Ugo Mulas (1928-1973):
da ragazzo si iscrive alla Facolta di
Giurisprudenza presso l'Università Statale di Milano, ma non porta a termine il percorso
universitario perchè la frequentazione di una serie di amici, alcuni dei quali
diventeranno poi artisti famosi, lo porterà a maturare nuovi interessi e a
dedicarsi interamente alla fotografia. Inizia come autodidatta fotografando
dapprima gli amici del bar Giamaica a Brera ed in seguito si occupa di fatti di
cronaca. Successivamente si dedica alla documentazione di opere di artisti
iniziando proprio dalle persone più vicine a lui per giungere alle
documentazioni sulle Biennali di Venezia, dove conosce gli artisti americani
della Pop-Art,e decidendo di realizzare un libro che sarà pubblicato in seguito
con il titolo: "New York arte e persone", nel quale tenta sempre di
operare una fotografia che consenta di comprendere i meccanismi creativi degli
artisti.
In america
l'incontro con Robert Frank e la conoscenza dei lavo 545b18f ri di Lee Friedlander
stimolano la presa di coscienza del fotografo sulle modalità del suo
operare,non semplice testimonianza neutrale ma ma scelta responsabile
dell'attimo oltre che del luogo.
In Italia realizza lavori di documentazione di opere
teatrali come "Il Galileo" messo in scena al Picccolo di Milano da
Streler, oltre che a lavori di tipo più prettamente industriale.
Molti sono anche i ritratti di personaggi celebri sempre studiati con
grande attenzione.
Realizza molte
pubblicazioni fra le quali "Fotografare l'arte" con l'amico scultore
Pietro Consagra e l'introduzione di Umerto Eco, ma soprattutto "La fotografia" un libro pubblicato
nella collana letteratura dell'Einaudi che raccoglie un po' tutto il suo
percorso acompagnato da una serie di riflessioni
scritte sui diversi lavori svolti.
Alla fine della
sua vita, quando la malattia lo costringerà a delle lunghe pause di sospensione
del lavoro, nelle quali poter
riflettere, avrà il desiderio di andare a ripensare che cosa sia stata per lui
la fotografia stessa, il suo rapporto con la fotografia, cosa ha significato
per lui dedicare tanto tempo al correre dietro alla realtà. Queste riflessioni
porteranno alla creazione delle 'Verifiche', una serie di fotografie che
rappresentano il momento più alto della sua presa di coscienza su tutta una
carriera, operazione sentita come
necessaria anche a causa di quella mancanza iniziale di conoscenza di ciò che
era la fotografia :" Ho chiamato questa serie di fotografie verifiche
perchè il loro scopo era quello di far toccare con mano il senso di operazioni
che ho ripetuto cento volte al giorno senza mai fermarmi una volta a
considerarle in sè stesse".
L'introduzione
alle "Verifiche" rappresenta ancora oggi un momento di rara lucidità
sull'operare del fotografo. “Oggi la fotografia con i suoi derivati,
televisione e cinema, è dappertutto in ogni momento. Gli occhi, questo magico
punto di incontro fra noi e il mondo, non si trovano più a fare i conti con
questo mondo, con la realtà, con la natura: vediamo sempre più con gli occhi
degli altri. Potrebbe anche essere un
vantaggio ; migliaia di occhi invece di due, ma non è così semplice. Di
queste migliaia di occhi, pochi, pochissimi, seguono una operazione mentale
autonoma, una propria ricerca, una propria visione. anche inconsapevolmente
migliaia di occhi sono collegati a pochi cervelli a precisi interessi a un solo
potere. Così i nostri occhi anzichè trasmetterci informazioni genuine magari
povere ci investono con infinite informazioni visive doppiamente stordenti
perchè la loro falsità si cela sotto una sorta di splendore, si finisce con il
rinunciare alla propria visione che ci pare cosi povera, rispetto a quella
elaborata da migliaia di specialisti della comunicazione visiva e a poco a poco
il mondo non è più cielo, terra, fuoco e acqua, ma è carta stampata, fantasmi
evocati da macchine sempre più perfette e suadenti."
Il discorso che
giunge all'inizio degli anni settanta è oggi ancora di più e sorprendentemente
attuale, infatti siamo sempre più sottoposti a un bombardamento di immagini,
che essendo cosi curate e sapientemente strutturate diventano sempre più belle
e affascinanti al punto da diventare ancora più belle del nostro stesso
rapporto con la realtà.
