Tesina multidisciplinare
LA CONTESTAZIONE DEGLI ANNI 60’-70’
INDICE
Introduzione
Letteratura: Echi e risonanze della contestazione nei campi delle arti
figurative, della
letteratura, della musica
e nella morale di ogni persona.
Pier Paolo Pasolini
Paolo Volponi
Filosofia: Theodor W. Adorno e Marcuse
INTRODUZIONE
A partire dagli anni ‘60-’70, la cultura è stata
fortemente influenzata da caratteri di costume che hanno determinato numerose
svolte nei vari settori: dal letterario al musicale, dal figurativo al
teatrale, questi mutamenti derivano dal ribaltamento del modo di vedere le cose
e quindi anche da un nuovo stile di vita. Alla base di questi fenomeni possiamo
individuare una tendenza generale: LA CONTESTAZIONE.
La
cultura della contestazione ha interessato soprattutto il mondo giovanile,
manifestandosi sia in America che in Europa con atteggiamenti ribellistici,
provocatori, anticonformisti e trasgressivi. All’origine della rabbia giovanile
stava la contestazione del sistema capitalistico borghese, l’ansia per un
futuro su cui pesava il pericolo di una guerra atomica ed il violento scontro
generazionale. I giovani rifiutavano la propria società, accusata di appiattire
l’uomo, dequalificare l’intellettuale e mercificare tutto, anche l’arte ed il
pensiero.
LA STORIA
LE ORIGINI DELLA RIVOLTA
GIOVANILE
Il movimento giovanile degli anni sessanta segnò la maturazione
culturale e politica di una nuova generazione, che intendeva opporsi al sistema
istituzionale postbellico. Nato nelle università statunitensi, particolarmente
sensibile ad un rinnovamento dell’istruzione e dei processi di selezione, il
movimento assunse anche i caratteri di una lotta per l’eguaglianza tra bianchi
e neri, contro ogni forma di discriminazione razziale. La crisi che attraversò
questi anni fu il risultato di un lungo periodo segnato da squilibri in campo
politico, economico e sociale. Inoltre molto contraddittoria fu la politica
statunitense che da un lato, ha combattuto in difesa della democrazia contro le
barbarie naziste, infatti, era considerata da molti il simbolo della libertà e
della giustizia, dall’altro vive sotto l’incubo della guerra fredda,
costantemente minacciata dal rischio di un conflitto nucleare. La guerra in
Vietnam rappresentava proprio questo carattere ipocrita della politica Usa.
Le interne contraddizioni
della politica statunitense
Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati negli Usa, da una
crescita quasi ininterrotta e da un irrigidimento politico nei confronti delle
organizzazioni sindacali e di qualsiasi forma di dissenso politico e culturale.
A partire dalla seconda metà degli anni ’50, il clima di relativa pace sociale
andò degenerando, in seguito all’emergere di movimenti di protesta autonomi
rispetto alle forze sindacali e politiche: i movimenti etnici ed il movimento
giovanile.
Immediatamente dopo il conflitto, l’America conobbe un notevolissimo
aumento dei redditi privati che favorirono una grande espansione dei consumi in
particolare nel settore dei beni durevoli, contribuendo in modo decisivo alla
crescita del decennio successivo. Gli anni della guerra avevano prodotto anche
altri fenomeni significativi, destinati ad influenzare a lungo la società
americana, innanzi tutto la ridistribuzione della popolazione determinata dal
deflusso dei bianchi dalle zone centrali delle grandi città ed una forte
ripresa d’emigrazione nera dal Sud verso le aree urbane, seguita, dopo la
guerra, da un forte flusso d’immigranti di colore dai Carabi e dal Messico.
Le
tensioni tra le razze si manifestarono a più riprese, i conflitti razziali
scoppiati nella città di Detroit (1943) furono le prime avvisaglie della
tendenza allo scontro razziale che avrebbe attraversato tutto il dopoguerra.
Il
dopoguerra registrò anche alcune importanti correzioni di rotta, destinate a
chiudere quelle “eccessive aperture a sinistra”, limitando l’azione e lo
sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori con una legge del 1947, che più
che restringere l’attività dei sindacati, contribuiva a creare, nell’economia
americana, una rigida frattura nel paese.
In
campo politico e culturale, durante la guerra fredda, si restrinsero
notevolmente gli spazi per il dissenso in nome della lotta al comunismo, una
vera e propria “caccia alle streghe”, che colpì gli ambienti sindacali e
l’industria culturale. Sul piano economico gli anni cinquanta, furono
caratterizzati da una fase di crescita quasi ininterrotta fino al 1958,
sostenuta inizialmente dalla guerra in Corea e poi dal consolidarsi del
complesso militare - industriale. Il clima politico fu poco conflittuale
all’interno quanto aggressivo in politica estera.
Dal
punto di vista del sociale i conflitti razziali si andarono accentuando per
tutto il decennio degli anni ’50. La classe operaia manifestò a più riprese la
propria insoddisfazione per il lavoro, con agitazioni extrasindacali. Negli
ultimi anni ’50 si spezzò quindi quell’equilibrio che aveva caratterizzato gli
Usa tra il 1947 e il 1957, fondato sulla stretta separazione tra i contrasti e
le contraddizioni crescenti in campo sociale e nella sfera politica, totalmente
dominata dalla guerra fredda e quindi da un’ideologia patriottica che non
lasciava spazio al conflitto interno. Il clima si modificò rapidamente sul
finire degli anni cinquanta, si ebbero i primi segni di una seria
contraddizione, che metteva in discussione la diffusa fiducia nella presidenza
repubblicana e nella sua politica di non intervento nell’economia.
Nel
1960, il giovane candidato J. F. Kennedy vinse le elezioni. Il programma
politico del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, indicava una nuova
“frontiera” per la società propugnando una lotta contro la segregazione
razziale, le “sacche” di miseria la sperequazione economica e fiscale esistente
tra le classi sociali, riscosse un largo consenso tra i sindacati industriali,
la popolazione giovanile ed i ceti intellettuali progressisti. La presidenza
Kennedy segnò l’ultimo tentativo degli Usa di presentarsi al mondo non solo
come superpotenza capace di guidare il pianeta verso la prosperità; iniziò
anche un periodo di crisi ideologica e politica profonda, all’interno e sul
piano internazionale. Per quanto riguarda quest’ultimo argomento, la politica
oscillava tra i progetti di rilancio dell’influenza americana sui paesi
emergenti del terzo mondo e la tendenza ad arroccarsi contro la crescita
dell’influenza sovietica: come dimostrarono la crisi di Cuba del 1962, ed il
coinvolgimento nella guerra in Vietnam.
Nel
1963 Kennedy fu assassinato in circostanze del tutto ignote, quest’avvenimento
segnò l’avvio di una crisi cronica di tutto il sistema istituzionale federale
affermatosi dopo la guerra civile; ma segnò anche, più in generale, l’inizio di
un periodo segnato da tensioni, politiche e sociali, irrisolte.
Il
successore di Kennedy, L. B. Johnson si trovò ad affrontare il principale
problema del conflitto razziale. Molte rivolte a cicli ricorrenti sconvolsero
molti dei principali ghetti neri tra il 1964 ed il 1968. Di fronte allo
sviluppo del movimento nero il presidente tentò una politica di contenimento,
ampliando le spese assistenziali e agevolando la formazione di un partito
politico composto di persone di colore. Una politica che ebbe un successo
parziale e contribuì, insieme con la guerra in Vietnam, ad allargare il deficit
del bilancio federale. I parziali successi della politica assistenziale di
Joh 111b13b nson non bastarono a frenare la crisi profonda che attraversava il paese. Il
modello separatista e radicale del movimento nero si estese ad altri gruppi
sociali, ad altre minoranze di colore (portoricani, messicani) ed allo stesso
movimento giovanile, che andava radicalizzandosi in conseguenza del massiccio
reclutamento di giovani per la guerra in Vietnam.
La crisi delle istituzioni
scolastiche
L’ordine politico delle società sviluppate dell’Occidente e anche
quello di alcuni paesi “satellite” dell’Urss, fu scosso in modo simultaneo da
un movimento spontaneo che aveva per protagonisti soprattutto i giovani.
Improvvisa e per certi versi imprevedibile, la rivolta giovanile si manifestò
sotto forma di ribellione violentemente critica nei confronti dell’ordine
dominante. L’istituzione più presa di mira dal movimento fu quella scolastica,
attraversata proprio in quegli anni da una profonda crisi.
Negli anni del dopoguerra, le istituzioni scolastiche di tutti i paesi
industrializzati dell’Occidente videro un aumento massiccio delle iscrizioni a
tutti i livelli, dalle elementari fino l’università. L’aumento demografico era
determinato da cause “naturali”, (il baby
boom che si era protratto negli
Usa ed in Europa dalla fine degli anni cinquanta, aveva raggiunto alla fine
degli anni sessanta l’università, che fu l’epicentro e punto di partenza dei
movimenti giovanili), ma aveva anche motivi di ordine culturale e sociale.
L’allargamento dell’istruzione era uno degli obiettivi essenziali del welfare state; il divario nei livelli
dell’istruzione, era uno dei principali fattori di sperequazione tra le classi,
e il fatto che i bambini e adolescenti fossero collocati fin dall’infanzia in
fasce d’istruzione differenziate era una negazione di quell’eguaglianza di
opportunità che nei paesi occidentali era ormai considerata una necessità
vitale della democrazia. Lo Stato doveva quindi intervenire per superare il divario,
unificando l’istruzione obbligatoria (come si fece in Italia con la nascita
della scuola media unica), portando l’obbligo scolastico ad età più elevate,
provvedendo con borse di studio e speciali interventi all’educazione superiore
per gli strati più poveri. L’istruzione oltre che uno strumento di eguaglianza
sociale, era considerata un valore in sé: la pienezza della democrazia
richiedeva cittadini consapevoli, e quindi istruiti, e d’altra parte il diritto
all’educazione era uno dei nuovi diritti dell’uomo che le costituzioni
postbelliche avevano affiancato a quelli più tradizionali formulati all’epoca
della rivoluzione francese. Accanto all’intervento pubblico, gli anni cinquanta
e sessanta videro un progressivo ampliarsi della disponibilità da parte delle
famiglie di tutti i ceti alla spesa per l’educazione dei figli.
La spesa pubblica e privata, per l’istruzione, crebbe quindi in modo
consistente in tutti i paesi del mondo industrializzato, mentre il ceto degli
insegnanti diveniva, in tutti i paesi avanzati, una delle categorie sociali più
massicce.
