PARLAMENTI E RAPPRESENTANZA
Il luogo
privilegiato dai partiti per garantire rappresentanza agli elettori, acquisire
visibilità per le loro politiche ed ottenere cariche per i loro esponenti è
sicuramente il parlamento. E’ anche grazie al suo essere luogo di
confronto fra i partiti che il parlamento, qualsiasi parlamento, occupa un
ruolo centrale nel sistema politico, in qualsiasi sistema politico. Nei regimi
non democratici i parlamenti costituiscono organismi sostanzialmente privi di
autonomia e di influenza politica. Spesso i regimi non democratici sopprimono i
parlamenti. Una volta eletto e persino se esclusivamente nominato, ad esempio,
dal partito unico, qualsiasi parlamento diventa, infatti facilmente una sede
nella quale è probabile che nasca o persista una qualche forma di dissenso e di
opposizione che avrebbe così una tribuna con qualche possibilità di ascolto.
Nei paesi comunisti il parlamento è stato lu 525d38f ogo di rappresentanza della nomenklatura
di vario genere. Quando sopravvivono, i parlamenti nei regimi non democratici
sono organismi addomesticati, casse di risonanza degli esecutivi ed
eventualmente del partito unico, luoghi nei quali si offre una rappresentanza
fittizia e circoscritta, raramente elettiva e comunque per lo più manipolata,
ad alcuni gruppi preselezionati. Nei regimi democratici il ruolo del parlamento
è ben altro. I parlamenti nascono quando si pone il problema di limitare e
di controllare il potere dell’esecutivo e del suo capo, generalmente il re.
In sostanza il ruolo era quello di collaborazione e di controllo
dell’esecutivo. Il ruolo dei parlamenti è stato essenziale nella
costituzione del regime democratico. Parlamento (dove si parla) ed assemblea
legislativa (luogo dove si procede all’elaborazione, alla stesura e
all’approvazione delle leggi) sono la stessa cosa. Nei regimi
democratici il tratto strutturale dominante dei parlamenti è il loro carattere
elettivo, qui si esercita la rappresentanza politica. Se è vero che nei
regimi democratici esiste sempre una camera elettiva, è tuttavia anche vero che
possono accompagnarsi altre camere, ereditarie e di nomina regia (camera dei
Lords), oppure di nomina da parte dell’esecutivo (senato del Canada),
oppure di elezione molto indiretta (come il bundesrat tedesco, i cui
componenti sono nominati dalle maggioranze di governo di ciascun land) e come
il senato francese (i cui componenti sono variamente scelti dai rappresentanti
di entità amministrative locali). In Italia tra i senatori eletti vi sono
quelli a vita. Le camere basse sono composte da rappresentanti
esclusivamente eletti, mentre le camere alte, tranne il senato degli Stati
Uniti, hanno prerogative e poteri politici inferiori a quelli delle rispettive
camere basse. Naturalmente, a modalità di formazione diversa fanno seguito
compiti e ruoli diversi sia nell’ambito del sistema politico che all’interno
del circuito parlamento/governo.
Esistono parlamenti
monocamerali (Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo, Svezia,Bulgaria,
Slovenia, Ucraina, Ungheria) e bicamerali (Russia, Polonia).
Eccezionalmente il parlamento della Yugoslavia comunista aveva cinque camere.
L’esistenza di due camere si giustifica per differenze rilevanti e per compiti
specifici. In Italia il bicameralismo è praticamente perfetto, si
differenzia solo per il sistema elettorale, per l’età degli elettori e degli
eletti, rispettivamente 18 e 21 per la camera e 25 e 40
per il senato. In altri casi le differenziazioni sono significative e
riguardano, da una parte, le modalità con le quali le due camere sono formate,
dall’altra, i poteri che hanno. L’elezione può essere diretta (Stati
Uniti) o indiretta (bundesrat, eletto dalla maggioranza di
ciascun lander senza nessuna rappresentanza dell’opposizione). Le seconde
camere hanno in genere meno poteri. Fa eccezione il senato americano che viene
spesso definita la camera elettiva più potente del mondo. Quando la sua
maggioranza è diversa da quella governativa, il bundesrat ha poteri
legislativi cospicui che possono rendere molto difficile ad un governo tedesco
conseguire i suoi obiettivi senza in qualche modo procedere con negoziati e
accordi. Bisogna ancora ricordare che le camere alte, tranne la camera dei
Lords in Gran Bretagna, sono sempre più piccole, quanto a numero di
rappresentanti, delle camere basse. Il bundesrat tedesco con i suoi 69 membri,
è una delle seconde camere più piccole. In linea di massima potremmo sostenere
che camere numericamente piccole hanno maggiori probabilità di essere camere
politicamente rilevanti, e viceversa. Tranne che nei sistemi federali, in generale,
le seconde camere hanno meno influenza sul sistema politico. Bisogna notare
che le differenze intercorrenti nei poteri delle seconde camere hanno poco o
nulla a che vedere con le differenze nelle forme di governo. In generale, sono
gli stati federali che, a prescindere dal loro essere presidenziali, come gli
Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile, oppure parlamentari, come l’Austria, il
Canada, la Germania,
hanno due camere. L’esistenza della seconda camera si giustifica
convincentemente con la necessità e con la volontà di rappresentare in maniera
efficace ed autorevole le autonomie di tipo territoriale.
