L'EUROPA UNITA
Il cammino fin qui svolto dall'Unione Europea e le
prossime tappe.
Tipologia B: saggio breve Ambito: storico-politico
Divisione in paragrafi:
1) L'originaria Europa dei Sei
2) I successivi allargamento della CEE
3) Il trattato di Maastricht e 444b19e l'euro
4) L'Europa dei Venticinque e la Costitu
zione europea
5) Per un' Europa dei popoli
1) Le basi dell'integrazione europea furono poste
all'indomani del secondo conflitto mondiale, quando i governi di sei Stati
europei decisero di creare un'alternativa al bipolarismo USA-URSS. Così, nel
1951, fu fondata la Comunità Economica del Carbone e dell'Acciaio
(CECA), costituita da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia,
Lussemburgo e Olanda. Gli stessi Paesi nel 1957 diedero vita alla Comunità
Economica Europea (CEE), al fine di realizzare il Mercato Comune Europeo (MEC),
che divenne operante nel luglio 1968.
2) Nel 1973 il numero degli Stati membri della
Comunità Europea salì a nove, con l'ingresso della Gran Bretagna, dell'Irlanda
e della Danimarca. Sei anni dopo a Strasburgo, in Francia, si riunì per la
prima volta il Parlamento Europeo, formato da 410 deputati eletti a
suffragio universale. Nel 1981 fu la volta della Grecia di aderire alla CEE e,
nel 1986, del Portogallo e della Spagna. Il1986 fu anche l'anno in cui venne
ratificato l'Atto unico di Lussemburgo, che fissava al 31 dicembre 1992 il
completamento del mercato europeo, con la libera circolazione, per quella
scadenza, di merci, uomini e capitali.
Nel 1995 gli Stati membri diventarono quindici, con
l'ingresso dell'Austria, della Finlandia e della Svezia, e il numero dei deputati
europei al Parlamento di Strasburgo salì a 626.
3) Il 7 febbraio 1992 a Maastricht, in Olanda, si tenne un
importante vertice in cui, tra l'altro, si deciso di mutare la denominazione
della CEE in Unione Europea e di promuovere l'Unione monetaria europea mediante
l'adozione di una moneta unica (euro).
L'euro, introdotto prima come unità di conto, a partire
dal primo gennaio 2002 è diventato la moneta materialmente circolante in
dodici Paesi dell 'UE: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia,
Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna. Tutti gli altri
Paesi, tra cui la Gran
Bretagna, mantengono ancora la propria valuta nazionale. In
Italia la lira è ufficialmente fuori corso dal primo marzo 2002.
4) Altre due importanti tappe, nel cammino verso
l'unità dell'Europa, sono state raggiunte nel 2004: l'allargamento dell'Unione
Europea, che oggi comprende venticinque Paesi membri, e la firma della
Costituzione europea.
Hanno fatto il loro ingresso nell'U.E. dieci nuovi
Stati, per la gran parte dell'Europa orientale: Estonia, Lettonia, Lituania,
Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria e Cipro.
Nell'ottobre del
2004 a Roma, in Campidoglio, è stata firmata la Costituzione europea
che ribadisce il valore assoluto degli inderogabili diritti degli uomini alla
dignità, alla libertà, all'uguaglianza, alla solidarietà, alla cittadinanza,
alla giustizia e alla sicurezza e previdenza sociale; una Carta costituzionale
che si configura come una conquista di civiltà giuridica per l'intera umanità.
5) Queste due importanti scadenze sono state utili
anche a ribadire che l' obiettivo prioritario dell 'Unione Europea resta il
conseguimento di un'unità non soltanto economica e finanziaria, ma soprattutto politica e sociale:
un'Europa dei popoli e non solo della finanza e dei mercati, in cui le culture,
le tradizioni, le lingue di tutte le genti del Vecchio Continente siano armonizzate
in un'unica ideale comunità, nel segno della libertà e della democrazia.
Ora che l'ideale europeista sta diventando realtà,
come avevano auspicato tanti spiriti nobili del secolo scorso, dal francese
Robert Schuman al tedesco Konrad Adenauer, agli italiani Altiero Spinelli e
Alcide De Gasperi, altre sfide attendono l'Unione Europea affinché questa
diventi davvero la "casa comune" di tutti i popoli del Vecchio
Continente, istituzione di libertà, di democrazia e di pace.
L'Europa, finalmente unita nel "corpo" e
nell' "anima", potrà allora porsi come interlocutrice alla pari
degli Stati Uniti nel contesto mondiale ed operare
da protagonista per la soluzione dei problemi del Pianeta, come il
terrorismo, la povertà, la fame, il degrado ambientale, e contribuire a realizzare un mondo di popoli frnalmente
in pace.
TSUNAMI E ALTRE CATASTROFI NATURALI
Un uso più saggio del territorio può ridurre i danni provocati dalle catastrofi
naturali.
Tipologia D: tema di ordine generale
Quando si parla di ambiente e di tutela degli equilibri
naturali non si fa mai vuota retorica, ma si pone l'attenzione su un problema
di estrema importanza; quando si parla dei rischi che possono conseguire a un
uso del territorio che non tenga conto dell'impatto ambientale, non si fa
dell'inutile allarmismo. E infatti, dopo le catastrofi naturali, ci si chiede
sempre: sarebbe stato possibile evitare quello che è successo? Si è colpevoli
di vittime e danni? Purtroppo gli interrogativi del dopo servono a ben
poco se, passata l'emergenza, si ritorna a devastare il territorio, senza
ricavare alcuna lezione dall'esperienza subita.