Ma accanto alle tensioni organizzative, altre e più importanti se ne
manifestavano, a livello politico e culturale.
La scuola, istituzione per sua natura basata sul rapporto di autorità
e sulla netta separazione dal mondo esterno, appariva in contraddizione con i
mutamenti della condizione giovanile, che andavano nella direzione di una
crescente autonomia, sociale ed anche economica, e di un pieno inserimento
nella realtà sociale e culturale del mondo in cui vivevano. La scuola , così
diveniva un importante terreno di aggregazione, ma anche il bersaglio di
critiche ed agitazioni destinate ad allargarsi dall’istituzione scolastica
all’insieme della società.
Il movimento per i diritti
civili negli Usa
Il movimento americano per i diritti civili aveva costituito, fin
dall’inizio degli anni sessanta, il prototipo di questa dinamica.
Nato nelle università del Nord, il movimento studentesco si era dato
come obiettivo essenziale la piena attuazione di quella democrazia americana
che la costituzione prometteva ma che la società aveva, almeno in parte, negato
in vario modo, cioè con la repressione nei confronti dei comunisti e della
sinistra, con il militarismo diffuso, con la persistenza della segregazione razziale
in particolare nel Sud.
Proprio al Sud, negli anni cinquanta era venuto maturando un movimento
nero per l’eguaglianza, diretto dalle comunità di colore.
Uno degli atti più significativi fu il boicottaggio degli autobus di
Montgomery, Alabama, lanciato nel 1955 per protesta contro la segregazione
delle razze. Nel 1959 la Corte Suprema americana ordinò la fine della
segregazione nelle scuole, questo fu uno dei più importanti risultati
conseguiti dal movimento.
A questo punto si temeva che lo sviluppo del movimento nero portasse
alla fine dell’esclusione di fatto della popolazione di colore dal voto,
praticata in tutto il Sud, con l’aiuto dell’organizzazione razzista del Ku Klux
Klan.
In appoggio al movimento nero del
Sud, gli studenti di molte università del Nord degli Stati Uniti diedero inizio
alle “marce al Sud”, massicce campagne d’invio di militanti durante l’estate,
con il compito di proteggere il diritto al voto della popolazione di colore.
Come risposta vi furono assassini e linciaggi, mentre i tradizionali
leader politici assumevano posizioni di aperto sostegno alla violenza.
Nonostante tutto il movimento ottenne significativi successi politici,
contribuendo al superamento della segregazione.
A partire dal 1963-64, le agitazioni dei neri si svilupparono
rapidamente anche nelle grandi città del Nord degli Usa. Qui però il problema
non era la segregazione istituzionale, la rivendicazione della piena
uguaglianza coi bianchi infatti, non si accompagnava (come nel movimento per i
diritti civili del Sud) con la volontà di un’integrazione sociale totale nella
“comunità dei bianchi”, ma al contrario si voleva preservare la diversità e la
specificità, culturale e sociale. Eguaglianza e diversità, soppressione dei
privilegi bianchi ma autogoverno dei neri nella loro comunità.
La nascita della “nuova
sinistra”
L’espressione “nuova sinistra”
nacque nel 1960, dal sociologo americano Wright Mills, uno degli intellettuali
che più influenzarono i movimenti giovanili. Gli elementi di novità nei
movimenti giovanili erano vari e molteplici. Innanzitutto era ritenuto
estremamente importante il riferimento alle lotte dei popoli del terzo mondo,
alle rivoluzioni del mondo arabo, dell’Asia e di Cuba. L’Unione Sovietica era
ritenuta insieme con gli Usa, dell’ordine da abbattere. In secondo luogo, la
nuova sinistra rifiutava la convinzione, comune alla sinistra tradizionale,
secondo cui l’evoluzione storica lavorava necessariamente in favore
dell’emancipazione del proletario e dei popoli oppressi. Il timore di una “razionalizzazione”
capitalistica che integrasse i ceti proletari dei paesi avanzati nello
sfruttamento dei popoli del terzo mondo, sopprimendo ogni spazio reale di
dissenso, rendeva la ribellione una necessità morale oltre che un compito
politico.
Infine la nuova sinistra era assai diffidente nei confronti
dell’organizzazione di tipo leninista e proponeva forme di agitazione e di
aggregazione che valorizzassero la partecipazione di massa ai processi
decisionali.
Nel corso degli anni sessanta, mentre negli Usa il movimento per i
diritti civili prima e l’opposizione studentesca alla guerra del Vietnam poi
facevano delle organizzazioni come la Sds
(Student for democratic society) una forza politica di grande peso, in Europa
il movimento della “nuova sinistra” toccava un’area minoritaria ma crescente.
IL SESSANTOTTO
La fine del decennio del 1960 è passato alla storia come il “momento
dei giovani” più teso di quegli anni: il Sessantotto. Quell’anno è passato alla
storia come un periodo di violente rivoluzioni, manifestatesi in grandi
movimenti di massa che hanno coinvolto gli studenti, gli operai e le donne.
Il 1968 è stato per molti versi un anno eccezionale, nel quale grandi
movimenti di massa socialmente disomogenei (operai, studenti e gruppi etnici
minoritari) attraversarono, con la loro carica contestativa, quasi tutti i
paesi del globo e sembrarono far vacillare governi e sistemi politici in nome
di una trasformazione radicale in nome di una trasformazione radicale della
società. Il fatto saliente di questo straordinario insieme di eventi è che esso
percorse trasversalmente i blocchi, manifestandosi all’Est come all’Ovest, e le
tradizionali divisioni tra Nord e Sud del pianeta, interessando il centro del
sistema capitalistico ed i paesi del Terzo mondo, pur caricandosi, in questo
ideale itinerario, di valenze politiche, contenuti e protagonisti
differenziati.
Le cause comuni ai diversi movimenti rimandano alla interdipendenza
planetaria dei processi politico - sociali ed all’omogeneità strutturale delle
società industrializzate. Inoltre ovunque nel Sessantotto viene espressa e
rappresentata anche in forma violenta, l’inadeguatezza dei sistemi politici e
culturali dominanti rispetto l’elevato grado raggiunto dallo sviluppo dei
rapporti sociali. Da questo punto di vista il 1968 svolse un ruolo di radicale
modernizzazione, dilatandosi alla politica, ai modelli culturali, alle forme
del linguaggio e della comunicazione, perfino nel campo della moda. In tutto il
mondo la rivolta trovò il proprio epicentro nelle università.
La rivoluzione popolare ed il socialismo divennero gli obiettivi
strategici del movimento, che si pose tra l’altro in posizione assai critica
rispetto ai partiti storici della classe operaia ed alla loro tradizione
riformista. L’omogeneità ideologica che fu la caratteristica del movimento di
rivolta sul piano internazionale può essere ricondotta ad un nucleo essenziale
composto da un insieme di egualitarismo e liberalismo, di umanesimo e
radicalismo.
L’INCONTENIBILE PROPAGAZIONE
DEL MOVIMENTO
Le agitazioni promosse dai movimenti giovanili si diffusero in vaste
aree del pianeta tra la fine del 1967 e l’autunno del 1968. Francia,
Cecoslovacchia e Germania occidentale furono attraversate da crisi politiche di
vasta portata; in Polonia questo periodo segnò l’inizio di movimenti destinati
a svilupparsi ulteriormente in seguito.
La morte di Che Guevara
Nel settembre 1967, i militanti boliviani annunciarono la morte di Ernesto Che Guevara. Leader della
guerriglia a Cuba e poi, dopo la vittoria della rivoluzione, ministro
dell’economia del nuovo regime socialista, si era allontanato dall’isola l’anno
precedente per creare un focolaio guerrigliero nella montagna della Bolivia.
Nella primavera del 1967, era stato reso noto un suo appello ai rivoluzionari
del mondo, dal titolo <<Creare due, tre, molti Vietnam>>. Compito
dei rivoluzionari, secondo Guevara, era affiancare il Vietnam con numerosi
altri movimenti insurrezionali in tutte le aree del mondo, che vanificassero
l’azione “di polizia” della superpotenza americana, garantendo la vittoria del
Fronte nazionale di liberazione in Vietnam e la sconfitta dell’imperialismo
statunitense. La morte in combattimento in territorio boliviano nel 1967
contribuì a fare di Che Guevara un simbolo della lotta contro ogni forma di
oppressione. La sua tensione ideale divenne un esempio per l’utopia
rivoluzionaria che contraddistinse la protesta studentesca europea alla fine
degli anni sessanta.
A partire dal novembre 1967, in diversi paesi europei si diffusero
agitazioni studentesche: dapprima concentrata nelle università, che vennero
occupate e dove il movimento tentò di dar vita a forme di “controeducazione”
alternativa a quella ufficiale, l’opposizione “extraparlamentare”, come
all’epoca veniva definita, progettava di investire progressivamente l’intera
società.
Un grande movimento che
percorre il mondo intero
La Germania federale, ormai
risollevatasi dal conflitto e dove con la costruzione del muro di Berlino
(1961) russi ed americani avevano giocato una delle ultime partite della guerra
fredda, fu la prima a raccogliere il messaggio del Movement d’oltre atlantico e nel 1967 dall’Università Libera (Freie
Universitat) di Berlino ovest partì la protesta. Anche qui gli studenti
denunciavano il corpo accademico accusandolo di “regime oligarchico”,
respingevano i seminari e le assurde prove d’esame, rifiutavano procedimenti di
taylorizzazione dell’attività intellettuale che in nome della professionalità
negavano uno sviluppo culturale completo, avanzando come i loro precursori di Berkley
o della Columbia University di New York l’idea di una formazione “multipolare”,
dove avessero spazio i bisogni materiali e spirituali di ognuno.
Tali
tematiche, di derivazione marcusiana, innestarono ben presto una forte
componente politica rappresentata dalla Lega degli studenti socialdemocratici
tedeschi, fautrice di un socialismo con forti contenuti anarchico - libertari
che rifiutava senza mezze misure sia il modello orientale che quello dei
partiti socialisti ufficiali.