Un’altra
distinzione che appare molto significativa concerne la strutturazione interna
dei parlamenti, più precisamente l’esistenza o meno di commissioni
parlamentari e la quantità e qualità dei loro poteri. Nel parlamento
inglese le commissioni permanenti sono poche e hanno poteri relativamente
limitati. All’estremo opposto, nel congresso statunitense le commissioni sono
precisamente definite, sono permanenti e godono di poteri e di risorse davvero
notevoli.
Parlando delle
funzioni di un parlamento bisogna disporre di indicatori con i quali valutare
il rendimento dell’organismo parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni
specifiche e complessive. Bisogna innanzitutto affermare che i parlamenti
non fanno soltanto le leggi, e le leggi non sono fatte soltanto dai parlamenti.
Il giornalista e studioso inglese Bagehot
fece una classificazione in ordine di importanza delle funzioni del parlamento
inglese. La camera dei comuni è una camera elettorale: è l’assemblea che
sceglie il primo ministro. In particolare la camera dei comuni elegge le
persone che gradisce e le costringe anche a dimettersi. Attualmente i
parlamenti di tipo anglosassone sono stati espropriati di questa funzione e ben
dieci dei sedici primi ministri inglesi del XX secolo sono entrati in carica
nel corso della legislatura, cioè non avendo condotto il partito alla
vittoria elettorale. Il primo ministro nei sistemi anglosassoni, ma anche altrove
come in Svezia, non ha bisogno di un esplicito voto di fiducia. A
determinate condizioni, quindi non a sua totale discrezione, la più importante
delle quali è il consenso dei parlamentari del suo partito, il primo
ministro può sciogliere il parlamento quando perde la maggioranza e non si
riesce a formare nessuna maggioranza alternativa, oppure quando pensa che le
condizioni politico-alettorali siano favorevoli alla sua riconferma. Dunque nel
modello Westminter è davvero il parlamento (ovvero la sua maggioranza)
ad eleggere il governo, nel senso che ne consente la nascita, l’eventuale
trasformazione e persino lo scioglimento al fine di ottenerne la riproduzione
attraverso nuove consultazioni elettorali. Nelle forme di governo parlamentari
multipartitiche, il parlamento è davvero l’assemblea rappresentativa che elegge
bene un governo quando gli conferisce esplicitamente la fiducia oppure, in
qualche caso, quando non gli esprime una sfiducia motivata a maggioranza
assoluta, e lo sostiene nella sua attività. Con la sfiducia il parlamento
mantiene un notevole potere sul governo poiché con il suo voto ha sempre il
potere di ritirargli la fiducia, magari in maniera costruttiva, come nel bundestag
e nella camera bassa spagnola, cioè attribuendola con un altro voto
esplicito ad un altro capo del governo. Nel sistema inglese si ha una
stretta unione una fusione pressoché completa tra il potere esecutivo e
quello legislativo. L’organismo che li connette è il gabinetto: una
commissione del corpo legislativo scelta per diventare l’organo esecutivo. La
seconda funzione della camera dei comuni, secondo Begehot, è la funzione
espressiva: la camera dei comuni esprime l’opinione degli inglesi su tutti
gli elementi che le vengono presentati. Begehot definisce la terza
funzione del parlamento pedagogica: una grande e libera assemblea di
uomini eminenti non può essere collocata al centro di una società senza
modificarla. Deve migliorala. Deve insegnare alla nazione ciò che non sa.
Importante è il question time del mercoledì alla camera dei comuni
quando il primo ministro ha l’obbligo di rispondere alle domande dei
parlamentari, a cominciare da quelle del capo dell’opposizione, il primo
ministro ombra, sotto l’occhio della televisione. La quarta funzione
che per Begehot è la seconda in ordine di importanza, è la funzione informativa:
la funzione di sottoporre all’attenzione della nazione le idee, le richieste, i
desideri di certe particolari classi, funzione che non va confusa con quella
pedagogica. La funzione pedagogica
presenta alla nazioni puri e semplici principi, ed è la funzione riservata
alle menti più elevate; la funzione
informativa riguarda interessi particolari e si rivolge a gruppi particolari.