Le riflessioni
sull'uso delle immagini porteranno Mulas a polemizzare con quel tipo di
fotografia praticato dai reporter e dai tanti amatori che cercano nella
fotografia lo straordinario. In effetti, una parte della fotografia, si è
sempre legata all'attimo privilegiato, indimenticabile, al saper cogliere
l'istante decisivo. Proprio questo sarà un terreno di confronto con un altro
grande fotografo di reportage: Henry Cartier Bresson, il quale, fra le diverse
cose interessanti che ha scritto,
nell'introduzione al suo celebre libro 'Images à la sauvette" dice che,
attraverso il nostro apparecchio fotografico, noi accettiamo la vita in tutta
la sua realtà, questa idea, condivisa da Ugo Mulas, però è accompagnata da un'
altra sua affermazione in cui spiega che il fotografo deve avvicinarsi alla
realtà a passi di lupo, senza farsi sentire e scorgere, come se fosse un
animale predatore che deve ghermire la sua preda senza farla fuggire. Proprio
questa concezione ha poi creato il mito del
fotoreporter sempre pronto a scattare al momento giusto. E' con questo
tipo di fotografia che Mulas polemizza perchè, egli sostiene, l'idea
dell'attimo straordinario, dello straordinario in sè, è l'idea di chi non è più
in grado di cogliere proprio la
straordinarietà di ogni istante, della normalità, per cui la sfida che lancia
Mulas è la capacità di cogliere in ogni attimo l'evento straordinario, l'evento
significativo, e quindi l'avventura del fotografo può essere altrettanto
straordinaria, parlando di Milano, camminando da porta Ticinese a porta Romana,
che viaggiando in Nepal o in altre zone della terra.
Spesso la realtà
che ci circonda più da vicino diventa
sconosciuta al punto da non riconoscere i volti e le realtà che ci circondano
perfino nel nostro stesso condominio. Un altro aspetto straordinariamente
importante che Mulas mette a fuoco consiste
nel comprendere come ci sia, da parte del fotografo, la necessità di
individuare quella che è la realtà da fotografare come il momento più
importante; una volta fatto questo l'operazione seguente è quasi un operazione
tecnica manuale. Il fotografo, a quel punto, diventa solamente un operatore:
"Ciò che veramente importa è individuare la propria realtà, dopo di che
tutti gli attimi più o meno si equivalgono, circoscritto il proprio territorio
potremo assistere al miracolo delle immagini che creano sè stesse perchè a quel
punto il fotografo deve trasformarsi in operatore, ridurre cioè il suo
intervento alle operazioni strumentali: inquadratura, tempo di posa, diaframma,
messa a fuoco".
Sembra, allora,
di poter ritornare alle origini della fotografia quando gli oggetti si
delineavano da sè senza l'aiuto della matita dell'artista, e si può fare
riferimento allo scritto di uno dei primi scopritori della fotografia W.H.F.
Talbot che intitolò il suo primo libro (la prima raccolta di fotografie nella
storia): "La matita della natura". Talbot allora vedeva in questo
procedimento il miracolo della natura che si registrava da sè senza
l'intervento dell'artista, dell'uomo.
Verifica n.1
: Omaggio a Nièpce
La prima
immagine consiste in un provino intatto di una pellicola sviluppata ancora
vergine, senza cioè essere stata esposta. Ciò che vediamo è una striscia
trasparente, tranne la coda che è stampata in bianco perchè è stata colpita
dalla luce e che quindi nel negativo diventa nera. Omaggio a Nièpce è la dedica
perchè, di fatto, lui fu il primo di cui abbiamo un immagine, per quanto poco
nitida e faticosamente leggibile. Il sottotitolo di questa verifica era: 36
occasioni perdute; è la spiegazione di
questa operazione dedicata in primo luogo al materiale sensibile; che svela
questa sua sensibilità solo nel primo pezzo di pellicola e che poi rimane
vergine, e la cui scansione successiva viene data dal solo numerino che viene
stampigliato sul bordo del negativo. Questa operazione verrà poi ripresa alla
fine intitolando l'ultima delle verifiche
Omaggio a Duchamp con un' immagine molto simile ma inella quale la
lastra di vetro che viene utilizzata per tenere premuta la pellicola sul foglio
di carta viene rotta. Questo uso di un materiale, nemmeno manipolato, avvicina
il discorso a quelle che sono le operazioni di Duchamp
Verifica n.2
: L'operazione fotografica. Autoritratto per Lee Friedlander.
