
La domanda più frequente che l’umanità si è
posta nel corso della sua storia è “chi
è Dio?”: molti hanno provato a darne una risposta, altri hanno
semplicemente evitato di farlo, altri ancora non lo hanno semplicemente
ritenuto importante.
C’è qualcuno che disse: “l’al
di là? Dio? Se ci sono davvero, al momento della morte me ne accorgerò!”
Ogni individuo è libero di scegliere di
vivere in modi diversi la propria religiosità: c’è chi sceglie “l’indifferenza”,
vivere come se Dio non esistesse; l”ateismo”; l’affermazione diretta della
non esistenza di Dio; l”agnosticismo”, il non esprimersi né per
l’esistenza, né per la non esistenza di Dio; ed infine la Fede,
l’adesione incondizionata alla credenza in Dio.
Credente, indifferente, agnostico, ateo..
ma comunque l’uomo ha sempre avuto l’incessante bisogno di scorgere qualche
segno divino nell’esperienza della storia dell’umanità e della singola persona.
Molti hanno visto dietro al modello di
risposta DIO è il voler nascondere
il tentativo di mascherare i problemi irrisolti dell’uomo. Ma vivere come se
Dio non esistesse genera una serie di problemi e difficoltà. Innanzitutto se
Dio davvero non esistesse allora non esisterebbe neanche un al di là dopo la
vita terrena. Allora che senso avrebbe viverla? Lasceremmo si qualcosa
all’umanità futura, ma per noi singoli cosa rimarrebbe? Perché nel momento
della nostra morte non ci sarebbero più dolori, ma non ci sarebbe in ugual modo
neanche la memoria e il ricordo, non ci sarebbe più l’intero universo. Perché
nell’uomo, a differenza degli animali legati solo alla sensibilità del
presente, vi è la soggettiva conoscenza del tempo che passa.
In attesa della risoluzione del problema si
consiglierebbe di vivere come se Dio esistesse perché questo almeno
comporterebbe di vivere secondo la legge morale, e quindi nella retta via, e se
davvero esistesse un al di là l’uomo non potrà che trarne vantaggio.
-L’ateismo
fu essenzialmente una dichiarazione di indipendenza dal principio del
legislatore supremo, non una risposta al problema spirituale dell’uomo (Fromm)
-Per
via degli atei occorrono le prove, a salvaguardia di coloro sui quali l’ateismo
potrebbe influire. Se ci sono atei, ciò prova semplicemente che le prove
dell’esistenza di Dio non valgono niente (Le Dantec)
-Non
siamo in grado di sapere né cosa sia Dio, né se egli esista.. la ragione non
può dare una risposta. Siamo separati da un caos infinito. Alla fine di questa
distanza infinita qualcuno getta una moneta, e il risultato è o testa o croce.
Qual è la tua scommessa? (Pascal)
-Dio
è coscienza morale. È persino l’ateismo dell’ateo (Gandhi)

“un tempo si sacrificava al proprio Dio
esseri umani, forse proprio quelli che si amava di più..
In seguito, nell’epoca morale dell’umanità,
si sacrificò al proprio Dio gli istinti più forti che si possedeva, la propria
natura..
Sacrificare il Dio per il nulla, questo
paradossale mistero della crudeltà fu riservato alla generazione che proprio
ora sta sorgendo..”
LA MORTE DI DIO
Nietzsche fu il primo
filosofo ad affrontare in pieno la perdita di fede nella religione,
nell’esistenza di un mondo diverso da questo da parte dell’uomo occidentale.
L’annullamento dei fondamenti morali e religiosi è all’origine del “nichilismo”: esso è un processo di
decadenza progressiva della società moderna, caratterizzato dalla svalutazione
di tutti i valori e ideali.
Dove prima c’era Dio
adesso c’è il vuoto.. Ma se non esiste né Dio, né un regno trascendente; la
morale, i valori, i parametri di ogni sorta debbono essere creati dall’uomo per
far fronte alle proprie necessità. Questo nuovo tipo di uomo è lo “ubermensch” (il super-uomo) capace, con
la volontà di potenza, di creare da sé i propri valori andando oltre il vecchio
modo di essere dell’uomo, oltre i vecchi valori. Esso è colui che, da solo,
riuscirà ad assumere su di sé il peso della morte di Dio. L’abbattimento dei
vecchi valori stabiliti per l’instaurazione di nuovi è chiamata dal filosofo “trasvalutazione dei valori”.
La “volontà di potenza” è, secondo Nietzsche, l’IO. Quest’ultimo
rappresenta l’impulso dominante su una serie di impulsi in contrasto tra loro,
antagonisti.
La volontà di potenza si manifesta nell’azione creatrice del mondo e di tutte le cose:
l’uomo, per vivere, ha infatti il bisogno costante di creare cose e di
dare loro un senso.
La volontà di potenza è
accettazione completa di sé stessi e il superuomo è colui che vive con gioia il
suo caos interno accettandosi e vivendo pienamente tutto ciò che la volontà
di potenza gli fornisce. Egli è in grado di ribadire all’infinito la propria
volontà. Per questo il superuomo è spiritualmente libero, poiché i suoi
istinti naturali non sono repressi e non vive la sua vita in base a falsi
valori. Tra le cose che il superuomo deve sopportare c’è “l’eterno ritorno dell’uguale”: la
storia non deve essere più intesa come un processo lineare, ma come un circolo,
sicché ogni cosa ritorna, e poi ritorna, per sempre. In ogni istante si
dice un “si” alla vita e si vorrebbe continuare a ripetere quello che si sta
facendo in quell’ istante per sempre.
Nietzsche prende dunque distanza dalla
visione ebraico-cristiana della creazione e fine del mondo. L’uomo raggiunge
la felicità solo se sa gustare la vita nella 212f56c sua pienezza, in ogni attimo.
Nella concezione lineare del tempo invece
il concepimento del senso della vita è rimandato al futuro (aldilà); nella
visione ciclica ogni attimo ha un suo significato.
“Gli dei sono tutti morti, ora vogliamo che
viva il superuomo”
LA RELIGIONE:
Nella “Gaia scienza” Nietzsche analizza
l’origine delle religioni, affermando che essa è soltanto il desiderio di dare
un senso al vuoto dell’esistenza. Il fondatore di una religione non fa altro
che scegliere un tipo di vita da proporre ai suoi seguaci.
L’IDEA DI DIO:
Nietzsche
crede che l’idea di Dio sia stata creata dagli uomini dal bisogno di dare un
ordine ad una realtà caotica e crudele. Dio sarebbe dunque una grande bugia,
che comunque ha avuto una funzione molto importante nel corso della storia:
consolare gli uomini e sostenerli nelle difficoltà. Inoltre il filosofo crede
che l’idea di un al di là sia negativa in quanto pone fuori dall’essere
l’essere stesso. A questo punto egli afferma che l’ateismo sia scontato e che
non debba neanche essere dimostrato.
Nietzsche,
comunque, non si preoccupa dell’esistenza o meno di un Dio, perché egli ritiene che non si possa né
affermare né smentire in quanto tutto è interpretazione. Ma l’uomo non vuole e
non riesce ad abbandonare la religione perché ha paura di essere lasciato solo.
CRITICA ALLA MORALE:
Nietzsche crede che tutti i valori
cristiani siano falsi e debbano essere abbattuti e sostituiti.
Ci sono quattro tradizioni principali che
egli critica:
-la tradizione della moralità cristiana
-la tradizione filosofica della morale (in
modo particolare quella di Kant)
-la moralità della massa delle persone
intellettualizzate (“i valori del gregge”)
-tradizioni derivanti dalla antica Grecia
(Socrate)
CRITICA AL CRISTIANESIMO:
Egli attacca il cristianesimo, non la figura di Cristo,
affermando che l’uomo del diciannovesimo secolo debba reggersi sulle proprie
gambe, senza il sostegno della fede o di altro.
Tutti i valori
positivi del cristianesimo sono respinti: offrire l’altra guancia, amare il
prossimo tuo come te stesso, avere compassione di coloro che soffrono, etc. Questi
valori sono da escludere, non però nella maniera più assoluta, perché Nietzsche
pone sempre regole speciali per persone speciali. Egli è totalmente contrario
alle semplici generalizzazioni di regole, come Kant aveva fatto con
l’imperativo categorico. Il suo attacco è contro il cristianesimo perché
sostiene i perdenti, le persone che non sanno stare in piedi da sole, che
chiedono compassione, pietà e simpatia dall’esterno.
