W.R.D. FAIRBAIRN.
In
una serie di scritti risalenti agli anni 50, Fairbairn elaborò una prospettiva
teorica che offre l’espressione più pura e chiara dello spostamento dal modello
strutturale delle pulsioni al modello strutturale delle relazioni.
L’approccio
di Fairbairn contrasta decisamente anche con le teorie degli altri teorici
inglesi, come la Klein
e Winnicott, nonché con quelle dei seguaci della tradizione della psicologia
dell’io americana, i quali, in un modo o nell’altro, tentavano di conservare quanto
più possibile della teoria classica.
Fairbairn
comincia a sferrare il suo attacco proprio al cuore della metapsicologia
freudiana, la teoria della libido e quella dello sviluppo psicosessuale, contestandone
gli assunti e i principi fondamentali.
Secondo
lui, i presupposti di base e i supporti concettuali della libido e della teoria
dello sviluppo psicosessuale rappresentano accentuazioni mal proposte e
incomprensioni di fondo a proposito dell’esperienza e della motivazione umana.
I
suoi primi lavori furono scritti in un’ottica kleiniana ed anche
successivamente si servì del suo linguaggio, in particolare dei termini che si
riferiscono alle relazioni oggettuali interne.
Fairbairn
cambia il significato di tutti i termini e dei concetti principali mutuati
dalla Klein; la sua ampia visione dell’esperienza umana si differenzia, negli
aspetti basilari, da quella di lei.
Un
principio centrale nell’interpretazione di Fairbairn della psicopatologia è
quello in base al quale tutte le parti dell’io sono sempre legate ad oggetti.
In
effetti, la psicopatologia è vista fondamentalmente come un tentativo dell’io
di perpetuare vecchi legami e speranze, rappresentati da oggetti interni.
Un’altra
ragione che spiega la poca conoscenza di Fairbairn è legata al suo modo di scrivere;
pur avendo raccolto i suoi contributi più importanti in un unico volume, non li
rielaborò mai in una teoria coerente e generale, ma li lasciò nella forma e
nell’ordine cronologico originari.
Di
conseguenza, il lettore si trova di fronte non ad una singola teoria,ma ad una
serie di formulazioni differenti,con obbiettivi differenti,anche se
collegati,che girano di continuo intorno allo stesso argomento, pur non essendo
del tutto coerenti tra loro.
Come
sottolinea egli stesso più volte offre “non l’elaborazione sistematica di un
punto di vista già stabilita,ma la progressiva evoluzione di una linea di
pensiero”.
Un
altro problema degli scritti di Fairbairn è la sua tendenza ad essere astratto
ed eccessivamente sistematico.
Tratta
questioni teoriche piuttosto vaste, senza completarle con riferimenti e
implicazioni cliniche.
-TEORIA DELLA MOTIVAZIONE:
Al
centro dei vasti contributi di Fairbairn troviamo la critica e la
riformulazione della teoria classica della motivazione:la teoria pulsionale.
L’unità
motivante di base,nella teoria pulsionale,è l’impulso.
Gli
impulsi sono derivati dalle tensioni pulsionali; forniscono l’energia che
alimenta tutte le attività dell’apparato psichico.
Fairbairn
faceva rilevare che la sorgente dell’energia motivante restava sia nella teoria
classica che in quella della Klein l’impulso istintuale.
Secondo
Fairbairn i presupposti di fondo su cui si basa la teoria delle pulsioni sono
erronei e fuorvianti;nel senso più ampio considera il suo lavoro come una
“reinterpretazione delle opinioni di Freud”.
Il
primo gradino in questa reinterpretazione era la “ricomposizione e il
riordinamento della teoria libidica”.
All’interno
del sistema di Freud la caratteristica più saliente e costante del
funzionamento dell’apparato psichico è la spinta verso la regolazione delle
tensioni, altrimenti nota come principio di piacere.
Lo
scopo ultimo degli impulsi è una riduzione della tensione corporea,sperimentata
come piacere.
Gli
impulsi vengono diretti verso oggetti esterni soltanto quando questi oggetti si
presentano e si dimostrano utili nella riduzione della tensione.
Fairbairn
fondava il suo disaccordo con la teoria pulsionale su due principi basilari: la
libido non è ricerca di piacere, ma ricerca di oggetto,l’impulso è inseparabile
dalla struttura.
Il
primo di tali principi può essere considerato un’estensione delle correzioni
apportate dalla Klein alla teoria della pulsione.
Secondo
la Klein gli
oggetti non vengono annessi agli impulsi in un secondo tempo,attraverso
l’esperienza, ma sono incorporati negli impulsi fin dall’inizio.
Per
lei, nonostante i cambiamenti sottili e velati nella natura del concetto di
pulsione, la meta fondamentale dell’impulso è ancora chiaramente il piacere; l’oggetto
è solamente un mezzo verso questo fine.
Fairbairn
capovolge questo rapporto mezzo/fine, l’oggetto non soltanto è incorporato
nell’impulso fin dall’inizio ma la principale caratteristica dell’energia
libidica è proprio la sua qualità di ricerca oggettuale.
Il
piacere non è l’obbiettivo finale dell’impulso ma un mezzo per raggiungere il
suo vero fine.
Il
secondo principio su cui Fairbairn fonda la sua revisione della teoria libidica
è il concetto di inseparabilità, di energia e struttura.
Secondo
Fairbairn la separazione tra energia e struttura deriva da una visione
ottocentesca del mondo fisico,in cui l’universo è concepito come un
“conglomerato di particelle inerti,immutabili e indivisibili”.
Questa
separazione tra struttura e funzione , tra massa ed energia, non concorda
affatto con la fisica del Ventesimo secolo,che ha dimostrato come massa ed
energia siano la stessa cosa. 616i83g
Dal
punto di vista di Fairbairn,la distinzione freudiana tra es e io e la sua
visione dell’impulso come un’energia senza direzione, che viene secondariamente
legata ad oggetti, comporta un uso sbagliato del linguaggio.
Quel
che la metapsicologia classica fa è prendere la persona umana, che è energia operante
con una direzione e sovrapporre a questo processo umano una distinzione
artificiale tra l’attività e l’energia,che presumibilmente l’alimenta.
Per
Fairbairn la visione dell’io come apparato, come struttura senza energia, è una
distorsione linguistica dell’attività umana originaria, dotata di energia e
struttura.
Quindi
non c’è una separazione tra l’io e l’es.
Secondo
il modello classico strutturale delle pulsioni, il bambino nasce, fondamentalmente,
senza relazioni con altri e cerca una riduzione della tensione; si mette in
relazione con gli altri soltanto in un secondo tempo perché gli sono utili per
ridurre le tensioni e perché provvedono al suo piacere.
Secondo
Fairbairn il bambino è orientato verso glia altri fin dalla nascita e la sua
ricerca di relazione ha radici adattative nella sua sopravvivenza biologica.
Il
bambino, dice Fairbairn,per quanto riguarda l’orientamento verso la realtà è al
livello degli animali inferiore.
Il
caos apparente e il comportamento casuale dei primi mesi non riflettono uno
stadio primario “narcisistico” o auto-erotico, in cui il bambino non è,per il
soddisfacimento dei suoi bisogni, orientato verso oggetti; l’apparente
casualità riflette semplicemente l’inesperienza.
Senza
schemi di comportamento precostruiti il bambino ha bisogno di tempo per
imparare come prendere contatto con la madre e organizzare le sue relazioni con
essa.
Lo
spostamento teorico proposto da Fairbairn ha implicazioni che non riguardano
solo i primi mesi di vita ma anche le forze essenziali della motivazione
adulta.
Fairbairn
ipotizza che il comportameno e le esperienze degli esseri umani non derivino da
un complesso di tensioni senza una direzione, che cercano sollievo, che non
siano costituiti da una sete di svariati piaceri corporei che, in un secondo
tempo, si modificano e si trasformano in comportamenti socialmente accettabili
e desiderabili.
L’esperienza
e il comportamento umano, invece, derivano fondamentalmente dalla ricerca e
dalla conservazione di contatti con altri.
Il
processo analitico non consiste in una risoluzione di un conflitto inconscio
degli impulsi alla ricerca del piacere, ma in un processo attraverso il quale
viene ripristinata la capacità di avere un contatto diretto e pieno con altri
essere umani reali.
Ecco
quindi che il cambiamento nei principi motivanti teorici, proposto da
Fairbairn, non è affatto superficiale: propone infatti, una struttura
concettuale differente in cui inquadrare la totalità delle esperienze umane.
Fairbairn
non nega l’importanza del piacere ma lo colloca in un contesto diverso, in cui
esso è visto come un mezzo per un fine, come un indicatore dell’oggetto
piuttosto che come un fine in se stesso.
Il
corpo offre l’opportunità diversi tipi di attività e di piaceri sensuali, soprattutto
attraverso le zone erogene che vengono usate dall’io, alla ricerca di oggetti, come
occasione di contatto, modalità per stabilire una relazione con altri.
Le
diverse zone del corpo non producono “pacchi” di tensione, che esige di essere
alleviata, ma offrono strade verso l’oggetto.
Il
primo oggetto per il bambino è il seno della madre ed egli cerca il contatto
con esso per assicurarsi lo sviluppo e la sopravvivenza sia biologici che
emotivi.
Cerca
il seno e i suoi riflessi orali innati lo rendono capace di mettersi in
relazione con esso e di usarlo.
La
bocca, nei primi mesi di vita, diventa la “zona” principale, perché è la parte
del corpo più adeguata sia a prendere contatto col seno, sia ad instaurare con
esso una relazione di piacere reciproco.
Il
bambino usa la bocca al servizio della sua “ricerca del seno”.
Mentre
nello schema di sviluppo Freud/Abraham il “primato genitale” era visto come
l’evoluzione cruciale e la maturità di relazione veniva considerata come una
derivazione secondaria di questo primo traguardo, per Fairbairn è invece
cruciale e primaria la capacità di intimità, e la possibilità di un
funzionamento genuinamente genitale è una conseguenza di tale capacità di
stabilire una relazione di intimità e di reciprocità.