In questa
immagine Mulas si è munito di una
reflex ed ha posto sulla parete di fronte a lui un
piccolo specchio, si è poi fotografato riprendendo nell'immagine : la propria
ombra, lo specchio in cui egli si vede riflesso e, alle sue spalle, la finestra
da cui entra la luce. Il suo volto però
non si vede perchè nascosto dalla macchina fotografica: quello stesso strumento
che permette registrare la realtà, nel momento stesso in cui il fotografo
scatta, partecipa all'evento, non gli permette di vedersi, tra lui e la realtà c'è la macchina
fotografica.
Quando Mulas
realizza questo tipo di operazione è immerso in letture di filosofia come
quelle sulla fenomenologia, che gli permettono di portare avanti le riflessioni
sul fatto che l'uomo tutto può vedere tranne che il proprio volto, al massimo
si può vedere allo specchio ma in tal caso il lo sguardo è rivolto allo specchio, non al proprio volto. Tali
riflessioni fanno parte del lungo percorso che porta Mulas a realizzare queste
verifiche; d'altra parte il discorso sullo specchio e sull'ombra è un
discorso fondamentale, molto sentito, anche in altri ambiti artistici,
basti pensare alla letteratura.
Verifica n.3
: Il tempo fotografico. A J. Kounellis
La riflessione
in questo caso è tutta sul rapporto tra la fotografia e il passare del tempo,
il succedersi degli attimi.
Il discorso sul
tempo è un altro aspetto fondamentale rispetto all'immagine, sia l'immagine in
movimento che l'immagine fissa. Si pensi ai cronofotografi che nella seconda
parte dell'ottocento studieranno il movimento, giungendo con Muybridge
all'anticipazione del cinematografo e si pensi al tempo fermato all'interno
dell'immagine, che costituisce un problema ricorrente nel lavoro dei fotografi.
In questo caso
le immagini di Mulas si riferiscono ad una sorta di performance che un
musicista eseguiva ripetendo in modo
abbastanza ossessivo lo stesso brano musicale (dal Nabucco di G. Verdi).
Come rendere
visivamente questa idea di tempo, di tempo che ritorna che fluisce, utilizzando
la fotografia che da parte sua tende a fermare il tempo, a concentrarlo in una
istantanea?
Mulas riprende
la scena con un grandangolo e da discreta distanza; operazione che fa diventare il pianista molto
piccolo e il movimento delle sue mani impercettibile: le immagini sembrano tutte uguali, e scorrono
quasi tutte uguali scandite solo dal numerino di posa posto alla base della
pellicola.
La riflessione
sul tempo può acquisire anche altri
significati: la fotografia non è
certo in grado di fermare il tempo, ma,
in questo caso, abbiamo questa dimensione solo per il fatto che le immagini
coesistono tutte nello stesso momento e sullo stesso piano .
Verifica n.4 :
L'uso della fotografia. Dedicata ai fratelli Alinari.
In questo caso
l'immagine non è stata ripresa originalmente da Mulas ma si tratta di un immagine dei fratelli Alinari. Mulas però
ne assume la paternità, la firma come verifica,
per il semplice fatto di aver definito quello che è il suo pensiero, la
sua lettura.
La fotografia
riporta due immagini sulla stessa lastra, e rappresenta due esposizioni del Re
Vittorio Emanuele II eseguite quasi
nello stesso istante e quasi identiche tra loro. Mulas descrive di aver trovato
queste fotografie con grande stupore: gli sembrava di aver trovato due realtà
opposte l'una all'altra eppure simultaneamente presenti nella stessa immagine,
nella stessa lastra. Queste due immagini, che
a prima vista sembrano identiche, sono l'una il contrario dell'altra: la
prima immagine, diffusa probabilmente in
formato card-visite, è quella in cui il Re si mostra in tutta la sua fierezza e
forza; ma è la seconda che ci rivela, che ci fa capire la falsità della prima.
Qui, infatti, vediamo un Re con le rughe sulla fronte, le borse sotto gli occhi
ed appare quasi mummificato dall'età. E' evidente che la prima è stata
ritoccata. Ma ciò che ha colpito Mulas è il trovare sulla stessa lastra due
immagini della stessa persona scattate a poca distanza l'una dall'altra, una ritoccata e una no;
significa trovare allo stesso tempo i due usi della fotografia nella storia.
