Seneca
Seneca
nacque a Cordoba
(oggi Cordova) in Spagna, tra il 12 e il 1 a.C. anche
se la data è ancora incerta. Apparteneva ad una famiglia
benestante di rango equestre. Fu condotto assai presto a Roma, dove si svolse la sua istruzione retorica e filosofica.
Abbandonata
la vita contemplativa, Seneca intraprese il cursus
honorum e rivestì l’incarico di questore. I rapporti con l’imperatore
furono però ostili: dapprima Caligola progettò di ucciderlo e in seguito il nuovo imperatore, Claudio, nel 41 d. C. lo accusò di
adulterio e lo spedì in esilio in Corsica. Nel
49 d.C.,
grazie all’intercessione di Agrippina, tornò dall’esilio e dovette accettare
l’incarico di precettore dell’undicenne Nerone, cui la madre Agrippina stava
già progettando la sua successione all’impero.
Alla morte di Claudio e alla successione di Nerone, Seneca
si trovò a dirigere le redini dell’impero insieme ad Agrippina. Ma non durò molto: Nerone, infatti, dopo alcuni anni,
uccise la madre ed istaurò un regime dispotico e
totalitario. In seguito alla morte del
pretore Afranio Burro, Seneca decise di ritirarsi a vita privata (61 d.C.). Tuttavia, Nerone,
rimastogli ostile, lo accusò di aver congiurato contro l’impero e lo costrinse
a togliersi la vita nel 65 d.C.
Le tragedie
Ci
è pervenuto, sotto il nome di Seneca, un corpus di
dieci tragedie di argomento mitologico. Si presuppone che quest’ultime, siano
state scritte sotto l’impero Neroniano, dove egli prestava servizio.
Le
controversie sulla produzione tragica di Seneca
vertono su quale sia il vero intento ideologico perseguito dall’autore.
L’ipotesi
più accreditata è quella secondo la quale, le tragedie, furono concepite non come un “teatro di opposizione”, ma come “teatro
di esortazione”. Il carattere fortemente
antitirannico delle tragedie, infatti, presuppone che Seneca abbia scelto di
attribuire alla poesia uno scopo pedagogico, di farne uno strumento di
ammaestramento morale, di affidarle una funzione ausiliaria rispetto alla
filosofia. Dunque, i drammi senecani, furono composti per mettere dinanzi agli
occhi del giovane
principe (Nerone) gli effetti deleteri del
potere dispotico e delle passioni sregolate.
Le
tragedie di Seneca sono dominate dalla lotta tra la ratio (ragione) e il furor (inteso come pazzia):
-
rappresentazione del
rovinoso scatenarsi di sfrenate passioni non dominate dalla ragione,
-
accentuazione di tinte fosche e cupe, degli aspetti più truci e sinistri, dei
particolari più atroci e raccapriccianti,
-
fortissima
accentuazione patetica dell’impulso irrazionale delle passioni (amore, odio,
gelosia, ambizione, sete di potere, ira, rancore) intese come furor cioè
pazzia.
Il significato
pedagogico e morale si individua, dunque, nell’intenzione di proporre esempi
paradigmatici dello scontro, nell’animo umano, di impulsi contrastanti,
positivi e negativi (rif. Apollineo e Dionisiaco di Nietzsche
nella tragedia).
Ci
si aspetterebbe però, dallo stoico Seneca, l’introduzione di personaggi,
moralmente positivi, atti ad esprimere la certezza che una ragione
provvidenziale domini il cosmo e guidi l’umanità. Ma
così non è: salvo rarissime eccezioni, il quadro complessivo è fosco e
raccapricciante,«La Fortuna governa le
vicende umane senza alcun ordine e sparge i suoi doni con mano cieca,favorendo
i peggiori».
Tale
visione pessimistic 535h77f a, tuttavia, appare funzionale proprio a quel valore di
esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi del
filosofo ed è tra i mezzi di cui l’autore si serve per raggiungere più
efficacemente il suo obiettivo, che è, senza alcun dubbio, l’ammaestramento
morale.