Tutto sommato egli non è contro
la compassione in sé, non la disprezza quando proviene da una persona forte.
Quello che Nietzsche disprezza è appoggiare la persona debole dall’esterno, che
sia una persona o che siano norme e regole.
La ragione della sua avversità
sta nel suo appello all’autenticità, alla personalità individuale, alla vita
interiore vissuta con pienezza, che la pietà e la compassione sminuiscono.
“oggi occorre sapere che un
teologo, un prete, un papa, non appena aprono bocca a pronunciare una frase, non
solo sbagliano, ma mentono.. le nozioni di aldilà, quella stessa di anima, sono
arnesi di tortura usando i quali il prete diventò padrone e padrone rimase..”
CRITICA ALLA MORALITA’
FILOSOFICA:
Questa critica è data dal fatto
che tutti i sistemi della moralità filosofica sono basati sull’astrazione
del caso individuale. Essi sono basati su un riferimento alla generalità e, per
Nietzsche, la parola “generale” è equivalente a “comune” la quale è intesa nel
senso peggiorativo.
Egli credeva che la grandezza dell’uomo,
la sua parte migliore, fosse rara. Infatti crede che il riferimento ad un
denominatore comune nelle persone è necessariamente un riferimento
all’inferiore o a quello che c’è di meno elevato in essi.
In un certo senso tutte le
norme e le regole per Nietzsche riguardano il “gregge”.
CRITICA ALLA MASSA O AL
GREGGE:
La terza morale che attacca è
proprio quella del gregge. Egli non
è assolutamente un filosofo democratico, è un filosofo del grande e del nobile
e per lui tutti i valori dell’ideologia democratica sono di poco conto.
Nietzsche credeva che il grande individuo, l’eroe, dovesse essere legge per se
stesso e non dovesse lasciarsi limitare dalla considerazione per la gente
inferiore e ancor di meno da norme e regole.
Nietzsche considerava l’umanità
come una plebaglia, condotta da un’ èlite, e riteneva che quest’ultima avesse
tutto il diritto di essere egoista, di eliminare i deboli e prendere per sé
quello che voleva.
CRITICA A KANT:
Secondo Nietzsche moralità
differenti vanno bene per persone differenti, al contrario di Kant che credeva nell’universalità
della morale. Egli crede che le singole persone siano autorizzate a
comportamenti di tipo individuale, in quanto posseggono frammenti di conoscenza
determinati individualmente.
I VALORI E LA MORALE:
Nietzsche sostiene che la morale, i valori e i parametri che
abbiamo ereditato sono originalmente basati su Dio o su di unità che ce li ha
forniti, che ci giudicherebbe in base ad essi. Noi abbiamo perso la fede in
questi dei e nella religione in generale e ciò significa che noi abbiamo perso
fede nei veri fondamenti del nostro sistema di valori. Tuttavia non abbiamo
affrontato questo fatto e continuiamo a rapportare le nostre vite ad un sistema
di valori nel fondamento del quale non crediamo più. Questo ci rende non
autentici. Se vogliamo avere un sistema di valori autentici dobbiamo realizzare
una completa rivalutazione dei nostri valori.
“sii te stesso al massimo
livello, fino in fondo vivi la tua vita pienamente..”
Per Nietzsche la vita è l’unico valore e l’unica fonte
di valori, e pertanto tutti i nostri
valori dovrebbero essere derivati da essa. Questo significa che se ci sono
verità che ci danneggiano, o che danneggerebbero le nostre vite, dobbiamo rifiutarci
di conoscerle. Quello che non serve deve essere respinto in quanto falso.
Se non vi è
nulla al di fuori di questo mondo, nessun Dio, nessun regno trascendente,
allora la vita non può avere alcuno scopo al di là di se stessa. Qualunque
significato o giustificazione essa abbia, deve essere al suo interno: essa deve
esistere esclusivamente per sé e avere importanza in quanto tale.
LA NASCITA DELLA TRAGEDIA:
Quest’opera parla della Grecia e della tragedia presocratica che per lui era una sorta di età dell’oro.
Egli conosceva a fondo l’antica
grecia e divenne ostile a tutta la tradizione derivante da Socrate, poiché
quest’ultimo sostituì la ragione e la razionalizzazione di ogni cosa alla
forza, alla bellezza e alla piena comprensione della realtà tragica
dell’umanità.
La tragedia greca riuscì
a compiere un miracolo che consisteva nella fusione di Apollo
e Dioniso. Il principio apollineo
rispecchia la dimensione razionale, ispirato ad Apollo Dio dell’equilibrio
e della contemplazione serena della
vita. Il principio dionisiaco rispecchia la dimensione irrazionale, l’impulso
vitale dell’uomo, libero da regole e convenzioni sociali, ispirato a Dioniso
Dio del vino e della musica, della gioia e del benessere fisico. Esso esprime
l’energia caotica ed irrazionale. Questi sono dunque due impulsi opposti: il
primo tende all’ordine, alla forma, alla perfezione e al sogno; il secondo
tende al caos, all’istinto e all’infinito. Ovviamente Nietzsche privilegia il
principio dionisiaco simbolo dell’amore estremo per la vita. Apollo e Dioniso
rappresentano il mondo degli impulsi, tenuti insieme dalla tragedia greca. Secondo Nietzsche quest’ ultima è morta
perché nell’occidente ha prevalso il razionalismo socratico, che ha portato
inoltre al trionfo di Apollo su Dioniso.

Il tentativo messo in atto dal fascismo era quello di occupare, oltre
allo stato, anche la società, di plasmarla secondo la propria ideologia. In
questo senso il regime fascista fu certamente totalitario, ma in parte
imperfetto. Esso trovò molti ostacoli da superare per poter influenzare in modo
assoluto la società. L’ostacolo maggiore era rappresentato dalla chiesa: in un
paese in cui il 99% della popolazione si dichiarava di fede cattolica e le
parrocchie rappresentavano spesso l’unico centro di aggregazione sociale e culturale,
non era affatto facile governare contro la Chiesa senza trovare con essa
un’intesa politica.
Consapevole di ciò
Mussolini cominciò nel 1926 le
trattative di un accordo con la Santa Sede, approfittando della disponibilità
manifestata da essa nei confronti del regime fascista. Si iniziava a delineare così l’avvenimento
più importante nelle relazioni tra il Vaticano e il regime fascista: la firma
avvenuta l’11 febbraio 1929 del
trattato e del concordato del Laterano, meglio conosciuto come i “patti lateranenzi”.
Essi regolarono i
rapporti tra Stato e Chiesa e posero così fine alla “questione romana” che si
era aperta nel 1870 con l’annessione dello Stato Pontificio (territorio
italiano sotto il dominio temporale del Papa) al nuovo regno d’Italia. La questione
romana sanciva così la fine del potere temporale della Chiesa. La pretesa della
Santa Sede di possedere un territorio sul quale esercitare la propria sovranità
fu riconosciuta soltanto da Mussolini con la firma dei patti lateranenzi.
Essi presero il
nome dai palazzi del Laterano, cioè dal luogo in cui Mussolini e il segretario
di Stato Vaticano Gasparri si incontrarono per la firma. Essi si articolavano
in tre parti distinte:
-TRATTATO INTERNAZIONALE: con esso la
Santa Sede poneva ufficialmente fine alla cosiddetta “questione romana”
riconoscendo lo stato italiano e la sua capitale Roma, vedendosi riconosciuta
nello stesso tempo la sovranità sullo stato della città del Vaticano
(comprendente la basilica di San Pietro e i palazzi circostanti)
-CONVENZIONE
FINANZIARIA: La chiesa riceveva un indennizzo dal governo italiano, per
porre rimedio ai danni causati alla Chiesa con l’espropriazione dei beni ad
essa appartenenti.
-CONCORDATO: esso
regolava i rapporti interni tra Stato e Chiesa. Stabiliva ad esempio che i
sacerdoti fossero esonerati dal servizio militare e che i preti che avessero lasciato l’”abito”
fossero esclusi dagli uffici pubblici. Inoltre riconosceva gli effetti civili
del matrimonio religioso e l’ insegnamento della religione cattolica come
fondamento dell’istruzione.