Quella stessa fotografia che dai suoi creatori fu immaginata come uno strumento
meraviglioso e unico in cui per la prima volta la natura si tracciava da sè,
ecco che, fin dall'inizio, l'uomo ha poi utilizzato questo strumento imparando
a manipolarlo pur caricandolo di una presunta obbiettività e verità.
Verifica n.5
: L'ingrandimento. Il cielo per Nini.
Il punto di
partenza di questa riflessione è appunto l'ingrandimento fotografico. Il
fotografo spesso sceglie una scala, una grandezza, un fattore di ingrandimento
per il soggetto. Mulas è andato a prendere ciò che in fondo aveva meno senso o
possibilità di essere ingrandito: il cielo, lo ha quindi fotografato al
tramonto con un grandangolo. Delle 36 pose che ha scattato ha realizzato un
provino a contatto, ne ha poi scelta una
e l' ha stampata al limite della
visibilità della grana (la grana sono i sali d'argento che compongono la
pellicola stessa, e sono tanto più visibili quanto più è ingrandita l'immagine
) La stessa immagine l'ha infine
ingrandita alla massima possibilità
che poteva ottenere nel suo studio
(proiettando con l'ingranditore a parete su una grandezza di alcuni metri tale
immagine). A questo punto il foglio 40x50 della stampa inserito all'interno di
questo enorme ingrandimento svela quasi esclusivamente la struttura materica
che compone l'immagine stessa: ci fa vedere i sali d'argento della pellicola.
L'immagine che inizia con il materiale
sensibile ritorna al materiale sensibile.
Si può così
osservare come il tentativo di "possedere" al massimo grado l'oggetto
della fotografia in realtà si rivela perdente; in questa sequenza non si trova
più il cielo, da cui si era partiti, ma un muro fatto dai sali d'argento.
Verifica n.6
: L'ingrandimento.
Dalla mia
finestra ricordando la finestra di Gras. (16 Settembre 1824. Nicéphore Niepce
al fratello Claude: " Ho la soddisfazione di poterti finalmente comunicare
che sono riuscito ad ottenere un immagine
della natura
talmente buona che non potrei desiderare di meglio, questa immagine è stata
presa dalla tua stanza dalla parte verso Graz. ")
Di fatto questa
è la prima fotografia della storia.
Mulas a causa
della sua malattia non può muoversi molto e dopo aver più volte guardato dalla
finestra lo stesso paesaggio ha l'intenzione di fotografarlo e di renderlo
oggetto della sua riflessione. Per questa operazione utilizza una pellicola
della Agfa con cui riprende la scena che si vede dalla sua finestra, come dalla
finestra di Gras. La prima immagine, stampata a contatto, mostra quel cortile,
molto poco leggibile, ma è leggibile sul
bordo della pellicola la scritta Agfa. La seconda immagine è una stampa normale
in cui si vede il paesaggio (leggibile
questa volta) in cui compare, molto
piccolo, lo stesso logo presente su una insegna, che viene poi ingrandito
diventando l'oggetto della terza immagine, anche se molto sgranata. Questa cosa
è molto interessante perchè si parte dalla materia della fotografia e si
ritorna nella materia considerando però quello che è stato il divenire della
fotografia nella storia. Mulas spiega questa cosa dicendo che un giorno
guardando dalla finestra mentre pensava alla foto di Niepce ha constatato che
nel cortile c'era in quella insegna
della Agfa la presenza di Niepce, un Niepce mercificato, ridotto a oggetto di
consumo e prevaricazione, che non ha niente a che fare con lo scienziato e il
poeta che aveva pensato di aver scoperto un linguaggio estremamente puro dove
la mano dell'uomo non concorresse a intorbidare le acque. Mulas ha cosi pensato
di fare una operazione come quella del cielo. Ancora una volta si parte dal
mezzo cioè piccoli fotogrammi e si ritorna nel mezzo. E' la scoperta di una
fotografia che diventa presente nel territorio, che diventa fabbrica, business.
Verifica n.7
: Il laboratorio.
L'immagine è
dedicata a Sir Jhon Frederick William Herschel. Lo scienziato inglese che
inventò il fissaggio: "Esperimento 1013. 29 gennaio 1839. Trovato
iposolfito di sodio per arrestare l'azione della luce eliminando con lavaggio
tutto il cloruro d'argento ..."
Uno dei
problemi enormi all'inizio della fotografia era costituito dal cercare un' immagine
che fosse direttamente positiva, mentre in realtà non lo era. La sensibilità
alla luce dell'argento era nota, ma anche se si riusciva a realizzare una
superficie che registrasse la luce non si riusciva ad arrestare questo processo
e l'immagine ottenuta, esposta successivamente ancora alla luce diventava
completamente nera.