Dunque, la funzione informativa riguarda il dibattito che si svolge, in modo
particolare, sulla legislazione spicciola, sugli affari correnti. Si apre qui
tutto il discorso concernente, da un lato, la capacità del parlamento di
comunicare efficacemente l’insieme di quello che fa, come lo fa e perché lo fa;
dall’altro, la comparsa di agenzie alternative che svolgono la funzione
informativa, naturalmente in maniera molto diversa dai parlamenti. Queste
agenzie, dapprima e a lungo, sono state quasi esclusivamente i partiti
politici; più di recente sono subentrati i mass media, in special
modo la televisione. Alcuni parlamenti sono declinati o stanno
declinando quanto a capacità di svolgere la funzione comunicativa, ma questo
declino, nient’affatto inevitabile, dipende dalla struttura del parlamento e
dai comportamenti dei partiti, dei gruppi parlamentari e degli stessi
parlamentari. Begehot colloca per ultima la funzione legislativa,
non sminuendone l’importanza, ma affermando che è meno importante delle altre
funzioni di cui ha già discusso. In conclusione, Begehot si chiede se
sia necessario aggiungere una sesta funzione, finanziaria o
meglio di controllo dell’economia, di analisi e valutazione dei costi,
delle spese e dei risparmi. Dopo avere notato che la camera dei comuni è più
propensa a spendere denaro di quanto lo sia il ministro in carica, Begehot
conclude che se il gabinetto è l’esclusivo titolare del potere esecutivo, ne
consegue che debba avere un’altrettanto esclusiva competenza in materia
finanziaria: tutte le attività costano soldi, e la funzione dell’esecutivo è
proprio quella di coordinare la validità relativa di ogni azione e di ogni
scelta politica. Sarà poi l’elettorato, informato dall’opposizione
parlamentare, a decidere chi premiare e chi punire.
Le funzioni del
parlamento sono dunque:
1) funzione elettorale
2) funzione espressiva
3) funzione pedagogica (funzione
negoziale)
4) funzione informativa
5) funzione legislativa
6) funzione finanziaria o di
controllo dell’economia
Riassumendo
possiamo affermare che nessun parlamento esaurisce le sue funzioni nella
legislazione. Anche se le leggi sono tutte, o quasi tutte, di origine
governativa, la maggioranza parlamentare non viene affatto espropriata, poiché quelle
leggi attuano il programma votando il quale gli elettori hanno anche prescelto
i parlamentari che rappresentano la maggioranza stessa. In realtà il
parlamento non fa le leggi: le approva. Nella funzione pedagogica vi si
potrebbe includere altresì la funzione negoziale, ovvero di
riconciliazione degli interessi, di cui ha scritto Sartori, vale a dire
il tentativo, che non deve essere affatto considerato a priori improprio, di
trovare punti di incontro fra i diversi gruppi parlamentari che rappresentano
gli elettori in senso lato. Quanto alla funzione informativa, attualmente vi si
possono includere sia l’attività di controllo che il parlamento esercita sul
governo, attivando le sue commissioni permanenti e di inchiesta, sia l’attività
di rappresentanza dei singoli parlamentari che interpellano i ministri sul
loro operato.
Abitualmente, si
traccia una linea distintiva abbastanza precisa fra parlamenti di
parlamentari e parlamenti di partiti, ossia fra parlamenti nei quali
gli eletti godono di grande autonomia e libertà di voto e parlamenti nei quali
gli eletti hanno poca autonomia e sono sottoposti a una rigida disciplina di
voto. Anche se i partiti hanno comunque una certa influenza sui loro
parlamentari possiamo dire che è più probabile che si abbia un parlamento di
parlamentari quando questi sono eletti in collegi uninominali anche grazie alle
loro qualità personali e alla loro capacità di trovare finanziatori per le
proprie campagne elettorali. Un ottimo esempio di parlamento di parlamentari
è il congresso americano (anche se ultimamente le cose stanno cambiando,
specie tra i repubblicani), mentre al contrario la camera inglese è un ottimo
esempio di parlamento dei partiti. Le cordate delle preferenze tipiche
dell’Italia fino al 1991 rispecchiavano le correnti strutturate all’interno
dei partiti di governo. Su queste cordate influivano i gruppi di interesse
che le avevano sostenute e, grazie al voto segreto, i parlamentari potevano
mettere in atto molte richieste che venivano sostenute dal ricatto politico.
