è stata sollecitata da una serie
di sviluppi, in parte indipendenti l’uno dall’altro. Si è avuto una revisione
non solo delle politiche sociali ma anche alle strategie di intervento sul
mercato, in risposta alla crescita del
debito pubblico. Al bisogno di risparmio, si è comunque affiancata una
richiesta di migliore qualità di servizi da parte di cittadini, oltre che di maggiore partecipazione alle scelte della P.A.. In Italia, come
altrove, le recenti riforme nella pubblica amministrazione si sono rivolte in
due direzioni principali: deregulation e privatizzazione.
Da un lato, si è puntato ad una deregolamentazione,
con conseguente riduzione delle formalità amministrative,
e alla privatizzazione, come
limitazione di fini e
funzioni del settore pubblico, attraverso
una riduzione dei servizi pubblici e/o una vendita (in tutto o in parte) di
beni e imprese dello stato. La soluzione proposta alla crescita
del deficit pubblico è l’applicazione alla pubblica amministrazione delle
tecniche di gestione manageriali tipiche delle organizzazioni private: dal bilancio in pareggio ad una
retribuzione del personale
proporzionata al rendimento.
Dall’altro lato, si è affermato il principio di una
trasparenza dell’azione dell’amministrazione pubblica di fronte ai cittadini,
ai quali è stato riconosciuto non solo il diritto di essere informati su quello
che gli amministratori fanno, ma anche quello di partecipare ad una serie di
decisioni pubbliche attraverso procedure di consultazione e concertazione.
XII. &n 939g65j bsp; Le politiche pubbliche
1) &n 939g65j bsp;
– Che cosa è una politica pubblica?
Lasswell definisce “policy” o politica pubblica “un programma di azione proiettato verso il
futuro che si basa sulla individuazione di obiettivi di valore e prevede
procedure e atti finalizzati al raggiungimento di questi”.
Un altro autore richiama l’attenzione sul carattere normativo delle politiche
pubbliche e sul ruolo che ha in esse la coercizione:
“una politica pubblica è una norma formulata da qualche
autorità governativa che esprime un’intenzione di influenzare il comportamento
dei cittadini, individualmente o collettivamente, attraverso l’uso di sanzioni
positive o negative”.
2) &n 939g65j bsp;
– Quali sono i tipi principali di politiche?
Lowi
ha proposto una tipologia che
distingue tra politiche distributive, redistributive,
regolative e costituenti.
a. &n 939g65j bsp;
Le politiche distributive sono quelle caratterizzate dalla distribuzione di
benefici su basi individuali e particolaristiche. Esse danno qualcosa a tutti i
destinatari e non comportano un confronto ravvicinato tra coloro che vengono
favoriti e coloro che vengono danneggiati, quest’ultimi non sono neppure ben
identificabili (massa indifferenziata di contribuenti).
b. &n 939g65j bsp;
Le politiche redistributive stanno al polo opposto (es. la riforma fiscale); esse
tipicamente tolgono a qualche gruppo per dare ad altri, sono dunque politiche
che comportano un confronto diretto tra categorie, classi sociali, gruppi
beneficiati e danneggiati.
c. &n 939g65j bsp;
Le politiche regolatrici (es. standard ecologici) sono politiche che
comportano una limitazione dei comportamenti ammissibili in un determinato
ambito o prescrivono degli adempimenti specifici. Queste limitazioni sono
legittimate in nome di un interesse pubblico e generalmente della tutela di altre categorie (es.
consumatori).
d. &n 939g65j bsp;
Le politiche costituenti (es. autorità Antitrust) che hanno al loro centro norme sui poteri
o norme sui governati; esse tendono a creare nuove autorità che poi saranno
soggetti di policy; o a modificare quelle esistenti. La loro azione sulla
cittadinanza è dunque assai più indiretta che nelle precedenti.
Un altro approccio tipologico è quello proposto da Wilson che ha rivolto la sua attenzione
su un altro aspetto cruciale delle politiche: i loro costi
e i benefici.