. 
I patti lateranenzi
rappresentarono un notevole successo propagandistico: Mussolini poté
consolidare la sua area di consenso, anche sul suolo internazionale,
presentandosi come artefice della conciliazione, come l’uomo che era riuscito
laddove erano falliti tutti gli altri.
La Chiesa in cambio della rinuncia del potere temporale,
acquistò una posizione di indubbio privilegio nei rapporti con lo Stato (in
materie come istruzione e legislazione matrimoniale) e rafforzò notevolmente la
sua presenza nella società. Mantenendo intatta la rete di associazioni facenti
capo all’azione cattolica, la gerarchia ecclesiastica si assicurava un largo
margine di autonomia operativa ed entrava in concorrenza col fascismo proprio
nel settore che stava più a cuore al regime: quello delle organizzazioni
giovanili. Di questo però la Chiesa non si servì mai per fare opposizione,bensì
per educare ai suoi valori la gioventù, per formare una classe dirigente capace,
all’occorrenza, di prendere il posto di quella fascista.
La sistemazione dei reciproci rapporti tra Stato e Chiesa si
risolse inoltre con l’elezione di Achille Ratti al pontificato: egli prese il
nome di Pio XI. Quest’ultimo vedeva
nella figura di Mussolini l’uomo capace di soffocare il movimento popolare in
Italia (poiché aconfessionale). Mussolini credeva che la religione dovesse
conformare il popolo e la sua attività entro le norme della morale e che Dio
servisse a fare delle masse un tutt’uno devoto tanto alla Chiesa quanto allo
Stato. Egli guardava alla religione cattolica e al papato come ad una forza,
che lo avrebbe aiutato nel realizzare i piani della borghesia capitalista
italiana. Infatti già prima di essere a capo del governo Mussolini insisteva
per un accordo con il Papa, consapevole della grandezza e della forza del
cattolicesimo che aveva in Roma il suo centro.
I patti lateranenzi portarono alla collaborazione sempre più
stretta tra Stato e Chiesa, nonostante tutte le oscillazioni. Infatti nel corso
del ventennio fascista vi furono spesso acuti contrasti tra il vaticano e il
regime fascista riguardo la scuola, l’educazione dei giovani, etc. Tuttavia
l’alleanza tra le due parti rimase ben salda.
Il clero italiano non amava il fascismo, ma la paura del
comunismo e di una rivoluzione sociale lo gettò dalla parte di Mussolini.
L’appoggio del Vaticano, non solo impedì la resistenza di tutto il popolo al
fascismo, ma finanziò la marcia su Roma dei fascisti per la presa del potere.
ORIGINI
DEL FASCISMO:
Il movimento
fascista nacque a Milano nel marzo del 1919. Il suo fondatore era Mussolini,
socialista romagnolo espulso dal partito nel 1914 perché era favorevole
all’intervento dell’Italia al conflitto mondiale. Uscito dal Partito socialista
italiano fondò un suo giornale “Il
popolo d’Italia” e, finita la guerra, diede vita ad un suo movimento: i
fasci di combattimento.
I fasci di
combattimento furono in seguito affiancati dalle camicie nere ovvero gruppi di
persone che volevano imporre le loro idee usando la violenza, Mussolini e i
suoi seguaci erano sostenuti dai ricchi proprietari terrieri e dai borghesi
poiché essi temevano le rivendicazioni dei contadini e degli operai. In seguito
furono tollerati dallo Stato e dal re, dalla polizia, dall’esercito, dalla
magistratura e in principio anche dalla chiesa cattolica.
I primi fasci di
combattimento si organizzarono ottenendo l’appoggio dei proprietari terrieri e
degli industriali. Con violenza attaccarono le “masse rosse”, i cattolici e i
popolari.
Nel novembre del
1921 il movimento dei fasci si trasformò in Partito Nazionale Fascista composto
sempre dalle “squadre d’azione”.
Nelle elezioni del
1921 al Parlamento furono eletti solo 35 deputati, molto determinati a dare la
scalata al potere. Così il fascismo cominciò ad essere visto bene anche da
numerosi intellettuali.
A questo punto
Mussolini capì di poter aspirare al potere, dati i numerosi consensi che
riscontrò decise così di organizzare una marcia su Roma, il 28 ottobre del
1922, per impadronirsi del governo. Mentre le camicie nere avanzavano, lui era
a Milano in attesa degli eventi che gli furono favorevoli. Vittorio Emanuele
III, interpretando lo stato della media e grande borghesia non lo ostacolò. Le
squadre fasciste entrarono liberamente a Roma.
MUSSOLINI
AL GOVERNO:
Dopo la marcia su Roma fu designato dal re
Vittorio Emanuele III presidente del consiglio, con l’incarico di formare il
nuovo governo. In principio utilizzò una politica moderata infatti il suo primo
governo ebbe un vasto consenso in Parlamento e lo accettarono persino i
liberali di Giolitti e i cattolici del Partito Popolare di don Sturzo. Ma ciò
che Mussolini voleva veramente era rendere il suo partito l’organo centrale
dello Stato così chiese dei provvedimenti:
-Voleva che il
Parlamento concedesse i pieni poteri al governo;
-Voleva
l’approvazione delle leggi favorevoli agli industriali, ai proprietari terrieri
e alla Chiesa cattolica.
-Voleva la
legalizzazione delle camicie nere che furono poi trasformate in “Milizia
Volontaria per la Sicurezza Nazionale” (MVSN)
-Voleva
l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo.
-Inoltre voleva la
riforma del sistema elettorale per dare al Partito Fascista la maggioranza dei
consensi.
Con questo
sistema, nell’elezione del 1924 il listone fascista ebbe 403 deputati contro i
96 dell’opposizione. Questa maggioranza è stata ottenuta però con imbrogli e
minacce e coloro che volevano denunciare queste scorrettezze venivano messi a
tacere con la violenza.
Matteotti, che
aveva pronunciato alla Camera un durissimo discorso contro i fascisti,
denunciando le violenze e le irregolarità che avevano caratterizzato le ultime
elezioni, fu ucciso da squadristi fascisti.
Il paese non ebbe
dubbi sulla responsabilità dei fascisti, così Mussolini si trovò in grave
difficoltà e politicamente isolato. I gruppi di opposizione decisero di non
partecipare ai lavori del Parlamento fino a quando non fosse stata ristabilita
la legalità. Questa iniziativa fu chiamata “secessione dell’Aventino” e non ebbe comunque effetto poiché il Re,
l’unico che avrebbe potuto prendere dei provvedimenti, non intervenne.
Mussolini, in un
celebre discorso tenutosi alla Camera il 3 gennaio 1925, si assunse tutta la
responsabilità del delitto Matteotti. Emanò in seguito le leggi fascistissime o
eccezionali che in realtà trasformarono il suo potere in regime dittatoriale e
totalitario.
POLITICA
INTERNA:
Leggi eccezionali:
-il Capo del
governo rispondeva del suo operato solo al Re e non al Parlamento;
- aboliti tutti i
partiti, tranne quello fascista;
- introdotta la
censura di stampa;
- abolite le
associazioni politiche e sindacali che non fossero fasciste;
- Tribunale
Speciale;
-dichiarato fuori
legge lo sciopero;
-introdotta la
pena di morte.
POLITICA
ESTERA:
Fu contrassegnata
da uno spirito imperialista, perché Mussolini voleva che l’Italia apparisse
all’Europa e al mondo come un Paese forte e militarmente preparato. Molti Paesi
stranieri avevano accolto, con favore, la nascita dello Stato fascista compresi
gli Stati Uniti e la Russia comunista. Il dittatore mirava ad ottenere
un’espansione dell’Italia nel Mediterraneo.
POLITICA
ESPANSIONISTICA:
Ci fu un'
occupazione militare dell’Etiopia nel 1935.
Il generale
Badoglio conquistò tutta l’Etiopia,
occupandone la capitale Addis Abeba. Ma l’Etiopia faceva parte della Società
delle Nazioni, perciò quando l’imperatore denunciò l’oppressione italiana, la
società fu costretta ad emanare contro l’Italia provvedimenti restrittivi
vietando ad ogni Paese di portare in Italia materie prime e prodotti industriali.
