Innocenzo III e la teocrazia
papale
L'8 GENNAIO muore papa CELESTINO III, nello
stesso giorno viene eletto LOTARIO (Anagni 1160-Roma 1216) dei conti Segni, col
nome di INNOCENZO III.
Questi è un pontefice deciso, audace, fautore della supremazia papale su
ogni autorità laica in
quanto assertore del primato del potere spirituale su quello temporale.
Innocenzo III fu
infatti il promotore della rinascita della supremazia della Chiesa (teocrazia) in un periodo in cui
l’impero era in difficoltà.
A tal fine combatté
strenuamente ogni forma di eresia
(come quella degli Albigesi contro cui scagliò un’autentica crociata) e legittimò
i nuovi ordini monastici, come i
francescani (vedi letteratura) e i domenicani
che, con armi pacifiche e con la persuasione e l’esempio, offrivano un
valido contributo alla lotta contro ogni eresia.
Bandì inoltre la
IV crociata per liberare il Santo
Sepolcro.
Durante il suo pontificato puntò a trasformare
il Papato in una monarchia
universalistica (lo stesso intento che animava Federico Barbarossa ma con
obiettivi differenti): la sua politica può pertanto essere definita teocratica (da teocrazia, che alla lettera significa “Governo di Dio”, ovviamente per mezzo di un suo
rappresentante che in tal caso è il Papa).
Tale politica
teocratica universalistica si concretizzò, pertanto, in una serie
d’ingerenze nelle questioni temporali.
Fu un buon politico, seppe destreggiarsi
tra diversi tipi di poteri in lotta tra loro (schieramenti di nobili tedeschi,
monarchie inglesi e francesi ecc): appoggiò strategicamente per opportunità
politica (poiché non lo stimava per nulla) l’ascesa di Ottone IV.
Infatti
il papa, che aveva sotto tutela l’erede Svevo, Federico II, temeva che se questi fosse
divenuto imperatore avrebbe potuto unificare le 3 corone (Italia e Germania
e Sicilia) a danno della Chiesa (che si sarebbe trovata circondata da un punto
di vista territoriale).
Per tale ragione preferì appoggiare la
candidatura ad imperatore del guelfo Ottone
di Brunswick che, alla ripresa delle lotte intestine tra le due anime della
nobiltà tedesca (guelfi e ghibellini) dopo la morte di Enrico VI, era stato
eletto re di Germania da parte dei Guelfi, mentre i Ghibellini avevano
eletto re Filippo di Svevia (fratello di Enrico).
Fu però Ottone ad essere riconosciuto re di Germania dal papa
Innocenzo III: questo riconoscimento gli venne
accordato, come si diceva, per evitare
che il piccolo Federico assumesse la corona sia di re di Sicilia che di
Germania.
Ottone divenne imperatore con l’impegno di concedere al papato tutte quelle terre sulle
quali si era esteso lo Stato Pontificio e su cui gli imperatori avevano più
volte avanzato pretese; inoltre si impegnò non avanzare pretese sul Meridione
italiano.
Una volta
incoronato, però, si trovò a dover decidere se mantenere fede alle promesse
fatte ai nobili relativamente al recupero dei diritti perduti o a quelle di
completa obbedienza fatte al Papa.
Decise di
optare per la prima ipotesi e si contrappose ad Innocenzo III: non solo
non mantenne le promesse fatte, ma procedette a saccheggiare i possedimenti
della Chiesa.
Al Papa riconosceva soltanto il potere spirituale. Il Papa lo scomunicò
e, coinvolgendo il re di Francia, Filippo
Augusto (che si attivò alacremente nel fomentare
lo scontento della nobiltà tedesca contro Ottone e suoi amici inglesi), favorì
l’ascesa di Federico II di Svevia,
ormai cresciuto, che contrappose ad Ottone come imperatore.
I due
imperatori si fronteggiarono in lunghi anni di lotta, sino alla sconfitta di
Ottone nella battaglia di Bouvines (1214).
La Chiesa riconobbe la vittoria di Federico
e depose Ottone che, sino all’ultimo sostenne la sua valenza imperiale.
Insieme ad
Ottone anche l’Inghilterra (sua alleata) subì un grave smacco. Re Giovanni, fu infatti detto Senza terra o Lackland
proprio perché aveva perso i possedimenti francesi nella guerra a
sostegno di Ottone.
Egli è passato
alla storia in particolare per la Magna
Charta Libertatum (1215), sottoscritta in seguito
al riacutizzarsi di lotte intestine nel suo regno, allo scopo di
conservare la corona.
La Magna Carta
è un insieme di codici in cui venivano
stabiliti diritti e doveri nelle relazioni tra sovrano e nobiltà e tra sovrano
e Chiesa. Essa limita i suoi poteri regali e concede ai nobili ampie autonomie.
Possiamo considerarla come il primo esempio di
costituzione perché, oltre a sottrarre al re la facoltà di imporre tributi,
venivano riconosciuti i diritti politici e civili della nobiltà.
Siamo ancora lontani dalla Camera dei Lord del 1242 (solo nobili) e dalla
Camera dei Comuni creata nel 1339 (basso clero, piccola nobiltà,
borghesia), lontanissimi ancora da Cromwell e dalla "gloriosa
rivoluzione" (XVII secolo), ma le istituzioni rappresentative di una
comunità hanno preso l'avvio; esse (anche con traumi) saranno continuamente
perfezionate ed allargate col tempo alle varie forze sociali fino alla
partecipazione aperta a tutti i cittadini, anche se solo in tempi molto
recenti.