Caratterizzato da una politicizzazione più forte della precedente
esperienza americana, il movimento studentesco tedesco tentò di far seguire
alle occupazioni delle facoltà e alle manifestazioni di piazza un’intesa col
movimento operaio, promuovendo iniziative contro la presenza di basi militari
degli Stati Uniti sul suolo della repubblica federale e cercando di orientare i
lavoratori verso una prospettiva anti-capitalistica, ma senza successo. A
beneficiare della contestazione giovanile fu la Socialdemocrazia, interrompendo
la ventennale egemonia governativa democristiana con le elezioni del 1969;
mentre per il movimento cominciava il declino. Stretto tra la criminalizzazione
operata dalle grandi testate giornalistiche, una durissima repressione della
polizia non disgiunta dall’uso spregiudicato delle provocazioni (la prima
consegna delle molotov agli studenti
pare fu opera degli stessi servizi di sicurezza di Bonn), la diffidenza infine
dell’opinione pubblica timorosa di vedere compromesso l’incipiente benessere,
anche il movimento studentesco subì un processo di disarticolazione.
La Francia, colpita da una
grave crisi recessiva, era attraversata da un profondo malessere sociale,
quando agli inizi del 1968 cominciarono a sorgere nelle università e nei licei
parigini accanto ai Comitati di base del Vietnam anche Comitati d’azione,
strutture associative giovanili che il 14 febbraio indissero una giornata
nazionale per la libertà sessuale, occupando simbolicamente mense universitarie
e Case dello studente. In marzo l’università di Nanterre, alla periferia della
capitale, un giovane anarchico di origini tedesche promosse il blocco delle
lezioni ed un’immediata assemblea generale che decise l’occupazione
dell’ateneo. Questo fu un movimento dalle caratteristiche marcatamente
libertarie, attorno al quale, si polarizzò in breve l’attenzione degli studenti
francesi e si affermarono gli slogan tipicamente anarchici (ad esempio
“L’immaginazione al potere”) che disegnarono la particolare fisionomia del
sessantotto francese.
Gli avvenimenti divennero incalzanti, in un crescendo di occupazioni,
manifestazioni, scontri con la frangia studentesca fascista di Occident ed ancora più con la polizia
che procedeva a centinaia di arresti. Intellettuali come il filosofo Sartre,
prendevano posizioni a favore degli studenti, le cui iniziative assunsero nel
quartiere degli universitari toni rivoltosi con barricate e con migliaia di
agenti e di giovani impegnati negli scontri. Contemporaneamente gli operai si
indirizzavano verso l’occupazione delle fabbriche, scavalcando il sindacato ed
ignorando le critiche avanzate dal Partito comunista nei confronti degli
studenti, accusati di rappresentare un segmento della borghesia, cosicché il 14
maggio la capitale francese fu attraversata da una prima gigantesca manifestazione
unitaria tra i due movimenti seguita subito da altre nei giorni successivi. Il
governo appariva impotente a fronteggiare la situazione, limitandosi ad evitare
lo scontro diretto tra le forze dell’ordine ed i manifestanti e ad isolare
Parigi mediante un cordone sanitario affidato all’esercito, senza però a
riuscire ad impedire che venisse dato alle fiamme l’edificio della Borsa,
simbolo del capitalismo. Ebbero allora inizio le trattative tra sindacati e
padronato, che si conclusero rapidamente col riconoscimento di incrementi
salariali, la riduzione dell’orario di lavoro, un parziale annullamento delle
ritenute per gli scioperi effettuati ed altri miglioramenti economici o
normativi. L’accordo rappresentava per i lavoratori un indubbio successo.
Per il movimento studentesco, le cui meteoriche vicende avevano
lasciato un segno profondo nella stessa cultura.
Per il potere era il ritorno alla normalità, ma De Gaulle nonostante
l’esito favorevole alle elezioni tenutesi in giugno dovrà abbandonare
definitivamente la scena politica neppure un anno più tardi.
Tra la fine degli anni ’60 e gli inizi del successivo decennio la
contestazione studentesca era intanto proliferata un po’ in tutti i continenti.
In Giappone l’organizzazione
giovanile di sinistra Zengakuren raccoglieva
il forte sentimento anti - americano e promuoveva scontri furibondi con la
polizia.
In tutta l’America latina
le università erano diventate palestre di mobilitazione anti - governativa,
mentre a Città del Messico nell’ottobre 1968 una grande manifestazione
studentesca, indetta contestualmente all’inizio delle Olimpiadi per denunciare
lo sfruttamento imperialistico del paese, fu affrontata dall’esercito che
uccise oltre un centinaio di studenti.
Nel luglio - agosto 7968, il movimento occidentale conosceva una
pausa, mentre nuove agitazioni si sviluppavano nell’Irlanda del Nord. La minoranza cattolica di città come Belfast
e Derry, da sempre oggetto da parte della maggioranza protestante di un
predominio irrispettoso dei suoi diritti civili, aveva dato luogo da parecchi
anni a forme di lotta clandestine e terroristiche. L’influenza dei movimenti
studenteschi europei, e del marxismo, favorì lo sviluppo di forme di lotta di
massa, duramente represse dalle truppe speciali britanniche.
Contemporaneamente, in Cecoslovacchia,
un movimento di critica all’immobilismo e all’autoritarismo dello Stato
socialista, avviato inizialmente da alcuni gruppi intellettuali, raccoglieva,
intorno a sé un vasto consenso: nel Partito comunista e nello Stato
cecoslovacco andò formandosi una nuova leadership, decisa ad introdurre riforme
sia nell’apparato economico sia nell’apparato statale, favorendo anche
l’introduzione cauta e sperimentale di forme di pluralismo e di libertà
d’opinione. La “primavera di Praga”
che ebbe origini in parte indipendenti rispetto alle agitazioni giovanili negli
altri paesi, fu solo una delle manifestazioni di crisi del socialismo.
Nell’agosto 1968, l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle
truppe di Varsavia, mise bruscamente fine al tentativo, avviato all’inizio
dell’anno dalla nuova leadership del partito, di riformare dall’interno lo
Stato socialista, salvandone le istituzioni fondamentali ma introducendo alcune
riforme economiche e politiche in senso liberale. Le riforme ipotizzate erano
andate muovendosi essenzialmente in tre direzioni: introduzione in alcuni
settori economici di forme di mercato e di iniziativa individuale; allargamento
della libertà di parola e di stampa, introduzione in sostanza di una cauta
“libertà di dissenso” e di critica; maggiore rispetto dei diritti della persona
da parte dello Stato socialista.
A differenza dai fatti in Ungheria di dodici anni prima, non era in
corso in Cecoslovacchia un’insurrezione popolare, ma un esperimento riformista
condotto dalle autorità ufficiali dello Stato e del partito, con un ampio
successo popolare.
In Polonia , una massiccia
agitazione studentesca portò all’occupazione del Politecnico di Varsavia,
repressa dalla polizia, e alla formazione si gruppi intellettuali marxisti
critici nei confronti del regime, che avrebbero svolto una funzione di rilievo
in relazione alle successive agitazioni operaie del 1970 e, più tardi, degli
anni ottanta.
In Jugoslavia, la rivolta
degli studenti di Belgrado del marzo 1968, si concluse con l’accoglimento di
alcune richieste e con una presa di posizione del maresciallo Tito in favore
della critica e della mobilitazione di massa anche in regime socialista.
Nella Cina comunista, il
Sessantotto rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale, un movimento popolare, concentrato
prevalentemente nelle università e tra le giovani generazioni, ed animato da un
forte spirito critico nei confronti della burocratizzazione del partito. La
nuova fase di questo movimento che aveva preso le mosse nel 1966 fu aperta
dall’azione delle Guardi rosse, gruppi organizzati, e spesso armati, di giovani
che avviarono una vasta campagna contro gli intellettuali ed i funzionari del
partito, per combattere i “quattro vecchiumi”: le vecchie idee, la vecchia
cultura, la vecchie tradizioni, le vecchie abitudini. Esso rappresentò un
fenomeno spontaneo di ribellione delle giovani generazioni contro un potere
centrale che aveva assunto i caratteri, comuni a tutti i regimi, comunisti, di
una casta
chiusa e privilegiata.
Questo conflitto che si era aperto nella società cinese venne
rapidamente utilizzato dal gruppo dirigente maoista per regolare i conti con la
minoranza riformista raccoltasi attorno a Chu en Lai e Deng Xiaoping. Mao intendeva
proseguire nel modello di sviluppo basato su un processo di industrializzazione
funzionale alla crescita agricola e sulla centralità del partito.
La rivoluzione culturale, che tra il 1967 ed il 1969 sfiorò i
caratteri di una vera e propria guerra civile, si esaurì già nei primi anni
settanta, lasciandosi dietro le spalle anche una scia di sangue che non
risparmiò nemmeno il vertice comunista: misteriosa rimase, infatti, la
scomparsa di Chu en Lai nel piano dello scontro tra Mao ed il gruppo “revisionista”.
LA
CONTESTAZIONE DEGLI ANNI ‘60-’70 IN ITALIA
Tra l’immediata ricostruzione postbellica e le soglie degli anni ’70,
da paese ancora essenzialmente agricolo l’Italia si era trasformata in uno dei
primi paesi industriali del mondo. Si erano in tal modo verificate una crescita
eccezionale del prodotto interno (tra il 1958 ed il 1963), della produttività
media del lavoro ed una consistente accumulazione di capitali utilizzati negli
investimenti; e si era impennato anche il reddito medio per abitante, con un
innalzamento del tenore di vita che segnava per l’Italia l’ingresso nella
civiltà dei consumi.
Questi mutamenti strutturali, con le correlative modificazioni
culturali e di costumi, incisero a fondo anche sul tessuto della società
civile. Questa divenne più variegata e manifestò esigenze di partecipazione
democratica, d’ammodernamento del sistema politico e dell’amministrazione
pubblica, di ampliamento delle libertà civili e di maggiore giustizia sociale,
che non sempre furono fatte proprie con la necessaria prontezza da Stato e
governi. Proprio questo distacco fra società civile e società politica, fu alla
radice delle laceranti tensioni che percorsero il paese tra il 1968 e la fine
degli anni ’70.
Il Sessantotto italiano
Alcune occupazioni di facoltà si erano già verificate nel 1966 come
frutto di un ravvivato dibattito politico suscitato dall’avvento del centro -
sinistra e dei mutamenti sociali in atto nel paese (l’abbandono delle campagne,
la tumultuosa crescita numerica degli operai, la proliferazione dei ceti medi
urbani). Fu però l’anno successivo che le agitazioni s’intensificarono e si
sintonizzarono sulle esperienze del movimento studentesco americano e tedesco,
innestatosi su un’attiva tradizione politica rappresentata dalla rivista torinese
“Quaderni rossi”, dal movimento trotzkista, dai marxisti - leninisti usciti dal
PCI nei primi anni ’60 e fortemente critici di un post - stalinismo che
giudicavano involutivo.