Ma tra le 52
nazioni che avevano approvato le sanzioni, soltanto Francia ed Inghilterra le
osservarono: la Società delle Nazioni perse credibilità e il fascismo ne uscì
ancora una volta rafforzato. In questo periodo Mussolini si avvicinò alla Germania,
dove era sorta la dittatura nazista di Hitler che avrebbe influito sulla
politica del Duce. Italia e Germania intervennero nella guerra di Spagna
appoggiando i nazionalisti di Franco. In seguito stipularono un patto di
alleanza: l’Asse Roma-Berlino (1936).
REGIME
FASCISTA:
SOCIETA’:
Per
diffondere le nuove idee fasciste fu organizzata una propaganda capillare
attraverso la scuola, la radio, il cinema. Le lezioni scolastiche cominciavano
sempre con lo stesso cerimoniale: il saluto romano ai professori e il canto
dell’inno fascista “Giovinezza”. Il
giovedì era vacanza, ma gli altri giorni della settimana si frequentava la
scuola mattina e pomeriggio; il sabato, poi, studenti ed adulti, in divisa, si
riunivano in adunate dove, tra canti ed esercizi paramilitari, inneggiavano al
regime. Anche nelle scuole superiori, più o meno, venivano praticate le stesse
cerimonie. Gli universitari, invece, aderivano G.U.F. (Gruppi Universitari
Fascisti).
Nel 1937, tutte le
Organizzazioni giovanili furono unificate nella G.I.L (Gioventù Italiana del
Littorio).
Gli insegnanti
dovevano giurare fedeltà al regime e rispettare le direttive del governo che
imponeva loro metodi e programmi, privandoli della libertà di insegnamento. Chi
non giurava perdeva il posto.
PROPAGANDA:
La stampa: I giornali dovevano sottostare
ad una rigidissima censura e non avere notizie negative sul fascismo; quando
accadeva veniva effettuata la censura di stampa e la prigionia dei
responsabili. Tutto ciò che veniva detto dal Duce doveva essere riportato sul
giornale con commenti e giudizi solo di approvazione.
I giornali che non
si allinearono furono soppressi.
Infine anche le
riviste femminili e giornali per bambini furono adattati alle idee fasciste.
Le idee fasciste
furono diffuse anche tramite cinema, radio e qualsiasi mezzo popolare.
ECONOMIA: Cercò di stimolare
l’industria e l’agricoltura.
L’industria
facendo leggi favorevoli agli industriali (abolì il diritto di sciopero).
L’agricoltura con
opere di bonifica di zone paludose ma essa non fece grandi progressi.
POLITICA: Creò lo Stato
corporativo per risolvere il contrasto tra le classi. Nel 1927 emanò la Carta
del Lavoro per regolamentare i rapporti di lavoro e nel 1929 istituì una
Corporazione dove erano presenti i rappresentanti degli imprenditori e dei
lavoratori. Con l’istituzione delle Corporazioni, Mussolini pensò di risolvere
la questione sociale ma la soluzione offerta era a vantaggio degli
imprenditori:
-i padroni
(industriali e proprietari terrieri) erano i principali sostenitori;
-i rappresentanti
degli operai e contadini dovevano avere fede della nazione quindi erano
facilmente manovrati dal governo fascista.
ANTIFASCISMO:
-Gli antifascisti
furono coloro che si opposero ai fascisti, alle loro idee, ai loro programmi,
in Italia e anche all’estero, dove si incarcerarono per non essere incarcerati.
I primi avversari
furono i politici, soprattutto socialisti e comunisti; ma anche alcuni
esponenti del Partito Popolare d’ispirazione cattolica, che pagarono la loro
opposizione con la vita, con il carcere o con il confino (Giacomo Matteotti,
Giovanni Amendola, Antonio Gramsci). Molti furono costretti ad andare
all’estero (don Luigi Sturzo, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Pietro
Nenni e Gaetano Salvemimi). Tuttavia essi, anche se all’estero, mantennero viva
l’opposizione al regime e a Parigi nel 1927, diedero vita alla Concentrazione
Antifascista.
-Altri oppositori
furono alcuni intellettuali che facevano capo a Benedetto Croce.
-Anche la chiesa,
mediante le associazioni di Azione Cattolica, sfuggì al controllo fascista.
-Antifascisti
divennero soprattutto nel 1938 i 50.000 Ebrei italiani, perché nello stesso
anno Mussolini, per allinearsi al sistema hitleriano, proclamò il Manifesto
della razza, in cui sosteneva gli stessi principi del nazismo:
Esistevano razze
superiori (ariani) e razze inferiori (ebrei).
Gli italiani erano
di razza “ariana” vale a dire
indeuropea, quindi erano di razza superiore e non potevano essere che razzisti;
Gli ebrei non
dovevano partecipare alla vita politica e civile del paese: questi principi
diedero inizio alla persecuzione degli ebrei anche in Italia.

Gran parte dell’immaginario di Chagall proviene dal fascino
caratteristico della sua città di origine, Vitebsk,
e dalla sua educazione religiosa. Il pittore nasce da una famiglia ebrea e la
sua educazione rispecchia totalmente questa religione. Però Chagall non fu mai
un talmudista appassionato; in tal caso si sarebbe dovuto sentire un gran
peccatore, avendo dedicato tutta la sua vita alla creazione di immagini,
soprattutto umane, che la rigida legge del Talmud vieta severamente. Comunque
nella Russia zarista dei pogrom e delle discriminazioni antisemite non era
certo facile dimenticare la propria discendenza ebraica.
Il mondo spirituale di Chagall viene
abitualmente collegato all’hassidismo,
movimento religioso che cercò di riformare il giudaismo ufficiale. Esso puntava
più sull’esperienza mistico-irrazionale, che sulla semplice osservanza dei
precetti religiosi. Alla base dell’hassidismo c’era quindi una spiritualità che
valorizzava tutti gli aspetti della vita quotidiana, considerati come
manifestazione divina. Proprio per questo in Chagall i temi principali delle
sue opere sono la vita umana, il rituale dell’esistenza quotidiana nei suoi
momenti decisivi e culminanti.
Negli anni trenta, tornato dal suo viaggio
in Palestina, a Berlino il regime nazista proclamava l’antisemitismo politica
di stato; si andava così sollevando una vera e propria ondata di persecuzioni,
ma non soltanto in Germania, perché il razzismo cominciava a farsi sentire
anche in altri paesi e nel 1935, durante un soggiorno in Polonia, Chagall
stesso fu testimone di un pogrom antiebraico. Questa serie di eventi drammatici
lo gettò in una profonda depressione, che superò soltanto quando tornò a
dedicarsi alle immagini che lo “assalivano”. E poiché ciò che ossessionava di
più la sua mente era la visione del terrore e del martirio, nacque la “crocifissione bianca” del 1938. Questo
quadro fu una reazione impulsiva, un urlo di paura e di compassione per i
connazionali perseguitati. La sinagoga infiammata,
Vitebsk distrutta, la Torah gettata a terra
e nel fuoco, il vecchio che scappa salvando un rotolo sacro sono le immagini
della drammatica opera chagalliana. Il personaggio principale altri non è che
il “Gesù di Nazareth Re dei Giudei”, che ha come fascia che cinge i fianchi il
mantello rituale ebraico. Ma egli non è rappresentato come un salvatore, ma un
ebreo martirizzato sulla croce. La fascia obliqua della luce divina lo avvolge
e lo isola dall’orrore che si impadronisce del mondo umano; le fiamme delle
sette candele del candelabro ebraico, circondato da un’aureola chiara, che sta ai piedi della croce rimangono immobili
malgrado la tempesta che infuria tutt’intorno. Con questo Chagall vuole
sottolineare l’idea cristiana della vittoria dello spirito sul caos e sulla
corruzione della materia. Nell’angolo in basso a sinistra è rappresentato un
contadino piangente con la mano sugli occhi e, a destra, la donna con il
fazzoletto russo che cerca di calmare il suo bambino. Presso il crocefisso
compare anche la scala, che nell’iconografia bizantina simboleggiava la
passione di Cristo. Un ebreo errante sullo sfondo a destra lascia la scala nel
fuoco e scappa per salvarsi dal pericolo incombente. Nel mezzo sulla sinistra
si propone anche il motivo della barca, rappresentata come una grande scialuppa
che attraversa la Dvina, fiume russo, per mettere in salvo i pochi superstiti dopo
la distruzione di Vitebsk.
