POLITICA E BENE
PUBBLICO
L'attuale crisi
della politica non deve fare smarrire ai cittadini il significato alto della
stessa, cioè di nobile impegno per il bene di tutti.
Tipologia D: tema di
ordine generale
Si dice comunemente
che oggi la politica sia in crisi. In realtà, ad essere in crisi, èun vecchio
modo di far politica, basato sull'intreccio di interessi pubblici e privati,
sulla lottizzazione esulI' ambizione del potere p 343j97d er fini personali. Ma la
politica come arte di governo, come ricerca del possibile nell'interesse
esclusivo del bene pubblico, èqualcosa di nobile che non può assolutamente
morire, sebbene gli atteggiamenti di molti uomini politici del nostro tempo possano
scalfire questo concetto che tanti cittadini tengono ben fermo in mente.
Non si può
nascondere che screditare la politica sia diventato di moda e il fenomeno
Tangentopoli, spazzando via i partiti che furono della cosiddetta "prima
Repubblica", aveva provveduto ad alimentare questo sentimento in gran
parte dell'opinione pubblica. Negli anni scorsi molti uomini politici, anche
di prestigio, come segretari di partito e ministri, furono inquisiti dalla
Magistratura e in molti casi anche condannati. Tutto ciò contribuì a rinnovare
profondamente la politica, al punto che oggi si parla comunemente di
"seconda Repubblica" ad indicare la nuova fase in cui sarebbe entrata
la vita politica in Italia. Purtroppo alcuni aspetti deteriori del vecchio modo
di fare sono rimasti immutati: pensiamo alla corruzione, alla
"occupazione delle istituzioni", alla politica intesa come mezzo al
servizio d'interessi privati.
Tuttavia è bene
sgomberare il campo dalla qualunquistica denigrazione della politica: un
atteggiamento che rischia di svuotare di significato la democrazia stessa che
è, innanzi tutto, partecipazione collettiva, in modi e forme ovviamente
diversi, alla gestione della cosa pubblica. Alcuni segnali nel nostro Paese
sono infatti preoccupanti: il crescente astensionismo elettorale, l'indifferenza
ostentata da tanti cittadini nei confronti dei problemi sociali e della vita
comunitaria, il rinchiudersi negli interessi strettamente privati, la
condanna categorica e sbrigativa di partiti e politica in quanto tali.
Sono tutti sintomi
che possono preannunciare una malattia della democrazia nel nostro Paese, in
quanto sono indicativi di.
una crescente
disaffezione degli Italiani alla politica, con il rischio che si lasci spazio a
chi ha interesse a gestire il potere nell'indifferenza popolare. Già in
passato l'Italia ha lasciato fare ad un "duce" che, pretendendo di
decidere tutto da solo, ha prima irreggimentato il Paese come in una caserma e
poi lo ha fatto sprofondare nella catastrofe della guerra.
Bisogna saper
guardare la realtà: la partecipazione alla vita politica, e più in generale a
quella comunitaria, non ha mai interessato "tutta" la popolazione,
ma sempre una parte che coincide grosso modo con quella che legge i giornali e
s'interessa a ciò che succede nel nostro Paese e nel mondo: in parole povere,
quella che costituisce l'opinione pubblica. Ma di questa porzione di cittadini,
purtroppo oggi in diminuzione, ma che si spera tomi al più presto ad aumentare,
si deve sempre tener conto anche per la sua qualità: è certamente la parte più
sensibile, quella che raccoglie ed esprime malumori, aspettative, ansie anche
della parte che si mostra indifferente, e che poi orienta in maniera
determinante il voto alle scadenze elettorali.
Questa fetta di
cittadinanza, che forma l'opinione pubblica, non può che essere tenuta sempre
in grande considerazione dai partiti che si dichiarano democratici, i quali
devono vedere in essa un'interlocutrice continua e non solo preoccuparsene
nell'imminenza delle campagne elettorali. A buon diritto questi cittadini
consapevoli esigono che la politica non solo interloquisca con loro, in modo da
colmare quel divario tra "Paese legale" e "Paese reale" che
da tempo gli opinionisti più attenti hanno notato, ma anche che lavori
concretamente per il bene pubblico, per il progresso più generale della
società.
La politica è
l'elemento soggettivo che può cambiare la realtà. Non c'è aspetto della realtà
umana, sociale, economica, si potrebbe dire anche della natura, su cui la
politica, intesa come arte del governare la cosa pubblica, cioè nel senso più
alto e nobile del termine, non possa intervenire allo scopo di prevenire,
correggere, contrastare o temperare, almeno per quel tanto che rientra nelle
sue possibilità. Ad esempio, una crisi economica può scoppiare improvvisamente,
ma la politica può attenuame le conseguenze sul tessuto sociale per mezzo di
ammortizzatori come sussidi ai disoccupati, indennità, lavori pubblici, ecc.
Perfino gli effetti di un terremoto, un evento ovviamente non prevedibile,
possono essere contrastati se nelle zone sismiche si costruisce seguendo
determinate regole, cosicché crolli e vittime saranno meno numerosi laddove si
sia proceduto con questi accorgimenti.
A livello più
generale, se i governi dei maggiori Paesi industrializzati, soprattutto gli
Stati Uniti, si decidessero ad applicare i dettami del "protocollo di
Kyoto", che stabilisce delle regole ben precise sulle quantità di
anidride carbonica da lasciar immettere nell'atmosfera, le condizioni di
salubrità dell'aria e quindi d'equilibrio ambientale e, più in generale, la
qualità della vita migliorerebbero in modo sensibile per tutti. Ma la politica
quando si corrompe, lasciando prevalere gli interessi particolari su quelli generali,
può peggiorare le conseguenze di una crisi economica, di una calamità naturale,
dell 'impatto ambientale degli scarichi industriali.
La nostra
Costituzione è chiara: l'articolo 54 recita che "i cittadini a cui sono
affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed ordine".
Dovrebbero ben ricordarlo tutti gli amministratori pubblici e tutti coloro
che si appellano al voto dei cittadini nell'imminenza di qualche scadenza
elettorale, sforzandosi di cercare e mantenere, anche dopo le elezioni, un più
diretto e stretto rapporto con i cittadini. Solo così si può non solo dare
nuovo spessore morale alla politica, ma anche rinsaldare le basi della
democrazia, non dimenticando che la più imperfetta delle democrazie èsempre da
preferire al più perfetto e "collaudato" dei regimi autoritari.