ARISTOTELE
Nacque nel 384 a.C. a Stagira in
Tracia.
Suo padre, medico alla corte del re
di Macedonia, lo avviò agli studi naturalistici.
A diciotto anni andò ad Atene e
divenne uno dei collaboratori di Platone nell’Accademia.
Alla morte del maestro fu chiamato da
Filippo, re di Macedonia, quale precettore del figlio Alessandro.
Qui rimase a lungo fino a che Filippo morì assassinato nel 336 e Alessandro
gli successe al trono.
Tornato ad Atene, si dedicò
all’insegnamento nel Liceo, un ginnasio vicino al tempio di Apollo Licio o
anche chiamato “PERIPATO”, passeggiata e luogo di discussione(da qui scuola
peripatetica, perché Aristotele soleva
insegnare passeggiando con i suoi studenti).
Nel 323, morto Alessandro, si
allontanò da Atene, probabilmente perché accusato di empietà a causa dei
rapporti difficili con la monarchia e si ritirò a Calcide, dove morì nel 322
a.C. a 62 anni.
GLI SCRITTI
Nel periodo del suo insegnamento all’Accademia, Aristotele
compose i suoi primi scritti.
I primi di questi dovevano avere
forma dialogica, ma con qualche innovazione rispetto a Platone, per esempio, a
volte appariva lo stesso Aristotele in scena per poter dire la propria
opinione.
Ci sono rimasti di questi primi
scritti soltanto il titolo e qualche frammento.
Alcuni titoli: Sulla nobiltà, Il politico,
Sui poeti, Sul bene, Sulla giustizia,
e il PROTRETTICO
(cioè, esortazione alla filosofia)
indirizzato al re di Cipro, Temisone, era un’opera scritta sotto forma di
lettera dove si presentava la vita filosofica come vita superiore rispetto a
qualunque altra; l’argomento principe era se si deve filosofare, se si deve la
necessità di filosofare va da se, ma anche se si ammette che non si deve , si
deve ugualmente filosofare per dimostrare che non si deve filosofare.
In ogni caso la filosofia è
necessaria.
Accanto a questi scritti, denominati
dagli antichi ESSOTERICI( ovvero
destinati ad un pubblico al di fuori della scuola ), Aristotele scrisse altre
opere dette ESOTERICHE (ovvero
destinate al pubblico della sua scuola) o detti anche ACROAMATICI, destinati all’ascolto. Un buon numero di essi è giunto
a noi, ed è il documento di ciò che egli sostenne e insegnò nel Liceo.
Questi scritti hanno un’impronta
impersonale.
Per la maggior parte furono composti
non proprio per esser letti, ma per servire da canovaccio alle lezioni o per
richiamare punti essenziali di lezioni svolte; forse proprio questo spiega lo
stile conciso , asciutto e a volte oscuro.
Essi potevano anche essere utilizzati
più volte, ecco perché vi sono integrazioni, modificazioni o correzioni, tanto
che a volte appaiono come il prodotto di stratificazioni di testi diversi, si è
pure pensato che in alcuni casi fossero appunti presi da scolari.
L’importanza di questi scritti, che
non possiamo attribuire dunque in tutto e per tutto ad Aristotele, è che ci
permettono di comprendere come Aristotele preparasse le sue ricerche e
le insegnasse.
Dalle tantissime opere di Aristotele
solo verso la metà del I sec. a.C. grazie ad Andronico di Rodi, si ebbe una
sistematicità. Secondo la leggenda, alla morte di Aristotele, il suo
successore, Teofrasto, avrebbe preso le opere del maestro e le avrebbe lasciate
in eredità a Neleo, che a sua volta le avrebbe nascoste.
Anni dopo, Neleo le vendette ad
Apellicone di Teo, che le avrebbe portate ad Atene.
Da qui trasferite a Roma, dove
appunto Andronico le avrebbe sistemate, raggruppandole quelle per argomento
affine sotto un unico titolo e le collegò in una sequenza ordinata dalla
tripartizione corrente della filosofia, in logica, fisica ed etica.
Il termine METAFISICA, ignoto ad Aristotele, fu introdotto come titolo o per
indicare quell’insieme di scritti che trattano questi temi che vengono dopo(in
greco” meta” ) la fisica, oppure perché essi, nell’insieme delle edizioni,
erano intitolati dopo lo scritto intitolato FISICA.
Naturalmente i vari libri di queste
raccolte più ampie sicuramente saranno stati scritti in momenti diversi
dall’attività di Aristotele e non necessariamente in 646e47g dipendenza gli uni dagli
altri, come capitoli di un unico libro.
Gli scritti di Aristotele possono
distinguersi cosi:
1)
Scritti di
logica: raggruppati sotto il titolo di “ ORGANON”
( strumento: del pensiero);
2)
Scritti di
filosofia prima: METAFISICA, in
14 libri, cosi detti perché collocati- nella raccolta generale degli scritti
aristotelici- “ dopo i libri di fisica;
3)
Scritti di
fisica:
a) Sulla natura
in genere,
b) Di zoologia e fisiologia,
c) Di psicologia;
4)
Scritti di
scienze “pratiche” e “poetiche”:
a) Di morale,
b) Di politica,
c) Di estetica e
retorica.