Bisogna convincersi che le catastrofi naturali, come
terremoti, alluvioni, frane, maremoti, onde anomale, se sono inevitabili,
tuttavia i loro effetti dannosi possono dall'uomo essere contenuti con una
saggia opera di prevenzione e con un uso del territorio razionale e rispettoso
degli equilibri ambientali.
Anche gli effetti terribili e devastanti dello tsunami,
l'onda anomala che il 26 dicembre del 2004 aggredì le coste di alcuni
Paesi rivieraschi dell'Oceano Indiano per decine di migliaia di chilometri, pur
nella sua inevitabilità, in quanto conseguenza di un maremoto di straordinaria
violenza avrebbe potuto provocare danni di gran lunga inferiori se soltanto
gli uomini fossero stati più accorti.
Lo tsunami, parola giapponese che significa
"onda del porto", è frequente lungo molte coste dell'Oceano Indiano e
dell'Oceano Pacifico e, in misura molto piùcontenuta, anche lungo alcune coste
del nostro Mar Mediterraneo. Si tratta di onde anomale che possono spostare
masse d'acqua anche notevoli in conseguenza di un' alta marea, di un maremoto
e perfino del passaggio al largo di una nave di grandi dimensioni. Quello che
il 26 dicembre del 2004 si abbatté lungo gran parte dell'arco costiero dell'
Oceano Indiano era uno tsunami alto più di dieci metri, attivato da un
violentissimo terremoto, del nono grado della scala Richter, con epicentro
nell' oceano, ad alcune centinaia di chilometri allargo dell'isola di Sumatra.
La massa d'acqua che si spostò in conseguenza del
sussulto sismico raggiunse le coste di Sumatra dopo circa un'ora e via via,
dopo alcune ore; quelle della TIlailandia, della Birmania, dello Sri Lanka e,
infine, quelle della Somalia dall' altro Iato dell' oceano, in Africa.
Con i sofisticati sistemi tecnologici di cui
disponiamo, di avvistamento e trasmissione dei dati attraverso le reti
satellitari, sarebbe stato possibile avvertire per tempo le popolazioni
interessate dall' evento catastrofico, in modo da farle allontanare dalle coste,
cioè dai luoghi maggiormente a rischio. Invece questo non è stato fatto, per
l'assenza di un sistema di protezione civile capace d'intervenire in tempo
reale in occasioni del genere e la responsabilità è sia dei governi locali, che
non provvedono ad attivare un sistema di protezione civile, sia del mancato
coordinamento nello scambio di informazioni a livello internazionale tra i
governi di tutto il mondo.
Ma la colpa dell'uomo non si limita all'assenza di una
rete protettiva capace di allertare in caso di emergenza le popolazioni:
ancora più a monte c'è da constatare come in tanti dei Paesi devastati dallo tsunami
sia da anni in atto una 'POlitica di sviluppo dell'industria turistica che
non tiene in alcun conto i rischi di impatto ambientale. Infatti si sono
costruiti alberghi, residences, resorts e strutture di accoglienza,
magari dotate di ogni comfort e tali da attirare l'interesse della
facoltosa clientela occidentale, talvolta finanche sul mare. In questo modo
sono state distrutte foreste e palmizi che costituivano una naturale barriera
lungo le coste.
Basta rifletterci: se la montagna d'acqua che si è
abbattuta su tanti villaggi turistici e altri insediàmenti urbani, penetrando
frn nelle strade, nelle case, nelle halls degli alberghi, spazzando via
uomini e cose, si fosse infranta contro scogli e palmizi, molto probabilmente i
danni, in vittime e in cose, sarebbero stati minori.
E invece i mass media hanno portato in ogni angolo del
mondo le terribili immagini di devastazione e di morte, con centinaia di
migliaia di vittime e interi villaggi, turistici ma anche di pescatori e di
povera gente, cancellati dalla furia delle acque.
Non è stato possibile nemmeno redigere un calcolo
certo delle persone che hanno perso la vita in quel tragico mattino dello tsunami,
ma non si è lontani dal vero se si afferma che le vittime siano state
intorno alle trecentomila, di cui oltre la metà nella sola isola di Sumatra,
appartenente all'Indonesia.
Alcune migliaia di vittime sono turisti occidentali,
anche italiani, che, andati in luoghi che la carta patinata dei depliants turistici
descriveva come di sogno, vi hanno invece trovato la morte. Le immagini crudeli
di quel tenibile mattino sono ancora davanti ai nostri occhi, pur dopo tanto
tempo. E ancora oggi le cronache giornalistiche ci parlano della difficoltà di
un ritorno alla vita normale da parte di sopravvissuti che hanno perso tutto in
quel tragico mattino: affetti, averi, speranza del futuro. Eppure quelle
popolazioni così provate devono ritornare a nutrire speranza nel futuro e
ricostruire i loro villaggi e la loro economia, ma puntando ad uno sviluppo,
anche nel turismo, che sia compatibile con le caratteristiche del territorio.
Spesso dal male si può sviluppare il bene: dalla
tragedia dello tsunami si è originata una gigantesca gara di
solidarietà in tutto il mondo che non solo è stata la prova di una generosità
diffusa, in tutti i Paesi e in tutte le classesociali, ma che è anche la miglior
prova che la speranza di costruire un futuro migliore regge ancora.