Qualsiasi riflessione sulla rappresentanza deve partire dalla constatazione che
la rappresentanza politica non si esaurisce mai né nelle organizzazioni
partitiche né nelle aule parlamentari. La visione più articolata delle
possibili concezioni della rappresentanza si trova in Sartori, che ne
individua sette:
1)
il popolo elegge
liberamente e periodicamente un corpo di rappresentanti: la teoria elettorale
della rappresentanza
2)
i governanti rispondono
responsabilmente nei confronti dei governati: la teoria della rappresentanza
come responsabilità
3)
i governanti sono agenti o
delegati che seguono istruzioni: la teoria della rappresentanza come mandato
4)
il popolo è in sintonia con
lo stato: la teoria della rappresentanza come idem sentire
5)
il popolo consente alle
decisioni dei suoi governanti: la teoria consensuale della rappresentanza
6)
il popolo partecipa in modo
significativo alla formazione delle decisioni politiche fondamentali: la teoria
partecipazionista della rappresentanza
7)
i governanti costituiscono
un campione rappresentativo dei governati: la teoria della rappresentanza come
somiglianza, come specchio
Di queste la prima e la seconda teoria si
tengono insieme poiché sono collegate fra loro dal procedimento elettorale. Per
quanto sia la più diffusa, la teoria della rappresentanza
democratico-elettorale non è necessariamente quella più accettata e
maggiormente condivisa. Anzi, viene spesso considerata parziale, preliminare,
insufficiente: parziale, poiché riguarderebbe soltanto coloro che votano
davvero; preliminare, perché pone soltanto le basi della rappresentanza;
insufficiente, perché comunica poca informazione agli eletti e perché li vincola
ancor meno. Sia la teoria partecipazionista che la teoria della somiglianza
entrano costantemente in concorrenza e, qualche volta, anche in contrasto con
la teoria democratico-elettorale della rappresentanza, ma in una certa misura
la teoria partecipazionista mira a completarla, laddove la teoria della
somiglianza ne mina le fondamenta. Inoltre, la teoria partecipazionista può
trovare e ha trovato strumenti di pratica applicazione, ad esempio i referendum,
mentre la teoria della somiglianza è da ritenersi sostanzialmente
impraticabile. Secondo la teoria partecipazionista, il popolo può partecipare
variamente alla formazione delle decisioni che lo riguardano, sia attraverso
l’attività nei partiti e nei gruppi politicamente influenti sia attraverso
altre modalità di partecipazione politica e in maniera più diretta e più
incisiva con il ricorso al referendum.
In una certa misura, governanti e rappresentanti vengono influenzati dalle
posizioni espresse dagli elettori, anche in modo informale e non convenzionale,
fino a dover abbandonare le cariche dopo un verdetto elettorale sfavorevole, e
ne debbono tenere conto così come debbono rendere conto delle opinioni e dei
loro comportamenti in materia. La teoria della rappresentanza come somiglianza
va, come si è detto, molto oltre. Postula assemblee sociologicamente
rappresentative che rispecchiano fedelmente, totalmente, il profilo di
genere, etnico, religioso, linguistico, sociale, economico, professionale,
generazionale della popolazione. Esige assemblee costruite secondo principi
non soltanto politically correct, ma anche sociologically correct.