Per
Fairbairn sono primarie le relazioni con gli oggetti significativi: le “zone”
sono semplicemente canali e strumenti per queste relazioni.
In
uno scritto sull’isteria Fairbairn definisce il processo di conversione
isterica la sostituzione di stati emotivi con tensioni corporee.
La
deprivazione emotiva e i desideri inappagati sono trasformati in tensioni e
bisogni fisici.
La
teoria classica delle “zone erogene” è il prodotto di un processo di
conversione isterica.
Nella
teoria motivazionale Fairbairn dà un grande rilievo all’importanza clinica
dell’aggressività.
Per
lui l’aggressività non è una trasformazione della libido ma attinge ad essa la
propria energia.
Tale
energia, sebbene qualitativamente differente dalla libido, esiste solo come
potenziale, non come una pulsione che esige di esprimersi.
L’aggressività
si serve di specifici strumenti corporei per elaborare le sue mete.
Fairbairn
riteneva che l’aggressività non è un fattore motivante primario.
Piuttosto
che nascere spontaneamente è una reazione alla frustrazione della meta
motivante primaria.
Così,
l’aggressività non è “naturale” ma è un derivato secondario della mancanza di
soddisfacenti relazioni oggettuali.
Sebbene
non abbia una forza motivante primaria,essa assume un enorme significato
clinico.
A
causa dell’impatto diffuso e distruttivo della civilizzazione sul naturale
sviluppo della diade madre-figlio ,l’aggressività intensa è un fattore cruciale
che l’io deve affrontare nella sua lotta per mantenere buone relazioni
oggettuali.
-TEORIA DELLO SVILUPPO:
nella
visione di Fairbairn la caratteristica centrale dello sviluppo emotivo è una
sequenza maturativa naturale di relazioni con altri.
La
psicopatologia è caratterizzata da disturbi in questa sequenza naturale di
relazioni,cioè da una proliferazione di relazioni con oggetti interni
compensatori e da una conseguente frammentazione interna.
Per
Fairbairn l’evoluzione dell’uomo attraversa diversi stadi.
Gli
stadi non sono basati sulla maturazione di zone corporee,ognuna delle quali
predomina in sequenza,ma sulla maturazione i modalità diverse di relazione con
altri.
Quello
che cambia non è la parte del corpo che funge da punto focale della tensione
sensuale, ma la qualità e la complessità delle relazioni con gli altri.
Secondo
Fairbairn questa sequenza è composta da tre grandi fasi;
il
primo periodo di dipendenza infantile;una fase di transizione;uno stato di
maturità,che chiama “dipendenza matura”.
Poiché
la fase di mezzo ha la funzione da ponte, lo sviluppo normale consiste
essenzialmente in un graduale processo, tramite il quale una modalità
infantile,dipendente,di relazione con altri viene sostituita da una capacità di
reciprocità adulta.
L’elemento
chiave,in questa transizione, è il processo di separazione.
La
descrizione di Fairbairn dello stato psicologico dei primi mesi di vita del
bambino è imperniato sull’esperienza di fusione con la madre.
I
primi mesi di vita sono caratterizzati dal perpetuarsi dello stato mentale
esistente prima della nascita in cui il bambino si trova in uno stato di
fusione con la madre talmente totale da precludergli ogni pensiero di
differenziazione dal corpo materno.
Fairbairn
chiama la modalità relazionale, attraverso la quale il bambino piccolo sperimenta
contatti con altri durante questo periodo,”identificazione primaria”, che
definisce come “l’investimento di un oggetto che non è stato ancora
differenziato dal soggetto che investe”.
La
tendenza a fondersi con la madre deriva dalla totale e incondizionata
dipendenza del bambino.
La
sua sopravvivenza dipende dalla presenza e dalle cure della madre, ed egli
sperimenta o se stesso in armonia con sua madre o se stesso che tenta di
esserlo,attraverso le principali modalità relazionali di cui può disporre.
I
primissimi mesi di vita, che per i teorici classici consistono in un
“narcisismo primario”, in cui tutto l’amore del bambino è diretto verso sé
stesso, sono per Fairbairn caratterizzati da una fusione totale con la
madre,uno “stato d identificazione con l’oggetto”.
Fairbairn
definisce il pieno sviluppo emotivamente sano, lo stadio della “dipendenza
matura”.
Gli
adulti sani sono emotivamente dipendenti l’uno dall’altro.
Nella
maturità la dipendenza è condizionabile, con altri oggetti sempre
potenzialmente disponibili, mentre il bambino è incondizionatamente dipendente
dai suoi unici oggetti:i genitori.
Per
Fairbairn la genitalità non è la base di un’intimità adulta ma soltanto un
canale per la sua espressione.
L’adulto
sano non dovrebbe avere bisogno di attaccamenti compensatori ad oggetti
interni,e l’energia libidica sarebbe completamente disponibile per contatti e
scambi con altri esseri umani reali.
La
fasi di transizione fa da ponte tra le relazioni oggettuali basate sulla
dipendenza infantile e quelle basate sulla dipendenza matura.
Questo
implica una rinuncia ad attaccamenti compulsavi ad oggetti, basati su
identificazione e fusione primaria, in favore di relazioni basate su
differenziazione e scambio.
Questo
rappresenta un gradino evolutivo estremamente difficile da raggiungere, e in
realtà non lo si raggiunge mai del tutto; la grande paura è quella della
separazione e della perdita totale degli oggetti.
Dal
punto di vista di Fairbairn l’io ha bisogno di oggetti per sopravvivere.
Per
raggiungere la maturità, il bambino deve rinunciare alle sue relazioni
dipendenti con i genitori reali, esterni,e sperimentare se stesso come
pienamente differenziato e separato da loro,e deve anche rinunciare al profondo
attaccamento ai suoi oggetti interni compensatori, che gli hanno dato il senso
di sicurezza e di continuità che maniaca nelle reali relazioni con i genitori.
Perché
questo processo cruciale possa aver luogo, il bambino deve sentirsi amato in
quanto persona e credere che il suo proprio amore sia ben accolto e apprezzato.
Con
la rinuncia agli oggetti interni infantili viene superata la scissione dell‘ io
e ne vengono ripristinate l’integrità e la ricchezza originali.
Se
manca il senso di fiduciosa possibilità,se il bambino sente che la rinuncia
all’attaccamento infantile ai genitori e ai suoi oggetti interni non sfocia in
nuove relazioni,ma in isolamento e mancanza di contatto, l’attaccamento rimane
e la fase di transizione non viene mai portata a compimento.
Le
dinamiche anale e fallica sono ridefinite da Fairbairn :non sono più
considerate “organizzazioni” ma veicoli per i conflitti del bambino,durante la
fase di transizione,tra il desiderio di abbandonare gli attaccamenti e gli
oggetti interni dell’infanzia e la spinta a rimanere legato ad essi.
Feci
e pene assumono significati orali:l’intenso desiderio di non abbandonare gli
attaccamenti infantili viene trasmesso attraverso fantasie ritentive.
Le
fantasie falliche vengono spesso usate al servizio di dinamiche orali;le
relazioni sessuali sono sperimentate come una transazione essenzialmente orale.
I
genitali dell’oggetto vengono identificati con il seno,quelli del soggetto con
al bocca.
-STRUTTURAZIONE PSICHICA:
Fairbairn
immagina un io unitario, integrato, con una propria energia libidica, che cerca
relazioni con oggetti esterni reali; se questi contatti sono soddisfacenti l’io
rimane integrato e intero.
Relazioni
insoddisfacenti con oggetti esterni naturali rendono necessario che l’io
costruisca oggetti interni compensatori.
L’io
di Fairbairn è il sé psichico primario, nella sua originaria globalità, un
tutto che, dopo la nascita si differenzia in paradigmi strutturali organizzati
sotto l’impatto di un’esperienza di relazioni oggettuali.
Nella
visione di Fairbairn la relazione con la madre ha due caratteristiche
fondamentali: una componente gratificante e una componente non gratificante.
L’aspetto
non gratificante è ulteriormente divisibile perché non consiste semplicemente
in un rifiuto ma in un rifiuto successivo a un senso di speranza o promessa.
Così,
il bambino nei confronti della madre ha tre diverse esperienze: madre
gratificante, madre allettante, madre deprivante.
Quando
la relazione originale con la madre reale, esterna, diventa insoddisfacente, viene
internalizzata.
Il
risultato quindi non è una singola relazione interna ma tre, che corrispondono
alle tre caratteristiche della relazione esterna con la madre.
I
tre distinti oggetti interni vengono chiamati da Fairbairn l’oggetto
ideale,l’oggetto eccitante,l’oggetto rifiutante.
Mano
a mano che ciascuna di queste caratteristiche della madre viene internalizzata
e stabilita come oggetto interno, una parte dell’io integrato, diretto
all’esterno, è scissa dalla sua unità originaria, per essere legato ad essa in
una relazione oggettuale interna.
La
parte dell’io che viene legata ed identificata con l’oggetto eccitante e che,
di conseguenza, è in perpetua ed avida ricerca dell’allettante promessa di
relazioni, viene chiamata da Fairbairn “ io libidico”.
L’
“io libidico” è quella parte dell’io originale del bambino, che non ha
rinunciato ai desideri e alle richieste insoddisfatte di dipendenza infantile.
Esso
brama un’unione con l’oggetto eccitante, in forma di relazione oggettuale
interna, poiché il desiderio inappagato e nostalgico di gratificazione reale
con la madre è diventato troppo doloroso.
Quindi
rimane in relazione perpetua, deprivata, con l’oggetto eccitante.
La
promessa viene tenuta viva ma il soddisfacimento è impossibile.
La
parte dell’ io che è legata all’oggetto “rifiutante” e si identifica con esso,
ed è quindi ostile ed ironico nei confronti di qualsiasi contatto o
gratificazione viene chiamata “ io anti-libidico”.
Questo
è la parte dell’io che diventa il ricettacolo di tutto l’odio e l’aggressività
che si accumulano in conseguenza della frustrazione del desiderio libidico.
Rappresenta
la parte dell’io che non essendo stata gratificata dagli allettamenti della
madre, si identifica con le sue
caratteristiche deprivanti e rifiutanti.