LA CONOSCENZA
Nella
“Metafisica” Aristotele argomenta che l’uomo per sua inclinazione naturale
aspira alla conoscenza e asserisce che esiste una scala gerarchica della
conoscenza: mano a mano che si sale ogni gradino è caratterizzato da un
approfondimento rispetto al precedente.
Nel primo
gradino,il più basso, si trova la SENSAZIONE.
Per Aristotele,
la mente umana prima della sensazione è una “tabula rasa”, prima dell’esperienza sensoriale non c’è nulla,( a
differenza di Platone che invece credeva nella conoscenza ante vitam dell’anima) poiché la conoscenza deriva interamente
dall’esperienza sensoriale.
L’idea empirica
di Aristotele è nettamente opposta all’idea innatista di Platone; si può già
affermare che tutta la filosofia seguente non sarà nient’altro che una variante
di posizioni empiristiche di natura aristotelica ( che sosteneva che la nostra
mente è una tabula rasa) e di posizioni innatiste di natura platonica ( che
sosteneva che nasciamo già con una certa conoscenza nella testa).
Le sensazioni
dell’uomo sono per Aristotele come quelle che hanno gli animali; esistono due
tipi diversi di anime: un tipo più complesso e un altro più semplice.
Per esempio,
l’anima dei vegetali non prova sensazioni a differenza dell’uomo o degli
animali ed è proprio il poter provare sensazioni il punto di partenza per la
conoscenza.
Organo
importantissimo è l’UDITO, poiché
grazie a questo si possono ascoltare i discorsi e questo dimostra quanto era
importante ancora, ai suoi tempi, l’oralità, malgrado si scrivessero molti
libri.
Ma l’organo
indispensabile è per Aristotele la VISTA
poiché più di ogni altro consente di distinguere gli oggetti , infatti
conoscere significa proprio distinguere.
Grosso limite
della sensazione è che coglie solo il fatto e non il perché, per arrivare alla
conoscenza del perché delle cose la strada è molto lunga.
Al secondo
gradino della scala si trova la MEMORIA; infatti l’intelligenza si può sviluppare
solo se accanto alla sensazione vi è la memoria: gli animali non hanno memoria
dunque non hanno intelligenza.
La memoria
consiste nel conservare le esperienze e ricordarne quindi le sensazioni.
Al terzo gradino
vi è l’ESPERIENZA,
non è la singola sensazione ma l’accumularsi di sensazioni grazie alla memoria;
l’esperienza infatti mettendo insieme una serie di casi singoli riesce ad
arrivare ad una forma di generalizzazione.
Un esempio è la
scienza medica, una medicina guarisce una determinata malattia dopo che è stata
provata su più persone.
Aristotele
riconosce grande importanza all’esperienza e asserisce che coloro che sono
esperti, che hanno dunque accumulato tante esperienze, sono migliori rispetto a
quelli che hanno solo studiato; affinché l’esperienza entri in funzione le
esperienze sono fondamentali poiché ci
consentono di
riportare i casi singoli a verità universali.
Un medico che non
ha studiato ma che ha tanta esperienza è un buon
medico, ma un
medico con esperienza e conoscenza è il migliore di tutti.
La tecnè ( la pratica)
è vicina all’esperienza ma essa fa cogliere solo la realtà universale.
Aristotele
parlando di scienze fa una distinzione:
a) le scienze NON
applicabili, ovvero quelle che non producono nulla,
b) le scienze
applicabili, ovvero quelle che producono qualcosa,; queste a loro volta si
suddividono:
1)
necessarie
2)
utili
3)
piacevoli
Esempio, la
scienza del procacciarsi il cibo è necessaria e utile e con la tecnè è
piacevole perché si impara a cucinarlo in modo sempre più buono.
Secondo
Aristotele al di sopra delle tecniche si colloca la conoscenza che mira solo
per se stessa: il sapere per il sapere, è la sophia, il
sapere più sublime cui mira la filosofia.
Per raggiungerlo
però, occorre trovare la “scholè” o
l’”otium” dei latini, ovvero il tempo
libero da ogni attività lavorativa o pubblica.
Questa scienza,
proprio perché non serve a nulla è la più nobile perché non è legata al
rapporto di servitù.
E questo “ non
far niente” o scholè o otium era per i Greci prima e per i
Latini dopo, quella parte dell’esistenza in cui ci si dedicava all’attività
studiosa.
LA CONCEZIONE DEL CITTADINO
Aristotele insiste molto
sul concetto di scholè nelle sue
opere e ciò è dovuto a due fattori
1) la mentalità greca che
era propensa ad esaltare l’otium,
2) Aristotele asserisce che e conoscenze sono
sensibili e di questo mondo, a differenza di Platone che parlava invece di
conoscenze supreme.
Aristotele riconosce
l’uomo-cittadino, ma l’uomo più elevato resta lo studioso.