Mulas va a
riprendere questa stessa esperienza;
prende un foglio di carta sensibile esposto alla luce ci mette sopra una
mano bagnata di sviluppo a sinistra e una bagnata di fissaggio a destra,
sviluppa la parte di destra che diventerà nera tranne la parte bagnata di
fissaggio. A questo punto fissa il tutto e
rimane a sinistra la mano bagnata di sviluppo annerita con il bianco
sotto e a destra l'impronta della mano
sopra il nero. E' anche un sottolineare l'importanza delle mani in tutte le
operazioni che vengono svolte dai fotografi
Verifica n.8
: Gli obbiettivi. Dedicata a Davide
Mosconi, fotografo.
Mulas prende
due obbiettivi: un grandangolare e un tele, mette la macchina fotografica
davanti al soggetto e fotografa con i
due diversi obbiettivi cercando di mantenere la stessa espressione, la stessa
luce e soprattutto di occupare interamente con il volto l'inquadratura in modo
da ottenere due immagini il più possibile simili. Tra le due immagini però ci
sono ugualmente notevoli differenze prodotte dall'ottica diversa: in una il
soggetto è perfettamente leggibile, staccato dallo sfondo nell'altra la deformazione del volto che
appare in primo piano lo rende affatto diverso.
Anche in questo
caso Mulas compie una riflessione sulla fotografia che può apparire banale ma
che banale non è. La riflessione è di tipo linguistico e semplicemente vuole
sottolineare la scelta dell'ottica in funzione di un'interpretazione
differente.
Verifica
n.9: Il sole il diaframma il tempo di posa.
Il secondo
libro di Fox Talbot, edito nel 1845, era intitolato immagini di Scozia fatte
dal sole, Mulas vuole ripercorrere questa idea del sole, della luce
protagonista, di uno scrivere con luce. Ecco allora che riprende il sole
fotografandolo in tutta la sequenza delle trentasei pose del rullino con una
pellicola a bassa sensibilità. Partendo da tempi molto brevi (1\1000) e
diaframma completamente chiuso si ha un progressivo aprire il diaframma per cui
partendo da immagini in cui il sole compare appena timidamente come un piccolo
puntino al centro, si arriva ad immagini in cui il sole diventa protagonista
fino a sfondare il negativo stesso facendolo diventare completamente nero
(bianca la stampa) per poi tornare nel buio . La conoscenza del materiale
sensibile permette di ottenere, con lo stesso soggetto tutto e il contrario di
tutto.
Verifica
n.10 : L'ottica e lo spazio. Ad A. Pomodoro. Foto non fatta.
Mulas descrive
la fotografia che avrebbe voluto fare: l'interno di uno studio di
scultore.L'idea è quella di passare a obiettivi con focale sempre più lunga
isolando il soggetto (lo scultore) in modo da fare sparire le cose attorno col
risultato che il personaggio estraniato dal suo tempo e dal suo spazio diventa
quasi mitico cioè idealizzato. Togliere il contesto e isolare la persona,
questo è il significato dell'operazione di Mulas, cioè un voler far capire ad
altri, ma anche un riflettere in prima persona, sulle caratteristiche della
fotografia ed in particolare sulla scelta che il fotografo opera nel momento in
cui va a decidere se utilizzare un ottica o un altra.
In realtà tutte
queste verifiche sono importanti per capire sempre di più come il fotografo sia
un interpretante, sia chiamato ad interpretare la realtà.
Una delle
occasioni che fecero crescare culturalmente Mulas, fu l'incontro con il
fotografo americano Robert Frank, Mulas in quel periodo riteneva che il
fotografo dovesse porsi come uno spettatore, un osservatore neutrale, un
testimone, quasi confidando in una neutralità della fotografia. Fu proprio
Robert Frank che insistette con Mulas sul fatto che il fotografo non può essere
mai uno spettatore neutrale perchè anche inconsapevolmente il fotografo nel
momento in cui registra la realtà davanti a sè ha già operato una scelta, nello
spazio e nel tempo, ha scelto un luogo, un tempo, e un modo di osservare quel
soggetto. Quindi comunque sia il fotografo è sempre coinvolto in prima persona
e pertanto, per Robert Frank la posizione più corretta è assumersi
coscientemente la responsabilità della scelta. Il problema non è tanto nel
credere in una finta obbiettività, cosa per altro impossibile, ma nel
dichiarare la propria scelta, l'essere coscienti del dove e come ci si è
collocati.