Agli studenti s’indirizzarono anche le simpatie di molte riviste
progressiste che sprovincializzarono il dibattito politico - culturale e fecero
da cassa di risonanza, riferendo cronache ed interventi sulle agitazioni
italiane e straniere. Tuttavia i principali orientamenti di fondo destinati ad
incidere sull’azione rivendicativa degli studenti si delinearono all’interno
delle università.
Una prima prospettiva emerse dai documenti e dal manifesto che
accompagnavano a Torino l’occupazione del Palazzo Campana, sede della facoltà
di Lettere, dove appariva un cadavere ossificato con parrucchino e medaglie, ad
indicare la sclerosi delle istituzioni accademiche ed a suggerire tutta
l’urgenza di soluzioni riformatrici.
Un’altra proposta veniva dalle Tesi della Sapienza (sede
dell’università pisana, anch’essa occupata) che ampliavano le ambizioni della
protesta studentesca, ravvisandovi forti potenzialità politiche rinnovatrici e
che implicavano una spregiudicata valorizzazione della spontaneità e delle
energie creative del mondo giovanile.
Da Trento (dov’era da poco sorta una facoltà di Sociologia) giungeva
un documento contro l’università negativa nel quale, unificando l’ideologia
marcusiana ed il progetto politico dell’Sds tedesco, era posto sotto accusa
l’intero sistema del sapere ufficiale, riflesso di un dominio economico e
politico capitalistico, contro cui, in ultima analisi, s’invitavano gli
studenti a concentrare le iniziative di lotta.
All’inizio del 1968 le occupazioni si estesero a macchia d’olio,
coinvolgendo dapprima facoltà come Architettura, Lettere, Scienze Politiche e
poi tutte le altre. Si affermarono ovunque i metodi assembleari ed iniziarono i
“controcorsi” promossi dagli stessi studenti su temi d’attualità. Insieme con
una nuova didattica però, gli studenti imparavano anche a fronteggiare i
tentativi d’infiltrazione fascista ed a proteggere le loro iniziative dalle
ritorsioni della magistratura o dall’intervento della polizia.
La contestazione dilagava e le masse giovanili assaporavano tutto il
fascino di libertà prima sconosciute: i vincoli di dipendenza familiare si allentavano,
si abbattevano molti tabù sessuali, si diffondeva un nuovo modo di vivere e
socializzare. Quando poi il 1° marzo si verificò a Roma, dinanzi alla facoltà
di Architettura di Valle Giulia, uno scontro con la polizia, gli studenti
compresero con un certo stupore che persino alle forze dell’ordine poteva
talvolta capitare di essere costrette ad indietreggiare. Allora il movimento,
forte del successo ed appoggiato dagli ambienti progressisti, rimbalzò
impetuosamente nelle stesse scuole superiori, dove ancora erano sufficienti i
capelli fluenti dei ragazzi o le minigonne delle ragazze per far scattare
provvedimenti disciplinari.
Scendevano intanto in lotta i lavoratori per la riforma delle pensioni
e contro le disparità retributive su base regionale e nonostante la diffidenza
dei sindacati nei confronti degli studenti, si concretizzarono le prime forme
di attiva solidarietà tra le due componenti sociali. Praticando forme di lotta
più incisive di quelle tradizionali o puntando su rivendicazioni egualitaristiche,
i lavoratori facevano proprio l’irriverente radicalismo della contestazione
giovanile e in alcune grandi fabbriche del Nord (Pirelli, Alfa Romeo) nacquero
i Comitati unitari di base, organismi sindacali che rappresentavano
direttamente gli operai, al di fuori della mediazione dei sindacati ufficiali.
Il Sessantotto si concluse con una sconfitta, perché il movimento non
riuscì a passare da una critica corrosiva ad una proposta concreta di
alternativa alla modernità capitalistica.
Esso tuttavia diede un rilevante apporto all’ingresso sulla scena di
nuovi soggetti politici, a partire dalle donne, e contribuì a porre sul tappeto
la necessità di un’azione riformatrice in vari campi dei diritti civili
(divorzio, aborto, sistema carcerario e manicomiale, rispetto dei diritti dei
militari di leva).
L’autunno caldo del 1969
La tensione sociale toccò il culmine nell’autunno del1969 il
cosiddetto “autunno caldo”, quando s’inasprì la vertenza dei metalmeccanici (la
categoria operaia più forte) per il rinnovo del contratto di lavoro. A questo
punto ebbe inizio la “strategia della
tensione” che con l’utilizzo sapiente apporti diversi e mai chiariti,
mirava al ripristino dell’ordine anche mediante il ricorso ad attentati
sanguinosi da addebitare ai sessantottini. Alla strage milanese di Piazza
Fontana, dove il 12 dicembre una bomba ad alto potenziale esplosivo collocata
nella Banca dell’Agricoltura provocò 16 morti (subito attribuiti dalle autorità
e all’unisono dalla stampa, agli anarchici, ma la versione ufficiale si
sgretolò rapidamente, mentre sospetti più fondati si addensavano su gruppuscoli
di neofascisti collegati ai servizi segreti), seguì l’accordo sindacale che
poneva fine alla vertenza dei metalmeccanici: “il contratto nazionale dei
metalmeccanici”. Esso fu assai favorevole per la classe operaia in discussione,
e servì da modello per i contratti via via conclusi dalle altre categorie. Il
contratto garantiva aumenti salariali uguali per tutti, ed un miglioramento
delle indicizzazioni della scala mobile. Fu introdotta inoltre la settimana da
quaranta ore e vennero ridotte le differenze tra le varie categorie di
lavoratori, con l’abolizione di quelle più basse. Infine vennero riconosciute
dagli industriali le forme organizzative emerse nelle lotte, come i Consigli
d’azienda e le assemblee.
A coronamento della loro azione vittoriosa, i sindacati ottennero nel
1970 l’emanazione di una legge, lo “Statuto dei lavoratori”, che allentava il
controllo dei datori di lavoro sui dipendenti, riduceva la possibilità di comportamenti
antidemocratici degli imprenditori ed introduceva il principio della “giusta
causa” per i licenziamenti.
La riconquistata stabilità sociale (che pur tuttavia apriva
lacerazioni in seno al movimento operaio, i cui vertici sindacali divenivano
oggetto di contestazione da parte di numerosi settori di base) segnò anche
l’indebolimento del movimento studentesco, al quale del resto venivano forniti
alcuni riconoscimenti come la liberalizzazione degli accessi universitari, la
liberalizzazione dei corsi e dell’esame di maturità, il diritto di assemblea
nelle superiori.
I DIFFICILI ANNI
’70
<<L’esplosione salariale>> del 1969-73 conseguente
all’autunno caldo ampliò la quota del lavoro dipendente nella ripartizione del
reddito nazionale. Il sistema retributivo italiano si allineò così a quello dei
paesi più avanzati dell’Europa occidentale, e per controverso si ebbero una
compressione dei profitti ed una riduzione degli investimenti.
Di conseguenza si abbassò il tasso di crescita medio del reddito
nazionale e peggiorò la bilancia dei pagamenti, soprattutto in seguito alla
crisi petrolifera iniziata nel 1973; si ebbe poi un’impennata dell’inflazione
dovuta alla tensione dei prezzi dell’energia e delle materie prime
d’importazione.
Il periodo tra il 1969 e l’inizio degli anni ’80 fu quindi critico sul
terreno monetario e finanziario e vide un alternarsi sussultorio di fasi di
ristagno e di ripresa; nel complesso però, si trattò solo di un rallentamento,
non di un’interruzione della crescita dell’economia del paese.
Tuttavia nel vissuto collettivo e nella memoria storica degli italiani
quella fase fu considerata come un intermezzo oscuro ed inquietante, anche
perché le tensioni sociali ed economiche non trovarono una risposta valida da
parte dei governi, che tra 1968 e 1976 continuarono generalmente ad avere una
fisionomia di centro - sinistra.
L’insicurezza e le difficoltà furono poi accentuate dal dispiegarsi
della sopra citata “strategia della tensione che prese l’avvio con la strage di
Piazza Fontana a Milano. Il “terrorismo
nero” proseguì negli anni seguenti con uno stillicidio di attentati mirati
a seminare il panico tra la popolazione, che culminarono nella strage di Piazza
della Loggia a Brescia (nel maggio 1974 dove, durante una manifestazione
antifascista, esplose una bomba che fece otto morti), nell’attentato al treno
Italicus nell’agosto 1974 (dodici morti) e nella gravissima esplosione avvenuta
nell’agosto 1980 nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Bologna,
che fece ottantacinque vittime.
Il terrorismo
Ad acuire l’atmosfera di disagio e di tensione sopravvennero poi la
nascita e gli sviluppi del “terrorismo
rosso”, che reclutò i suoi aderenti nei gruppi più estremisti della
sinistra extraparlamentare. Secondo l’analisi ideologica - dottrinaria dei
leader di queste frange della contestazione, il PCI aveva tradito la causa
della rivoluzione, era divenuto riformista, ed andava combattuto allo stesso
modo del sistema capitalistico e dei partiti della borghesia.
Bisognava quindi passare sul terreno della violenza e della lotta
armata condotta dalla clandestinità, per cercare di accelerare il corso della
storia e della rivoluzione, facendo leva sulle contraddizioni sociali per
abbattere in uno scontro finale il capitalismo e lo stato borghese.
Agendo
nella clandestinità, organizzazioni come le Brigate rosse, i Nuclei armati
proletari, Prima linea, attuarono decine di rapimenti, ferimenti, omicidi:
giuristi e magistrati, giornalisti, pubblici funzionari, ufficiali, dirigenti
d’azienda furono coinvolti.
Nel
1970 iniziarono così la loro attività i nuclei della prima e più decisa
organizzazione di estrema sinistra italiana, quella delle Brigate rosse, creata da Renato Curcio.
Nel
1978 Aldo Moro presidente del
partito della DC, venne rapito dalle Brigate rosse, che uccisero i cinque
agenti della sua scorta. Proprio nel giorno in cui si formò il governo di solidarietà nazionale, il 16
marzo. La DC non accetta lo scambio che le brigate rosse gli propongono, cioè
il suo ritorno a sé stessa e l’assunzione delle responsabilità per la vita di
Moro. Dopo 55 giorni di prigionia egli venne assassinato.
Moro faceva parte di una corrente della Democrazia cristiana che
ritenevano necessario arginare la crisi economica e sconfiggere il terrorismo,
ritenendo ormai necessario l’ingresso dei comunisti nel governo.
La
tragica morte del leader democristiano diede più forza a quei settori della
classe dirigente, democristiana e non, che osteggiavano la presenza dei
comunisti nella maggioranza.