3) &n 939g65j bsp;
– Che differenti problematiche pongono i
diversi tipi di policies?
In linea di massima una politica comporta dei benefici
(materiali e non) per qualche categoria di cittadini, e accanto a questi dei costi
(materiali e non). Costi e benefici non
si distribuiscono però in maniera uguale in tutte le politiche. In
particolare il punto che appare più rilevante è il carattere diffuso o concentrato di questa distribuzione. Incrociando queste due
dimensioni avremo:
- &n 939g65j bsp;
benefici
concentrati e costi concentrati;
- &n 939g65j bsp;
benefici
concentrati e costi diffusi;
- &n 939g65j bsp;
benefici
diffusi e costi concentrati;
- &n 939g65j bsp;
benefici
diffusi e costi diffusi.
Questi diversi tipi di politiche tenderanno a
collegarsi a contesti di
azione politica piuttosto differenziati.
Il primo tipo
(Interest groups politics) corrisponde ad una situazione di conflitto
tra due gruppi di interesse specializzati in cui ognuno cerca di accaparrarsi
in esclusiva dei vantaggi per scaricare i costi sull’altro.
Il secondo tipo
(Client politics) corrisponde ad una situazione
nella quale un gruppo di interesse ristretto (es. associazione di imprese)
riesce ad acquisire i vantaggi di una politica scaricando i costi sulla massa
indifferenziata dei contribuenti.
L’opposto di questa politica è quella del terzo tipo (Entrepreneurial
politics), una politica non facile da realizzare poiché sembra
difficile che la massa riesca a prevalere sulla forza organizzata. La politica
democratica tuttavia, attraverso i suoi meccanismi che danno alla maggioranza
uno spazio istituzionale, consente che questo si verifichi quando i partiti e
movimenti riescono a realizzare una mobilitazione dei più.
Il quarto tipo
(Majoritarian politics) infine vede un
confronto equilibrato tra destinatari dei costi e dei benefici, ma allo stesso
tempo non trova nessun gruppo fortemente interessato né positivamente né
negativamente.
4) &n 939g65j bsp;
– Quali sono le fasi principali del policy
making?
I policy studies (studi sulle politiche pubbliche)
hanno identificato una serie di fasi distinte per mettere a fuoco con
precisione l’intero processo attraverso il quale si svolge una politica.
Le fasi corrispondono ai passaggi logici di una
decisione razionale e alle funzioni che devono essere svolte per consentirla.
Una classica
individuazione delle fasi è quella che prevede la sequenza:
Ø &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
identificazione di un problema;
Ø &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
formulazione di una politica;
Ø &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
decisione;
Ø &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
messa in opera;
Ø &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
valutazione dei risultati;
Ø &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
continuazione o fine della politica.
5) &n 939g65j bsp;
– Quali sono gli attori principali coinvolti
nelle politiche pubbliche?
Chi sono gli autori delle politiche? Per rispondere a
questa domanda ci si può innanzitutto rivolgere ai testi normativi che nei regimi democratici regolano ed organizzano
i processi politici fondamentali, cioè le costituzioni.
Per una ricostruzione più aderente alla realtà bisogna
andare oltre le costituzioni e prendere in considerazione anche aspetti ed
attori sui quali esse tacciono completamente o quasi. Oltre agli attori istituzionali (governi e parlamenti)
che incarnano la democrazia
rappresentativa e all’amministrazione
pubblica, alla quale è di regola demandata la
fase cruciale della messa in opera, dobbiamo aggiungere i partiti
che dall’interno e dall’esterno delle istituzioni democratiche ne sono
diventati per così dire l’anima; e poi una serie di nuovi
attori istituzionali, come le corti costituzionali e le
autorità regolative, apparsi in epoca più recente in Italia e in Europa, ma
con una storia ben più lunga negli Stati Uniti, e che possono giocare un ruolo
importate nelle politiche. Infine non deve essere trascurato il mondo dei tecnici e degli esperti che,
soprattutto in certe politiche, possono acquistare una rilevanza del tutto
particolare.
