LA
CRISI DELLO STATO LIBERALE E LA NASCITA DEL FASCISMO
L’
Italia, uscita dalla guerra indebolita sul piano economico e politico, visse
momenti di acuta tensione sociale. La situazione interna del paese sembrò
assumere connotazioni rivoluzionarie in tre momenti, che crebbero il timore di
una rivoluzione socialista e contribuirono a minare le basi dello Stato
liberale: la rivolta contro il carovita e la lotta nelle campagne del giugno
1919, l’ammutinamento militare di Ancona del giugno 1920, e, soprattutto,
l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920. La rivolta contro il carovita
fu dettata dall’aumento dei prezzi e
si propagò in tutto il paese senza incontrare alcuna resistenza da parte del
governo, presieduto da Francesco Saverio Nitti. Mancò tuttavia un coordinamento
politico al moto popolare, che si manifestò con saccheggi ai negozi di generi
alimentari, e quando scoppiò nel Meridione la rivolta contadina, con
l’occupazione delle terre, i due movimenti rimasero separati. L’ammutinamento
di Ancona si verificò durante la campagna socialista contro l’ intervento in
Albania,su cui l’Italia aveva mire espansionistiche. I bersaglieri si
rif 212i81c iutarono di partire e, appoggiati dagli operai che erano scesi in sciopero,
tennero in mano la città per due giorni. Anche in questo caso non si ebbe
raccordo tra la componente operaia e quella militare, pertanto la rivolta
rimase isolata. L’occupazione delle fabbriche rappresentò il momento culminante
delle agitazioni operaie e l’inizio dello scontro aperto tra la classe operaia
e borghesia imprenditoriale .Gli operai metallurgici del nord richiesero il
rinnovo del contratto di lavoro per la giornata lavorativa di otto ore e per
adeguare il salario del costo della vita. Gli industriali rifiutarono gli
aumenti per gli alti costi della riconversione produttiva, in particolare
dell’industria pesante, che si era molto sviluppata nel periodo di guerra. Il
sindacato proclamò l’agitazione di categoria, rallentando la produzione; gli
imprenditori reagirono con la serrata, la chiusura degli stabilimenti, a cui gli operai riposero
con l’occupazione. Il movimento da Milano si estese a Torino dove era forte la
componente socialista, organizzata da Antonio Gramsci intorno al giornale L’ordine Nuovo
, con una linea rivoluzionaria che vedeva nei consigli di fabbrica, eletti su
modello dei soviet, lo strumento per conseguire l’egemonia operaia sulla
società. L’ intervento di Giolitti
(presidente del Consiglio dal giugno
1920 a luglio 1921) fu risolutivo,
svolse una funzione mediatrice e fece prevalere le componenti moderate
tra le due forze sociali, che giunsero ad un accordo. La linea politica della
sinistra del partito socialista aveva fallito. In particolare la componente
torinese, facente capo a Gramsci, e quella napoletana, guidata da Bordiga,
entrarono in aperto contrasto con il partito, accusandolo di scarsa chiarezza
politica a di mancata organizzazione rivoluzionaria. Nel Congresso di Livorno
(1921) la scissione delle due componenti dal Psi permise la nascita del Partito
comunista d’Italia sotto la guida di
Gramsci Bordiga e Togliatti, che aderì alla Terza Internazionale su basi
rivoluzionarie.
La “ vittoria
mutilata” e l’irredentismo nazionalista
A minare lo Stato
liberale ottocentesco, su posizioni opposte al movimento operaio e contadino,
si muoveva l’ irredentismo nazionalista, reso più agguerrito dopo il deludente
ruolo italiano nei trattati di pace.
L’irredentismo
era la risposta alle aspettative mancate delle classi medie e degli ex
combattenti, ed era fomentato da un’ideologia imperialista sostenuta dai
settori più conservatori del capitalismo italiano. Punti di forza del movimento furono il mito della “ vittoria
mutilata” e la volontà di espandersi sull’Adriatico. I del trentino,
accontentavano gli interventisti democratici, che vedevano completato il
programma unitario risorgimentale
mentre lasciavano scontenti i nazionalisti con aspirazioni imperialistiche. Il
ritorno dal fronte dei combattenti aggravò la situazione sociale ed economica
per le rivendicazioni che ne seguirono, prima fra tutte la riforma agraria. Le
posizioni oscillanti del governo circa la questione de Fiume avevano lasciato
insoddisfatti i nazionalisti, che richiedevano uno stato forte all’interno e di
prestigio all’estero. Il patto di Londra doveva essere rispettato: la Dalmazia
e l’Istria con la città di Fiume dovevano essere annessi all’Italia,
prescindendo dal criterio di nazionalità. Con un intervento diretto i gruppi
nazionalisti ritennero di risolvere la questione. Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio occupò Fiume con un corpo di
volontari ex militari. Instaurò un governo provvisorio, la “Reggenza del
Carnaro” e proclamò l’annessione della città all’Italia. Di fronte
all’iniziativa il governo Nitti si mostrò debole, temporeggiò, incapace di
prendere una posizione decisa. Alle elezioni del 1919, le prime dopo la fine
della guerra, in cui fu adottato per la prima volta il sistema elettorale
proporzionale, i liberali subirono un forte calo, a vantaggio dei socialisti e dei
cattolici. Nitti si dimise e fu sostituito da Giolitti (giugno 1920). Il nuovo
governo risolse la questione Fiume con l’accordo della Conferenza di Rapallo
(novembre 1920) in cui l’Italia rinunciava alla Dalmazia e Fiume veniva
riconosciuta città Libera.