Quest’azione
segna il momento culminante del terrorismo, ma anche l’inizio del suo declino.
La sconfitta del terrorismo
Dopo l’uccisione di Aldo Moro le BR sono come scomparse nel sottosuolo
della clandestinità. Nella loro azione però, è presente una grande
contraddizione fra il successo militare, per certi versi strepitoso, ed il
risultato politico, minimo o addirittura controproducente. L’avanguardia
rivoluzionaria ha ricreato un’organizzazione leninista, il partito dei pochi,
dei pochi, dei puri, la punta di diamante, l’organizzazione ferrea la quale
impegnata in obiettivi limitati, quasi tutti militari, funziona; ma al momento
di tradurre il successo militare in fatto politico ci si trova in pieno buio.
L’azione repressiva dello Stato di fronte agli “opposti estremismi”
restò a lungo debole ed incerta; alla fine però, le forze dell’ordine attuando
arresti, interrogatori e torture, riuscirono a smantellare l’intero movimento
clandestino.
“Facendo i conti” si può tuttavia ammettere che le perdite di vite
sono innumerevoli sia da una parte che dall’altra, la questione di importanza
decisiva è però un’altra: c’è stato terrorismo prima della rivoluzione
comunista e prima della rivoluzione francese, e continuerà ad essercene. Il
quesito di fondo, la domanda senza risposta è come possa in ogni epoca
riproporsi il divorzio fra volontà e senso del reale.
LA LETTERATURA
I burrascosi cambiamenti storici e sociali degli anni ’60 hanno avuto
echi e risonanze anche nei campi delle arti figurative, della letteratura,
della musica e nella morale di ogni persona.
SUGGESTIONI STRANIERE
L’incidenza delle suggestioni e degli esempi stranieri è ben più larga
e complessa in questo negli altri periodi precedenti, e ciò per ovvi motivi: la
straordinaria efficienza degli strumenti d’informazione; l’industria editoriale
che ormai opera su prospettive internazionali; l’omologazione dei comportamenti
di vita e dei problemi, conseguente all’esistenza di una civiltà di massa che
fa sì che certi atteggiamenti o bisogni o malesseri, siano essenzialmente propri
non di una regione o di una nazione, ma abbiano dimensione internazionale.
E’ su queste basi che sorge e fiorisce una letteratura volta a
contestare i valori e l’essenza della società capitalistica, fenomeno che si
verifica in Inghilterra come in Francia; in America come in Italia.
La letteratura come
contestazione della società capitalistica
A partire dagli anni Cinquanta si sviluppa in Europa quel tipo di
società o di civiltà nella quale ancora viviamo. Si tratta di quella “società
industriale nella fase del capitalismo avanzato” o di quella “civiltà di massa”
delle quali ormai i sociologi hanno esaminato tutte le caratteristiche: che
vanno dal consumismo ai persuasori occulti (che attraverso una serie di canali
di comunicazione trasformano l’uomo in consumatore diretto),
dall’omogeneizzazione del gusto collettivo alla mercificazione di qualsiasi
tipo di valori. Questo aspetto è connesso o meglio si identifica col discorso
della cosiddetta industria culturale.
Quest’ultima è causa ed effetto assieme di una situazione tipica della società
odierna. Cioè: il mercato dell’arte si allarga a dismisura, la richiesta dei
beni culturali non si diversifica da quella dei prodotti industriali, poiché
anch’essi sono simboli di promozione sociale, prima ancora che di promozione
culturale. Ciò comporta la riduzione del prodotto artistico a merce che segue
le leggi del mercato: è la domanda a determinare l’offerta, e quindi la
produzione, ed è il sistema a provocare la domanda. In ultima analisi, il
prodotto artistico per essere fruibile ed accetto al mercato deve essere
gradevole, aproblematico, cioè omologo al sistema. Di conseguenza il
raggiungimento di questo obiettivo pone una pesante ipoteca sull’attività
dell’artista che condizionato dalle leggi del mercato, si può ridurre a docile
produttore di asettici beni di consumo. A questo proposito scrive Theodor W.
Adorno: <<La cultura che, conforme al suo senso, non solo obbediva agli
uomini ma continuava anche a protestare contro la condizione di sclerosi nella
quale essi vivono e, in tal modo per la sua assimilazione totale agli uomini,
faceva ad essi onore, oggi si trova invece integrata alla condizione di
sclerosi; così contribuisce ad avvilire gli uomini ancora di più. Le produzioni
dello spirito nello stile dell’industria culturale non sono, ormai anche delle
merci, ma lo sono integralmente>>.
In questa situazione è abbastanza agevole capire come mai, a partire
circa dalla fine degli anni Cinquanta, si sia avuto nel mondo letterario, e
soprattutto in quello delle arti figurative, un pullulare di ricerche,
sperimentazioni, “neoavanguardie”. Di fronte alla negatività di certi fenomeni
prodotti dall’industria culturale, scrittori ed artisti hanno tentato,
isolatamente o legandosi in “scuole” o “gruppi”, la contestazione della prassi
e dei valori della società di massa, con una varietà di atteggiamenti e di
soluzioni che nelle arti figurative sembra avere assunto una volontà eversiva
più marcata che nella letteratura. E’ però indispensabile sottolineare che quel
sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche
di penetrazione e di condizionamento, ha tale potere di mercificare ogni
prodotto culturale, che riesce a strumentalizzare anche quest’arte di
contestazione a fini commerciali, presentandolo con l’attrattiva della novità.
E così, a livello di costume, il sistema commercializza la contestazione
giovanile e ne canonizza un abbigliamento rituale, realizzando così grossi
affari; ad un diverso livello, mercifica e banalizza i moduli dell’arte informale;
riduce il recupero dell’arte popolare a mode naïf , del rustico, del primitivo.
L’intellettuale al bivio
Tutto ciò rende esplicita la situazione di difficoltà nella quale
opera l’intellettuale, al quale si presentano tutto sommato due vie: o rifiutare
completamente i canali di comunicazione offerti dalla società di massa e
crearne altri alternativi, oppure sfruttare quei canali, penetrarvi e lavorare
per contrabbandare e diffondere servendosi appunto del loro capillare potere.
La prima (diffusione attraverso letture pubbliche o canali non ufficiali:
circoli di categoria, piazze, mercati, ecc.), ha limitate capacità di
penetrazione o vita non facile; la seconda parte rischia l’effetto di fare via
via dimenticare ai protagonisti gli iniziali propositi...
L’intellettuale quindi si ritrova in una posizione di “stallo” e
comprende che, nella società di massa, non gli vengono offerte le stesse
possibilità di una volta. In effetti, oggi nessuno può credere che poeti ed
intellettuali possano “cambiare il mondo”: troppi sono i condizionamenti ed i
rapporti di forza che costituzionalmente sono loro avversi. D’altra parte,
anche i termini dell’opposizione e della contestazione di questi ultimi decenni
hanno presentato non poche ambiguità, e tanto ciò che era apparso come
virulenta protesta e volontà di rinnovamento era in realtà più una fuga che una
lotta, più un rifiuto disimpegnato che una concreta proposta alternativa.
Alcune fra le più
significative manifestazioni letterarie straniere
I movimenti e le opere più importanti in cui vengono affrontati questi
problemi e si sperimentano le nuove soluzioni, verranno riprese nella
produzione italiana di poco posteriore. Essi sono:
·
nell’area
inglese il movimento dei cosiddetti angry
young men del quale vanno segnalati: Ricorda
con rabbia di Osborne, una feroce satira contro i miti ed i luoghi comuni
del perbenismo inglese; La cucina di
Arnold Wesker, una lucida rappresentazione del lavoro trasformato in
alienazione;
·
nell’area
americana il movimento della beat
generation (generazione bruciata, perduta) che ha trovato i suoi testi
esemplari nel romanzo Sulla strada (1957)
di Jack Kerouac, registrazione ma allo stesso tempo modello di comportamento,
di un atteggiamento di rifiuto dei valori correnti che si estrinseca nel viaggiare
senza meta, nella disponibilità all’avventura ed alla ricerca attraverso la
droga, il jazz, il sesso;
·
nell’area
tedesca l’azione del Gruppo 47 e la
produzione di Gunter Grass.
Nella suddetta letteratura si possono individuare due orientamenti
(con la frequente coesistenza di tutti e due magari nello stesso autore):
1.
Il
primo si estrinseca nel rifiuto della società e suggerisce delle soluzioni di
salvezza individuale: propone di sfuggire all’alienazione ed alla
standardizzazione dell’uomo contemporaneo attraverso una dilatazione ed una
riappropiazione dell’io da attuare tramite le più varie esperienze quali la
droga, la vita comunitaria hippie, la scoperta della forza primigenia
dell’eros, la mistica orientale. Di questo orientamento sono espressione Kerouac
e Ginsberg.
2.
Il
secondo atteggiamento si estrinseca invece nell’impatto diretto e violento con
la realtà storico - sociale, nel mettere in luce i funzionamenti dei meccanismi
di condizionamento su cui si regge. Ne derivano quindi tipi di rappresentazione
orientati non verso il radicale quanto innocuo rifiuto globale, ma attrezzati
di consapevolezza, gravidi di una vasta gamma di incidenze su un preciso
contesto storico. Il rifiuto cioè non approda come nel primo caso alla fuga, ma
si traduce in opposizione.
E’ da queste opere e dai loro autori che gli intellettuali italiani
prendono spunto, creando comunque uno stile ed una narrativa propri.
LA LETTERATURA ITALIANA
Il bisogno di creare qualcosa di nuovo, di più conforme alla società
che stava nascendo verso la fine degli anni Cinquanta, nasceva dalla crisi di
quel movimento che aveva dominato la scena letteraria (e non solo), dal
dopoguerra fino alla metà degli anni ’50 circa: il Neorealismo.
La crisi del neorealismo
Dopo la Seconda guerra mondiale, nel campo letterario si è
notevolmente estesa la “cultura dell’impegno”, che ha portato alla nascita di
una classe di intellettuali “impegnati”. Essi hanno fatto del rinnovamento
della coscienza e della lotta ideologica il punto di base delle loro opere letterarie.
In particolare, in Italia, l’impegno neorealistico ha fortemente contribuito
alla nascita di un modello di intellettuale, che ha fatto della letteratura uno
strumento per indagare sul reale e cercare di migliorarlo.