Bisogna sottolineare però
che Aristotele vive in un periodo storico diverso da quello di Platone, infatti
mentre per Platone era scontato che l’uomo e il cittadino fossero un tutt’uno,
per Aristotele non solo l’uomo può essere uomo senza essere cittadino, ma anzi
nella dimensione di non cittadino è migliore, in quanto ha più tempo per
dedicarsi all’otium.
Infatti il cittadino colto
può avere una preparazione anche filosofica, ma per essere un politico non deve
necessariamente essere un filosofo; viceversa il filosofo può essere felice
anche senza essere politico, restando ai margini della città.
Naturalmente in quanto
uomo anche lui deve esercitare le virtù etiche.
Ma Aristotele stesso non
era un cittadino di Atene, era un meteco, cosi se in Atene non poteva essere un
politico egli poteva vivere in essa la forma più alta di vita, la vita
filosofica.
LA LOGICA E IL LINGUAGGIO
Il motore che dà
il via alla ricerca è per Aristotele la MERAVIGLIA,
infatti essa di fronte agli eventi ed alle cose suscita la domanda “perché?”.
Aristotele cerca
di spiegare com’è fatta la scienza in
alcuni scritti che sono raccolti sotto il titolo di “Organon”.
Il punto di
partenza è per Aristotele, che la
scienza trova la sua espressione nel LINGUAGGIO
e precisamente nei discorsi.
Ma naturalmente i
discorsi sono molteplici, ci sono i comandi, le preghiere, le domande etc…
questi però non fanno parte della scienza, inoltre i discorsi possono essere
pronunciati per scopi diversi, per esempio, per convincere chi ascolta.
Nello scritto “La retorica”, Aristotele si occupa dei
discorsi persuasivi e delle tecniche che si devono usare per pronunciarli nelle
varie occasioni, ovvero quando si devono prendere decisioni importanti, quando
si deve difendere o accusare un imputato in tribunale o per biasimare o lodare
qualcuno.
Ma la scienza non
può limitarsi alla persuasione poiché mira alla verità.
Quindi sarà
costituita di proposizioni suscettibili di esser vere o false, ovvero le
proposizioni APOFANTICHE, che
affermano o negano qualcosa.
Esempio: “Socrate
corre”, “ Il cavallo ha 4 zampe” , sono proposizioni suscettibili di essere
vere o false, infatti la seconda per lo più è sempre vera, la prima è vera solo
nel momento in cui Socrate corre, è falsa quando non corre. Tutto ciò però non
può entrare a far parte di una scienza, i termini che invece vi rientrano sono
i termini
universali
( Es .UOMO)poiché
possono fungere da soggetto e da predicato.
Inoltre per
Aristotele, le proposizioni si possono distinguere in base alla loro modalità;
quindi si avranno proposizioni del possibile ( ciò che non è ma può essere, è
possibile che piova.), del contingente ( ciò che è ma potrebbe non
essere, è contingente che ora piova), dell’impossibile (ciò che non è
e non può essere), del necessario (ciò che è e non può non essere
“2+2=4”).
Lo studio delle
proprietà formali di questo tipo do proposizioni e dei ragionamenti costruiti
con essa è oggi chiamato “LOGICA MODALE”.
Aristotele
stabilisce una serie di relazioni tra proposizioni universali e particolari.
Le proposizioni
contrarie hanno la caratteristica di non poter essere entrambe vere,
ma di poter essere entrambe false ( es: “ tutti gli uomini sono bianchi” e
“nessun uomo è bianco” sono entrambe false, in quanto qualche uomo è bianco e
qualcun altro non lo è).
Le proposizioni
contraddittorie, invece hanno le caratteristiche che necessariamente
sono una falsa e l’altra vera.( es:” tutti gli uomini sono bianchi” e “qualche
uomo non è bianco”, la prima è falsa la seconda è vera, e sempre entrambe non
sono mai vere , né false).
Lo studio,
mediante le formule di ragionamento con le lettere variabili A, B, C, etc…al
posto dei termini è chiamato da Aristotele ANALITICA e per
questo possiamo affermare che egli sia l’inventore della LOGICA FORMALE.
Infatti
avvalendosi delle lettere variabili indaga come sia possibile costruire
ragionamenti corretti; e per Aristotele questi sono ravvisabili nel SILLOGISMO
(ragionamento concatenato).
La struttura del
Sillogismo è DEDUTTIVA ovvero si
parte da realtà universali per giungere a realtà particolari.
Esso è composto
da tre proposizioni, le prime due sono dette premesse, la terza conclusione.
Il sillogismo è
il ragionamento che arriva correttamente alla conclusione partendo dalle
premesse; il sillogismo è tale se nelle due premesse sono presenti e collegati
secondo determinate regole due termini e un terzo termine detto “ TERMINE MEDIO” , che deve essere
presente in entrambe le premesse.
Es di Sillogismo:
I premessa (
maggiore)àtutti gli animali sono mortali
II premessa
(minore) àtutti gli uomini sono animali
Conclusioneà tutti gli
uomini sono mortali
In
questo sillogismo le premesse sono universali e il termine medio è “animali”, è
medio perché consente di collegare tra loro nella conclusione gli altri due
termini.