Odia
l’io libidico per la sua speranza perché continua a perpetuare la fiducia che
le promesse della madre possano essere mantenute e attacca di continuo
l’oggetto eccitante a causa delle sue false promesse.
Questi
attacchi interni da parte dell’io anti-libidico sono responsabili degli aspetti
autodistruttivi, autopunitivi, della psicopatologia.
Esso
odia e punisce l’io libidico per qualsiasi tentativo di ottenere qualcosa dagli
altri, e odia l’altra persona che offre la possibilità di relazioni.
Così,
nella situazione psicoanalitica, un periodo di accresciuto contatto tra un
paziente gravemente disturbato e il suo analista è spesso seguito da una
velenosa avversione, da parte del paziente, verso se stesso e verso l’analista.
Quel
che resta dell’io originale che viene chiamato “io centrale”, è collegato e identificato
con l’oggetto “ideale”, ossia con gli aspetti gratificanti e confortanti delle relazioni con la madre.
L’io
centrale è anche quella parte dell’io ancora utilizzabile per relazioni con
persone reali del mondo esterno.
Un
principio essenziale nel sistema strutturale di Fairbairn è l’inseparabilità di
io e oggetto.
Per
essere importante un oggetto deve avere una parte di io legata a sé; un oggetto
privo di una corrispondente porzione di io è emotivamente irrilevante.
L’io
è pensabile solamente in quanto legato ad oggetti.
Un
io senza oggetti è una contraddizione in termini.
Queste
porzioni separate dell’io ( io libidico e l’io anti-libidico ), che Fairbairn
chiama “ io sussidiario”, sono inutilizzabili per la relazioni con oggetti
reali e restano collegate agli oggetti interni compensatori.
L’oggetto
eccitante e l’oggetto rifiutante sono oggetti “cattivi”, nel senso
fairbairniano del termine,
in
quanto non sono gratificanti.
L’io
mantiene relazioni con questi cattivi oggetti interni, in uno sforzo di
controllarli e di conservare incontaminate da frustrazioni, rabbia e desideri
insoddisfatti, le sue relazioni con la madre reale.
Come
abbiamo già detto,il bambino internalizza anche un oggetto “buono”, l’”oggetto
ideale”,che è composto di quelle caratteristiche della madre,che rimangono
dopo che le parti troppo eccitanti e
troppo rifiutanti sono state separate.
L’internalizzazione
di questo oggetto è il risultato di uno sviluppo secondario , che Fairbairn
chiama la “difesa morale”.
La
teoria strutturale di Fairbairn,una teoria strutturale delle relazioni,si
differisce in parecchi aspetti distintivi e innovativi,dalla teoria strutturale
freudiana classica,una teoria strutturale delle pulsioni.
Per
la teoria classica, il conflitto si verifica tra le funzioni rappresentate da
es,io e superio.
Il
super-io è alimentato da impulsi istintuali,organizzati intorno a immagini
interiorizzate di figure parentali,mentre l’es è visto come la fonte di impulsi
derivati da tensioni pulsionali.
L’io
funge da negoziatore tra le richieste di gratificazione pulsionale
dell’es,l’impatto che dirige e guida degli aspetti dei genitori interiorizzati
nel superio ,e le esigenze del mondo esterno.
Così,all’interno
del modello classico,il modulo di base per la comprensione dei conflitti umani
è la lotta tra impulsi e impersonali o tensioni corporee,da un lato,ed oggetti
interni,pure alimentati da tensioni istintuali,dall’altro.
L’io
funge da arbitro,senza personali interessi chiaramente definiti,tranne il
conseguimento di una relativa armonia interna e di una buona posizione rispetto
al mondo esterno.
Nel
modello di Fairbairn,tutti i principali protagonisti della lotta interna sono
essenzialmente unità relazionali,composte di una porzione di io e una porzione
delle relazioni del bambino con i genitori,sperimentate come oggetto interno.
Il
conflitto si verifica tra le tre componenti io-oggetto(io libidico/oggetto
eccitante, io anti-libidico/oggetto rifiutante, io centrale/oggetto ideale).
La
lotta essenziale,nel modello freudiano classico,implica conflitti che derivano
dagli impulsi istintuali di ciascuna persona,alcuni dei quali sono mediati
attraverso una rappresentazione interna delle prime relazioni di questa con i
suoi genitori.
Per
Fairbairn, il problema è che la persona non può mantenere l’integrità e la
completezza della sua esperienza di sé, all’interno delle necessarie relazioni
con gli altri, ed è costretta a frammentare se stessa, per mantenere contatto e
devozione alle caratteristiche inconciliabili di tali relazioni.
In
conseguenza di tali diversità, nei presupposti fondamentali, a proposito
dell’esperienza umana, ogni tentativo di correlare le strutture principali del
modello strutturale di Fairbairn, con le tre istanze del modello classico, è
fuorviante.
Benché
l’io libidico e l’es si manifestino
entrambi nella forma di brame inappagate e di desideri,il primo è intrinsecamente
legato a oggetti e a caratteristiche specifiche e personali delle prime
relazioni con i genitori,mentre l’es è, per definizione, privo di direzione e
di struttura.
L’io
di Freud, senza una propria energia,si sviluppa dalla superficie dell’es,privo
di struttura.
Tutti
gli “io” di Fairbrain, compreso l’io centrale , hanno un’energia propria, sono
diretti verso oggetti, e ad oggetti legati.
Il
superio di Freud e l’io anti-libidico di Fairbain si riferiscono ambedue ad
oggetti interni che si manifestano attraverso aspetti autopunitivi del
funzionamento mentale.
Gli
attacchi del superio sono essenzialmente morali, mentre quelli dell’io
anti-libidico sono premorali e derivano dall’identificazione del bambino con
gli aspetti rifiutanti delle sue prime relazioni con i genitori.
Il
bambino si identifica con questi aspetti dei genitori attraverso l’io
anti-libidico, perché non può averli, e diventa il nemico autopunitivo di ogni
speranza di gratificazione.
Altre
importanti differenze tra l’approccio di Fairbrain alla struttura psichica e
quello di Freud, riguardano l’interpretazione delle dinamiche edipiche e il
momento dello sviluppo in cui sono stabilite le componenti di base delle
esperienze interne.
Nella
teoria di Freud le caratteristiche principali della strutturazione psichica
sono completate solamente con la dissoluzione del conflitto edipico,con
l’interiorizzazione del superio.
Per
Fairbairn invece,la “situazione endopsichica universale” si stabilisce, in
tutti i suoi aspetti essenziali, nelle prime relazioni con la madre.
La
triplice scissione dell’io ,con i suoi oggetti corrispondenti, è il risultato
delle lotte del bambino per mantenere buone relazioni con la madre, e persiste
durante tutta la vita.
Per
Fairbairn, il rapporto col padre ricapitola semplicemente la relazione iniziale
con la madre.
Il
bambino cerca relazioni oggettuali con il padre, basate anch’esse sulla
dipendenza infantile.
Come
nella sua relazione con la madre, sperimenta il padre sia come gratificante, sia
come non gratificante.
E
dunque, poiché la relazione con il padre si dimostra meno che totalmente
soddisfacente, varie caratteristiche del padre vengono internalizzate.
Come
con la madre, il bambino costruisce un oggetto eccitante, un oggetto
rifiutante, un oggetto ideale.
Ci
sono quindi due serie di ciascuno di questi oggetti: una che deriva dalle
relazioni con la madre,l’altra derivante dalla relazione col padre.
L’io
del bambino combina queste due serie di oggetti attraverso processi di
stratificazione e fusione, per formare un singolo oggetto ideale.
Il
bambino proietta dunque sui genitori le immagini degli oggetti eccitanti e
rifiutanti.
Il
più delle volte il genitore del sesso opposto diventa l’oggetto eccitante , visto
come seducente e allettante;l’altro genitore è l’oggetto rifiutante, ed è visto
come un rivale malevolo, interferente.
Secondo
Fairbairn, la scelta di quale genitore rappresenta l’oggetto eccitante e quale
l’oggetto rifiutante, è determinata in parte dal sesso biologico del bambino, in
parte dalle sue relazioni emotive con i rispettivi genitori.
A
volte,suggerisce Fairbairn, i forti desideri inappagati concernenti la
dipendenza infantile,sono sperimentati come di natura sessuale.
In
realtà comunque,quello che il bambino desidera non è la gratificazione sessuale
in quanto tale,ma il contatto e il nutrimento.
Per
Fairbairn la situazione edipica non è niente di nuovo, ma semplicemente una
serie di ulteriori elaborazioni della ricerca di relazioni e contatti di base.
La
strutturazione dell’io nelle sue tre componenti principali è stabilita nella
relazione orale dipendente con la madre,persiste nel corso di tutta la vita e
sta alla base di ogni psicopatologia.
Gli
scritti di Fairbairn contengono due differenti approcci alla psicopatologia che
rimasero sempre inconciliabili.
Nei
primi lavori (1940 e 1941) vede la psicopatologia come dicotomica,derivante da
due punti fondamentali di fissazione,prima fase orale e seconda fase orale.
Il
fattore determinante cruciale di una futura psicopatologia è la fase
dell’infanzia in cui il bambino fallisce nei suoi sforzi per stabilire buone
relazioni oggettuali.
Tale
fallimento fa sì che il bambino senta di non essere amato dalla madre,o che il
suo amore per la madre non viene percepito e apprezzato da lei.
Se
tale fallimento viene sperimentato nella prima fase orale sente il suo amore
come colpevole.
Una
fissazione del genere nel primo periodo orale sfocia in dinamiche
essenzialmente schizoidi: il bambino fugge il rapporto, perché sente che il suo
amore,la sua avidità orale, sono cattivi.
Quel
che distingue la seconda fase orale è lo sviluppo della attitudine a mordere e
del potenziale aggressivo.
Se
il fallimento delle prime relazioni oggettuali viene sperimentato in questa
fase,il bambino sente che il suo odio è da biasimare;sente di aver respinto il
genitore a causa della sua distruttività.