6) &n 939g65j bsp;
– In quali fasi del policy making è più significativo il contributo dei diversi attori?
Nelle diverse fasi del processo di policy making
interviene generalmente una pluralità di attori, istituzionali e non, pubblici
e privati. Questa constatazione ha portato gli studiosi di
politiche a dedicare una specifica attenzione alle
interazioni tra i diversi attori.
Quello che emerge da questi studi è che all’interno
di ciascun settore di policy si sviluppano in genere rapporti molto intesi tra i diversi
attori. Questi rapporti, che si traducono in una prassi regolare
di scambi, nello sviluppo di un linguaggio comune, possono addirittura portare a una frammentazione interna degli attori stessi
(governi, parlamenti, partiti) lungo linee di policy. Ne
deriverà che, in certi casi, si troveranno ad essere più vicini tra loro i
rappresentanti di attori diversi che operano nello stesso settore di policy
piuttosto che le componenti interne di uno stesso attore (per esempio un
partito o il governo) che operano in settori diversi di policy.
7) &n 939g65j bsp;
– Che cosa si intende per policy network?
Si parla di policy networks, cioè di reti che collegano diversi
attori, per sottolineare le fortissime
relazioni tra le commissioni (e sotto-commissioni) parlamentari, i gruppi di
interesse e diversi settori della P.A. .e l’assenza di una rigida gerarchia di
autorità che privilegia l’importanza dei legami tra gli attori.
Là dove la rete di interconnessioni presenta una particolare stabilità, si
sviluppa una sorta di cultura comune
e le relazioni tra attori sono improntate ad un rapporto di fiducia (si parla
di policy community, per
sottolineare la coesione tra le parti del sotto-sistema).
8) &n 939g65j bsp;
– Qual è il contributo dello studio delle
politiche alla comprensione della realtà politica?
Lo studio delle politiche ha certamente contribuito in
maniera notevole alla conoscenza della realtà politica. In particolare sono da
sottolineare i seguenti punti:
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
una più esatta individuazione di quali siano
le poste in gioco della vicenda politica;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
una visione meno formalistica e più aderente
alla realtà dei processi di decisione;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
una migliore comprensione dei rapporti tra la
politica e società, tra pubblico e privato;
· &n 939g65j bsp; &n 939g65j bsp;
la tematizzazione delle retroazioni che gli
outputs del sistema politico hanno su quest’ultimo.
Occorre comunque osservare che il mondo delle
politiche si presenta come estremamente vario, sia sotto il profilo dei
contenuti specifici di quelli, che dei processi che le riguardano. In certa
misura dunque lo studio delle politiche può indurre a
considerare la realtà politica come atomizzata (vaporizzata) nella
particolarità delle specifiche politiche e assolutamente irriducibile ad una
visione di insieme.
9) &n 939g65j bsp;
– Che differenza c’è tra politics e policy?
Con il termine politics ci si riferisce alla “sfera
del potere”, inteso come la capacità di influire sulle decisioni
prese dagli individui.
La politica non si esaurisce interamente negli atti e
nei comportamenti che riguardano la conquista e la gestione del
potere. Nella vita politica oltre al potere vi è una cospicua e variegata
realtà costituiti da innumerevoli programmi d’azione,
provvedimenti ed interventi proposti dagli attori politici e decisi nella sedi
politiche. Gli effetti di queste azioni ricadono nella vita politica.
Dunque, se da un lato la politica può essere
sintetizzata nell’espressione “competizione per il potere”, da un altro essa è
“governo”, cioè decidere per
affrontare e risolvere i problemi della comunità. Se il primo
lato della politica si svolge prevalentemente all’interno del “palazzo”, il
secondo si presenta come diretto verso l’esterno e potrebbe essere
caratterizzato come il prodotto della politica stessa.
Questa seconda faccia della politica va sotto il nome
complessivo di politiche pubbliche (policy – policies in inglese).