Ciascuna figura a
sua volta si può articolare in diversi modi , a seconda delle qualità delle
premesse (affermative o negative) e della loro quantità (universali o
particolari). Ma secondo Aristotele solo la prima figura ci consente di
rispondere alla domanda centrale della scienza “perché”.
Infatti se ci si
chiede il perché tutti gli uomini sono mortali, la risposta è indicata nel
termine medio “animali”.
Il fatto che gli
uomini sono animali spiega il perché essi sono mortali:
Dunque se le
premesse sono vere anche la conclusione sarà vera.
Aristotele arriva
alla conclusione che il sillogismo è lo strumento principale della scienza:
dunque la scienza è dimostrazione .
Ma si può dimostrare
tutto?
Aristotele risolve
il problema asserendo che, per evitare di andare all’infinito alla ricerca di
premesse, si deve rintracciare uno strumento diverso dalla dimostrazione, in grado
di cogliere la verità.
Funzione di questo
tipo ha l’INTELLETTO, disposizione
non innata, ma acquisibile copn l’esercizio, a cogliere l’universale pere via
non dimostrativa; infatti esso coglie i principi indimostrabili che stanno alla
base di ogni scienza, per via induttiva, ovvero dal particolare all’universale.
Aristotele distingue
due tipi di principi:i principi propri di ogni singola scienza ( es.
pari, dispari, etc…), e i principi comuni,ovvero
comuni alle singole scienze. Poiché questi non richiedono di essere dimostrati,
ciascuna scienza li usa in relazione gli oggetti specifici di sua competenza.
Il più celebre
principio da cui nessuna scienza può prescindere, per Aristotele, è il principio di non
contraddizione.
Ovvero non è
possibile che A sia contemporaneamente non-A e che A appartenga e non
appartenga al tempo stesso le proprietà
di B.
Per Aristotele
questo principio non è dimostrabile ma è alla base di ogni dimostrazione.
Con la distinzione
tra principi propri e principi comuni, Aristotele riconosce l’autonomia di ogni
singola scienza, e rifiuta così l’idea di un’unica scienza (a differenza di
Platone per il quale esisteva una sola scienza:chi sapeva i principi sapeva
tutto) universale, capace di dedurre la totalità del sapere da una serie di
principi unici.
I principi comuni
detti ASSIOMI, sono oggetto di
indagine e analisi soprattutto della
filosofia, i principi propri sanciscono che ogni scienza si ritaglia un campo
di oggetti di sua competenza, distinti da quelli delle altre scienze.
LA DIALETTICA
Il modello di questa concezione della
scienza è da rintracciare nella
GEOMETRIA. In questo modo, la scienza si presenta come deduzione a partire da ciò che è più universale di ciò che è via via
più particolare.
Questo naturalmente presuppone che il
sapere sia in qualche modo acquisito e
che la dimostrazione sia lo strumento migliore per organizzarlo
sistematicamente, insegnarlo e renderlo pienamente comprensibile.
Ma la dimostrazione non è alla fine
lo strumento che consente di arrivare alla scoperta di tutte le verità.
Tutte le opere di Aristotele iniziano
con la formulazione di problemi, dei
quali ricercare la soluzione.
Nel cercare il sapere gli uomini
partono sempre da ciò che è più vicino a
loro, gli oggetti sensibili, per arrivare a ciò che di per se è più conoscibile
, ossia l’universale, ciò che è vero in tutti i casi, non soltanto nei singoli casi testimoniati
dalle sensazioni.
In questo percorso conoscitivo è
molto importante raccogliere i dati e le osservazioni disponibili, concernenti
il problema in questione.
Aristotele chiama questi dati “ PHAINOMENON”
( letteralmente cose che appaiono).
Essi comprendono non solo le
informazioni che si ottengono attraverso i sensi, quindi l’osservazione
diretta, ma anche le opinioni correnti e quelle avanzate dai competenti in
materia.
Cosi si spiega anche il perché nelle
opere di Aristotele ci siano lunghe dissertazioni dedicate al pensiero di altri
filosofi.
Per Aristotele la conoscenza è una
specie di processo collettivo, nel quale si trovano coinvolti gli uomini del
presente e del passato; infatti per giungere alla conoscenza di un argomento,
bisogna
sapere cosa si dice e cosa è stato
detto su quell’argomento.
Bisogna dunque avere massima fiducia
negli scritti, ed è per questo che è necessario che l’uomo si circondi di
biblioteche del sapere, e non a caso per Aristotele i libri sono essenziali per
la ricerca filosofica come punto di partenza.
Nessuna conoscenza inizia da zero, ma
ad essa bisogna affiancare la discussione dei dati conosciuti grazie alle
ricerche già condotte da altri.
Ecco perché per Aristotele è
importante la DIALETTICA.
Nei suoi scritti “topici”, a
differenza di Platone che riconosce nella dialettica la forma più alta del
sapere, accetta la dialettica come tecnica di discussione delle opinioni
sostenute da tutti coloro che hanno discusso su di un determinato argomento.