Le Lettere a Lucilio
Le Epistulae
morales ad Lucilium sono una raccolta di 124 lettere raccolte in 20 libri,
scritte durante il periodo del secessus e indirizzate all’amico
Lucilio Iuniore. Le epistole, di varia estensione, sono una
continua, pacata e insieme appassionata riflessione su problemi di filosofia
morale. Seneca si pone, nei confronti di Lucilio, con l’atteggiamento del
maestro, ma in realtà non scrive solo per giovare alla formazione morale
dell’amico ma anche a quella dei posteri. Le Epistulae ad Lucilium sono,
infatti, un chiaro esempio di epistole letterarie,
cioè scritte con l’esplicito intento di essere pubblicate. Il
modello, pur nella sua originalità, prende spunto dal modello delle epistole
epicuree e ciceroniane.
Uno dei temi principali dell’opera è l’invito al
secessus e l’esortazione all’otium.
Per
conquistare la felicità si deve raggiungere la sapientia; che si può
acquistare solo ed esclusivamente impegnandosi a tempo
pieno nella lotta contro le passioni, contro gli impulsi e i desideri
irrazionali che da ogni parte aggrediscono e minacciano l’uomo, privandolo
della pace dell’anima (atarassia epicurea).
La
ricerca del vero bene, inoltre, consiste unicamente nella ricerca della virtù:
bisogna liberarsi dai falsi giudizi del volgo e astenersi da ogni occupazione
frivola e moralmente inutile; si deve poi evitare il contatto con la folla,
riservandosi alla compagnia di pochi e scelti amici e dedicandosi ad un dialogo
continuo e fecondo con i grandi filosofi del passato (teoria epicurea del “vivi
nascosto”).
LETTERA IV
ACCETTARE LA MORTE
RECA RIMEDIO A TUTTI I MALI
DELLA
VITA.
TUTTE LE COSE SONO EFFETTO DEL MODO CON CUI SI PENSA
Mi fa grande pena
che tu soffra di frequenti catarri e piccole febbri che seguono i catarri
troppo persistenti e diventati poi cronici: tanto più mi fa pena perché anch'io
ho sperimentato questo genere di malattia, che in principio ho trascurata. La
mia giovinezza poteva ben spregiare le offese delle malattie e contrapporre
loro sdegnosamente la sua forza. In seguito però ho dovuto soccombere, e sono
arrivato ad un momento nel quale, ridotto ad
un'estrema magrezza, avevo l'impressione di liquefare. Più volte ho sentito una
gran voglia di romperla con la vita: ma mi ha trattenuto la tarda età del
mio ottimo padre, ho smesso di pensare come potessi morire da forte, ed ho
pensato piuttosto che il vecchio padre non aveva la forza di accettare un tale
atto da parte mia. Pertanto m'imposi di vivere: ed ho
fatto esperienza, che per vivere talora è necessaria della forza.
Ti dirò quali cose mi siano state
allora di conforto, ma voglio dirti prima che queste cose in cui cercavo la
quiete hanno avuto l'efficacia di una medicina. I buoni onesti conforti diventano rimedi, e ciò che ha sollevato lo
spirito finisce per giovare anche al corpo. I nostri studi sono stati la
mia salvezza: se mi sono alzato da letto ed ho
riacquistata la salute ne rendo merito alla filosofia; alla filosofia io debbo
la vita ed è il minore dei debiti che ho verso di essa. Alla piena guarigione hanno anche contribuito gli amici che colle loro premure,
colla loro assistenza e anche colle loro conversazioni, mi hanno dato grande
sollievo. Nulla, mio Lucilio ottimo fra gli uomini,
ristora e solleva un ammalato come l'affetto degli amici, nulla giova tanto a
rasserenarti l'aspettazione della morte e a toglierti i timori: pensando essi
in vita, non avevo l'impressione di andare verso la morte. Mi pareva che sarei
vissuto non con loro ma attraverso loro: mi pareva che non avrei dovuto esalare
il mio fiato ma consegnano ad altri.