A proposito bisogna dire che le caratteristiche sociologiche della cittadinanza
variano continuamente. In secondo luogo un parlamento davvero sociologically
correct dovrebbe essere troppo ampio (almeno 2000 persone). In ogni caso nessun
procedimento elettorale, persino quello eseguito con il più proporzionale dei
sistemi, garantirebbe un esito effettivo e certo di rappresentatività
sociologica. Senza contare che la rappresentanza sociologica, a sua volta,
nulla potrebbe garantire sul piano della rappresentanza politica, che è fatta
non soltanto di interessi, ma anche di progetti, di valori e di ideali. Un
riequilibrio uomini/donne o di rappresentanza delle minoranze etniche dovrebbe
essere voluto dai partiti e tradotto nelle candidature da loro espresse. Va
inoltre detto che la rappresentatività sociologica potrebbe addirittura essere
controproducente qualora un’assemblea selezionata secondo criteri orientati a
rispecchiare la società si dividesse e votasse secondo linee di demarcazione
per l’appunto sociologiche, in blocchi omogenei, e non secondo preferenze
politiche trasversali e potenzialmente aggreganti. E’ logico che una qualche
rappresentatività sociologica è utile e desiderabile. Alcune voci non saranno
udite e alcuni interessi non verranno presi in considerazione qualora in
un’assemblea manchino del tutto i rappresentanti di quelle voci e di quegli
interessi. Il punto, però, è che diventerà conveniente per i partiti e per i
candidati rappresentare quegli interessi e dare voce a quegli elettori
ogniqualvolta abbiano rilevanza politica, e in una democrazia competitiva
di massa l’avranno sempre. Cosicché, ogniqualvolta si troveranno interessi e
ideali privi di rappresentanza, diventerà politicamente utile per qualche
gruppo cercare di farsene interprete, ristabilendo un equilibrio fra domanda
e offerta di rappresentanza attraverso il principio semplice, ma decisivo,
democraticamente corretto e raccomandabile, del tornaconto elettorale. Ne
consegue che è alquanto improbabile, ancorché astrattamente possibile, che
un’assemblea elettiva sia sociologicamente del tutto non rappresentativa. E,
per quanto possa essere relativamente poco rappresentativa dal punto di vista
sociologico, un’assemblea tenderà costantemente, per gli imperativi
politico-elettorali, ad acquisire una rappresentatività politica. E’ peraltro
interessante notare che, nel corso del tempo, i parlamenti elettivi hanno
finito per somigliarsi un po’ tutti dal punto di vista sociologico,
accompagnando almeno in parte, e forse precedendo, alcuni processi sociali che
hanno portato alla riduzione delle distanze fra le classi sociali. Salvo casi
eccezionali (gollisti con la quinta repubblica) il parlamento ha più o meno lo
stesso volto sociologico. Le donne non superano il 30%, gli eletti sono di ceto
medio, il loro reddito ed il livello di istruzione è superiore alla media della
popolazione. Per la maggior parte degli eletti la politica è l’unica
professione che abbiano mai esercitato, oppure è diventata nel corso del tempo
l’attività prevalente. Molti sono liberi professionisti con la classica
supremazia degli avvocati. Insomma sono uomini di partito con nessuna
intenzione di abbandonare la politica attiva. Nel complesso, dunque, le
assemblee elettive contemporanee, come quelle del passato, sono sociologicamente
poco rappresentative dell’elettorato. Tuttavia, i partiti cercano
costantemente di reclutare candidati sociologicamente rappresentativi, mentre
sia i partiti che gli eletti in parlamento cercano di rappresentare le
preferenze, gli interessi, le domande dei propri elettori. A loro volta, le
elezioni li obbligheranno a rendere conto agli elettori di quanto hanno fatto
oppure omesso di fare, confermando ancora una volta la fondatezza della teoria
elettorale della rappresentanza.
Sartori individua un governo ricettivo, che risponde per quello
che fa, ed un governo responsabile, che agisce con efficienza e con
competenza, fino a sostenere che “non possiamo conseguire simultaneamente più
ricettività e più responsabilità indipendente”. Per capire meglio il problema è
utile fare riferimento ad una tripartizione classica, che riguarda lo stile
della rappresentanza, fra i ruoli di delegato, di fiduciario e di
politico. Questa tripartizione è stata formulata sulla base di alcune
importanti ricerche effettuate sugli atteggiamenti e sui comportamenti dei
rappresentanti eletti in alcuni stati degli USA, ma potrebbe essere fatta
risalire fino a Burke e al famoso discorso agli elettori di Bristol del 1774. In estrema sintesi,
ai suoi elettori potenziali Burke prometteva di essere fedele al loro
mandato su alcuni interessi specifici del collegio: dunque di agire da delegato;
affermava che avrebbe comunque cercato di combinare gli interessi del collegio
con quelli del partito a livello nazionale, dunque, agendo da politico;
rivendicava, infine, autonomia piena su materie che potremmo definire di
coscienza, anticipando, dunque, che su quelle materie chiedeva che i suoi
elettori gli accordassero fiducia.
Naturalmente i tre stili di rappresentanza sopra indicati non sono stili puri,
ma combinano necessariamente diversi tipi di responsabilità. Si tratta di
vedere di volta in volta dove si situa il punto di equilibrio. Il delegato
sa che risponderà agli elettori del suo personale operato essenzialmente
attraverso la mediazione del partito che lo ha candidato, lo ha fatto
eleggere e deciderà se ricandidarlo o meno. Per l’articolo 67 della nostra
costituzione il delegato deve “rappresentare
la nazione senza vincolo di mandato” quindi non deve prendere direttamente
ordini dal suo elettorato. Il fiduciario si ritaglia uno spazio maggiore
di autonomia di rappresentanza. Ritiene di avere gli strumenti tecnici e la
forza politica per scegliere di volta in volta come votare ed, entro certi
limiti, quali posizioni sostenere. Naturalmente, i fiduciari possono essere
numerosi fra i rappresentanti laddove i partiti siano organizzazioni
relativamente deboli, poco strutturate, intermittenti e, a loro volta, i rappresentanti
ritengano di essere capaci di ottenere il consenso elettorale a prescindere dal
sostegno o dall’opposizione del loro partito di riferimento. Infine, i
rappresentanti che assumono uno stile detto politico cercano il punto di
equilibrio fra le esigenze del partito e gli impegni presi con l’elettorato,
fra la propria autonomia di giudizio politico e le proprie conoscenze tecniche.