Il fatto che queste opinioni siano
riconosciute da consensi comuni o almeno gli individui che ne hanno discusso
sono riconosciuti come uomini saggi, è prova che in esse deve esserci qualcosa
di
vero.
Queste opinioni sono accettate dunque
come premesse per essere discusse alla luce delle conclusioni alle quali esse
conducono.
Aristotele affronta con questa
tecnica tantissimi problemi legati ai campi più diversi del sapere.
LE SCIENZE
Aristotele riconosce l’esistenza di
scienze diverse secondo gli oggetti propri di ciascuna.
In generale, egli distingue due
grandi classi di scienze: quelle che hanno per oggetto il necessario e quelle
che hanno per oggetto il possibile.
Le prime sono le SCIENZE TEORETICHE e riguardano
appunto ciò che è o avviene necessariamente sempre e per lo più allo stesso
modo.
Necessario è ciò che non può essere o
avvenire diversamente da come è o avviene.
Si tratta dunque di domini di oggetti
o eventi caratterizzati da una totale regolarità o con scarse eccezioni.
Essi si distinguono da ciò che è accidentale, ovvero non avviene né sempre né per
lo più allo stesso modo. Nel mondo molti eventi sono accidentali, ma essi non
sono né possono essere oggetto di vera conoscenza, perché di essi non si può
indicare il perché.
Il secondo gruppo è composto dalle SCIENZE PRATICHE o POETICHE, esse
concernono ciò che può essere in un modo o nell’altro.
Questa è la caratteristica propria
dell’azione e della produzione di oggetti.
Essi possono avvenire o non avvenire,
oppure avvenire in un modo o in un altro.
A loro volta azione
( in greco, PRAXIS ) o produzione ( in greco, POIESIS ) si distinguono per il fatto che l’azione ha il proprio
fine in se stessa, ovvero nell’esecuzione dell’azione stessa, mentre la
produzione ha il suo fine fuori di sé, ossia nell’oggetto che essa produce.
Per Aristotele il dominio della
produzione è identificato nella tecnè, in esso
rientra anche la POESIA.
Infatti le produzioni poetiche sono
una forma di imitazione.
In particolare la tragedia è imitazione, in forma drammatica e non
narrativa, di un’azione seria e compiuta in se attraverso una serie di
avvenimenti che suscitano terrore e pietà; il contenuto di essa è il mito.
A differenza di Platone che asseriva
che la poesia produceva passioni incontrollate, Aristotele affermava che la
poesia produce la purificazione ( o catarsi ) dell’anima.
Quindi la poesia è per Aristotele
superiore alla storia, infatti questa non è altro che racconto di eventi
individuali realmente accaduti, mentre la poesia ha per oggetto ciò che può con
verosimiglianza accadere.Il fine delle scienze teoretiche è la verità.
Per Aristotele esse sono la FISICA, la MATEMATICA,
e la FILOSOFIA PRIMA.
La FISICA studia ciò che è, in
quanto però suscettibile di movimento e mutamento, essa studia gli enti
naturali che hanno in se il principio del loro movimento e della loro quiete
A differenza di Platone che aveva
negato la conoscenza autentica degli oggetti del mondo sensibile, Aristotele
riconosce la fisica come scienza.
La MATEMATICA, studia ciò che è
sotto l’aspetto della quantità: le grandezze geometriche che godono della
proprietà del continuo ovvero di essere
divisibili all’infinito, e i numeri che costituiscono un insieme non continuo,
infatti tra un numero e il successivo non è possibile trovare qualcosa
d’intermedio; a differenza delle grandezze geometriche essi sono addizionabili
all’infinito.
Nell’ambito della matematica è dunque
pensabile l’infinito, inteso non come estensione infinita, ma come infinita
addizionabilità o divisibilità.
Aristotele dunque a differenza di
Platone ( che riteneva che le grandezze geometriche e i numeri avessero
un’esistenza autonoma) pensava che esse sono ciò che risulta da un’operazione
di astrazione intellettuale compiuta dal matematico.
La FILOSOFIA PRIMA studia
l’essere in quanto essere. In seguito sarà chiamata metafisica.
ESSERE E SOSTANZA
La METAFISICA
studia tutto l’essere in quanto essere ma studia anche l’essere che esiste ed è
immutabile ( la divinità ), in pratica studiamo la metafisica come ontologia:
se è studio dell’essere in quanto essere si occupa anche di oggetti fisici.
Ma che cos’è l’essere?
L’essere può essere ricondotto alla
sostanza. Aristotele per rispondere si pone un problema : “essere” ha
significato “ univoco “ o “ biunivoco” e risponde che non ha solo significati
analogici; es, l’aggettivo “ salutare” riconduce al fatto che è salutare tutto
ciò che ha a che fare con la salute, è un termine che non è univoco né
biunivoco, ma analogico perché non ha sempre lo stesso significato, ma i
significati sono vicini l’uno all’altro perché si riferiscono tutti ad un unico
concetto: la salute.