Così mi sono formata una decisa
volontà di venire in aiuto a me stesso e di adattarmi perciò a soffrire
pazientemente ogni dolore: quando si è messo da parte l'idea di affrontare la
morte, l'estrema miseria è non avere l'animo di affrontare la vita. Cerchiamo dunque i rimedi a tutto questo. Il medico da parte
sua ti prescriverà le passeggiate e gli esercizi che dovrai fare, ti dirà di
non abbandonarti con troppa indulgenza all'ozio, a cui ci porta per natura la
malferma salute, che tu legga a voce chiara e che tenga così in attività le vie
e gli organi della respirazione dove risiede il male, ti consiglierà di andare
in barca, e così con questo leggero ondeggiamento fare un po' di massaggio alle
viscere; ti dirà che cibi devi prendere, quando devi bere un po' di vino per
ravvivare le tue forze e quando devi cessare perché non ti irriti e non ti
esasperi la tosse. Io poi ti prescrivo un rimedio che
deve servirti non solo per questa malattia ma per tutta la vita: disprezza la
morte. Nulla più ci può rattristare quando abbiamo superato la paura della morte. In ogni malattia vi
sono queste tre cose gravi: la paura della morte, il dolore del corpo e l'interruzione dei piaceri. Della morte abbiamo detto abbastanza. Aggiungerò solo questo
che la paura della morte non è un sentimento proprio
soltanto dello stato di malattia, ma proprio della stessa natura umana. In molti casi è avvenuto che la malattia ha allontanata la morte e
la salvezza è venuta agli ammalati dall'impressione di andare verso la morte.
La ragione essenziale per cui tu dovrai morire non è che tu sia infermo ma che
tu vivi. E questa permane anche quando tu sei guarito: e quando avrai
riacquistato il pieno possesso delle tue forze, tu ti
sarai salvato dalla malattia ma non dalla morte.
Torniamo ora a quello che è il vero incomodo: la malattia porta grandi sofferenze, che
però sono rese tollerabili dagli intervalli. Infatti l'accesso violento del
dolore ha sempre un termine: non si può soffrire molto e a lungo: la natura
amorosamente provvida ha disposto in modo che il dolore sia tollerabile o
breve. I dolori più forti hanno sede nelle parti più magre del corpo: i nervi e
le articolazioni e tutto ciò che vi è di più esile nelle nostre membra soffrono
aspramente quando hanno accolto in un membro il germe del male. Ma presto
queste parti s'intorpidiscono e proprio per l'intensità del dolore ne perdono
il senso: e questo avviene a volte perché lo spirito vitale, impedito nel
naturale corso della sua attività, si altera e perde la virtù da cui trae il
vigore e per cui ha capacità di avvertirci del male, ed altra volta avviene
perché l'umore corrotto non avendo più dove diffondersi, distrugge da se stesso
la propria virtù e toglie la sensibilità alle parti che ha invaso. Così la
podagra e la chiragra e ogni dolore di vertebre e di nervi
danno un periodo di riposo quando hanno ottusa la sensibilità delle parti che
hanno prima tormentate. In principio il bruciore
prodotto da queste malattie è causa di grande pena, ma quando l'accesso si
prolunga, allora il male vien meno e si spegne in una specie di torpore. Il dolore ai denti agli occhi agli orecchi non meno che al
capo è acutissimo proprio per questa ragione, che nasce nei limiti d'una
angusta parte del
corpo: ma se il dolore aumenta eccessivamente, allora si converte in una specie
di sopore. Nei dolori eccessivi dunque vi è questo
sollievo, che se li sentiamo troppo forti, si finisce necessariamente per
cessare di sentirli.
Per gli ignoranti poi nelle
sofferenze del corpo
c'è anche questo male che, totalmente presi dalla preoccupazione del corpo, non si
abituano a cercare le loro soddisfazioni nell'interiorità dell'anima. Pertanto l'uomo grande e saggio distoglie la sua attenzione dal
corpo e si occupa molto di quella che è la parte migliore e divina dell'essere
suo, mentre dell'altra gracile e lamentosa si occupa appena quel tanto che è
assolutamente necessario. "Però riesce spiacevole
", dirà qualcuno, "astenersi dal cibo, soffrire la sete e la
fame." Senza dubbio in un primo momento
queste privazioni sono penose: poi i desideri a poco a poco si smorzano perché
si stancano, e vengono meno quelle reazioni organiche da cui il desiderio
nasce: lo stomaco s'impigrisce e l'avidità del cibo si cambia in ripugnanza. Gli stessi desideri si spengono, e allora non è più dolorosa la