Il concetto di letteratura impegnata, “militantistica” (elaborato nel
decennio 1945-55 attraverso il dibattito critico e la produzione narrativa) si
è ormai definitivamente logorato e svuotato. Si è infatti assistito al
progressivo orientarsi della narrativa verso toni elegiaci o memoriali che sono
la conseguenza di uno spostarsi dal piano della rappresentazione storica al
piano della rappresentazione esistenziale. A questo si aggiunga la polemica, di
Pasolini, contro il prospettivismo connesso ai canoni del neorealismo, contro
cioè un’arte falsata da volontariste fiducie, un po’ troppo meccanicamente
“positiva” e didascalica. E ancora il prepotente interesse al linguaggio ed
alla componente stilistico - formale dell’opera.
Ma questa crisi del neorealismo, questo rifiuto, che assumerà sempre
maggiori polemiche, di una linea narrativa che solo pochi anni prima era stata
quella dominante, sono da collegare anche ad un complesso processo di revisione
ideologica che agita e sommuove le forze di sinistra (e non solo in Italia).
Non si tratta solo di una crisi circoscritta al piano della prassi politica o
dell’ideologia, ma di una crisi di vasta portata culturale che investe anche la
critica letteraria e la concezione dell’arte. Ossia : attraverso un intenso
dibattito condotto soprattutto su riviste, vengono discusse e superate le
imposizioni critiche della sinistra culturale dal 1945 in poi, e cioè: la
battaglia per il realismo; la valutazione del prodotto artistico fortemente
condizionata da preoccupazioni di impegno ideologico - politico; la polemica
contro temi e moduli del decadentismo; il concetto dell’arte come
rispecchiamento (ossia che l’opera d’arte esprima le condizioni storiche e
sociali da cui trae origine). Si coglie in questi dibattiti la volontà di
tentare metodologie nuove, una disponibilità sempre maggiore a “sperimentare”,
l’impegno di arricchire e di aggiornare, al passo con la cultura straniera, ed
un certo rigorismo marxista ufficiale. Le principali riviste di questo tipo: Officina, Rendiconti, Il Menabò, Il Verri, I
Quaderni Piacentini.
Per concludere: si possono capire il ’68 e le laceranti trasformazioni
verificatesi nel decennio che l’ha seguito solo rifacendosi al travaglio, alle
polemiche, ai processi di revisione ed alla volontà di riformulazione che sono
già ben evidenti fra il ’55 ed il ’60.
Potere economico e
letteratura
Questo fermento di dibattito politico - culturale, questa fitta trama
di ricerche e di aggiornamento nascono dalla necessità di trovare nuovi ed
adeguati strumenti che permettano di conoscere la realtà sociale italiana che
ora è ben diversa da quella che dieci anni prima si presentava agli
intellettuali del Politecnico.
La società italiana, infatti, vive in quegli anni (approssimativamente
dal 1954-55 al 1960-63) quel periodo che è stato definito del boom economico:
la ripresa produttiva che si verifica non elimina i vecchi squilibri né porta
ad uno sviluppo omogeneo delle varie regioni italiane, ma permette però specie
nelle zone storicamente “privilegiate”, quindi sedi già della concentrazione industriale,
un livello di vita ed una quota di benessere che sono fatti nuovi nella storia
italiana. Il capitalismo, lungi dall’avviarsi a quella crisi mortale ipotizzata
da Marx, dimostra una sorprendente capacità di sviluppo, ed anziché adottare le
vecchie tecniche dello scontro frontale col proletario, ricorre ad una
strumentale invischiante strategia che alterna il pugno di ferro col guanto di
velluto. Le profonde trasformazioni che questo stato di cose apporta anche nel
settore culturale sono già state precedentemente prese in esame: la
reificazione del prodotto culturale e la sua riduzione a merce; il conseguente
condizionamento dell’artista costretto a rispondere alle esigenze dei
consumatori che chiedono prodotti d’intrattenimento, fruibili con facilità; la
vischiosa serie di legami tra editori e grandi organi d’informazione, tra
autori e critici, tra case editrici e giudici dei premi letterari, tra artisti
e mercanti d’arte.
Questa situazione ripropone il problema di venti anni prima, sia pure
in termini diversi, dei rapporti fra letteratura e potere. Allora erano le
ideologie ed il potere politico a minacciare un pesante condizionamento, mentre
ora era il potere economico, meno clamorosamente visibile ma più corruttore.
I PROTAGONISTI DI QUESTA
NUOVA LETTERATURA
PIER PAOLO PASOLINI
Pasolini è stato un protagonista della vita culturale italiana di
questo periodo di grandi mutamenti, alla ribalta sia per la sua omosessualità,
sia per le sue posizioni polemiche nei confronti della società contemporanea,
che suscitarono reazioni violente ed astiose.
Nel panorama recente delle nostre lettere, all’incirca dalla crisi del
neorealismo in poi, Pasolini si presenta come “segno di contraddizione”, come
un artista che nella varietà delle sue esperienze (poesia, narrativa, critica,
cinema), ha vissuto intensamente i problemi di questi anni.
Vita, scritti e ideologie
nato a Bologna nel 1922 da madre friulana e padre romagnolo, trascorse
l’infanzia in Emilia, Lombardia, Veneto ed è vissuto dal 1943 al 1949 a Casarsa,
nel Friuli. Laureatosi in lettere con una tesi su Pascoli, si dedicò al
giornalismo ed alla letteratura, e negli ultimi tempi al cinema.
Tra le tappe della sua attività in prosa, ricordiamo: Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959).
Per la poesia, invece: La meglio
gioventù in dialetto friulano (1954); Le
ceneri di Gramsci (1957); La
religione del mio tempo (1962); Poesia
in forma di prosa (1964); Transumanar
e organizzar (1971).
Per il cinema: Accattone (1962);
Il Vangelo secondo Matteo (1964); Teorema (1969); Medea (1969). All’attività creativa va aggiunta l’attività critica
e saggistica: gli scritti raccolti in Passione
e ideologia (1960), Empirismo critico
(1972), Scritti corsari (1975)
spaziano dalle questioni specificatamente letterarie, già affrontate nella
rivista Officina (1955-58) di cui è condirettore, all’analisi della società e
del costume contemporanei.
Una tragica ed oscura vicenda ha troncato la sua attività: nel
novembre 1975 Pasolini è stato assassinato a Roma.
La formazione giovanile di Pasolini è inserita nel clima
dell’ermetismo ed è incentrata sulla “venerazione della poesia” vista come
valore assoluto e sacro. A questa fase corrispondono varie opere in dialetto
friulano ma anche in lingua italiana. Il poeta vede l’arcaico Friuli contadino,
come un mondo incontaminato trasformato nella sua contemplazione in un Eden
mitico, identificandolo con la sua stessa giovinezza; siamo quindi nell’ambito
di una sensibilità ancora romantico - decadente. Nonostante la mentalità
giovanile nei versi delle prime opere, tuttavia si può notare come in esse si
veda qualcosa di torbido e sofferto: l’ombra del peccato e della morte.
Pasolini, infatti, non è mai riuscito a vivere il suo slancio sessuale con
immediata innocenza e spontaneità: il suo vitalismo è sempre stato turbato dal
senso di colpa che ha le sue radici nella formazione cattolica. Dal punto di
vista ideologico il poeta bolognese, come molti altri scrittori nel dopoguerra,
sentì il fascino dell’ideologia di sinistra. Per lui però il marxismo fu
fondamentale, non come ideologia vissuta in modo totale, ma come uno stimolo
all’impegno civile. Elemento essenziale della dottrina di Pasolini è la
contraddizione di fondo tra slancio irrazionalistico e senso di colpa presente
in sé, ma fu sempre consapevole di ciò, dell’inconciliabile opposizione tra le
due tendenze; frutto di questo rapporto conflittuale sono alcune delle sue
poesie come Le ceneri di Gramsci,
sentimento presente anche nel romanzo Ragazzi
di vita.
Elemento che accomuna Pasolini alla narrativa di questi anni è il
populismo, con la differenza che il sottoproletariato per lui non è portatore
di valori sociali positivi nei valori della borghesia, ma è qualcosa di
irrimediabilmente “altro” rispetto ad essa, una negazione totale ed oggettiva
dei suoi valori. Anche l’uso insistito del dialetto romanesco non risponde alle
esigenze realistiche e documentarie del naturalismo ottocentesco o neorealismo
contemporaneo. Infatti, se da un lato è squisita operazione letteraria basata
su una ricerca filologica dell’altro, corrisponde ad un bisogno di immersione
totale in quella materia così vitale e torbida al tempo stesso, di regressione
in quella pura fisicità al di qua di ogni coscienza.
Durante gli anni ’60 la posizione di Pasolini nei confronti della
società muta radicalmente. Lo scrittore aveva, per così dire, scommesso sulla
capacità di resistenza e di non integrabilità dei suoi “ragazzi di vita” e dei
suoi “violenti”; ma alla luce degli anni Sessanta e Settanta, ha perso. Egli si
rende conto dolorosamente che con il boom economico e l’affermarsi della
civiltà dei consumi il sottoproletario è venuto ad appiattirsi nella società,
perciò Pasolini decide di condurre una lotta più accanita contro il “nuovo
fascismo” consumistico che punta all’omologazione totalitaria del mondo
cancellando ogni differenza individuale, sociale e negando la libertà. Questa
polemica contro la civiltà inevitabilmente approda al molto discutibile
vagheggiamento di un’incorrotta, ed autentica civiltà contadina fatta come
l’attuale, ma fatta di consumatori di beni estremamente necessari. Inoltrandosi
con sempre maggiore ostinazione su questa strada, Pasolini ha incontrato molte
polemiche e le “guardinghe” distanze dei compagni di strada che non sono
approdati come lui al rifiuto della civiltà.
Ragazzi di vita
Questo romanzo fu scritto da Pasolini nel 1955, i suoi protagonisti
sono degli adolescenti della periferia di Roma, sottoproletari con alle spalle
famiglie sfrattate, ammucchiate insieme ad altre famiglie in stanze o corridoi
di edifici fatiscenti. Sono personaggi emarginati dalla città normale e
rispettabile, non integrati in un contesto sociale di lavoro o di scuola.
Sembra di assistere alla storia di adolescenti che non sono mai stati bambini,
in loro c’è la voglia di giocare innocentemente, e nessuno di loro è ingenuo.