Una
fissazione del genere nel secondo periodo orale sfocia in dinamiche depressive.
Così,
nella prima teoria della psicopatologia, Fairbairn suggerisce che tutte le
forme di psicopatologia siano difese contro conflitti e angosce orali,di natura
o schizoide o depressiva,e siano rispettivamente imperniate sulla paura che ha
un individuo del suo stesso amore, o sulla paura della sua stessa collera.
È
nella descrizione della prima fase orale che introduce le sue innovazioni.
Per
lui, il problema centrale non sono l’aggressività e l’odio,ma la dipendenza
profonda e l’amore frustato.
Il
problema dell’aggressività si presenta più tardi come reazione alla
frustrazione.
Questa
accentuazione dei prima sforzi libidici di contatto con la madre diventa il
problema che sta alla base di ogni psicopatologia.
Nel
1943,Fairbairn cominciò a vedere la psicopatologia da un punto di vista
differente.
L’iniziale
internalizzazione dell’oggetto,suggerisce Fairbairn, deriva dall’intensità del
bisogno di relazione del bambino e dal conseguente dilemma posto da genitori
che sono emotivamente assenti,intrusivi o caotici.
Il
bambino non può fare a meno dei genitori,eppure vivere in un mondo in cui essi,che
costituiscono il suo intero universo interpersonale,sono disponibili o
arbitrari.
E
dunque si verifica la prima di una serie di internalizzazioni,rimozioni e
scissioni basate sulla necessità di preservare l’illusione della bontà dei
genitori,come figure reali del mondo esterno.
Il
bambino separa e internalizza gli aspetti cattivi dei genitori.
La
cattiveria è dentro di lui:se fosse diverso, il loro amore arriverebbe.
Ogni
bambino ha bisogno di sentire che i suoi genitori capiscono il mondo,sono
giusti e fidati.
Se
non li sperimenta così,trasferisce il problema dentro di sé,e si assume tutto
il “fardello della cattiveria”.
La
“cattiveria”, le qualità indesiderabili dei genitori,ossia la depressione,l a
disorganizzazione,il sadismo,sono ora dentro di lui.
Queste
caratteristiche “cattive” diventano oggetti cattivi, in cui l’io si identifica
(attraverso l’identificazione primaria).
Il
bambino ha acquistato sicurezza esterna a prezzo del sacrificio della sicurezza
interna e di speranze illusorie.
Quando
sperimenta la cattiveria come qualcosa di esterno, che sta nei genitori
reali,il bambino si sente dolorosamente e totalmente incapace di avere una
qualche influenza.
Se
la cattiveria è dentro di lui, gli resta la speranza di un onnipotente
controllo su di essa.
Queste
relazioni oggettuali interne sono il nucleo del rimosso.
Anche
i ricordi vengono rimossi, perché sono legati agli aspetti “iper-eccitanti” e
“iper-rifiutanti” dei genitori.
I
ricordi sono pericolosi perché portano vicino al livello di consapevolezza la
potente relazione interna con l’oggetto “eccitante” e con l’oggetto
“rifiutante”, i continui desideri nostalgici e inappagati del paziente di
identificarsi con tali oggetti.
Impulsi
e fantasie vengono pure rimosse, non per qualche rischio inerente ad essi in
quanto tali, ma perché sono diretti verso aspetti eccitanti e rifiutanti dei
genitori, e minacciamo di far emergere l’intera costellazione delle relazioni
oggettuali interne.
Così,al
centro del rimosso e al centro di ogni psicopatologia troviamo la rimozione
degli oggetti cattivi.
Nel
1943 Fairbairn distinse differenze qualitative e quantitative tra i tipi di
psicopatologia, sulla base di: l’estensione degli oggetti cattivi e il grado di
cattiveria dei medesimi; la misura dell’identificazione dell’io con gli oggetti
cattivi;la natura e la forza delle difese che proteggono l’io degli oggetti.
Dal
1944 ,arricchì la sua teoria della rimozione degli oggetti cattivi con l’idea
che parti dell’io seguano questi oggetti nella rimozione,portando ad una
scissione dell’io.
Di
conseguenza riteneva che la gravità della psicopatologia fosse legata
all’estensione di tale scissione, ossia che le relative porzioni dell’io
centrale si scindessero tra io libidico e io anti-libidico.
Il
grado do patologia dipende da quanto io è ancora utilizzabile per relazioni reali
e potenzialmente appaganti con altri, e da quanto io è legato invece ad aspetti
non gratificanti,irraggiungibili, dei genitori, che sono stati custoditi
internamente.
Il
senso di colpa è qualcosa che subentra secondariamente attraverso la “difesa
morale”.
Il
bambino sperimenta se stesso come moralmente cattivo,per poter avere la
possibilità di diventare moralmente buono,e riguadagnare buone relazioni con
l’oggetto.
Nella
sua teoria del 1941, le fissazioni della prima e della seconda fase orale
portano rispettivamente al carattere schizoide e al carattere depressivo.
Le
dinamiche schizoidi sono imperniate su una scissione dello stesso io, mentre le
dinamiche depressive sono legate all’ambivalenza e al senso di colpa.
In
un secondo tempo,Fairbairn ipotizza che la scissione dell’io sia universale,e
risulti nella “situazione endopsichica di base”.
La
scissione dell’io in io libidico, io anti-libidico e io centrale,sta alla base
di tutte le psicopatologie.
La
prima divisione tra fissazioni schizoidi e fissazioni depressive è stata
sostituita da una teoria più unitaria della psicopatologia ,basata sulla
scissione dell’io e sulle dinamiche schizoidi.
La
seconda teoria della psicopatologia è più puramente relazionale ed
esperienziale della prima, in cui la distinzione tra prima e seconda fase orale
è basata sulle difese contro specifici impulsi.
Mentre la prima teoria ha ancora qualche
legame con il modello strutturale delle pulsioni,la seconda teoria della
psicopatologia opera interamente all’interno del modello della teoria
strutturale delle relazioni.
In
questa seconda teoria, in cui gli attaccamenti agli oggetti cattivi sono visti
come il nucleo del rimosso e la base di tutte le psicopatologie, ha vaste
applicazioni in molte aree della pratica clinica e della tecnica analitica.
La
caratteristica forse più diffusa di ogni psicopatologia è la sua qualità di
auto-frustrazione.
Dolore,sofferenza
e senso di fallimento sono costitutivi della vita del paziente e sperimentati
più e più volte.
Questo
aspetto caratterizza la psicopatologia in tutte le sue manifestazioni: dal
carattere nevrotico, che sceglie sempre oggetti d’amore insensibili e sadici,
al depresso che sembra soffrire di continuo per le privazioni delle prime cure
materne, allo schizofrenico,perseguitato, nella vita adulta, dai suoi primitivi
terrori infantili.
I
nevrotici come dice Fairbairn “si aggrappano ostinatamente alle esperienze
dolorose”.
Fairbairn
era convinto che la sua ipotesi della libido come ricerca oggettuale fornisse
una spiegazione più economica di questa caratteristica della psicopatologia.
Gli
sforzi essenziali del bambino non sono diretti verso il piacere, ma verso il
contatto.
Il
bambino ha bisogno dell’altro.
Se
l’altro è disponibile per uno scambio piacevole,gratificante,il bambino
intraprenderà attività piacevoli.
Se
il genitore offre solo contatti dolorosi,insoddisfacenti,il bambino non
abbandona il genitore,per cercare opportunità più piacevoli; ha bisogno del
genitore,così integra le sue relazioni con lui su una base di sofferenza
masochista.
Secondo
Fairbairn il bambino cerca di proteggere quanto c’è di gratificante e di
controllare quanto non lo è,nei rapporti con il genitore,stabilendo relazioni
oggettuali interne compensatorie.
È
proprio in questo “ostinato attaccamento” dell’io libidico all’oggetto
eccitante,che il bambino preserva le sue speranze di un contatto più pieno,più
soddisfacente,con il genitore.
Tanto
più vuota è l’esperienza reale,tanto più forte è il suo attaccamento alle
caratteristiche promettenti,anche se deprivanti dei genitori,che ha
internalizzato,e cerca dentro di se.
Inoltre,conserva il terrore infantile di
trovarsi interamente solo se si libererà di questi oggetti interni.
L’esperienza
di queste relazioni oggettuali interne e la loro proiezione sul mondo esterno
producono una sofferenza patologica all’interno dell’esperienza umana.
Gli
oggetti d’amore sono scelti rifiutanti o deprivanti così da personificare
l’oggetto eccitante,promettente,ma mai appagante.
La
sconfitta è di continuo orchestrata per perpetuare la brama nostalgica e
inappagata e il bisogno,dell’io libidico,del soddisfacimento delle promesse
dell’oggetto eccitante.
Il
successo è identificato con un tradimento di tale promessa,come se l’io
lipidico non ne avesse affatto bisogno,e quindi minaccia la rottura di quei
legami interni.
Depressione,terrore,senso
di inutilità,rappresentano le identificazioni dell’io con gli aspetti “cattivi”
dei genitori,che non potevano essere raggiunti attraverso uno scambio reale con
i genitori del mondo esterno,e che quindi sono stati portati dentro.
-FAIRBAIRN E M. KLEIN.
Molte
delle caratteristiche principali della teoria di Fairbairn sono in netto
contrasto con il sistema teorico della Klein; una delle differenze fondamentali
riguarda la natura delle fantasie.
Per
la Klein,le
fantasie sono la prima e la più basilare attività della mente,e costituiscono
la manifestazione più diretta,non mediata,degli istinti stessi.
Il
pensiero riguardante la realtà esterna e la gente reale è secondario e
derivante dai primi processi di fantasia,e quindi tutte le esperienze
dell’adulto e del bambino,sia positive che negative,sono accompagnate da
fantasie.
Per
Fairbairn le fantasie non sono primarie,ma sostitutive.
Fin
dalla nascita,il bambino è orientato verso la realtà e le relazioni reali con
altri.
Le
fantasie rappresentano una compensazione secondaria,per un fallimento in queste
relazioni reali.
Per
la Klein le
fantasie sono una componente primaria delle pulsioni stesse.