privazione di ciò che hai cessato di desiderare. Aggiungi che qualsiasi
dolore ha sempre delle pause, o almeno dei momenti in cui si fa più mite. E
aggiungi anche che è sempre possibile guardarsi dal male prima che venga, e
anche quando sia per assalirci opporglisi colle medicine: giacché tutti i mali
soprattutto quando si ripetono in maniera abitudinaria hanno sempre dei segni
premonitori. La sofferenza di una malattia è sempre tollerabile quando si
disprezza l'estremo effetto che essa ci minaccia. Non aggravare tu stesso i
tuoi mali
aggiungendo anche il peso dei lamenti: il dolore è sempre abbastanza leggero
quando non lo aumentiamo noi stessi colle nostre idee. Se al contrario tu
cominci a farti coraggio e a dirti: non è niente o almeno è cosa di poca
consistenza, e allora resistiamo; presto cesserà i, tu rendi leggero il dolore in quanto lo ritieni tale. Tutte le cose dipendono
sempre nel loro significato dall'idea che ce ne
formiamo: e questo non solo sentiamo nell'ambizione, nell'amore delle pompe
esteriori e nell'avarizia, ma avviene anche nel dolore. La sofferenza è sempre
relativa al concetto che abbiamo delle cose che sono fonte di dolore. Ognuno è tanto infelice quanto crede di esserlo. Bisogna
smetterla coi lamenti per ciò che si è sofferto nel passato: bisogna lasciare
queste solite frasi: " nessuno mai ha avuto peggior sorte della mia, quanti crucci, quanti mali ho sofferto! Nessuno credeva
che io mi sarei risollevato. Quante volte sono stato
pianto dai miei e licenziato dai medici come ormai
perduto! Non si è così tormentati nemmeno sul cavalletto della
tortura." Anche se sono vere tutte queste cose, ormai una volta passate non sono più
ragione di dolore. Ma che giova rinnovare i dolori passati e
renderci infelici solo perché siamo stati infelici? E non è forse vero
che anche un poco esagerano i mali sofferti e
mentono a se stessi? Osservo poi che pare sia quasi un
piacere aver sopportato ciò che è doloroso sopportare: ed è naturale godere per
la cessazione del
proprio male. Due cose dunque bisogna con un taglio
netto eliminare dal nostro spirito, il timore del futuro e il ricordo delle sofferenze
passate: questo non ci riguarda più e quello non ci riguarda ancora. Qualche
volta trovandoci fra le difficoltà cerchiamo di confortarci dicendo:
"forse un giorno ci sarà grato ricordate queste cose.
" Al contrario è dovere combattere quest'idea con
tutte le forze; chi cede sarà vinto e chi si oppone al suo dolore vincerà.
Purtroppo invece i più fanno proprio il contrario,
attirano cioè essi stessi sopra di sé la rovina che dovrebbero fronteggiare. Se tu cerchi di sottrarti e sfuggire al peso che ti preme, ti
minaccia e t'incalza, esso ti seguirà e ti verrà addosso in maniera anche più
grave. Ma se invece tu resterai fermo e gli opporrai
uno sforzo deciso, finirai per respingerlo. Quanti colpi prendono gli
atleti sulla faccia e in tutto il corpo! per amore della gloria sopportano ogni dolore non solo
mentre lottano, ma anche quando si preparano alla lotta con un esercizio che
costa anch'esso patimenti. Superiamo anche noi tutte le avversità; e il premio della vittoria, non
sarà una corona o una palma, né una suonata di
tromba che faccia il silenzio generale per la proclamazione del nostro nome, ma sarà la virtù, la
saldezza dell'anima, la pace acquistata. " Sento
un grande dolore ", tu mi dici. Ma puoi forse credere di non sentirlo più
se lo sopporti con femminea debolezza? Il nemico è
sempre più pericoloso quando è alle spalle del
fuggente: si capisce che anche i mali della fortuna incalzino più
duramente chi cede e si volge in fuga. " Ma è una
cosa grave ", tu aggiungi. Ma dunque dobbiamo essere
forti per portare pesi leggeri? Preferisci che la
malattia sia lunga oppure che sia violenta ma breve? Se la malattia è
lunga, la stessa sua lunghezza produce delle interruzioni, anche con qualche
momento di confortante ripresa, e in molto tempo come ha avuto un principio così dovrà avere una fine. Se è breve e rapido il suo sviluppo, avrà anch'esso due alternative, o ha fine,
o porta alla fine l'ammalato. Che differenza fa se a un
certo momento non ci sia più la malattia, oppure non ci sia più io? In entrambi
i casi è finito il dolore.
Potrà anche
giovare volgere l'animo ad altri pensieri e distrarsi così dal dolore.