La città viene qui rappresentata come una
città saccheggiata e in fiamme. Crocifissione bianca è un quadro diretto ed
esplicito nel rappresentare il suo contenuto drammatico. L’opera è
caratteristica in particolar modo per il suo decorativismo irreale.
Nella storia dell’arte del ventesimo secolo
Chagall occupa un posto particolare, la sua opera non si riconosce però in
nessuno tra i più importanti movimenti dell’avanguardia artistica. Non
identificandosi con nessuno Chagall non si preoccupò di fondare un gruppo di
seguaci, non creò mai una scuola, né cercò di rendere noti i suoi principi
artistici. Ogni oggetto rappresentato da Chagall nelle sue opere è la
realizzazione di una condizione puramente soggettiva. L’arte gli sembrava
essere soprattutto uno stato d’animo e quest’ultimo si esprimeva in un
linguaggio di simboli. I simboli Chagelliani sono soggettivi e non determinati
da convenzioni. Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che il pittore era
di formazione hassidica e riteneva che più un’esclamazione era soggettiva ed
emotiva più
era sentita e ricambiata da una istanza
divina, diventando così universale. Nel primo quindicennio del ventesimo secolo
Chagall si trasferì a Parigi. Questo arco di tempo venne denominato “periodo
russo” dato che tutto quello che creò nella città francese era condizionato
dalla nostalgia per la città natale, infatti i primi quadri creati riproducono
la stessa tematica e le stesse immagini del periodo di Vitebsk: scene di
natività, feste ebraiche e ritratti di parenti.
Il ritorno in patria capovolse la sua
pittura in modo radicale. Con severo e documentario realismo prese l’abitudine
di andare nei dintorni della città per dipingere i paesaggi dal vero. Ora non
doveva più descrivere da lontano il suo mondo favoloso, ma semplicemente
riprodurlo. Quando poco dopo scoppiò la rivoluzione, che mise fine alla
discriminazione ebraica Chagall realizzò nuovi quadri che possono essere
considerati un vero e proprio inno alla liberazione: un esempio è “la passeggiata” del 1918 dove sono
raffigurati due giovani sposi in primo piano e si tengono per mano. Il
personaggio maschile incarna il pittore stesso che guarda davanti a sé con la
faccia illuminata di felicità.
Proprio alla rivoluzione di ottobre il
poeta dedicò un quadro “la rivoluzione”
del 1937: una composizione complessa di formato orizzontale, divisa in diversi
gruppi. Nella enorme tela a sinistra Chagall raffigurò una insurrezione
popolare caotica; a destra una isba, casa rurale russa, con un contadino che si
dispera per la casa devastata. Vi è anche il solito ebreo errante, che scappa
impaurito per proseguire il suo eterno cammino. Ma più lo sguardo si sposta
verso l’alto del quadro, più la rappresentazione cambia e sul tetto della isba
devastata compare una coppia di innamorati sdraiati che si abbracciano, e
vicino a loro un violinista che suona incantato, accompagnato da un’orchestrina
vitebskiana. In questo modo la rivoluzione viene rappresentata nelle sue
diverse dimensioni: quella storica e soggettiva, dolorosa e drammatica e quella
fantastica. Il motivo più sorprendente è raffigurato al centro, dove si vede
Lenin che miracolosamente mantiene l’equilibrio in aria appoggiandosi a un
tavolo con la mano tesa. L’immagine del leader bolscevico capovolto è una
metafora puramente chagalliana: egli rappresenta la rivoluzione vista come
arte, come teatro. La rivoluzione vera e giusta non era un’insurrezione
popolare,
ma la cultura popolare al potere. A destra
una bandiera rossa isolata sventola nell’aria intorno al sole insieme al
giocoliere con il flauto magico ed è proprio la bandiera che Lenin indica con
la mano libera.
Il 23 giugno del 1941, esattamente lo
stesso giorno dell’invasione tedesca nel suo paese natale, Chagall sbarcò in
america. Tra le opere realizzate in questo periodo la più bella è “il bue scuoiato” del 1947. Soltanto
l’immaginazione chagalliana poteva arrivare ad una tale sostituzione
iconografica, rappresentando, al posto del Cristo crocefisso, un enorme
bue insanguinato e sospeso nell’aria
nello scenario notturno di Vitebsk. Il bue insanguinato simboleggia il martirio
di Vitebsk, ha un valore allegorico: un’ immagine di terrore e di sangue che
appare come sacrificio per ristabilire un clima di pace in un mondo appena
uscito dalla guerra. Nel cielo scuro della città appare una candela accesa ,
simbolo della pace domestica, piccola e piegata che non riesce ad illuminare le
tenebre di questa notte terribile. Nel cielo è rappresentato anche il nonno
dell’artista, con il piccolo cappuccio rituale ebraico e con un coltello
insanguinato, intento a guardare con orrore e stupore l’animale ucciso. Ed è
proprio questo il messaggio che voleva esprimere Chagall: chiamare l’umanità a
guardare con orrore il male compiuto.
HASSIDISMO
Corrente mistica dell'ebraismo sorta in
Polonia verso la metà del XVIII secolo. L’hassidismo, dall’ebraico “pio”, si
proponeva di conferire rinnovato vigore al culto, alla spiritualità e alla
tradizione ebraica, ormai irrigidita nel formalismo delle prescrizioni
rabbiniche.
Punto di riferimento per l’ hassidismo sono
gli zaddikim (i "giusti"), capi indiscussi della comunità, mediatori
fra Dio e i fedeli, saggi consiglieri.
La mistica hassidica sottolinea il rapporto
di amore vicendevole tra Dio e il fedele, invitato a cogliere la presenza di
Dio ovunque, attraverso la preghiera, la contemplazione, lo studio e le buone
opere, e a fare oggetto della propria attenzione tutta l'umanità e tutto il
creato, in attesa del tempo del Messia, giorno di verità e di pace universale.

Albert
Einstein
,senza alcuna preoccupazione per l’aldilà, si consolava dal pensiero della
morte considerando la vita come una meravigliosa avventura che valeva la pena
di essere vissuta. Egli si professò religioso, ammettendo l’esistenza di una
grande mente creatrice dell’universo: ma la sua non era né vera religione né
vera credenza in Dio, in quanto non concepiva quest’ultimo come vero Essere
impersonale, davanti a cui dobbiamo comparire nell’aldilà. Egli non credeva che
Dio fosse influente nella vita e nelle responsabilità di ogni individuo.
Nel 1905 risolse il problema della
spiegazione teorica dell’effetto fotoelettrico ribaltando in modo radicale
l’interpretazione della natura della luce: egli prese sul serio l’idea dei “quanti” di Planck.
Secondo Einstein è necessario supporre che
la luce stessa sia composta da singoli
pacchetti di energia, i quanti del campo elettromagnetico, che più tardi furono
chiamati fotoni. Ogni fotone ha massa nulla e porta un’energia E,
che è direttamente proporzionale alla sua frequenza f; la costante di
proporzionalità non è altro che la già nota costante di Plance h.
l’energia di un fotone di frequenza f vale:
E=hf
Si dice che nella radiazione
elettromagnetica l’energia è quantizzata: una volta fissato il valore della
frequenza f, l’energia trasportata da un fascio luminoso monocromatico può
assumere soltanto un insieme discreto di valori, tutti multipli di una quantità
fondamentale.
I QUANTI DI ENERGIA:
Planck ipotizzò che lo scambio di energia tra gli atomi
della cavità non avvenga in modo
continuo, ma attraverso lo scambio di “pacchetti
di energia”, da lui stesso chiamati quanti del campo elettromagnetico o
semplicemente quanti.
L’EFFETTO FOTOELETTRICO:
E’ detta l’emissione di
elettroni dalla superficie di un metallo colpito da radiazione luminosa. Esso
ha proprietà che non possono essere spiegate sulla base della fisica classica.

Eliot was born in the
Unit States of America
from a family of british origin and in 1927 he
converted himself to anglicanism, because he wanted to come back to his
original backgraund.