L’essere è analogico, infatti tutti i
significati di essere riconducono alla “ sostanza “, che è il significato più
importante.
Aristotele suddivide 8 CATEGORIE
inizialmente, per classificare i predicati,
in seguito ne aggiunse altre 2 raggiungendo la cifra di 10.
Es: SOCRATE:
SOSTANZA: socrate
QUANTITA’: 1 metro e 50
QUALITA’: bianco o filosofo
RELAZIONE : figlio di Sofronisco
LUOGO: in carcere
TEMPO: l’anno della morte
SITUAZIONE: star seduto
AVERE: un mantello
AGIRE: bagnare
SUBIRE: essere bagnati
Tra le categorie la più importante è
la sostanza, tutte le altre devono essere predicate di qualcosa, sempre in
riferimento ad una sostanza.
Ma la stessa cosa non vale per tutte
le sostanze e Aristotele nello scritto “ SULLE CATEGORIE” distingue sostanze prime e sostanze
seconde.
La SOSTANZA PRIMA es, “ questo uomo qui” , non può non essere predicata
di un’altra sostanza né esistere in un’altra sostanza.
Le SOSTANZE SECONDE, ossia le specie (
es, uomo) e i generi ( animale), possono essere predicate dalle sostanze prime.
Nella Metafisica non vi è questa distinzione
tra le sostanze, ma il significato primario di “essere”, quello a cui tutti gli
altri si riconducono, continua ad essere ricercato nella sostanza.
Infatti di essa si dice che è, tutti
gli altri si dice è perché è proprietà di sostanze.
Esiste un movimento perché vi è una
sostanza che si muove.
Le sostanze vere e proprie non sono
in funzione di nessun’altra sostanza.
Una sostanza ha molte proprietà
accidentali, ossia proprietà che essa può avere o non avere, senza che comunque
crearla o non comprometta il suo essere quella sostanza determinata.
I predecessori di Aristotele
sostenevano idee diverse su questo, alcuni le avevano ravvisate nei numeri,
altri nei materiali di cui sono fatte le cose, Platone le aveva chiamate Idee.
Aristotele le respinge tutte e
asserisce che le sostanze sono gli animali, le piante, i corpi celesti e tutte
le cose prodotte dalle tecniche, ovvero tutto ciò che è possibile percepire.
Sono dunque gli oggetti di cui si
occupano le scienze.
CAUSE E MOVIMENTO
Proprietà fondamentale di queste
sostanze è il MOVIMENTO.
La fisica,ovvero la scienza della
natura studia le sostanze sotto
l’aspetto del movimento.
In realtà il termine greco “kunesis”che
noi traduciamo con il termine movimento, significa mutamento.
In effetti il movimento non è altro
che un tipo di mutamento che per lo più è di luogo.
Aristotele distingue 4 tipi di
mutamento.
1) mutamento
sostanziale ovvero il nascere e il morire a cui sono soggette le sostanze ( esclusi i
corpi celesti)
2) mutamento
quantitativo aumentare o diminuire
3) mutamento qualitativo l’assunzione di una
determinata caratteristica, raffreddarsi, riscaldarsi…
3) mutamento
di luogo ovvero il mutamento locale
Per Aristotele la
natura è il principio del mutamento e della quiete, tutto ciò che ha in se
questo principio è detto appunto NATURALE.
Il movimento e il
mutamento comportano la transizione di qualcosa che è detto SOGGETTO.
Per dare una
spiegazione a questo passaggio Aristotele asserisce alcuni concetti
importantissimi della sua filosofia.
Tutte le
sostanze, siano esse naturali, siano esse artificiali, sono composte, sono un SYNOLON, un insieme.
Esse hanno una
materia e una forma che costituiscono una sostanza: es, una palla di marmo, può
esser divisa in materia ( il marmo) e la forma ( la palla).
Queste sono
componenti logiche della nozione di sostanza, infatti per spiegare che cos’è la
palla di marmo bisogna menzionare sia la materia sia la forma da cui essa è
costituita.
Inoltre, le
sostanze sono il risultato di un processo di generazione.
La GENERAZIONE
è il processo che fa si che una determinata materia assuma una determinata
forma.
Il marmo può
essere trasformato in una miriade di forme, non solo a palla, ciò significa,
per Aristotele che la materia è POTENZA.
Quando la materia
riceve una forma determinata allora si dice che è passata all’ ATTO.
Il mutamento è
l’attuazione di ciò che è potenziale.
Secondo
Aristotele l’atto è per logica prioritario rispetto alla potenza, inoltre esso
antecede alla potenza anche nel tempo.
Es. l’uomo genera
un altro uomo.
In questo modo
Aristotele dimostra che il divenire non è il passaggio dal non essere
all’essere, ma dall’essere in un certo modo ( potenza) all’essere in un altro
modo(atto).
Aristotele
sostiene che è la CAUSA che fa si che ciò avvenga. Platone aveva
indicato le Idee come causa di tutto, Aristotele invece non riconosce
l’esistenza di entità intelligibili, infatti per
spiegare come si
generano e vengono ad essere le entità del mondo sensibile, egli introduce una
pluralità di cause.