Dal
punto di vista di Fairbairn,puramente strutturale delle relazioni,le fantasie
costituiscono un ritirarsi dalla spinta motivante più fondamentale verso
l’instaurazione e il mantenimento di relazioni con altre persone reali.
Una
seconda differenza riguarda la natura del mondo oggettuale interno.
Per
la Klein,il
mondo oggettuale interno è qualcosa che accompagna naturalmente,inevitabilmente
e continuamente ogni esperienza.
Gli
oggetti interni sono stabiliti all’inizio della vita psicologica e diventano il
contenuto principale delle fantasie;il mondo oggettuale interno è la fonte sia
dei più grandi orrori della vita,sia delle sue più grandi gioie.
Per
Fairbairn,gli oggetti interni non sono ne primari ne inevitabili.
Sono
sostituti compensatori di relazioni insoddisfacenti con oggetti esterni
reali,gli oggetti “naturali”,primari,della libido.
Per
lui,le relazioni con oggetti interni sono intrinsecamente masochiste.
Gli
oggetti interni cattivi tentano e perseguitano di continuo; gli oggetti interni
buoni non offrono una reale gratificazione,ma solamente un rifugio per sfuggire
alle relazioni con oggetti interni cattivi.
In
conseguenza di tali differenze a proposito della natura e dell’origine degli
oggetti interni,Fairbairn e la
Klein si distinguono anche per quanto riguarda il contenuto
degli oggetti interni stessi.
Nella
maggior parte delle formulazioni della Klein,gli oggetti interni sono costruiti
intorno ad immagini che sono a priori parte degli istinti.
Per
Fairbairn il contenuto degli oggetti interni deriva completamente da oggetti
esterni reali,frammentati e ricombinati,senza dubbio,ma sempre derivanti dalle
esperienze del bambino con i suoi genitori reali.
Mentre
per la Klein le
relazioni immaginate con oggetti interni costituiscono la base di tutte le
esperienze,per Fairbairn tali reazioni rappresentano un ritirarsi di fronte ai
disturbi nelle relazioni con persone reali,verso le quali l’uomo è
fondamentalmente orientato.
Un
terzo campo importante in cui
Fairbairn e la Klein si differenziano è la
loro opinione sulle sorgenti ultime della patologia e della sofferenza
nell’esperienza umana.
Per
la Klein, che
di nuovo opera parzialmente nell’ambito del modello strutturale delle pulsioni,la
radice del male è negli istinti umani,in particolare nell’istinto di morte e
nel suo derivato,l’aggressività.
Il
grande dilemma per il bambino,sia nella posizione schizo-paranoide che in
quella depressiva,è la scarica non dannosa della sua aggressività.
La
prima angoscia del bambino è persecutoria;sperimenta la paura di morire,di
essere vittima della sua stessa aggressività proiettata.
Per
Fairbairn,che opera in un contesto puramente relazionale,la radice della
psicopatologia e della sofferenza umana è la deprivazione materna.
Idealmente,un
atteggiamento materno perfetto porta ad un io completo,non frammentato,con il
suo pieno potenziale libidico utilizzabile per relazioni con oggetti esterni
reali.
L’inadeguatezza
dei genitori minaccia gravemente l’integrità dell’io.
Per
Fairbairn l’angoscia fondamentale implica la protezione del vincolo con
l’oggetto di fronte alla deprivazione e tutte le psicopatologie derivano
dall’auto-frammentazione dell’io.
La
diversità delle visioni della Klein e di Fairbairn a proposito della sorgente
ultima del male è riflessa nei differenti significati,nelle loro rispettive
teorie,del termine “oggetti cattivi”.
Per
la Klein,la
“cattiveria” di un oggetto,interno o esterno,si riferisce alla malevolenza,e
deriva,in ultima analisi,dalla distruttività innata del bambino,proiettata
sugli altri.
All’opposto,
per Fairbairn, “cattivo” significa deprivante.
L’oggettivo
cattivo è quello che frustra la ricerca oggettuale della libido,con la sua
assenza e non rispondenza.
Per
la Klein gli “oggetti
cattivi” sono riflessi,creazioni che derivano dall’aggressività innata e spontanea del bambino;per Fairbairn gli
“oggetti cattivi” sono aspetti dei genitori del bambino,che li rendono
indisponibili per lui e frustrano la sua innata avidità di contatto e di
relazioni.
L’influenza
della Klein sul lavoro di Fairbairn fu
considerevole;lo studio di lei sul mondo oggettuale interno aprì vie di
indagine e di concettualizzazione,che resero possibili i contributi personali
di Fairbairn.
Ciononostante,
benché quest’ultimo abbia conservato in gran parte il linguaggio kleiniano,è
cambiato il significato dei termini,e i presupposti principali della sua teoria
sono in netto contrasto con l’approccio della Klein.
D. W. WINNICOTT.
Winnicott
era interessato ai singoli problemi e credeva in un suo personale miscuglio
delle idee di Freud e di quelle della Klein.
Le
sue formulazioni a proposito dell’emergere del sé,comunque,offrono una base per
una teoria evolutiva radicalmente diversa da quella dei suoi predecessori:Freud
e la Klein.
Winnicott,
con i suoi innovativi e importanti contributi allo sviluppo della teoria e
della pratica psicoanalitica,ci ha dato una descrizione complessa dello
sviluppo del sé,a partire dalla sua matrice relazionale.
La
forma e il modo in cui lavora corrispondono,in due aspetti molto
interessanti,ad alcuni dei suoi interessi tematici centrali;primo,la prosa di
Winnicott ha qualcosa di inafferrabile;quasi tutti i suoi articoli in origine
sono stati presentati come conversazioni,il loro stile rispecchia
un’informalità più adatta alla lingua parlata che alla parola scritta.
Sono
brevi,fitti di brillanti osservazioni cliniche,collegate un po’ alla rinfusa
con vigorose formulazioni teoriche.
I
temi centrali sono generalmente espressi in forma di paradossi evocativi,che
attirano piacevolmente il lettore;le argomentazioni sono più dispersive che
ragionate;Winnicott si lascia trasportare dalle sue stesse esposizioni.
Una
seconda caratteristica che colpisce del suo lavoro è il suo curioso modo di
collocare se stesso rispetto alla tradizione psicoanalitica.
Winnicott
proclama una grande fedeltà ai suoi progenitori teorici, a Freud in particolare
e,in minor misura,alla Klein.
Presenta
infatti i suoi contributi come una continuazione del loro lavoro.
Esso
comunque ha un modo curioso di difendere la tradizione,distorcendola
largamente.
La
sua interpretazioni dei concetti di Freud e della Klein è così stravagante e
così poco rappresentativa delle loro formulazioni e dei loro intenti originali,da
renderli talvolta irriconoscibili.
Racconta
la storia delle idee psicoanalitiche non tanto come è stata,ma come gli sarebbe
piaciuto che fosse,riscrivendo Freud per renderlo più chiaramente e più
facilmente un precursore della sua personale visione.
Queste
caratteristiche formali degli scritti di Winnicott vanno di pari passo con il
suo interesse tematico fondamentale:la delicata e complessa dialettica tra
contatto e differenziazione.
Quasi
tutti i suoi contributi ruotano intorno a quella che dipinge come la continua e
pericolosa lotta del sé per un esistenza individualizzata,che,nello stesso
tempo,permetta un intimo contatto con gli altri.
La
definizione di Winnicott di un sé sano si basa su uno dei suoi molti
paradossi:attraverso la separazione nulla va perduto,ma piuttosto si guadagna e
si conserva qualcosa.
Raggiungere
un simile stato è tutt’altro che facile;lo sviluppo del sé è denso di pericoli.
Egli
affascina,sconcerta,provoca i suoi lettori,valutandoli molto,ma non
affrontandoli mai direttamente.
Riverisce
i suoi predecessori,esalta la continuità con loro;e tuttavia rimodella e
rielabora radicalmente il loro lavoro,in base alla sua immaginazione e alle sue
idee.
La
mancanza di contatto con gli altri,come la loro totale accessibilità,pone,per Winnicott,gravi
problemi alla sopravvivenza del sé.
Winnicott,prima
e durante la sua carriera di psicoanalista,fu un eminente pediatra,e la
profonda familiarità con i bambini e con le madri modella il suo approccio ai
problemi psicoanalitici.
Cominciò
la sua analisi decennale con Strachey nel 1923,tre anni prima che Melanie Klein
si recasse in Inghilterra.
Winnicott
fu in supervisione con la Klein
stessa tra il 1936 e il 1940.
Egli
si rendeva conto che il lavoro della Klein coincideva con alcune delle sue prime
osservazioni e lo aiutava a risolvere i problemi che stava affrontando.
Aveva
lavorato con bambini che sembravano non aver mai raggiunto una stadio edipico
stabile e differenziato;all’inizio,occupandosi dei disordini nutrizionali,era
rimasto colpito dalla predominanza dell’ingordigia nei bambini,e dalla
centralità,nei più piccoli,di fantasie riguardanti il loro “dentro” e il
“dentro” della madre.
Nel
1945,Winnicott cominciò una serie di articoli che segnano il suo distacco dalla
teoria di Freud e da quella della Klein.
Esso
suggerisce un’applicazione di concetti psicoanalitici alle aree inesplorate di
psicosi manifeste.
Questa
distinzione diagnostica perse il suo significato quando l’approccio elaborato
da Winnicott si dilatò in una teoria generale dello sviluppo e della
psicopatologia,che si differenziava nettamente dalle formulazioni di Freud e
della Klein.
I
processi che portano allo sviluppo o all’inibizione del sé sono descritti e
interpretati solamente nel contesto dell’interazione tra il bambino e i
rifornimenti ambientali,cui provvedono altri significativi.
Così,nonostante
le sue proteste di continuità e fedeltà,il lavoro di Winnicott costituisce un
approccio all’esperienza umana.
-L’EMERGERE DELLA PERSONA.
I
più importanti contributi di Winnicott alla psicoanalisi hanno inizio con la
sua osservazione che la teoria e il trattamento psicoanalitico classici della
nevrosi danno per scontato qualcosa di molto fondamentale:che il paziente sia
una persona.