His
conversion is the end of the search
for a fixed and estabilished point of view; but it is, above all, the end of
his development from despair to faith. It is possible to trace his development
in his works, in fact
they can be divided into two periods:
before and after his conversion to anglicanism. The first ones are
characterized by a pessimistic vision of the world, without any hope, faith and
values; the seconds by hope, joy and purification.
The
first phase of the Eliot’s poetry is given by the theme of the loneliness of
the man, abandoned by a God in which he doesn't believe anymore,
extraneous to the society that surrounds him. The picture of a society in
decadence, deprived of ethic, incapable to act, alienated.
His
main work, before his conversion, is “the
waste land” (1922):
it talk about the failure of man to find a reason to live. The aridity of the
land is a symbol of the aridity in the life of a man without God.
Its poetry describes a world deprive of meaning, in
which it doesn't follow the birth of new certainties to the collapse of the
traditional values.
This work expresses vividly his conception of the
sterility of modern society in contrast with societies of the past. Eliot
believed that modern society lacked a vital sense of community. The waste land
of the poem is modern European culture, which had come too far from its
spiritual roots. In Eliot's poem, human beings are isolated. Because of the
variety and relative obscurity of Eliot's allusions, readers must work through
the poem's footnotes several times to appreciate it, but the general impression
of isolation, decadence, and sterility comes through in every reading. He
received the Nobel Prize for literature in 1948.
Eliot
uses myth, structuring his poem in terms of the Grail quest. Through the use of
myth, he is able to make his poem more universal and give his subject the
importance of an epic.
The Waste
Land is engulfed in myth.
However, it seems more likely that the use of myth is very deliberately used to
elevate the stature of the work. It is especially through the Mythical allusion
that the contrast between present and past appears: to the meaningless, to the
“waste” life of the present, Eliot opposes allusion of the Holy Grail , a metaphor for men’s search for spiritual salvation.
Eliot alludes to various ancient religions as well as to the medieval legend of
the Holy Grail, finding in them the common thread of the mythic cycle of the
death and resurrection of gods. More specifically, he found the story of the
Fisher King, a mythic figure whose loss of power or fertility produces a
corresponding drought in his kingdom. Only through the death of this king and
his replacement by a new, young, and vigorous knight can the land be restored
to fertility.
In
1917 Eliot published “Prufrok” ,
a harvest of poetries that descibes life in a world that has no illusions o
beliefs. The main character has none of the qualities that can make him proud
of living.
In
1927 he wrote “Ash Wednesday”, a
poem of regeneration and repentance.
His
greatest poem after his conversion is “Four
Quartets”, it represent the end of his journey from desperation to
salvation.
In
1935 he published “Murder in Chatedral”, the action develops in Canterbury
in 1170: the main character is Thomas Beckett, an archbishop returns after
seven years of exile in France.
He is committed to cure the dissension that divides the church and the state,
but he is opposed by the ecclesiastical party represented by his priests and
the reality party represented by the officers of Henry II of England. Its
internal conflict is express from four figures , that represent: the
love of the pleasures, the desire of the power, the reasons for the feudal
barons, the pride of the holiness. Beckett rejects them all and the morning of
native preaches to the people in the cathedral of Cantherbury. Attacked by the
king's riders sent to kill him, he doesn't try to run away and he is murdered.
The riders justify their action, the priests thank God that has given them
another Saint to the church, the people full of dismayed dark
invokes the divine mercy.
Eliot
was the main character of the “Age of
Anxiety” and of the twenties: he was an influential poet, a playwright and
literaty critic. He doesn’t express his own feelings, but he is a medium for
other people’s emotion.
Also Eliot was influenced by Bradley, that was a
philosopher and according to him there is a deep connection between religion and
morality; by Baudelaire about the french symbolism; by Dante’s Divina Commedia
because it is a long allegorical poem and Dante represents the better example
of spiritual intellectual, it represents what he would have liked to be; but he
was influenced above all by Ezra Pound: an american imagist poet. According to him feelings and
the emotional response of the reader should resoult from the juxaposition of
images.
Eliot moreover introduced the “correlative objective”, he believed that the poetry had to be
impersonal, but it had to transmit something however and it’s the image that
transmits feelings. According to which
the individual emotions of the poet owe to universally objectify him in
perceivable concrete images.

Intorno
al Mille gli uomini e le donne dell'Occidente concepivano Dio innanzitutto come
giudici. La fede dei più era dominata dalla paura dell'Aldilà e dalla minaccia
incombente delle pene infernali. Allo schema binario che vedeva Dio e Diavolo,
Paradiso e Inferno come realtà antagonistiche, forse riflesso di una società
alto-medievale altrettanto dualisticamente divisa fra laici e chierici, poveri
e potenti, si veniva lentamente sostituendo nell'immaginario collettivo un
Aldilà tripartito. Fra Inferno e Paradiso si era ormai insinuato il Purgatorio,
un luogo intermedio, una sorta di carcere temporaneo, nel quale i peccatori
pentiti e assolti avrebbero dovuto scontare i loro peccati non mortali.
E’
indubbio che la credenza nel Purgatorio fosse anche il riflesso di una nuova
visione del mondo, nella quale il peccato non determinava più così tragicamente
il destino dell'anima umana. Una visione che trovò nella Commedia di Dante un
potente veicolo di diffusione.
Nel
mondo medievale la realtà , e con lei ogni oggetto materiale, era considerata
come la raffigurazione di qualcosa che le corrispondeva su un piano più
elevato. Da qui l’importanza dell’allegoria e del simbolismo..
Il
grande poema dantesco, che rappresenta allegoricamente un itinerario ideale,
dalle pene dell'Inferno e del Purgatorio fino alle vette del Paradiso,
restituisce al lettore una sublime "summa" poetica del sapere e della
cultura medievali. Comprendere l'interpretazione della realtà quale emerge
dall'opera di Dante significa, infatti, richiamarsi ad alcuni cardini della
cultura del tempo, come il predominio della mentalità religiosa, il sapere
enciclopedico, i principi della filosofia scolastica, il simbolismo come chiave
di lettura del reale. La Commedia nasceva dal conflitto fra la realtà storica
nella quale lo stesso poeta si trovò a vivere e le sue concezioni ideali, fra
un mondo in cui dominavano il disordine, la violenza, la sete di denaro e la
sua aspirazione al ripristino dei valori che avevano animato la società
cortese: la sobrietà, il pudore, il senso della misura, l'attaccamento alla
tradizione, il culto della famiglia.

Dante
ha intitolato la sua opera “commedia” poiché inizia tragicamente e finisce
felicemente: infatti si parte dal dramma dei dannati per giungere alla
beatitudine celeste. L’opera, secondo le intenzioni di Dante, aveva lo scopo di
indicare all’umanità il percorso di liberazione dal peccato.
La
Divina Commedia compendia il sapere medievale, ma si pone anche come invito
alla riflessione per l’uomo di tutti i tempi.
La
Divina commedia nasce dal desiderio di scrivere un’opera sublime per
riscattarsi, agli occhi del mondo, dell’umiliazione dell’esilio. Essa è
un’
esempio di letteratura didattico-allegorica, imperniata sul tema del viaggio
nell’ aldilà, ma soprattutto sulla coscienza della missione che Dante riceve da
Dio, di essere guida per l’umanità che và indirizzata al bene, sollecitata alla
moralità e al rispetto della Parola del Signore.
Il
bisogno di lanciare un messaggio di pace, di rigenerazione e presa di coscienza
all’umanità si esprime attraverso l’allegoria del viaggio.
Il
messaggio dell’opera si collega all’intima convinzione del poeta di essere
stato investito dalla missione di riportare l’umanità sviata nella giusta
prospettiva della salvezza: così il poema assume un valore didattico, oltre che
allegorico.
Sul
piano letterale il poema descrive un viaggio nell’al di là, iniziato il venerdì
santo (8 aprile) del 1300.
Sul
piano allegorico il poema descrive simbolicamente il percorso dell’anima dalla
“selva” del peccato alla salvezza. Dante ha cercato di rendere lo stato di
smarrimento in cui si trova l’umanità del suo tempo, priva delle guide fondamentali
del papa e dell’imperatore, poiché il primo abusa del potere temporale e il
secondo non lo esercita con sufficiente rigore.