Verifica
n.11 : La didascalia Dedicata a Man
Ray.
Scattata nel
'72 in una delle occasioni di visita di Man Ray allo studio Marconi. Mulas
racconta che aveva seguito il muoversi, l'operare di M.R. in mezzo alle persone
della galleria, mentre era ripreso da altri fotografi, ma non soddisfatto di
quelli che erano gli scatti che aveva eseguito fino a quel momento continuò a
seguirlo fino a quando ad un certo momento M. Ray passando in uno dei lati
dello studio e alzando la mano pronunciò ai giornalisti che lo seguivano la
frase : "Questo è il mio ultimo quadro"; una battuta, ma in realtà
quello che Mulas aveva fotografato in quel momento era esattamente la battuta
stessa, quindi riprende la frase e la inserisce nella fotografia. La didascalia
viene posta così all'interno dell'immagine.
Questa verifica
è tutta giocata sul rapporto tra scrittura e fotografia, aspetto non molto
indagato ma certamente molto importante. Mulas descrive questo rapporto come
fondamentale perchè se esistono immagini che già sono sufficientemente chiare
da non richiedere alcuna didascalia, ce ne sono altre che la richiedono. La
didascalia diventa un ulteriore documento che accompagna, spiega, fa capire
l'immagine stessa. Anche in questo caso il fotografo dovrebbe assumersi la
paternità, la responsabilità di ciò che scrive, dovrebbe fornire la sua chiave
di interpretazione, la sua spiegazione eventuale. E' terribile vedere come
succede in molti cataloghi ed esposizioni anche contemporanee, immagini di cui
non si conosce a volte nemmeno l'autore e il suo punto di vista intellettuale,
chiave di lettura indispensabile per giungere ad una corretta e completa
interpretazione.
Verifica
n.12 : Autoritratto con Nini.
Qui uno sguardo
attento ci svela qualcosa di strano: Nini è perfettamente a fuoco mentre
l'immagine di Mulas è sfuocata. Ecco tornare quel pensiero sul fatto che l'uomo
non possa vedersi, può farsi l'autoscatto ma in realtà non si vede mai. Identità : parola che ancora
oggi si presta a una doppia lettura; identità come definizione di una persona
(carta d'identità) e identità anche come uguaglianza, equivalenza a
qualcos'altro. Mulas si ritrae sfuocato
per sottolineare questa impossibilità di vedersi. un'altra possibile
interpretazione, suggerita da un suo assistente di allora, può essere quella di
una percezione da parte di Mulas del proprio essere malato, dell'essere
destinato a morire da lì a breve e ci può essere anche questo nel ritrarsi in
modo non nitido davanti alla macchina da presa. Ciò peraltro porta ad
un'apertura su un altra riflessione che è fondamentale e determinante contenuta
in uno scritto di Roland Barthes, sul fatto che la fotografia sia una sorta di
memoria di ciò che è stato, una testimonianza inconfutabile, che può aprire un
fronte molto ampio di tipo anche psicanalitico sulla fotografia. L'uomo può
vivere la fotografia anche come disperato tentativo di sottrarsi alla morte, di
lasciare una parte di sè, di registrarsi.
Verifica n.
14: Fine delle verifiche. Per Marcel
Duchamp
"La serie
delle verifiche l'ho considerata ad un certo momento conclusa, ho deciso di
chiuderla dove aveva avuto inizio, ho fatto in un certo senso come un incisore
che biffa la lastra a tiratura ultimata. "
Nelle tirature
limitate per mantenere alto il valore delle stampe (più recentemente anche delle fotografie),
l'incisore al termine della serie distrugge la lastra.
Mulas realizza
questa immagine rompendo la lastra di vetro che si utilizza per tenere premuta
la pellicola sul foglio di carta. L'immagine che ne risulta è un immagine del
tutto nuova diversa da quella di partenza da cui pure era partita. Questo suo
gesto lo porta a pensare a Duchamp: "... e non solo per la circostanza
estrinseca che nella produzione di Duchamp c'è un'opera che è un grande vetro
spezzato, ma mi sono reso conto dell'influenza inconscia dell'atteggiamento di
Duchamp, del suo non fare che ha tanto significato nell'arte più recente e
senza il quale questa parte di lavoro non sarebbe nata ". Perciò questa
verifica è dedicata a Duchamp.