Con
questo vuol dire che il paziente ha una personalità unitaria e
stabile,disponibile all’interazione con altri.
Freud,dice
Winnicott,presupponeva “la separatezza del sé e lo strutturarsi dell’io”.
Dato
tale presupposto,sono stati trascurati due problemi importanti;i pazienti che
non sono “persone”,a causa di psicosi manifeste o perché interagiscono soltanto
in apparenza con gli altri,e quelle caratteristiche della situazione analitica
che riguardano più direttamente i processi che facilitano l’emergere della
personalità.
Queste
erano proprio le aree che Winnicott intendeva sviluppare.
Quasi
tutti i suoi maggiori contributi riguardano le condizioni che permettono al
bambino di avere coscienza di sé come di un essere separato dagli altri.
La
madre fornisce esperienze che permettono all’incipiente sé del bambino piccolo
di emergere.
Questo
inizia la sua vita in uno stato di non-integrazione,con brandelli d’esperienza
sparpagliati e diffusi.
L’organizzazione
dell’esperienza del bambino è preceduta dalle percezioni organizzate che la
madre ha di lui,e da esse dipende.
La
madre fornisce un ambiente “supportante”,all’interno del quale il figlio è
contenuto e sperimentato.
Winnicott
chiamò la condizione di devozione che caratterizza la madre,e che le permette
di offrirsi di buon grado come un attento mezzo per la crescita di suo
figlio,stato di “preoccupazione materna primaria”.
Secondo
lui,la profonda,assorbente,partecipazione della madre alle fantasie e alle
esperienze del figlio,è una caratteristica naturale biologicamente radicata e
adattativi,degli ultimi tre mesi di gravidanza e dei primi mesi di vita del
bambino.
Oltre
a “supportare”,la madre “porta il mondo al bambino” e,nella visione di
Winnicott,gioca un ruolo intricato e complesso nello sviluppo.
Il
bambino,quando è eccitato,evoca,o meglio,è sul punto di evocare,un oggetto
adeguato ai suoi bisogni.
È
esattamente a questo punto che la madre affezionata gli presenta proprio un
oggetto adeguato:ad esempio il seno.
Questo
è il “momento dell’illusione”.
Il
bambino crede di aver creato lui l’oggetto.
Ancora
e poi ancora il bambino allucina,la madre presenta,e il contenuto della
rievocazione si avvicina sempre di più al mondo reale.
In
altre parole,il bambino si accosta al seno in uno stato di eccitazione,è pronto
ad allucinare qualcosa suscettibile d’essere attaccato.
In
quel momento il capezzolo reale appare,e il bambino può sentire che era quel
capezzolo ciò che aveva allucinato.
Così
le sue idee si arricchiscono di particolari reali che gli giungono attraverso
la vista,il tatto,l’odorato;e,la volta successiva,userà questo materiale
nell’allucinare.
In
questo modo incomincia a formarsi la capacità di far apparire,di evocare,ciò
che è effettivamente disponibile.
Bisogna
che la madre continui a dare al bambino questo tipo di esperienza.
Nel
“momento dell’illusione”,l’allucinazione del bambino e l’oggetto presentato
dalla madre sono sentiti come identici.
Il
bambino piccolo sperimenta se stesso come onnipotente,come sorgente di tutta la
creazione;questa onnipotenza,dice Winnicott,diventa il fondamento di uno
sviluppo sano e della solidità del sé.
È
evidente la necessità,in questo processo,della devozione materna;sono cruciali
la capacità della madre di anticipare empaticamente i bisogni del bambino e la
sua tempestività.
La
simultaneità dell’allucinazione infantile e della presentazione materna
fornisce la base di esperienza ripetitiva necessaria perché il bambino abbia il
senso del contatto con la realtà esterna e di un potere su di essa.
Uno
sviluppo sano esige un ambiente perfetto,ma solo per breve tempo.
Col
termine “ambiente perfetto”.Winnicott intende una madre le cui preoccupazioni
materne rendono possibile una sensibilità molto precisa ed acuta ai bisogni e
ai gesti del figlio.
Come
Winnicott dirà in un suo scritto successivo,la madre funziona come uno specchio,e
fornisce al bambino un riflesso esatto dei suoi gesti e della sua esperienza.
Quando
la madre è capace di riecheggiare i desideri e i bisogni del
bambino,quest’ultimo entra in sintonia con le proprie funzioni corporee e i
propri impulsi,che diventano il fondamento della lenta evoluzione del suo senso
di sé.
Il
fallimento della madre nell’attualizzazione dei gesti e dei bisogni del
figlio,riduce il senso di ogni onnipotenza allucinatoria di questo,diminuendone
la fiducia nella propria creatività e nei propri poteri,introducendo una zeppa
tra l’evoluzione della psiche e i suoi supporti somatici.
Un
altro approccio di Winnicott ai medesimi problemi è la sua analisi delle
condizioni necessarie allo sviluppo della capacità di essere soli.
È
estremamente importante per la madre,dice,non soltanto modellare il mondo in
base ai bisogni del figlio,ma anche fornirgli una presenza non
impegnativa,quando questo non fa richiesta e non esprime bisogni.
Questo
permette al bambino di sperimentare un’assenza di bisogni e una completa non
integrazione,uno stato di “continuità dell’esistere”,da cui emergono bisogni e
gesti spontanei.
La
presenza non impegnativa della madre rende possibile questa esperienza di
assenza di forma e di gradevole solitudine,e tale capacità diventa una
caratteristica centrale dello sviluppo di un sé stabile e personale.
La
perfetta rispondenza della madre non è necessaria per molto tempo.
Una
volta che l’onnipotenza allucinatoria è saldamente stabilita,il bambino deve
apprendere la realtà del mondo esterno aldilà del suo controllo,e sperimentare
i limiti dei suoi poteri.
Quel
che rende possibile tale apprendimento è il fatto che la madre,smette di
modellare il mondo in armonia con i bisogni del bambino.
Quando
la madre attenua le sue preoccupazioni materne e comincia ad interessarsi di
nuovo ad altre aree della sua vita,il bambino è costretto a venire a patti con
quello che non può fare,non può creare,non può far succedere.
La
durezza di questa realtà è mitigata da una spinta,interna la bambino,verso la
separazione.
Così
la copertura e la rispondenza dell’io materno diminuiscono in armoniosa
sincronia con un aumento nell’esercizio di funzioni attive dell’io da parte del
figlio.
Mano
a mano che il bambino cresce,la madre non attualizza più i desideri del bambino,ma
piuttosto recepisce e risponde ai suoi gesti.
La
madre di prima,che materializza il desiderio allucinatorio passivo del
figlio,lascia gradualmente il posto alla madre che risponde ai bisogni che ora
vengono realmente espressi,attraverso gesti e segnali.
Secondo
Winncott,le deficienze nelle cure materne e il loro graduale allentarsi,hanno
un impatto emotivo debilitante sullo sviluppo emotivo del bambino.
I
fallimenti materni sono di due tipi: l’incapacità di attuare le creazioni
allucinatorie e i bisogni del figlio,quando questo si trova in situazioni di
eccitamento; l’interferenza con la sua mancanza di forma e di
integrazione,quando è in condizioni di quiescenza.
Entrambi
i tipi di deficienze materne vengono sperimentati dal bambino e tutti e due
sfociano nell’esperienza dell’”annichilimento del sé del bambino”.
L’esistenza
personale del bambino ha radici sia negli stati interni,sia nei suoi gesti
creativi onnipotenti.
Idealmente,la
madre è il mezzo per l’assenza di forma e lo strumento dell’onnipotenza.
Qualsiasi
interferenza in queste funzioni viene sperimentata dal bambino come un
intrusione.
La
conseguenza principale di una prolungata intrusione è la frammentazione
dell’esperienza del bambino.
Per
necessità,questo si sintonizza,con le richieste e le domande degli altri.
Non
può permettere a sé stesso l’esperienza di quiescenza in forme,perché deve
essere preparato a rispondere a quanto gli si chiede e gli si offre.
Perde
il contatto con i suoi bisogni e gesti spontanei,quando questi non hanno alcuna
relazione con il modo in cui la madre lo sperimenta e con quanto gli offre.
Winnicott
descrive la frammentazione che ne risulta come una scissione tra un “vero
sé”,che si distacca e si atrofizza,e un “falso sé”,su base compiacente.
Il
“vero sé”,la sorgente di bisogni,si nasconde,evitando a tutti i costi la
possibilità di esprimersi senza essere visto e senza che gli sia dato
risposta,che equivarrebbe al completo annichilimento psichico.
Il
“falso sé” offre l’illusione di un’esistenza personale,il cui contenuto è
modellato sulle aspettative e le richieste della madre.
Il
bambino diventa l’immagine che la madre ha di lui.
Il
“falso sé” viene ad assumere le funzioni di accadimento che l’ambiente non ha
offerto e protegge occultamente l’integrità del “vero sé”;la sua funzione è di
“nascondere il vero sé,e lo fa per mezzo della compiacenza verso le richieste
dell’ambiente”.
Il
falso sé assume funzioni cognitive e il risultato è un’eccessiva attività della
mente e una separazione dei processi cognitivi da qualsiasi base affettiva o
somatica.
Per
Winnicott,la formazione di “oggetti transizionali” è un altro aspetto del più
vasto processo che lo sviluppo della persona comporta.
La
dimensione più importante del fenomeno transizionale non è quella degli oggetti
stessi,ma quella della natura delle relazioni con questi,che rappresenta una
tappa evolutiva tra l’onnipotenza allucinatoria e il riconoscimento della
realtà obbiettiva.
L’emergere
della persona comporta un movimento da uno stato di onnipotenza illusoria ( in
cui il bambino,tramite le facilitazioni materne,ha la sensazione di creare e di
controllare tutte le caratteristiche del mondo in cui vive) ad uno stato di
percezione obbiettiva ( in cui il bambino accetta i limiti dei suoi poteri e
diventa consapevole dell’esistenza autonoma di altri).
Il
movimento tra questi due stati non è una progressione lineare ,a senso
unico;tanto i bambini quanto gli adulti oscillano tra uno stato e l'altro.