Il
senso morale emerge nelle considerazioni sull’uomo che ornano il poema qua e
là; più volte Dante invita l’uomo a resistere alle tentazioni, a rafforzare la
volontà sull’istinto, a confidare nelle Sacre Scritture, a rifiutare la
corruzione e la tentazione della ricchezza.
Ciò
che differenzia la Commedia dagli altri poemi allegorici è l’impianto
strutturale che coinvolge l’universo intero; l’organizzazione e la
distribuzione delle anime nell’al di là è così minuziosamente descritta, da
apparire realistica e plausibile. Sulla base della concezione tolemaica,
geocentrica dell’universo, Dante colloca presso Gerusalemme, che sorge
equidistante ai confini del mondo, le foci del Gange e le colonne d’Ercole,
l’imboccatura dell’inferno. Ai suoi antipodi sorge la montagna del purgatorio,
che corrisponde esattamente al vuoto della voragine infernale; entrambi sono
stati causati dalla caduta di Lucifero, che è divenuto espressione del male,
incastrato al centro della terra. Attorno alla terra immobile ci sono nove
cieli; oltre a questi, nella pura luce dell’empireo, i beati siedono in
adorazione di Dio, circondato dai nove cori angelici. La disposizione dei
dannati, degli espianti e dei beati segue regole ben precise, improntate alla
gerarchia meritocratica. Mano a mano che si scende verso il fondo dell’inferno,
i peccati si fanno sempre più gravi. Le cornici purgatoriali vedono l’espiazione
dei peccati in senso decrescente secondo la classificazione della chiesa dei
sette vizi capitali. La beatitudine paradisiaca è strutturata secondo i diversi
meriti acquisiti dagli uomini sulla terra.
Protagonista
della Commedia è Dante stesso, che svolge il duplice ruolo di personaggio
principale (agens) e di autore dell’opera (auctor). Egli è affiancato da guide
che sono configurazioni simboliche; Virgilio, che guida Dante nell’inferno e
nel purgatorio, rappresenta la ragione che riporta l’uomo sulla retta via;
Beatrice simboleggia la fede e la teologia, che porta l’uomo a Dio. Dante-
personaggio configura l’intera umanità del suo tempo, perduta nel peccato e
bisognosa di compiere un lungo percorso di redenzione.
I
personaggi danteschi sono numerosissimi e svariati, taluni sono appena
abbozzati e fungono da esempio di una certa condizione umana. Altri, invece,
sono scavati psicologicamente e si trovano inseriti in un contesto che ne svela
la tragedia vissuta in vita, o il rimorso che li attanaglia dopo morti; in
questo modo il lettore può ritrovarvi tutte le passioni, le speranze, le
angosce, le caratteristiche proprie della vita sulla terra. Numerosissimi poi
sono i personaggi politici, che attestano l’attenzione del poeta per questi
problemi, soprattutto in relazione a Firenze. Tra i temi politici trattati
indirettamente da Dante, emerge in modo particolare la situazione della città
di Firenze, che ricorre in maniera quasi ossessiva. La causa di ciò si può
trovare nel rapporto del poeta con la sua città natale nel momento in cui
scrive la commedia (1306). Nel 1301, infatti, un colpo di stato portò al potere
i Guelfi Neri che, accusandolo di essersi opposto al papa e di essersi
appropriato di denaro pubblico, lo condannarono a due anni di confino: egli si
trovò così esiliato dalla città che più amava e a cui aveva dedicato tutto il
suo impegno intellettuale e politico. Da questo si può intuire come i
riferimenti negativi alla città siano in realtà, per Dante, un mezzo per
vendicarsi e per esprimere il suo dispiacere e la sua rabbia per essere stato
“tradito” dai suoi concittadini.
Nel
sesto canto dell’inferno, ambientato nel cerchio dei golosi, in cui le anime
dannate sono costrette a subire una pioggia incessante, viene narrato
l’incontro con Ciacco, un fiorentino.
Dante gli chiede di parlargli di come si risolverà la guerra tra le diverse
fazioni, di quali sono i motivi di contrasti così violenti e gli domanda anche
se esiste qualche uomo giusto nella città.
Nel
sesto canto del purgatorio, ambientato nell’antipurgatorio, il poeta espone una
critica nei confronti della sua città, che diventa quasi un simbolo dei mali
morali e civili che affliggono la nazione. Qui Dante incontra Sordello,
un’anima solitaria e silenziosa. Ciò che Dante evidenzia è sempre la situazione
politica della città, caratterizzata non dalla presenza di un solo tiranno, ma
da un governo formato da tutto il popolo, che si sente in grado di comandare e
decidere. Questo non può far altro che portare al caos e all’incoerenza. Dante espone
la critica ai suoi concittadini e alla situazione di anarchia creatasi nella
città.
Firenze,
nel poema, appare quasi il concentrato della corruzione morale, anche se il
poeta non nasconde la sua nostalgia e l’amore per il luogo dove aveva vissuto
gli spensierati anni dell’infanzia, le esperienze giovanili e da dove si
origina la sua famiglia.
Il
paesaggio dell’inferno e del purgatorio è rappresentato plasticamente con molta
verosimiglianza. Soprattutto nel purgatorio vengono descritti prati, valli fiorite,
scarpate, dirupi che riproducono la terra. Più drammatico è il paesaggio
infernale dove a fiumi ribollenti, si alternano ghiacci, paludi buie, orrende
apparizioni di mostri.. nel paradiso, invece, domina il tema della luce, segno
di esultanza e della grazia illuminante di Dio.
La
commedia è basata su un rigido e non estraneo simbolismo numerico. Nella
tradizione ebraico-cristiana alcuni numeri hanno un significato mistico e
magico; per esempio il tre, esprime la trinità; l’uno, simboleggia l’unità di
Dio; il trentatrè gli anni di Cristo quando morì e risorse e il valore del dieci risiede nel numero dei
comandamenti affidati a Mosè sul Sinai. Questi numeri ritornano insistentemente
nella Commedia, che si divide in tre cantiche, ciascuna composta di trentatré
canti.
Un
canto ha la funzione di prologo: è il primo dell’inferno, che permette di
contare, in tutto il poema, cento canti. Il numero che rappresenta dieci
moltiplicato per se stesso.
L’enumerazione
dei canti non si sofferma però soltanto alla simbologia numerica, ma investe
importanti contenuti e momenti strutturali del poema:
-
il canto VI di tutte le cantiche è dedicato al
problema politico
-
tutti i cerchi infernali, le cornici purgatoriali,
i cieli paradisiaci hanno una sorta di guardiano che sarà un demone, un angelo,
un’intelligenza angelica.
-
in tutti i tre regni c’è una progressione di pena
o di intensità di beatitudine che corrisponde ad un’intera gerarchia
Nell’inferno
e nel purgatorio le pene sono attribuite in base alla legge del contrappasso,
secondo cui la pena riflette la colpa per analogia o per contrasto. Dante non
attribuisce mai una pena senza un nesso logico.
La
Commedia, insomma, riflette la visione del reale propria dell’uomo medievale,
in cui nulla è lasciato al caso, ma tutto si inserisce in una collocazione
logica, come preciso effetto di una causa.
La
lingua del poema presenta una straordinaria duttilità ed adeguatezza, Dante sa
passare dal comico al grottesco, dal lirico al drammatico, coniando analogismi
e latinismi eleganti. Il volgare appare decisamente adatto anche ad affrontare
ardue questioni teologiche e ad applicare figure retoriche, quali le celebri
similitudini, di cui Dante è davvero maestro.

Nell’opera “ASSECONDARE L’OPERA DI DIO” Seneca afferma che, ovviamente, è più
facile affrontare eventi che accadono se si è preparati; al contrario chi viene
colto impreparato si spaventa anche davanti alle prove più insignificanti.
Inoltre ritiene che non ci si dovrebbe sorprendere davanti ai mali a cui siamo soggetti,
dato che sono uguali per tutti in quanto ognuno potrebbe esserne colpito. La
realtà è questa e non è possibile cambiarla, bisogna accettarla con coraggio,
pensando che qualsiasi cosa succeda doveva succedere e non dobbiamo imprecare
contro la natura. L’unica cosa è assecondare l’opera di Dio, che è all’origine
di tutto quanto.
Una delle sue opere più importanti sono i “dialogi” , una raccolta di opere
filosofiche in cui l’autore parla in prima persona rivolgendosi al destinatario
dell’opera:
-CONSOLATIO
AD MARCIAM: Seneca vuole consolare Marcia, alla quale è morto un figlio.