Pensa alle azioni oneste e forti che hai compiute, e fermati a considerare con te stesso ciò che vi è in esse di meglio, e richiama alla
memoria i fatti che tu hai più vivamente ammirato. Allora si presenteranno al
ricordo tutti coloro che hanno dato maggior prova di fortezza e hanno vinto il
dolore: uno che ha continuato a leggere un suo libro mentre stendeva la gamba
per farsi tagliare le vene varicose: un altro che non ha cessato di ridere
mentre i carnefici arrabbiati proprio per questo sperimentavano su lui tutti
gli strumenti della loro crudeltà: si può credere che la ragione non riesca a
vincere il dolore, se è riuscito a vincerlo il riso? Ed ora
parla pure di tutto ciò. che vuoi, delle tue flussioni, della tosse
aspra che ti fa gettar fuori una parte delle viscere, parla della febbre che ti
brucia dentro i precordi, della sete, delle membra sformate per le
articolazioni contorte; ma evidentemente sono qualcosa di peggio i roghi, i
cavalletti, le lastre infocate, tutti questi strumenti di tortura che vengono a
gonfiare delle ferite per rinnovarle e renderle più gravi e più profonde.
Eppure c'è stato chi fra questi tormenti non ha dato un gemito; e questo è
ancora poco, vi è chi non ha chiesto nulla e vi è chi non ha nemmeno risposto
alle domande rivoltegli, e vi è infine chi ha superato anche questo ridendo di
tutto cuore. Non vuoi dopo tutto questo anche tu farti beffa del dolore? "Ma la malattia ", può taluno soggiungerci "non mi
lascia far nulla, mi ha strappato a tutte le mie occupazioni." E
alla mia volta
osservo che la malattia tiene il corpo ma non l'anima. Può far lenti i piedi del corridore, può impedire il
lavoro delle mani del sarto e del fabbro; ma se hai
tenuto l'animo in esercizio potrai pur sempre dare consigli e insegnamenti,
potrai ascoltare ed imparare, chiedere e ricordare. Ma poi credi tu di non fare
nulla, quando tu nella malattia riesci a darti un
senso di saggia moderazione? Tu sanai riuscito a questo, cioè
a dimostrare che una malattia si può vincere o almeno sopportare. Credimi, per la virtù c'è posto anche quando si sta a letto.
Non solo le armi e il campo di battaglia danno la
prova di un animo vivace, coraggioso, che non si lascia domare dai terrori:
l'uomo fonte appare qual è persino sotto le coltri. Anche in quel momento egli
ha pur sempre qualche cosa da fare, cioè resistere bene alla malattia: se
questa non riuscirà a domare la tua volontà, costringendola suo malgrado a
certe azioni e distogliendola da certe altre, tu darai un
esempio insigne. Quante ragioni di lode potrebbero trovare spettatori della nostra malattia! Ebbene, se questo non è possibile,
sii tu spettatore di te stesso e trova tu ragione di
lodarti.
Osserviamo
inoltre che ci sono due specie di piaceri. La malattia talvolta inibisce
ma non toglie totalmente i piaceri corporali; anzi se consideri bene essa li
eccita di più. Si beve con più piacere quando si ha sete, ed
il cibo riesce più gradito quando si ha fame: dopo l'astinenza prendiamo con
maggior avidità tutto ciò che la buona sorte ci manda. I piaceri dello spirito
poi che sono più grandi e più sicuri, non sono negati al malato da nessun
medico: e d'altra parte chi persegue questi piaceri e sa
gustarli disprezza tutti i blandimenti dei sensi. " Che
infelice il malato! " Perché diciamo questo? Forse perché non scioglie la neve nel vino? Perché spezzato il ghiaccio sulla bevanda che ha versato in una capace tazza
non restituisce alla bevanda la sua primitiva freschezza? Perché sulla mensa stessa non gli vengono aperte le ostriche del lago Lucrino? O
infine perché intorno alla sua stanza da pranzo non si agitano i cuochi in
movimento portando essi stessi i fornelli colle vivande? Col
crescere del
lusso si è inventato anche questo sistema: la cucina si avvicina alla camera
dove si cena in modo che il cibo non si raffreddi e qualche cosa sia poco caldo
per il palato già un po' indurito. "Che infelice il
malato!" Egli mangerà quanto è stato ben cotto ed
egli ha la possibilità di digerire: non vedrà messa da parte carne di cinghiale
come carne troppo vile per la sua mensa, né vedrà petti di pollo accumulati
sulla credenza per evitare che i polli interi gli diano la nausea. Che cosa ti è accaduto di male? Ti avverrà talora di
mangiare come un ammalato e talora come un uomo sano.