Winnicott
contrappone drasticamente tra loro questi due stati:soggettività solipsistica e
percezione obbiettiva; il mondo interno e mondo della realtà esterna; il mondo
degli “oggetti soggettivi”,sui quali si ha il controllo totale ,e il mondo
degli altri,separati e indipendenti.
Quel
che è necessario,dice Winnicott,perché si stabilisca un oggetto transizionale,è
un tacito accordo tra gli adulti e il bambino,un non farsi domande sulla natura
e sulle origini di questo oggetto.
Il
genitore si comporta come se il bambino avesse creato l’oggetto e mantenesse il
controllo su di esso,pur riconoscendone anche l’esistenza oggettiva nel mondo
delle altre persone.
Così
il genitore che comprende questo paradosso non assegna l’oggetto a nessuno dei
due regni e l’accordo di non contestare gli speciali diritti e privilegi del
bambino sul suo oggetto crea il regno transizionale.
L’oggetto
transizionale non è né sotto un magico controllo,né al di là del controllo.
L’esperienza
transizionale si colloca tra la “creatività primaria e la percezione obbiettiva
basata sull’esame di realtà”.
A
causa di questo stato ambiguo e paradossale,l’oggetto trnasizionale aiuta il
bambino a negoziare il graduale spostamento dall’esperienza di sé come centro
di un mondo totalmente soggettivo,al senso di sé come persona tra le altre
persone.
Questa
esperienza non è semplicemente un interludio dello sviluppo,ma resta un regno
teneramente ricordato e altamente valutato,nel corso dell’esperienza adulta
sana.
È
qui che possiamo lasciare vagabondare i nostri pensieri,senza preoccuparci né
della logica e della validità nel mondo reale,né del rischio che le nostre
fantasticherie ci portino in un regno totalmente
soggettivo,solipsistico,facendoci perdere completamente di vista il mondo
reale.
L’esperienza
transizionale ha le sue radici nella capacità di gioco del bambino;in forma
adulta si esprime come capacità di giocare con le proprie fantasie e idee.
Negli
scritti successivi,Winnicott descrive un’altra caratteristica dell’emergere
della persona,basata sulla distinzione tra il “relazionarsi all’oggetto” e
“l’usare l’oggetto”.
Queste
formulazioni facilitano la comprensione della funzione dell’aggressività e
della distruttività,nel processo di separazione.
Le
“relazioni d’oggetto” sono un’esperienza soggettiva,proiettiva,in cui l’altro è
sotto il controllo illusorio del bambino;l’”usare l’oggetto” è la percezione
dell’altro e l’interazione con esso,in quanto indipendente e reale,al di fuori
dell’onnipotente controllo del bambino.
Per
Winnocott,l’emergere di un sé sano ,creativo,dipende dagli specifici
rifornimenti fornitigli dall’ambiente,che egli ha unificato sotto il termine di
“atteggiamento materno sufficientemente buono”.
Questi
rifornimenti permettono al bambino di iniziare la sua vita “esistendo e non
reagendo”.
Rendono
possibile lo spostamento affettivo dalla dipendenza infantile
all’indipendenza,e lo spostamento cognitivo da una concezione di onnipotenza ad
una percezione realistica.
Idealmente,il
vero sé rappresenta “il potenziale innato,che sperimenta una continuità di
essere e acquisisce ,in una maniera e con una rapidità tutte sue ,una realtà
psichica personale e un personale schema corporeo”.
L’esperienza
umana ideale comporta la generazione di impulsi ed espressioni spontanee,mentre
il vero sé “non fa altro che raccogliere insieme i dettagli dell’esperienza di
essere vivi”.
Tuttavia,anche
nelle circostanze migliori,l’essere una persona è un fenomeno fragile e
incerto,e c’è sempre una tensione tra esperienza soggettiva e realtà oggettiva.
Tutti
noi cominciamo la vita in una condizione di totale dipendenza dagli agenti delle
cure materne,che riconoscono e facilitano i nostri desideri e gesti,e ci
offrono perfino la possibilità di conoscerci e diventare noi stessi.
JOHN BOWLBY
-Il
lavoro di Bowlby e la scoperta dell’attaccamento.
Il lavoro
che portò alla teoria dell’attaccamento iniziò quando Bowlby aveva 21 anni e
lavorava in una casa per ragazzi disadattati: e fu l’esperienza clinica avviata
con due di loro, che manifestavano entrambi una relazione fortemente disturbata
con la madre, a segnarlo profondamente.
Dieci anni più tardi da quell’esperienza, verso la metà degli anni ‘40, la
realizzazione di uno studio retrospettivo, lo portò a formalizzare il proprio
modo di considerare la distruzione della prima relazione madre bambino come
precursore chiave del disturbo mentale.
Il fatto essenziale che distingueva i giovani ladri da gruppi di bambini
presenti in un campione clinico, era la prolungata separazione dai genitori,
che risultava particolarmente evidente e marcata tra i giovani ladri che egli definiva
“anaffettivi”.
Alla fine degli anni quaranta, Bowlby estese il proprio interesse alle
relazioni madre-bambino, passando in rassegna i dati di una ricerca condotta
sugli effetti prodotti sui bambini dall’inserimento “forzato” in istituti, o in
ospedali (isituzionalizzazione) durante l’infanzia.
Da questo lavoro risultò evidente che i bambini che avevano subito una grave
deprivazione di cure materne tendevano a sviluppare gli stessi sintomi dei
giovani ladri da lui definiti “anaffettivi”: pur attribuendo un ruolo centrale
ai genitori in generale, e alle relazioni madre-bambino in particolare, tale
lavoro non conteneva indicazioni sui meccanismi attraverso i quali ci si poteva
aspettare che la deprivazione materna avrebbe prodotto conseguenze negative.
In parallelo a quanto sopra descritto, quasi nello stesso periodo, un altro
ricercatore, James Robertson, con l’incoraggiamento dello stesso Bowlby,
impiegò quattro anni per realizzare un documentario finalizzato ad analizzare
gli effetti della separazione dai genitori, di bambini di età compresa fra i 18
e i 48 mesi, filmandone il loro ingresso in ospedale o in asilo residenziale.
Sulla stessa linea, pochi anni dopo Cristopher Heinicke raccolse osservazioni e
descrizioni comportamentali più sistematiche di tali “separazioni forzate”, che
confermavano pienamente il materiale raccolto da Robertson.
Va anche sottolineato che le ipotesi prevalenti sull’origine dei legami
affettivi avanzate nella prima metà del XX secolo, non convincevano pienamente
Bowlby dal punto di vista della correttezza scientifica.
Infatti sia la teoria psicanalitica sia quella dell’apprendimento
sottolineavano come il legame emotivo con il caregiver fosse una pulsione
secondaria, basata sulla gratificazione di bisogni orali, nonostante fossero
già disponibili dati che dimostravano come, almeno nel regno animale, i
“cuccioli” sviluppavano un attaccamento nei confronti di adulti da cui non
erano ad esempio stati nutriti, come dimostrano gli studi sull’imprinting
portati avanti dall’etologo Lorenz.
Bowlby inoltre fu tra i primi a riconoscere che il piccolo dell’uomo entra nel
mondo già predisposto a partecipare all’interazione sociale: Bowlby infatti
attribuiva un ruolo centrale alla tendenza biologica del bambino a formare un
legame di attaccamento, a dare inizio, a mantenere e a porre fine a interazioni
con un caregiver (la mamma ma non solo) e a usare questa persona come “base
sicura” per l’esplorazione e lo sviluppo personale.
Il contributo critico di Bowlby consisteva nel porre l’accento senza esitazioni
sul bisogno del bambino di un ininterrotto (meglio detto “sicuro”) legame
precoce di attaccamento con la madre.
A suo parere il bambino che non aveva tale rifornimento era con maggiore
probabilità incline a mostrare segni di deprivazione parziale, e quindi un
eccessivo bisogno di amore o di vendetta, un forte senso di colpa e
depressione, o di deprivazione totale, oppure evidenziare forme di abulia o di
mutacismo, ritardo dello sviluppo e, successivamente segni di superficialità,
assenza di veri sentimenti, mancanza di concentrazione, tendenza all’inganno e
al furto compulsivo.
Nei primi anni ’70 Bowlby collocò tali reazioni nella cornice delle reazioni
alla separazione:
protesta → disperazione → distacco.
Le tre fasi, inserite all’interno delle reazioni alla separazione evidenziano
elementi specifici che le distinguono in modo significativo. Al riguardo
possiamo analizzare:
- La protesta
inizia quando il bambino percepisce una minaccia di separazione. Questa
fase è caratterizzata dal pianto, dalla rabbia, da tentativi di fuga e
dalla ricerca del genitore. Dura all’incirca una settimana e si
intensifica durante la notte.
- Alla protesta segue la
fase della disperazione. In questo ambito l’attività
fisica diminuisce, il pianto diventa intermittente, il bambino appare
triste e si ritira dal contatto; è inoltre molto probabile che diventi
ostile nei confronti di un altro bambino o del suo oggetto preferito
portato da casa e dà l’impressione di entrare in una fase di “lutto”,
quasi come per sottolineare la perdita della figura di attaccamento
- La fase finale del distacco
è contrassegnata da un più o meno completo ritorno alla socialità. Da
questo momento i tentativi da parte di altri adulti di offrire cure non
vengono più respinti, ma il bambino che raggiunge questo stadio si
comporterà in modo marcatamente anomalo, di distacco appunto, al ritorno
del caregiver.
Se
vogliamo distinguere azioni specifiche, il fenomeno dell’attaccamento viene
facilmente ridotto al livello molto semplificato dei comportamenti del bambino,
quali il sorriso, la vocalizzazione, tutte azioni che attirano l’attenzione del
caregiver sull’interesse del bambino per la socializzazione,
conducendolo e dirottandolo a stretto contatto con il bambino stesso.
Il sorriso e la vocalizzazione sono quindi comportamenti d’attaccamento, così
come lo è il pianto, che viene spesso sperimentato dalla maggior parte dei caregiver,
come un segnale avversivo, che li induce a comportamenti d’accudimento
finalizzati a eliminare lo stimolo nocivo.