Egli vuole dimostrare che la morte non è un male, perché o è la fine di tutto o
il passaggio ad una vita migliore.
-CONSOLATIO
AD POLYBIUM: si rivolge ad un potente liberto di Claudio, per la morte di
un fratello. L’argomentazione è perciò simile a quella utilizzata nell’opera
precedente. La differenza è che qui Seneca ha il preciso scopo di lodare
l’imperatore Claudio.
-DE
VITA BEATA: l’opera è divisa in due parti;
una teoretica, in cui vengono espressi i principi della dottrina stoica
(vita secondo natura, ovvero secondo ragione); l’altra polemica, con
riferimenti personali. Seneca contesta coloro che ritengono incoerenti i
filosofi perché non mettono in atto in prima persona i loro precetti morali:
proporsi degli obiettivi è già un merito.
In “De
clementia”, trattato di filosofia politica, Seneca esalta la monarchia
illuminata elogiando Nerone, che possiede le più grandi virtù di un sovrano
(clemenza).
Le “lettere
a Lucilio” sono l’ultima e la più importante opera filosofica di Seneca. È
una raccolta di 124 lettere, divise in 20 libri intestate a Lucilio. Sono una
serie di riflessioni filosofico-morali, che esortano l’amico proprio alla
filosofia morale. Seneca afferma che la “sapientia” è la sola possibilità di
raggiungere la virtù. Affronta inoltre il tema della morte, dicendo che
liberarsi dalla paura di essa è il compito di ogni filosofo. È importante come
si vive non per quanto.
Le “tragedie”
sono basate sullo scatenarsi di passioni dannose che affliggono i personaggi.
Da un lato la ragione, rappresentata da personaggi minori; dall’altra il furor,
che ha una rilevanza maggiore nelle esigenze della tragedia.
Nell’Apokolokyntosis,
una satira, Seneca esprime il suo odio per Claudio. Il titolo significa
“trasformazione in zucca”.

Die Religion und die Vision Gottes sind wichtige Elemente im Leben und in der Gedanke
von Heine. Er war Sohn von einem Juden,
aber er bekehrte sich zum Protestantismus mit dem Zweck in Hamburg arbeiten,
weil die Religion eine wichtige Rolle in der Gesellschaft spielte. Er wollte
Advokat werden, aber diese Tätigkeit wurde den Juden verboten.
In ihre Meinung war die Religion die Freiheit
alle Menschen, nicht Gott. Er schlug sich gegen den Antisemitismus und den Nazionalismus. Am Ende seines Lebens
hatte Heine einen personlichen Gott: einen kampf für die infividuelle Freiheit.
Er kämpfte für die gleicheit und bruderlichkeit von allen Menschen. Der Mann
sollte cosmopolitisch sein.
Die Poetik von Heine
beginnt mit der romantische Phase:
die jugendlichen Werke
spiegeln die Ideale des Romantik wider,
während die Werke des
reifen Alters nach dem Romantik kritisch sind.
Interessant und
vielfältig ist das dichterischen Lyrik der ersten Jahren; bis die Prosa der
Reisebilder (es betref die Beschreibungen des Reise und es ist nicht mehr über
die Landschaft oder über die Denkmaler; sondern über die Erlebnisse des Reise).
Heine war einer der größten Exponenten von „junges Deutschland“ : es ist eine neue Dichter Gruppe, der zwischen
1800-1830 geboren wurde. Es hat eine Gegenströmung zur Romantik. Diese Dichter
wollten den sozialen und politische Wirchlichkeit mit sich zu confrontieren.
Sie sind sehr optimisten, sie glaubten an die Möglichkeiten des Individuum,
sein Schiksal zu Schaffen.
Die Hauptfigur des
Lyric war Heine. Er darstellt eine neue Züge:
er führte ein die
Ironie, der Sarkasmus und der kritische Ton.
Ihre Styl war
journalistisch, weil alle Menschen verstehen sollen.
Seine politische
Dichtung ist „atta troll“: es
spricht über eine Bär, Atta Troll, der nach der Musik, die ihm sein Herr
vorspielt, tanzt. Es ist das Symbol für den Bürger, der immer gehorcht.
Die schlesischen Weber
Im dustern Auge keine Trane,
Sie sitzen am Webstuhl und fletschen die Zahne:
„Deutschland, wir weben dein Leichentuch,
Wir weben hinein den dreifachen Fluch –
Wir weben, wir weben!
Ein Fluch dem Gotte, zu dem wir gebeten
In Winterskalte und Hungersnoten;
Wir haben vergebens gehofft und geharrt,
Er hat uns geafft und gefoppt und genarrt –
Wir weben, wir weben!
Ein Fluch dem Konig , dem Konig der Reichen,
Den unser Elend nicht konnte erweichen,
Der letzten Groschen von uns erpresst
Und uns wie Hunde erschiessen lasst –
Wir weben, wir weben!
Ein Fluch dem falschen Vaterlande,
Wo nur gedeihen Schmach und Schande,
Wo jede Blume fruh geknickt,
Wo Faulnis und Moder den Wurm erquickt –
Wir weben, wir weben!
Das Schiffchen fliegt, der Webstuhl kracht,
Wir weben emsig Tag und Nacht –
Altdeutschland, wir weben dein Leichentuch,
Wir weben hinein den dreifachen Fluch –
Wir weben, wir weben!“
Dieses Gedicht entstand infolge des Weberaufstands von 1844. Heine wollte
das tragische Schicksal der ausgebeuteten Weber aufzeigen.
Die Protagonisten dieses Gedichts sind die Weber; sie sind verbittert, sie
weben ein Leichentuch für ein Land conservativ und reationar. Es ist die
Altdeutschland. Sie verfluchen:
- Gott, sie verfluchen Gott, weil er nicht ihn zugehört hat: er hat sie tauscht.
-der König, weil er nur für das Wohl der Reichen sorgt
-Vaterland, weil es ein falschen Vaterlande ist: . weil es korrupt ist und es gibt viel Unrechtigkeit.
Die weber sind politischbewusst, verbittert und ernuchtert.
Dieser Ausdruck stellt dar, dass die Weber eine neue demokratische soziale
Ordnung wollen, so muss es ein neues Deutschland beginnen.
Die Lorelai
Ich weiss nicht, was soll es bedeuten,
dass ich so traurig bin;
ein Märchen aus alten Zeiten,
das kommt mir nicht aus dem Sinn.
Die Luft ist kühl und es dunkelt,
und ruhig fliesst der Rhein:
Der Gipfel des Berges funkelt
im Abendsonnenschein.
Die schönste Jungfrau sitzet
dort oben wunderbar.
Ihr goldenes Geschmeide blitzet,
sie kämmt ihr goldenes Haar.
Sie kämmt es mit goldenem Kamme
und singt ein Lied dabei;
das hat ein wundersame,
gewaltige Melodei.
Der Schiffer im kleinen Schiffer
ergreift es mit wildem Weh;
er schaut nicht die Felsenriffe,
er schaut nur hinauf in die Höh’.
Ich glaube, die Welle verschlingen
am Ende Schiffer und Kahn;
und das hat mit ihrem Singen
die Loreley getan.
Heine beschreibt den Rhein beim Sonnenuntergang. Die Landschaft ist
ziemlich unbestimmt. Der Text besteht aus 4 Teilen:
1)Anfang;
2) der Beschreibung der Loreley;
3) dem tragische Erlebnis;
4)einem schluss.
Die Loreley ist eine Wassernixe. Sie ist junge, schön, sie hat goldenes Haar
und ihre Stimme, gewältig und kräftig,
hypnotisiert die Schiffer.
Der Schiffer fährt auf dem Rhein, er hort die Melodie von Loreley und er
achtet nicht mehr auf die Gefahren: das Bot stosst gegen die Felsen und
versinkt.
Die Lorelai bringt den Töt, weil sie durch ihren Gesang die Menschen ins
Verderben lockt.
In dieser Ballade finden wir zugleich Gegenwart (die Stimmung des Dichters,
erste Strophe), Vergangenheit (der Inhalt der Sage, von II bis V strophen) und
Zukunft (die Vorahnung des Unglùcks, letzte Strophe).