Ma noi ci adatteremo facilmente a tutto questo, alle bevande medicinali,
all'acqua calda e ad ogni altra cosa che sembra intollerabile a quelle persone
di effemminata delicatezza che nuotano nel lusso, e sono infermi più di anima
che di corpo. Solo dobbiamo liberarci da questo continuo orrore della morte.
E ce ne libereremo quando ci saremo formati un preciso
concetto dei beni e dei mali
e del loro
ultimo termine; così finalmente non ci sarà di tedio la vita e non ci farà
paura la morte. La vita non può essere pervasa da un
penoso senso di sazietà se essa è tutta volta
alla celebrazione di tante cose diverse, magnifiche, divine: soltanto l'ozio
inerte può portarla all'odio di se stessa. Chi indaga la natura delle cose ha
di fronte a sé la verità che non sazia mai: sono gli errori che danno il disgusto. D'altra parte se la morte si avvicina e ci
chiama anche immaturamente e tronca a mezzo il corso
della nostra vita, noi abbiamo già raccolto sempre il frutto di una lunga vita.
La natura in gran parte ci è già nota, e noi sappiamo poi che ciò che è
veramente onesto non si accresce col tempo. La vita appare necessariamente
sempre breve a coloro che la misurano coi loro godimenti vani e quindi senza
termine. Cerca di ricreare l'animo tuo con questi pensieri, e, finché siamo
divisi, con quanto ci possono dare le nostre lettere. Verrà tempo in cui
torneremo a vivere uniti: ma lungo o corto che quel tempo possa essere, lo
allungheremo colla scienza che ci apprende ad impiegarlo bene. Dice Posidonio
che "una sola giornata si stende più ampia per i dotti che un lunghissimo tempo per gli ignoranti." Intanto tieni
ben stretto coi denti questo principio: non lasciarsi abbattere dalle
avversità, non fidarsi degli eventi lieti, avere sempre avanti agli occhi la
capricciosa licenza della fortuna capace sempre di
qualunque cosa che sia mai possibile. Ciò che è aspettato a
lungo giunge sempre più mite. " Addio.
LETTERA IX
SENECA SPIEGA
ALL'AMICO COME EGLI SI PREPARI A MORIRE BENE ED ESORTA L AMICO AD ACCOGLIERE
OGNI EVENTO CON SERENO ANIMO
Cessiamo di
volere ancora ciò che già abbiamo voluto. Io cerco di
agire su me stesso in modo da apprendere a non volere più da vecchio le cose
che volevo da fanciullo. Mi passano i giorni e mi passano le notti, in
questa sola occupazione, che prende tutta la mia attività ed
è oggetto di tutte le mie meditazioni: mettere fine ai vizi d'un tempo. Io mi
adopero perché un giorno solo possa essere modello di
tutta la vita. E non voglio afferrare quel giorno e godermelo come se fosse
l'ultimo della vita, ma lo considero come se possa
anche essere l'ultimo. Io ti scrivo questa lettera tenendo
presente questo pensiero, che la morte mi può chiamare ancora mentre scrivo;
sono pronto a lasciare la vita, e la godo proprio per questo che non mi
preoccupo affatto quanto sia ancora lontano quel momento. Prima di
essere giunto alla vecchiezza pensavo a vivere bene, ora che sono vecchio penso
a morire bene: e morire bene equivale a morire con lieta accettazione senza
rammarico. Procura di non fare mai cosa a tuo malgrado.
Quello che si presenta come dura necessità per chi reagisce, non è una
necessità per chi accetta. In altri termini, chi accetta lietamente un comando, ha già evitato ciò che è più crudo nella
servitù: fare quello che non si ha voglia di fare. Non è
infelice chi fa qualche cosa perché comandato, ma chi fa contro voglia.
Dobbiamo dunque educare il nostro spirito così che,
sappiamo volere tutto ciò che la realtà esige, e soprattutto sappiamo pensare
senza tristezza alla nostra fine. Prima che alla vita bisogna
prepararci alla morte. La vita è sufficientemente provvista di tutto, ma
noi siamo sempre insaziati; ci sembra e ci sembrerà sempre che ci manchi
qualche cosa. L'essere vissuti abbastanza non dipende dal
numero degli anni o dei giorni, ma dipende dallo stesso animo nostro. Ho
vissuto, carissimo Lucilio, quanto mi poteva bastare, ora sono sazio e aspetto
la morte. Addio.