La strafottenza, la tracotanza, la malizia e la prepotenza, sono talmente
naturali da sembrare quasi congeniti; non esistono rapporti umani basati
sull’amicizia, sui vincoli familiari o d’amore. La povertà e la disperazione
che regolano in questo romanzo non guardano in faccia a niente e nessuno: per
gioco si può decidere di bruciare uno del gruppo, per rabbia si può reagire
accoltellando la propria madre, per necessità si rubano i soldi di tasca ad un
amico con il quale ci si stava divertendo poco prima. Il fiume è il punto di
ritrovo dei personaggi, metafora dello scorrere del tempo: come la vita così il
fiume scorre verso un’unica direzione in un rinnovarsi del sempre uguale,
questa vite hanno tutte un destino simile...
L’acqua ha un ruolo centrale, fa parte di una sorta di rito
iniziatico: si attraversa il fiume per dimostrare di essere grandi, molti del
gruppo muoiono compiendo questo rito. E’ un fiume torbido ed inaffidabile, una
metafora più che somigliante al tipo di vita che si ritrovano i personaggi
paolani, già minati dalla nascita. Anche in questo romanzo, come del resto
nella maggior parte delle sue opere, sono gli istinti più naturali dell’uomo a
fare da padroni: fame, sonno, sesso, sono sempre presenti.
Il linguaggio utilizzato nei discorsi è il
romanesco, soprattutto con imprecazioni e frasi smozzicate. Il linguaggio
utilizzato è sconvolto ed anomalo, infatti ricorre ad un intarsio dialettale
che nello stesso periodo si giustappone a movenze e lessico letterari e che è
apparentemente motivato da scrupoli realistici, ma resta spesso gratuito gioco
letterario.
Le ceneri di Gramsci
Le
ceneri di Gramsci è parte
della raccolta La poesia pubblicata
nel 1957 la quale rappresenta il punto più alto della poesia pasoliana. Essa
consiste in undici poemetti tra i quali c’è Le
ceneri di Gramsci che costituisce, nel panorama letterario del Novecento,
un’opera fondamentale, che rifiuta i toni stessi della poesia novecentesca.
Anticipando e negando le neoavanguardie,
questa poesia si rifà ad una tradizione precedente, anche nella forma metrica,
costituita da poemetti in terzine. Un’opera di grande impegno civile e
sperimentalismo formale in cui il poeta rappresenta in tutta la loro
drammaticità le contraddizioni, consapevolmente vissute, del proprio pensiero.
Pasolini ha un’enfasi molto presente nel
discorso, ed un atteggiamento populistico e giacobineggiante.
Le
ceneri di Gramsci è il
poemetto centrale di tutta l’opera; composto nel 1954, si apre con un inizio
lento, con ritmo cadenzato. Vi è contrasto tra il laico cimitero in cui è
sepolto Gramsci ed il lontano battere delle incudini dal quartiere popolare di
Testaccio, non lontano da lì, ma già un altro mondo, un’altra vita. Il Gramsci
di quel cimitero non è quello della prigionia, della lotta, “non padre, ma
umile fratello”, quindi indifeso e solitario. E’ riscontrabile in questa
idealizzazione di Gramsci, la figura del fratello partigiano assassinato:
anch’egli giovane ed indifeso. Ma il centro del poemetto si sposta sulla figura
del poeta, mentre Gramsci viene preso, ripreso e abbandonato più volte con un
ritmo spezzato quasi a testimoniare la difficoltà di una precisa definizione.
Come se il poeta, volgendo lo sguardo direttamente su di sé, acquistasse maggior
forza, maggior interesse.
Il popolo assume una valenza di sincerità, quasi religiosa:

Gramsci rappresenta una dimensione storica, a cui il poeta si
riferisce, ma che non intende come portatrice di progresso, che vede esclusivamente
nella vitalità prorompente del popolo.
Scritti corsari
Scritti corsari è l’ultimo libro pubblicato da Pasolini
(1978) e raccoglie gli articoli scritti dall’autore, apparsi prevalentemente
sul Corriere della sera tra il 1973 e
il 1975, inoltre contiene una sezione di documenti allegati. Ma è molto più che
una raccolta di articoli, interviste, recensioni, è piuttosto un libro che il
lettore deve ricostruire: “E’ lui che deve rimettere insieme i frammenti di
un’opera dispersa ed incompleta. E’ lui che deve ricongiungere i passi lontani
che però si integrano.” Nati dall’occasione questi scritti hanno una singolare
unità, anche perché nei fili che ne compongono il tessuto è sempre ben visibile
“l’arte scontrosa o mestiere’ dell’autore.
Il vero scandalo di questi scritti è nella loro severità. Essi toccano
fatti che coinvolgono, in modo patente o oscuro, la vita e la coscienza di
milioni di uomini. Sono duri, aspri, “scandalosi” argomenti che Pasolini
affronta senza indulgenza, senza approssimazioni. Il lettore degno della
“scandalosa ricerca” trova qui degli scritti di “attualità”, certo non
effimeri, in cui si cerca di decifrare la fisionomia degli anni a venire. La
tragica morte dello scrittore e le reazioni che ne sono seguite rivelano la
terribile qualità profetica, il sicuro presagio nascosti in questo libro.
PAOLO VOLPONI
Nato ad Urbino nel 1924, dove è vissuto sino al conseguimento della
laurea in legge, Paolo Volponi si è segnalato nella sua prima attività come
poeta con Il ramarro, 1948 e L’antica moneta, 1955, ed ha raggiunto
risultati notevoli: nel 1960 gli fu conferito per Le porte dell’Appennino il premio Viareggio per la poesia. Assunto
nel 1950 alla Olivetti, conduce una serie di inchieste in Abruzzo, in Calabri;
in Sicilia e dopo, lavora alla direzione delle relazioni aziendali sino al
1971. Pubblica intanto nel 1962 il suo primo romanzo Memoriale che è incentrato sul mondo della fabbrica e del lavoro
industriale: una realtà che lo scrittore per la sua specifica attività ha
potuto osservare e studiare. Partecipa con vivaci interventi al dibattito
culturale e politico degli anni Settanta, ma l’attività alla quale soprattutto
si dedica è la narrativa: pubblica nel 1965 La
macchina mondiale, nel 1974 Corporale.
Già da quattro anni lavora alla Fiat, in principio come consulente sul tema dei
rapporti tra fabbrica e città, in seguito quale segretario generale della
fondazione Agnelli. Nel 1975 gli viene richiesto di dare le dimissioni dalla
Fiat in seguito ad una dichiarazione di voto in favore del PCI. Dopo un breve
impegno alla Radiotelevisione italiana, nel 1980 esce una raccolta col titolo Poesie e poemetti. Tre anni più tardi
viene eletto senatore nelle liste del PCI come dipendente. Nel 1991 entra a far
parte del gruppo di senatori di Rifondazione comunista e nel 1992 è eletto di
nuovo senatore, carica che però abbandona per motivi di salute dopo un anno.
Nell’agosto 1994 Paolo Volponi muore nell’ospedale di Ancona dove era
stato ricoverato nel reparto neurologico.
La fabbrica alienante
Con Memoriale Volponi si
inserisce appieno nel problema ”letteratura e industria” che era un argomento
fondamentale del dibattito politico - culturale.
Questo libro narra la storia, raccontata in prima persona, di un
contadina Canavese, Albino Saluggia, il quale assunto come operaio in una
grande fabbrica torinese vive drammaticamente lo sradicamento dalle sue
abitudini e dal suo mondo, viene travolto dall’ingranaggio oppressivo e
totalizzante della fabbrica, scopre angosciosamente un volto nemico in ogni aspetto
del mondo che lo circonda e approda così ad un’irrimediabile nevrosi. Questo
però, non è che un paradigma di quel processo di alienazione, di perdita della
propria individualità al quale la civiltà industriale sottopone l’uomo, nel
caso specifico l’operaio. La vicenda del protagonista che si configura come
caso clinico, serva ad esemplificare vistosamente un rapporto tra singolo e
contesto sociale: la sua nevrosi, paranoia, è emblema dell’alienazione che
riguarda un’intera società.
Volponi non si limita ad una naturalistica descrizione della vita di
fabbrica, ma ne rappresenta la forza fagocitante nell’intimo dell’uomo cui non
resta altro scampo che la malattia.
Dalla conflittualità
all’utopia
La macchina mondiale riprende la struttura narrativa di Memoriale ed è una narrazione -
confessione in prima persona, ma la problematica che affronta è molto più
complessa ed articolata.
Anteo Crocioni, il protagonista, è un contadino marchigiano che
persegue un suo ideale generoso ed irrealizzabile: contaminando dimensione
visionaria ed idee “scientifiche”, si logora per la stesura di un tratto
filosofico - scientifico e per la costruzione di una macchina che sarà una
sorta di “uomo nuovo”, con le qualità ma senza i limiti dell’uomo attuale. In
conflitto con la società per questa sua vocazione rivoluzionaria, braccato,
umiliato ed offeso, Anteo Crocioni, in attesa di questa costruzione che avverte
sempre più irrealizzabile, vagheggia una società libera e sincera, che abbia
bruciato ogni scoria di violenza e di sfruttamento e si regga sulle leggi
scintillanti della ragione.
Il professor Girolamo Aspri, protagonista di Corporale, è il terzo personaggio - emblema di Volponi.
Intellettuale lacerato da insanabili traumi, Girolamo, vive con angoscia la
ricerca di una figura paterna che attenui la sua insicurezza: per un po’ pensa
di averla trovata nella figura di Stalin, ma la storia ben presto lo delude;
funzionario del PCI, impiegato dell’industria, emarginato per le sue posizioni
“rivoluzionarismo utopistico”, coinvolto
un po’ per sua iniziativa un po’ per caso in un’inestricabile serie di
avventure, difficoltà, tentativi, in perenne incontro - scontro col suo amico
Overath che lo nega e nel contempo lo completa, il protagonista istituisce con
la natura, coi luoghi, con gli altri un rapporto di tipo carnale, è
caratterizzato da una voracità di vita che però è compenso e denuncia insieme
del suo groviglio di frustrazioni.
In ultimo orienta tutta la sua attività ad un unico ossessionante
scopo che non riuscirà a realizzare (per un suo incidente e per la malvagità
degli “altri”): costruirsi un rifugio atomico che assicuri sopravvivenza e
rinnovamento insieme.
L’analisi della società contemporanea ostile all’uomo, il disagio e la
conflittualità dell’individuo che in essa è ingabbiato sono qui riproposti con
una straordinaria varietà di moduli di rappresentazione. I temi accennati
(meccanismi totalizzanti, disagio, conflittualità) si calano in personaggi a
tutto tondo che soffrono delirano, combattono.