Individua infatti
4 tipi di cause:
1) causa materiale indica ciò di cui una cosa è fatta (
una palla di marmo)
2) causa efficiente ( o motrice ) indica ciò che mette in
moto la cosa, ciò che fa avvenire il processo ( nel caso della palla, lo
scultore)
3) causa formale la forma che acquisirà la materia (
forma di palla)
4) causa
finale indica
lo scopo per cui la palla è fatta ( per ornamento)
Dunque la palla è
la causa finale del processo.
Tutte queste
considerazioni, per Aristotele sono valide per tutto l’agire umano, che è
diretto con intenzione verso diversi scopi, ma valgono anche per le entità del
mondo naturale.
C’è invece
differenza nel caso della natura, infatti il processo è interno, immanente,
agli oggetti naturali e non esterno come nelle produzioni tecniche.
DIO E LA NATURA
Tutto nella
natura è moto ma ogni movimento presuppone un motore come causa: niente può
muovere se stesso.
Ciò che muove è
mosso a sua volta e così via all’infinito.Ma per Aristotele non è ammissibile
un processo all’infinito; ci deve essere un Motore Immobile.
Dunque il primo
motore immobile, DIO, deve essere considerato come Atto Puro, che non ha nulla
in se di virtuale, forma pura di qualsiasi materia, percezione assoluta, non
soggetto perciò al divenire.
Ma se Dio è immobile
come può muovere il mondo?Aristotele risponde che esso non può agire sul mondo
se non come causa finale, come scopo supremo, oggetto dell’aspirazione di tutti
gli esseri.
Muove il mondo
rimanendo esso stesso impassibile e immutato, lo muove per attrazione, come
l’amante viene attratto dall’oggetto amato.
Tutto l’universo
è pervaso dal desiderio di Dio: tutto ciò che nell’universo è fatto secondo
natura, ha per fine Dio.
E Dio contiene in
se, nella sua pura realtà, tutte le forme degli esseri inferiori.
Resta dunque vivo
il dualismo platonico tra il mondo reale e il mondo sensibile, tra Dio e
l’universo.
Tra i due limiti
estremi del divenire universale, quello inferiore della materia prima e quello
superiore del primo Motore immobile, esiste il mondo degli esseri composti di
materia e di
forma.
Questi
costituiscono la NATURA.
La Natura, regno
del movimento, è una sfera perfetta, nella quale si distinguono due mondi
nettamente contraddistinti : il mondo celeste e quello terrestre.
Il mondo celeste è costituito dal cielo, dalle stelle
fisse e dai cieli dei 7 pianeti; tutte le sfere trasparenti alle quali sono
fissati gli astri, tutte concentriche, ognuno animata e mossa da un
essere divino,
fornito di ragione in grado superiore all’uomo.
Il cielo è formato
da un elemento incorruttibile l’ ETERE ( la quinta essenza) e quindi è
intrinsecamente immutabile.
Il mondo terrestre è formato dalla terra; immobile
poiché in essa si è spenta ormai l’azione diretta del cielo delle stelle fisse;
essa è costituita dai 4 elementi
tradizionali che hanno solo
movimento
rettilineo.
La terra e
l’acqua, essendo pesanti, si muovono dall’alto verso il basso, dalla
circonferenza verso il cielo; l’acqua e il fuoco, invece si muovono dal centro
alla periferia e sono perciò leggeri.
L’ANIMA
Il principio
interno che agisce determinando la costituzione e il moto del corpo organico,
servendosi delle sue parti come i suoi “organi” è l’ ANIMA.
Questa è causa
motrice e finale del corpo.
Il rapporto tra
corpo e anima è quello di materia e forma, di potenza e atto.
Dunque non si può
considerare l’anima come una sostanza a se, che possa sussistere
indipendentemente dal corpo.
Corpo e anima
formano un’unità indissolubile.
Gli esseri
viventi non hanno tutti la stessa “natura”.
Da ciò i 3 gradi
fondamentali della vita psichica, o le 3 specie di anime:
a) vegetativa propria delle piante, capace
di compiere le funzioni della nutrizione
e della generazione
b) sensitiva che negli animali supera e
assomma in se la vegetativa e rende
loro possibili le sensazioni.
c) Intellettiva
o razionale che nell’uomo supera e assomma in se le
facoltà delle altre due e lo rende capace di conoscenza e moralità.
L’uomo dunque
risulta ancora una volta lo scopo finale della natura, che accoglie in se i
principi vitali e animatori che negli esseri inferiori sono separati.
ETICA
L’uomo è fatto
oltre che per conoscere, anche per agire: nel conoscere apprendiamo la realtà
qual è, nell’agire tendiamo modificarla per adattarla ai nostri bisogni e ai
nostri fini.
Le nostre azioni
possono essere volontarie e involontarie.