Anche in questo caso, la loro autonomia è grande quando il partito non è
un’organizzazione gerarchica, rigida, potente.
Insieme a Karps, Eulau ha individuato quattro componenti della ricettività di un
rappresentante eletto, rispettivamente in termini di: politiche, servizi,
assegnazione di risorse, simboli. Nel caso della ricettività di
politiche il rappresentante cercherà di affrontare le grandi tematiche
politiche e di offrire soluzioni generali in sintonia con le preferenze degli
elettori, almeno così come riesce ad interpretarle.
1)
la ricettività di servizi
si configura come un insieme di tentativi di ottenere vantaggi particolaristici
per gruppi di elettori della sua circoscrizione. Il rappresentante svolgerà un
servizio molto apprezzato dai suoi elettori dipanando problemi non di natura
legislativa, ma collegati a obblighi, prestazioni e pratiche burocratiche di
vario tipo: dal servizio militare alle tasse, dalle pensioni alle licenze per
varie attività
2)
mentre nel caso precedente si
tratta di servizi ad personam, la
ricettività di assegnazione avrà di mira l’interesse complessivo della
circoscrizione, protetto e promosso attraverso l’incanalamento di fondi,
risorse varie investimenti, opere pubbliche, insediamenti produttivi
3)
infine la ricettività simbolica
si traduce nei tentativi di intessere un rapporto generale di fiducia, di
sostegno, al limite di identificazione fra l’elettorato ed il rappresentante,
dimostrando agli elettori che il rappresentante si cura non soltanto delle loro
aspettative materiali, ma anche, in senso lato, della loro visione del mondo;
che, insomma, è in sintonia con loro
Possiamo concludere
affermando che non può esservi rappresentanza politica se non esiste completa
responsabilità elettorale, sottoposta a verifica a scadenze relativamente
frequenti, comunque prestabilite e periodiche. Qui si intrecciano i nodi più
significativi della teoria democratica: il livello di conoscenze degli
elettori, la capacità dei parlamentari di svolgere la loro funzione
informativa, la sensibilità dei sistemi elettorali nel trasferire le mutate
preferenze degli elettori nella composizione dei parlamenti e nella formazione
dei governi. Non sorprende, in conclusione, che la teoria della rappresentanza
elettorale e le sue traduzioni operative occupino, coerentemente, il centro
vitale del funzionamento dei regimi democratici.
Ma vediamo ora di
porci una domanda: “qual è la sanzione che viene temuta di più: “quella dell’elettorato, dell’apparato di
partito o di terzi gruppi di sostegno?”. Noi sappiamo che i parlamentari
contemporanei sono, con pochissime eccezioni, parlamentari di partiti. E’
logico quindi che qualsiasi rappresentante eletto si senta primariamente
responsabile nei confronti del suo partito e degli elettori del suo partito.
Una delle degenerazioni dei parlamenti come istituzioni è il cosiddetto trasformismo
(crossino the floor). Questa
degenerazione tipica del nostro paese nacque nel 1876 e si ritrova pure in
altri parlamenti (transfuguismo in Spagna). Tale fenomeno colpisce sia i
rappresentanti che il parlamento come istituzione. I parlamentari si prestano
ad essere manovrati dai governanti, anche di diversa persuasione politica, pur di ottenere in cambio risorse, cariche,
magari la promessa della candidatura e l’opportunità di una rielezione. Il
trasformismo incide negativamente sui rapporti maggioranza di
governo/opposizione, indebolendo l’opposizione e rendendone impossibile
l’attività di controllo sull’operato del governo. Inoltre, una molteplicità di
percorsi e di spostamenti trasformistici rende specialmente difficile
all’elettorato mettere in pratica una sanzione efficace con il suo voto, in
special modo se i rappresentanti trasformistici ottengono e distribuiscono
risorse utili per l’elettorato del proprio collegio, oppure si fanno
opportunamente spostare di collegio. Il
trasformismo è tipico di un parlamento dove il sistema dei partiti, magari
impegnato in una difficile transizione politico-istituzionale e nel
consolidamento del regime democratico, non si sia ancora assestato, che è il
caso italiano a partire dal 1994.