La risposta dei
partiti politici e il fascismo
In questo
contesto socio-politico i partiti, presi dai problemi interni, non furono in
grado di indirizzare le forze sociali. Il partito liberale perdeva peso
politico e in quello socialista prevaleva la componente massimalista, che
rifiutava la collaborazione con lo stato borghese. Il suffragio universale
aveva accelerato la formazione del partito di massa che metteva in crisi la
forma elitaria dello stato ottocentesco.
Di fronte al
timore di una rivoluzione “rossa” il
papa Benedetto XV abbandonò il
“Non Expedit” e permise la fondazione del Partito popolare (1919)per
iniziativa di don Luigi Sturzo, il partito si fondava sui valori cristiani,
sosteneva il rispetto delle libertà civili e politiche dei cittadini e la
formazione di uno Stato laico, indipendente dalla Chiesa. Il programma, oltre
all’estensione del diritto di voto alle donne, tra i punti più qualificanti
prevedeva la riforma agraria e una gestione sociale della produzione anche se
riservava poco spazio al problema operaio. La nascita di un partito
cattolico contribuì ad aumentare le preoccupazioni dei conservatori e, d’altra
parte, anche le stesse gerarchie vaticane non lo sostennero in modo convincente.
Il 23 marzo 1919
a Milano, in piazza San sepolcro, veniva fondato, ad opera dell’ex socialista
BENITO MUSSOLINI, un nuovo movimento, quello dei “fasci di combattimento”,
che si trasformò in Partito nazionale fascista nel novembre 1921. Il programma
dei fasci, improntato su idee antiborghesi, antisocialiste e nazionalistiche,
prevedeva in politica estera la lotta all’imperialismo e l’adesione alla
Società delle Nazioni. In politica interna, tra i vari punti, proponeva
l’istituzione della repubblica e il suffragio universale esteso anche alle
donne e l’abolizione del Senato di nomina regia. Il nuovo Stato doveva
garantire la libertà di pensiero, di stampa e di associazione e promuovere
riforme economiche e sociali, dal censimento delle ricchezze, compresi i titoli
di stato, fini alla distribuzione delle terre ai contadini e alla
partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende. Il programma di S. Sepolcro raccoglieva le diverse e contrastanti
richieste dei ceti medio-bassi e i Fasci si presentavano come un movimento
politico aperto ad istanze eterogenee. Le elezioni del 1919 evidenziarono il
mutamento nei rapporti di forza che preoccupò i proprietari fondiari
dell’Italia centro- settentrionale. Nel II
Congresso dei Fasci (maggio 1920) Mussolini abbandonò il programma del 1919
e accentuò i caratteri antisocialisti del movimento, in conformità alle
esigenze degli agrari, con manifestazioni di violenza, che presero avvio il 21
novembre 1920 a Bologna con la sparatoria di palazzo d’Accursio , sede del
comune .
Dal quel momento
le squadre d’azione imperversarono
nella Bassa padana con le spedizioni punitive, finanziate dagli agrari e
appoggiate anche dagli apparati dello Stato, contro le organizzazioni
sindacali, le associazioni socialiste e cattoliche. La classe politica
liberale, rappresentante dalla grande borghesia monopolistica che aveva visto
crescere il suo potere durante la guerra, ritenne di poter gestire in modo
strumentale la forza fascista contro il movimento operaio in vista di una
reazione autoritaria per il ritorno all’ordine, e non riuscì a cogliere nel
fascismo i segni di una struttura alternativa allo Stato liberale. Elemento
decisivo per in mutamento della situazione politica furono le elezioni del
maggio 1921. I risultati affermarono l’ascesa
del fascismo in parlamento con 35 deputati, tra cui lo stesso Mussolini,
eletti nelle file dei “blocchi nazionali”, proposti da Giolitti con il fine di
costituire l’unità delle forza democratiche e liberali contro i partiti di
massa. La preferenza fascista condizionò la vittoria liberale e determinò la
caduta del governo Giolitti, che aveva ottenuto in parlamento una maggioranza
limitata.
L’ultima fase
dello Stato liberale si aprì con il governo Bonomi in carica per pochi mesi,
eletto nel tentativo di raccogliere i consensi in parlamento tra i popolari e i
socialisti interventisti. Gli successero i due governi Facta (1922) incapaci di
dare una guida solida al paese in un momento particolarmente difficile.