Per Aristotele
volontario è ogni atto che corrisponde a queste 2 condizioni:
1) che abbia il
suo principio non in una forza che per costrizione s’imponga dal di fuori al
soggetto ma scaturisce dall’intimo di lui
2) che non sia attività cieca,
ma diretta dalla conoscenza del bene.
Quindi volontarie
sono anche le azioni determinate da emozioni quali l’ira e la cupidigia,
volontarie sono anche quelle azioni che pur essendo contrarie ai nostri desideri,
vengono da noi
preferite ad
altre.
Per Aristotele il
fine assoluto di ogni azione è la FELICITA’.
Tutto ciò che
vogliamo lo vogliamo per esser felici e chi è felice non ha bisogno d’altro.
La felicità è
dunque un bene perfetto e sufficiente a se stesso. Ma il concetto di felicità
resta indeterminato finché non si specifica qual è il genere di attività nella
cui perfetta esplicazione la felicità si raggiunge.
Per ogni essere,
il bene consiste nella realizzazione della sua propria natura, nell’attuazione
di tutte le virtualità che gli sono essenziali.
La felicità
dell’uomo è l’attività razionale dell’anima, secondo la “virtù”che le è
propria, ossia secondo ragione
Essa è dunque il
piacere; il piacere è il completamento dell’atto.
La felicità
consiste nella consapevolezza della propria virtù.
La ragione
dell’uomo ha 2 compiti quello di contemplare la verità o quello di regolare
e disciplinare gli appetiti contrastanti, costituendo la condotta umana: i
BUONI COSTUMI.
Dunque Aristotele
distingue 2 ordini di virtù:
1) Virtù DIANOETICHE sono quelle che concernono
la ragione e comprendono la virtù della
SAPIENZA che è insieme intuizione dei supremi principi di
verità- intelletto – e raziocinio
discorsivo, che deriva da quei principi
conseguenze necessarie- scienza –
Vi è inoltre
l’ARTE che determina la produzione di qualcosa.
Infine vi è la
SAGGEZZA che segna il passaggio all’altro gruppo
2) Virtù ETICHE tipici esempi di queste sono :
a)
la fortezza e il coraggio, giusto mezzo tra l’audacia
o temerarietà ( eccesso) e la timidezza o viltà ( difetto)
b)
la temperanza giusto mezzo tra l’insensibilità e la sretolatezza del godimento dei piaceri
c)
la liberalità giusta misura tra prodigalità e avarizia
d)
la magnanimità, giusto mezzo tra la presunzione e la
pusillanimità.
Infine la virtù è un modo di essere
della volontà.
Un’azione non è virtuosa, le singole
azioni sono virtuose nella misura in cui in esse si rivela un “ carattere
virtuoso”.
POLITICA
Al conseguimento della sua felicità l’uomo può
giungere solo nella convivenza sociale: è nella sua stessa natura
l’inclinazione alla vita in società, egli è l’ ANIMALE POLITICO per eccellenza,
e quindi solo in società può attuare il suo perfezionamento morale.
Chi non ha
bisogno di vivere in società non è uomo, o è una belva o è un dio.
L’individuo isolato non basta a se stesso, non
possiede quell’autarchia che è segno di perfezione.
Quest’autarchia invece possiede la società, e più
particolarmente quella forma di organizzazione sociale che è la più alta tra
tutte, lo Stato.
Lo Stato è il fine verso cui tende lo sviluppo della
realtà umana , il coronamento di esso,
ciò in cui si realizzano tutte le virtù dell’uomo.
Lo Stato costituisce , ultimo nel tempo, perché è
l’organizzazione più complessa.
Nella definizione del suo Stato, Aristotele polemizza
con Platone circa la sua utopistica Repubblica.
Particolarmente la soppressione della famiglia e della
proprietà privata è oggetto delle sue critiche : essa più che rafforzare
disgregherebbe la comunità politica.
Il fine dello Stato è la felicità dei cittadini: esso
deve fornire i mezzi e imporre norme affinché l’uomo possa realizzare se
stesso.
Non tutti gli individui sono uguali per natura, vi
sono individui incapaci di regolarsi da se e hanno bisogno di un padrone,
questi sono gli schiavi.
La schiavitù per Aristotele è legittima, in quanto
consacra disuguaglianze di natura.
Lo Stato deve curare che tali disuguaglianze siano
rispettate; la giustizia - virtù propria dello Stato- stabilisce nella società
un ordine per cui ad ognuno è assegnato il posto e la funzione di cui ècapace.
Aristotele distingue 3 forme di Stato:
1) monarchia potere di uno solo
2) aristocrazia
potere di
pochi ( i migliori )
3) democrazia
potere di tutti ( i liberi )
Ciascuna è buona o cattiva secondo le condizioni
storiche e culturali.
Queste 3 forme di Stato rispondono a diverse esigenze,
tutte per se stesse legittime.
Per Aristotele superiore a tutti è la democrazia,
nella quale i cittadini sono soggetti ad ottime leggi.
Tutte e 3 queste forme di governo però possono dare
luogo a forme degenerative:
la monarchia alla tirannide,
l’aristocrazia alla oligarchia,
la democrazia alla demagogia.