La seconda
degenerazione dei parlamenti è il consociativismo di basso profilo. Esso
riguarda le modalità dei rapporti fra gruppi organizzati e, in particolare, fra
coalizioni di governo frammentate e l’opposizione. Nella degenerazione
consociativa, gli scambi avvengono spesso sottobanco, non riguardano cariche
(trasformismo), non investono tematiche come la costituzione e la politica
estera, che si prestano ad accordi di alto ed esplicito profilo, ma consistono
nella distribuzione delle risorse collettive, attraverso politiche pubbliche
approvate da larghissime maggioranze, che servono ad ammorbidire l’opposizione
e a rendere possibile e relativamente rapido il processo decisionale.
Sperimentano la degenerazione consociativa in particolar modo i parlamenti dei
sistemi politici nei quali, per varie ragioni, l’alternanza appaia impraticabile
e quindi governo ed opposizione/i rimangono fissi nei loro ruoli per un periodo
di tempo indefinito e imprevedibile. In tal modo il consociativiosmo finisce
per allontanare la possibilità dell’alternanza, poiché l’elettore non riuscirà
ad individuare responsabilità politiche precise, in particolare del governo, e
a sanzionarle con il voto a favore di un’opposizione dal profilo alto, non
compromissorio, alternativo. Peraltro il piccolo consociativismo ha una
funzione politica non banale: serve a evitare la paralisi del sistema
politico-parlamentare.
La terza
degenerazione è l’assemblearismo ed è probabilmente la più diffusa. Colpisce non i singoli parlamentari, non i
gruppi parlamentari come espressione dei partiti, ma il parlamento stesso come
struttura nel suo insieme. Un esempio classico di assemblearismo è quello
della terza (almeno fino agli anni venti) e della quarta repubblica francese
(1946-1958). Senza nessuna disciplina né di partito né di tendenza politica, né
di gruppo, i parlamentari facevano e disfacevano i governi. A correre il
rischio della degenerazione assembleare sono in particolare i parlamenti-arena,
come definiti da Polsby, ovvero quelli nei quali c’è ampio spazio per il
confronto fra i gruppi politici, in contrapposizione ai parlamenti trasformatori,
nei quali l’energia dell’istituzione è utilizzata per produrre decisioni. In
parlamenti così strutturati il governo non riesce ad esercitare un controllo
sull’attività parlamentare, a fissare l’agenda dei lavori, a far leva su una
maggioranza compatta e solidale. Non riesce neppure ad usare l’arma dello
scioglimento poiché il parlamento è sempre in grado di crearsi il governo che
vuole, salvo poi impedirgli di governare.
Quando i
parlamentari adottano comportamenti trasformistici senza subire immediate
conseguenze elettorali, quando maggioranze e opposizioni confondono
consociativamente i rispettivi ruoli, quando il governo non si afferma come
guida riconosciuta, rispettata e obbedita della propria maggioranza
parlamentare, la forma parlamentare di governo degenera fino a produrre una
democrazia impotente, destinata prima ad un cattivo funzionamento, poi, in
presenza di determinate condizioni, a crollare e a essere sostituita da un
regime che ridimensionerà drasticamente ruolo e prerogative del parlamento.
Insomma, ferme restando tutte le altre condizioni, un parlamento trasformistico, consociativo, assembleare scava la tomba
non soltanto a se stesso, ma anche alla forma parlamentare di governo e,
qualche volta, persino alla stessa democrazia parlamentare.