Da queste osservazioni Bowlby ha posto l’accento sul valore della sopravvivenza
riconducibile all’attaccamento. Il mantenersi vicino al caregiver
aumenta infatti la sicurezza del bambino, garantisce il suo nutrimento e la
possibilità di apprendere e di esplorare l’ambiente; consente inoltre
l’interazione sociale e la difesa dai predatori: proprio quest’ultima era,
secondo Bowlby, la principale funzione biologica dell’attaccamento,
considerando cioè i comportamenti di attaccamento come parte di un sistema
comportamentale mutuandone il concetto direttamente dall’etologia.
Va quindi detto in conclusione che è proprio questo aspetto cruciale che motiva
l’infuocata controversia tra psicoanalisi e teoria dell’attaccamento, perché un
sistema comportamentale implica una motivazione intrinseca e non può essere
ridotto ad un’altra pulsione, al pari, ad esempio, dei bisogni secondari.
-Il punto di vista
dell’attaccamento
“Attachment”
in inglese assume il significato di “affezionarsi a …”: da qui è abbastanza
semplice collegarla a quella relazione stabile che si instaura tra il bambino e
la persona adulta che si prende cura di lui (caregiver) dalla nascita, e che,
attraverso gli scambi interattivi fra i due, genera un legame (di
attaccamento).
Tale legame serve a garantire il benessere, la protezione dai pericoli
provenienti dall’ambiente esterno, favorisce la sopravvivenza grazie alla
vicinanza della figura adulta (in genere, ma non sempre, la madre biologica), e
sottolinea un aspetto della relazione, che pare non essere legato all’amore fra
genitori e figli.
Il periodo sensibile (termine preso a prestito dall’etologia) durante il quale
il bambino costruisce il legame di attaccamento è quello del primo anno di
vita.
Dal punto di vista teorico, tale assunto stabilisce che il bambino costruisce
una relazione con i suoi caregivers non spinto dalla fame o da altri
bisogni fisiologici legati agli istinti, ma fondamentalmente da quella
relazione che gli fornisce un contesto per “sentirsi al sicuro” (base
sicura).
Per raggiungere tale equilibrio il bambino mette in atto un insieme di
comportamenti innati (eredità del patrimonio socio biologico) detti
comportamenti di attaccamento, che tendono a far sì che l’adulto si avvicini e
stabilisca un contatto diretto utilizzando segnali come il sorriso, la
vocalizzazione, il pianto, il sollevare le braccia, azioni tutte volte alla
ricerca della sicurezza/base sicura, che va oltre, come si diceva poc’anzi, al
vincolo amorevole tra genitore e figlio, e quindi, non collocabile solamente nell’area
dei bisogni.
La necessità di individuare i tipi di attaccamento durante la prima infanzia ha
portato una ricercatrice, Mary Ainsworth, ad elaborare una procedura
standardizzata, in cui il bambino è sottoposto a situazioni di stress non
familiare (Strage situation).
Tale situazione ricreata in laboratorio permette di rilevare, da parte di un
osservatore estraneo, il comportamento del bambino nei confronti dell’adulto
cargiver.
-l’attaccamento del bambino:
le categorie dell’attaccamento
nella prima infanzia sono:
1)
l’attaccamento sicuro
2)
l’attaccamento insicuro evitante
3)
l’attaccamento insicuro ambivalente
4)
l’attaccamento disorganizzato/disorientato
5)
l’attaccamento evitante/ambivalente.
-ATTACCAMENTO
SICURO:
il bambino con attaccamento
sicuro manifesta un chiaro desiderio di vicinanza,di contatto fisico e di
interazione nei confronti della figura di attaccamento.
Quando questa è presente,il
bambino può apparire relativamente autonomo nell’esplorazione
dell’ambiente,ma,di solito,tende a ricercare in modo attivo la partecipazione
dell’adulto e,specie negli episodi di separazione,manifesta evidenti segnali di
attaccamento e di ricerca dell’adulto.
Durante la separazione può
mostrare segni di stress o di disagio ma,se ciò accade,è evidentemente in
relazione all’assenza della figura di attaccamento e non al fatto di essere
stato lasciato solo.
Negli episodi di ricongiungimento
il bambino Sicuro manifesta chiari segnali di attaccamento nei confronti del genitore,lo
“saluta”,ricerca la sua vicinanza o
l’interazione,oppure,se è a disagio,richiede contatto fisico e consolazione.
Parallelamente,quando ottiene
contatto fisico o vicinanza mette in atti i comportamenti che tendono a
preservarli,ad esempio resistendo,o almeno protestando,quando viene rimesso a
terra.
Pertanto,il bambino Sicuro
manifesta in modo chiaro e aperto i proprio bisogni psicologici di conforto e
di protezione,e quando ottiene contatto fisico e consolazione dal genitore si
dimostra appagato,si lascia consolare e riprende l’esplorazione.
In generale il bambino con
attaccamento Sicuro manifesta quello che è stato definito un comportamento di
base sicura,nel senso che da un lato appare relativamente autonomo
nell’esplorazione dell’ambiente,soprattutto quando il genitore è
presente,dall’altro appare in grado di segnalare con chiarezza i proprio
bisogni di attaccamento e consolarsi e
rassicurarsi alla presenza dell’adulto di riferimento.
In questo caso il genitore
rappresenta per il piccolo una base sicura presso il quale rifugiarsi e trovare
protezione,ma dal quale potersi allontanare fiduciosamente per esplorare il
mondo circostante.
Possiamo quindi definire
l’attaccamento Sicuro come un’organizzazione comportamentale e relazionale
nella quale vi è un corretto bilanciamento fra esplorazione dell’ambiente e
attaccamento nei confronti del genitore,ovvero tra indipendenza/autonomia e
dipendenza.
-ATTACCAMENTO
INSICURO EVITANTE:
il bambino con attaccamento
insicuro Evitante mostra un notevole esitamento del genitore,in particolare
negli episodi di riunione.
Durante la procedura, infatti,
questi bambini appaiono particolarmente autonomi e indipendenti,maggiormente
centrati sull’esplorazione dell’ambiente e sui giocattoli che sulla presenza
dell’adulto di riferimento.
Nelle separazioni,solitamente
mostrano minori segni di disagio e di ricerca nei confronti del genitore e nel
momento di ricongiungimento sembrano ignorare o dare poca importanza al ritorno
dell’adulto,ad esempio salutandoli distrattamente oppure mostrandosi assorti e
intenti nelle proprie attività di gioco.
In senso più generale nei bambini
con attaccamento insicuro evitante il bilanciamento tra esplorazione
dell’ambiente e attaccamento nei confronti dei genitori è spostato in favore
della prima:il loro comportamento enfatizza glia spetti di indipendenza,autonomia
e autosufficienza affettiva nei confronti della figura di riferimento.
Il genitore infatti non
rappresenta una vera e propria base sicura per loro e per questo essi tendono a
non fare riferimento a lui quando si sentono moderatamente spaventati e a
disagio,così come accade nelle situazioni di breve separazione,e a non
manifestare chiaramente i desideri di vicinanza,contatto e rassicurazione.
In altre parole la caratteristica
distintiva di questi bambini è data dal fatto che tendono a inibire la
manifestazione dei propri bisogni psicologici di conforto e protezione rispetto
alla figura di attaccamento,enfatizzando uno stile relazionale di autonomia e
di indipendenza.
-ATTACCAMENTO
INSICURO AMBIVALENTE:
questi bambini manifestano un marcato
attaccamento nei confronti del genitore,nel senso che tendono ad essere
maggiormente centrati sulla relazione con l’adulto che sull’esplorazione
dell’ambiente circostante e ciò diviene sempre più evidente con il trascorrere
della procedura.
Tendenzialmente,i bambini
manifestano fin da subito una minore capacità di esplorare l’ambiente in modo
autonomo e di interagire con la figura estranea,un notevole disagio durante la
separazione,accompagnato anche da una minore capacità di recupero nei momenti
di ricongiungimento.
Il ritorno del genitore dopo la
separazione,infatti,non sembra sufficiente a consolarli,come se la presenza
della figura di attaccamento non fosse in grado di ristabilire il loro senso di
sicurezza e di placare le richieste di ulteriore attaccamento e bisogno di
conforto.
Accanto alla tendenza a non
consolarsi con il genitore questi bambini manifestano comportamenti ambivalenti
nei suoi riguardi,nel senso che alternano o mescolano insieme richieste di
vicinanza e contatto a comportamenti marcatamente resistenti o di estrema
passività,come se la separazione del genitore determinasse un’insicurezza
accompagnata da rabbia o da senso di impotenza.
Più in generale,dunque,nei
bambini ambivalenti il bilanciamento tra esplorazione e attaccamento è in
disequilibrio a favore del secondo.
Il genitore non rappresenta una
base sicura poiché quando i bambini ambivalenti si sentono spaventati e a
disagio non sembrano riuscire a consolarsi con la loro presenza .
-ATTACCAMENTO
DISORGANIZZATO/DISORIENTATO:
il comportamento di questi
bambini esprime momenti di generale confusione legati a una profonda incapacità
di organizzare efficacemente la situazione oltre ad una grave incapacità a
orientare il comportamento stesso e l’affettività,anche perché accompagnati da
atteggiamenti visibilmente impauriti e rigidi sia a livello corporeo sia per
ciò che concerne l’espressione del viso.
Nel complesso,il bambino con
attaccamento disorganizzato,ha un comportamento apparentemente simile a quello
dei bambini Sicuri,Evitanti o Ambivalenti,ma in alcuni momenti sembra privo di
una strategia coerente nella relazione con il genitore.
La mancanza di coerenza nella
strategia si può manifestare tramite momenti di disorganizzazione del
comportamento o momenti di disorientamento.
L’aspetto rilevante è che i
comportamenti disorganizzati o disorientati si verificano solamente quando il
genitore è presente e,soprattutto,nei momenti di riunione dopo la
separazione,come se non si trattasse
di una caratteristica del bambino,ma di un tratto definito della relazione.