Anteo Crocioni, Girolamo Aspri, fra l’altro pur partendo come Albino
Saluggia dalla conflittualità e dal disagio, approdano però, diversamente da
lui, ad una disposizione o dimensione agonistica sostenuta dalla prefigurazione
delirante e lucida insieme, visionaria e “scientifica”, di un’umanità
rinnovata, diversa, pulita.
Volponi ha cara l’idea che la nevrosi, e al limite la follia, possano
offrire la più acuta interpretazione di una società prigioniera di valori
codificati ed imposti; che l’irregolare, proprio perché portatore di scandalo,
contenga una carica eversiva più pura e violenta.
LA FILOSOFIA
Per quanto riguarda il pensiero filosofico, le radici profonde della
contestazione si possono senz’altro far risalire alle teorie di Marx e, per
aspetti non direttamente politici, alla psicoanalisi di Freud.
Questi aspetti sono alla base dell’elaborazione filosofica dei
pensatori che si raccolgono nella “scuola di Francoforte” che ha esercitato
sicuramente una più diretta influenza sui movimenti studenteschi.
Il filosofo più famoso, considerato l’ispiratore vero e proprio della
contestazione, fu Herbert Marcuse, di origine tedesca che, proprio negli anni
’60, vive negli Usa ed insegna nelle università Californiane al centro della
rivolta.
Prima di sviluppare il discorso su Marcuse, non si può non fare
riferimento ad Adorno, il maestro e filosofo più importante della scuola di
Francoforte, il quale pone, col suo pensiero, alcuni fondamenti che resteranno
alla base delle idee dei vari movimenti studenteschi.
THEODOR W. ADORNO
Nato nel 1903 a Francoforte, Adorno studiò filosofia e musica. Nel
1931 divenne libero docente nella sua città natale, ma con l’avvento del
nazismo abbandonò la Germania, recandosi prima in Inghilterra, e poi negli
Stati Uniti. Tornato in Germania nel 1950, diresse il rinato istituto per la
ricerca sociale, insegnando filosofia e sociologia all’Università di
Francoforte. Morì in Svizzera nel 1969. Fra le sue opere più significative
troviamo Dialettica dell’illuminismo (1947)
e Dialettica negativa (1966).
Ragione e realtà dopo
Auschwitz
Adorno ritiene che dopo Auschwitz, gran parte delle tradizionali
visioni del mondo, siano divenute semplice “spazzatura” e che la filosofia, se
vuol davvero essere al passo coi tempi, debba rompere con il proprio passato.
Infatti i filosofi anziché criticare la realtà si sono per lo più dedicati ad
elogiarla, sforzandosi di darne una spiegazione coerente e globale. Ma così
facendo, essi sono stati costretti a razionalizzare l’irrazionale, ad unificare
il diverso, ad armonizzare il disarmonico, mediante un’operazione chiaramente
mistificatrice, e culminata, con l’hegelismo, in un’illusoria fagocitazione
dell’oggetto nel soggetto.
Il compito della filosofia
A questa filosofia idealistica che ingabbia il mondo in una totalità
di concetti astratti che fa riferimento solo a sé stessa e che assume un
atteggiamento di giustificazione e conservatore verso la società presente,
Adorno contrappone una filosofia materialistica,
che, partendo dal presupposto secondo cui “l’oggetto può essere pensato
solo dal soggetto, ma resta sempre di fronte a questo come altro”, insiste sul
non - identico, sul contraddittorio, sul disarmonico e sul particolare,
rinunciando al mito della “totalità pacificata”.
In tal modo la filosofia del dopo Auschwitz assume, nel mondo
contemporaneo, un ruolo centrale e programmaticamente rivoluzionario.
Critica “dell’industria
culturale”
Secondo Adorno, uno degli aspetti più caratteristici e vistosi
dell’odierna società tecnologica è la creazione del gigantesco apparato dei
media (giornali, cinema, pubblicità, televisione, dischi, ecc.). adorno ha
denunciato l’impero dei media come il più subdolo strumento di manipolazione
delle coscienze impiegato dal “sistema” per conservare se stesso e tenere
sottomessi gli individui.
Inizialmente aveva usato il termine “cultura di massa”. Rendendosi
conto del carattere “ideologico” di tale espressione, che potrebbe far pensare
ad una cultura spontanea della massa stessa, e respingendola, in seguito aveva
usato la locuzione “industria culturale”, che, alludendo alla “preordinata
integrazione, dall’alto, dei suoi consumatori”, attira subito l’attenzione sul
fatto che il consumatore non è per nulla, come si vorrebbe far credere, il
sovrano, il soggetto di tale industria, bensì il suo oggetto.
L’industria culturale suscita i bisogni e determina i consumi degli
individui, rendendoli passivi ed etero - diretti, annullandoli come persone e
riducendoli ad una massa informe, tant’è vero che persino il tempo del
divertimento, che dovrebbe essere il momento della libera creatività
individuale, è divenuto qualcosa di programmato, poiché è l’industria culturale
stessa che stabilisce modalità ed orari del divertimento stesso, facendo, di
quest’ultimo, una sorta di prolungamento del lavoro nell’epoca del tardo
capitalismo.
Attraverso l’industria culturale il sistema impone quindi valori e
modelli di vita funzionali al dominio di classe delle minoranze, creando vaste
zone di consenso. Tanto più che essa costituisce e assomma in sé medesima,
l’ideologia più vitale per il neocapitalismo: l’idea della “bontà” del sistema
e della “felicità” degli individui eterodiretti che lo costituiscono.
HERBERT MARCUSE
Marcuse incentra la sua attenzione sulla polemica contro la società
repressiva e la difesa dell’individuo e delle sue istanze di felicità, portando
avanti un tentativo di sintesi originale tra marxismo e freudismo. Le sue opere
più significative sono Eros e civiltà
(1955) e L’uomo a una dimensione (1964).
Civiltà e repressione
Alla base di Eros e civiltà
sta la convinzione, mutata da Freud, che la società ha potuto svilupparsi solo
in virtù della repressione degli istinti, e in particolare della ricerca del
piacere, la quale secondo la psicanalisi costituisce la molla fondamentale
dell’essere umano. Infatti, la società è riuscita ad accrescere la produttività
e a mantenere l’ordine, solo impedendo all’individuo la libera soddisfazione
delle sue pulsioni. Freud riteneva la repressione un costo inevitabile della
civiltà, Marcuse ritiene, invece, che non sia la civiltà in quanto tale ad
essere repressiva, bensì quel tipo particolare di civiltà che è la società di
classe. In altre parole, Freud, secondo Marcuse, non distinse fra rimozione di
base (cioè un certo controllo degli istinti richiesto dalla vita sociale) ed un
surplus di rimozione richiesto dalla particolare forma storica di civiltà
delineatasi in Occidente. Quest’ultima è stata completamente sottomessa a ciò
che Marcuse chiama il “principio della prestazione”, ossia alla direttiva di
impiegare tutte le energie psico - fisiche dell’individuo per scopi produttivi
e lavorativi.
Il principio di prestazione, riducendo il singolo ad un’entità per
produrre, ha represso la richiesta umane di felicità e di piacere, comportando
diserotizzazione del corpo umano e la cosiddetta “tirannide genitale”, ossia la
riduzione della sessualità a puro fatto genitale e procreativo. In tal modo, il
fine della vita, anziché essere quello di godere con gli altri del nostro stare
al mondo, è divenuto il lavoro e la fatica, che gli uomini hanno finito per
accettare come qualcosa di naturale, o come la giusta punizione per qualche
colpa commessa, “introiettando” nella propria psiche la rimozione, secondo il
processo che Marcuse descrive come “autorepressione dell’individuo represso”. Tuttavia,
la civiltà della prestazione non ha potuto far tacere completamente gli impulsi
primordiali verso il piacere, la cui memoria è conservata dall’inconscio e
dalle sue fantasie.
La critica del “Sistema” e il
“Grande rifiuto”
In uno scritto successivo, dal titolo L’uomo a una dimensione, Marcuse riprende e radicalizza i vari
motivi di critica della società tecnologica avanzata. L’uomo a una sola
dimensione è l’individuo alienato della società attuale, colui per il quale la
ragione si è identificata con la realtà, perciò non scorge più il distacco tra
ciò che è e ciò che deve essere; sicché per lui, al di fuori
del sistema in cui vive, non ci sono altri possibili modi di esistere. Il
sistema tecnologico, infatti, ha la capacità di far apparire razionale ciò che
è irrazionale e di stordire l’individuo in un frenetico universo consumistico e
pur identificandosi con “l’amministrazione totale” dell’esistenza, si ammanta
di forme pluralistiche e democratiche, che però sono puramente illusorie,
poiché la decisioni, in realtà, sono sempre nelle mani di pochi. La stessa
tolleranza di cui tale società si vanta, è unicamente una tolleranza
repressiva, poiché il suo “permissivismo” funziona solo a proposito di ciò che
non mette in discussione il sistema stesso.
Tuttavia, la società tecnologica non riesce ad imbavagliare tutti i
problemi, a cominciare dalla contraddizione di fondo che la costituisce: quella
fra il potenziale ossesso dei mezzi atti a soddisfare i bisogni umani e
l’indirizzo conservatore di una politica che nega a taluni gruppi l’appagamento
dei bisogni primari e stordisce il resto della popolazione con l’esaurimento di
bisogni fittizi. Tale situazione fa sì che il soggetto rivoluzionario non sia
più quello individuato dal marxismo classico, ossia il lavoratore salariato,
ormai completamente “integrato” nel sistema, bensì quello rappresentato dai
gruppi “esclusi delle società opulente, ovvero dal <<sostrato degli
emarginati e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze
e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori
del processo democratico; la loro presenza prova come non mai quanto sia
immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni
intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la
loro coscienza. Perciò la loro opposizione colpisce il sistema al di fuori e
quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola la regola del
gioco, e così facendo mostra che un gioco truccato>>.
Le forze mondiali della
Rivoluzione
Anziché fermarsi ad un pessimistico “Grande rifiuto” fine a sé stesso,
Marcuse, negli anni successivi a L’uomo a
una dimensione, ha continuato a riflettere sui possibili soggetti
rivoluzionari in grado di abbattere il Sistema, mettendo in luce come la sorti
della rivoluzione mondiale siano affidate ad un vasto schieramento di forze, di
cui fanno parte sia i gruppi del “dissenso” dei paesi avanzati (dal
sottoproletario agli studenti), sia i “dannati” del Terzo Mondo, sia il proletario
occidentale ancora politicamente attivo (come quello francese o italiano).
Fiducioso nell’azione simultanea di queste forze il filosofo è piuttosto
scettico sulla loro azione isolata e spontaneista.