Qualsiasi discussione circa un eventuale
declino deve essere articolata intorno a quesiti relativamente precisi, che
specifichino rispetto a quali funzioni e con quali parametri è possibile
individuare e valutare con precisione la perdita di potere, di ruolo e di
funzioni dei parlamenti. Il numero di leggi prodotte non dice assolutamente
niente sul potere di un parlamento anzi, quanto
più alto è il numero delle leggi prodotte tanto più limitato è il potere reale
complessivo del palamento. Infatti, un parlamento che impegna tutto il suo
tempo nel formulare, nel discutere, nell’emendare e nell’approvare un numero
molto elevato di leggi, che finiscono per essere necessariamente leggi
settoriali, ovvero “leggine”, ha
pochissimo tempo a sua disposizione per dare voce a grandi dibattiti politici
e, meno che mai, per esercitare un adeguato controllo sul governo. Inoltre, un
parlamento ridotto a luogo di costante, ininterrotta produzione legislativa
diventa ingovernabile, in tutti i sensi del termine, correndo il rischio di
trasformare la forma parlamentare di governo in forma assembleare, permeabile a
tutte le lobbies degne di questo nome. Affidare il governo del sistema politico
al parlamento attraverso la produzione legislativa costituisce, in effetti, la
modalità principale per facilitarne il declino. Il rischio fu lucidamente già
indicato da Begehot quando al
quesito “la camera dei comuni è capace di governare?” rispondeva in maniera
negativa, indicando nel governo di partito, programmatico e disciplinato, il
famoso segreto efficiente della non scritta costituzione inglese. Il governo di partito è il contrario del
trasformismo: presuppone e implica che il partito o i partiti al governo
richiedano e ottengano disciplina dai loro parlamentari, senza dovere e volere
procedere a scambi impropri di risorse, per attuare un programma annunciato nel
manifesto programmatico elettorale. Pertanto, capovolgendo l’impostazione
tradizionale, si può sostenere recisamente che declinano soltanto quei
parlamenti che sono incapaci di strutturasi, da un lato, in modo da offrire
sostegno continuativo e disciplinato al governo; dall’altro, in modo da
costruire un’opposizione disciplinata e alternativa. Se proprio si vorranno
contare le leggi, dunque, varrà come criterio il numero delle leggi che
applicano il programma di governo, in special modo se approvate con il voto
favorevole e compatto della maggioranza parlamentare, senza la necessità di
apporti decisivi dei voti dell’opposizione, ma senza, neppure, la necessità che
l’opposizione si esprima sempre con un voto contrario. Nel valutare
l’efficienza del parlamento, conteranno
anche i tempi di approvazione di quelle leggi, mentre nel valutare la
disciplina della maggioranza parlamentare e il grado di antagonismo
dell’opposizione conterà il ricorso al
voto di fiducia. Infatti, il ricorso al voto di fiducia è tanto più
frequente quando la maggioranza governativa si sente divisa e teme defezioni al
suo interno e quando l’opposizione parlamentare è, a sua volta, effettivamente
compatta e capace di fare breccia con le sue argomentazioni nelle file della
maggioranza. L’unico altro criterio utile per valutare l’eventuale declino dei
parlamenti è costituito dalla loro capacità di esercitare un controllo sui
governi. Naturalmente, l’indicatore del successo di tale funzione non può
essere costituito esclusivamente dalla capacità del parlamento di rovesciare il
governo, anche se l’applicazione del
voto di fiducia costruttivo costituisce un buon esempio di controllo coronato
da successo. Piuttosto, il successo dell’attività di controllo del
parlamento sul governo può riscontrarsi, da un lato, nella sfiducia individuale nei
confronti di singoli ministri e nelle loro dimissioni rese obbligate da
indagini parlamentari; dall’altro, nel mutamento delle politiche governative.
Da questi due diversi punti di vista, i parlamenti contemporanei non sembrano
affatto attraversare un declino. Al contrario, spesso sorretti da un’opinione
pubblica più vigile e meglio informata, anche grazie agli stessi dibattiti
parlamentari, essi hanno saputo esercitare efficacemente diverse modalità di
controllo sui governi, sui singoli ministri, sulle politiche pubbliche, sulla
dinamica del sistema politico. Sarebbe, peraltro, sbagliato pensare che il
controllo del parlamento sul governo debba esprimersi, come spesso succede
nelle forme presidenziali di governo, quale pura, netta e antagonistica
contrapposizione. Il parlamento non è affatto un antagonista del governo, è il luogo di rappresentanza politica di
una società complessa che chiede di essere informata, che gradisce essere
governata, se governare significa indicare alternative e spiegare le
decisioni prese, che esige la trasformazione delle proprie preferenze in
decisioni. In secondo luogo, il parlamento è la sede in cui si manifestano una
maggioranza di sostegno al governo, sia esso parlamentare, semipresidenziale o
presidenziale, e un’opposizione critica, di controllo, propositiva, che si
candida a sostituire il governo e la sua maggioranza. Pertanto, non si ha nessun
declino del parlamento in quei sistemi politici nei quali esiste una
maggioranza parlamentare capace di sostenere il suo governo, di agevolare la
legislazione, che è la traduzione in
politiche pubbliche del programma presentato agli elettori, e di imporne responsabilità
nei comportamenti. In sostanza come scriveva Begehot il parlamento
provocherà il proprio declino, oppure si limiterà ad assistervi, se si dimostra
incapace di dare vita ad un governo, di sostenerlo, di farlo funzionare.
Insomma va potenziato il legame tra il governo e la sua maggioranza
parlamentare. Il parlamento in tal modo è capace di rappresentanza e,
unitamente al governo, di decisione.