ERMETISMO
L’Ermetismo appare
l’esperienza poetica più importante del nostro primo ‘900; essa ha apportato
modifiche e innovazioni sostanziali sia sul piano del linguaggio e dello stile
che su quello dei contenuti. Fondatori della poesia ermetica sono considerati Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale. La
definizione “ermetismo” fu coniata in senso dispregiativo dalla critica
tradizionale che intendeva condannare l'oscurità e l'indecifrabilità della
nuova poesia, ritenuta difficile in confronto alle chiare strutture della
poesia classica. Il nome deriva da Ermete o Mercurio, il dio delle scienze
occulte, e fu adoperato in senso dispregiativo appunto da Francesco Flora nel
suo saggio "la poesia Ermetica".
Di tutte le poetiche sorte nell'ambito del decadentismo la poesia ermetica fa
sua e sviluppa quella dei simbolisti francesi. Perciò è detta anche poesia
neosimbolista. Sulla poetica ermetica influì inoltre la concezione di Croce
della poesia come intuizione pura.
Nonostante i suoi limiti la poesia
ermetica è storicamente importante, perché ha messo la letteratura italiana a contatto con la letteratura europea risultando
anch’essa una testimonianza della crisi spirituale dell’Italia e dell’Europa
tra le due guerre. Inoltre ha contribuito ha liberare la poesia italiana dai
residui della retorica e dell’oratoria tradizionale, ancora tenaci in Carducci,
Pascoli e D’Annunzio.
Contenuti
e forme della poesia ermetica
La poesia ermetica rifiuta la concezione della poesia intesa come
celebratrice di ideali esemplari (la patria, l’eroismo, la virtù…), segue l’ideale della “poesia pura”, libera da forme metriche e retoriche
tradizionali, ma anche da ogni finalità pratica, celebrativa, descrittiva… Essa esprime nel modo più autentico e
integrale, il nostro essere più profondo e segreto. Si tratta di una poesia nuova, diversa da quella
ottocentesca, da quella crepuscolare, che aveva reso la poesia umile, discorsiva,
da quella futuristica, che aveva reso la poesia rumorosa, tutta esteriore ed
aggressiva.
Il motivo centrale della nuova
poesia è il senso della
solitudine disperata dell’uomo moderno: perduta la fede negli antichi
valori, nei miti della civiltà romantica e positivistica (la religione, la
patria, la scienza, il progresso) egli non ha più certezze a cui ancorarsi
saldamente, sconvolto dalle guerre, offeso dalle dittature e dalle ideologie
totalizzanti e oppressive. Nasce perciò una visione della vita sfiduciata e desolata, priva di illusioni: da Ungaretti “uomo di pena”, che si sente
in esilio in mezzo agli uomini, a Montale,
che vede negli aspetti quotidiani della realtà “il male di vivere”, a Quasimodo che ricorda che il destino
di ogni uomo è che “sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di
sole”.
Ad aggravare il senso di solitudine e di mistero concorrono altri
elementi: l’incomunicabilità,
cioè l’incapacità e l’impossibilità di un colloquio fiducioso ed aperto con gli
altri; l’alienazione, ossia la
coscienza di essere ridotti ad un ingranaggio nella moderna civiltà di massa,
strumentalizzati per fini più o meno celati; la frustrazione, la coscienza del contrasto tra una realtà quotidiana
sempre banale e deludente e l’ideale di una vita diversa ma irrealizzabile.
Per esprime temi così desolati e intimistici i poeti ermetici vanno
alla ricerca di nuove forme che meglio rispecchiano il loro stato
d’animo, e le trovano nella parole
essenziali, scarne, che esprimono la condizione di chi, perdute le
antiche certezze e privo di illusioni e di fede, si ripiega su se stesso e
scopre la propria miseria e la propria angoscia esistenziale. Caratteristica
della poesia ermetica è pertanto l’uso frequente dell’analogia e della sinestesia.
L’analogia è l’accostamento immediato
di due immagini, situazioni, oggetti tra loro lontani, fondato su un rapporto
di somiglianza (Sono pioggia di nube – Ungaretti; tornano in alto ad
ardere le favole – Ungaretti). Nei momenti di felice ispirazione l’analogia è
efficace, ma a volte è troppo ardita e risulta eccentrica, bizzarra, oscura. La sinestesia, che letteralmente
significa “percezione simultanea”, è
l’accostamento di sensazioni diverse avvertite appunto simultaneamente (E come potevamo noi cantare /… all’urlo
nero / della madre che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del
telegrafo? – Quasimodo; si percepisce simultaneamente una sensazione uditiva,
l’urlo, e una visiva il nero, cioè il cupo, il tragico).
I temi ricorrenti si
possono riassumere in
a) ricerca del
significato della vita attraverso l'indagine interiore
della propria esistenza; infatti molte opere ermetiche sono autobiografiche
b) visione non ottimista
della vita stessa attraversata dal "male di vivere",
sempre presente nelle opere.
Poesia
ermetica e il Fascismo
Molti ritengono che la poesia ermetica sia stata una forma di resistenza, blanda (delicata)
ma ferma al Fascismo. I poeti
ermetici opposero il disimpegno sul
piano politico e, sul piano letterario, l’ideale di una poesia aristocratica, spoglia, essenziale, priva di
contatti con la realtà, centrata esclusivamente sulla tematica
dell’angoscia esistenziale e sul recupero memoriale. Questo le conferiva un
tono malinconico, opposto all’entusiasmo celebrativo, a cui il regime
condannava gli intellettuali al suo servizio. Su questo vanno fatte due opposizioni. Innanzitutto molti
considerarono il loro comportamento come un alibi rassicurante, il
chiudersi nella torre d’avorio della letteratura per non dannarsi l’anima
scendendo a compromessi col regime. In secondo luogo poi non tutti gli ermetici furono antifascisti.
Ad esempio Ungaretti nel 1923 pubblica “Il porto sepolto” con presentazione di
Benito Mussolini, e nel 1931, ristampando “L’Allegria”, la fa precedere da una
premessa ricca di aperte professioni di fedeltà a Mussolini. Questa polemica
addolorò nel dopoguerra Ungaretti, che si difese sostenendo che la sua amicizia
con Mussolini risaliva prima delle fortune politiche dello stesso, del resto
Ungaretti era emigrato per ragioni di lavoro, e perciò fu estraneo ai profitti
del regime.
Per tutto ciò è più giusto legare la poesia ermetica alla crisi della
civiltà romantica e positivistica, vista anche l’analogia delle loro tematiche con quelle di Svevo e Pirandello.
La
poesia ermetica e il pubblico
La poesia ermetica restò e
resta tuttora difficilmente comprensibile per il grosso pubblico e, a
parte qualche eccezione, presenta una sostanziale aridità spirituale, perché è estranea agli interessi umani, civili e
sociali delle grandi masse. Ecco perché con la fine della guerra e con
l’irrompere sulla scena delle grandi masse popolari è andata gradatamente a
scomparire.
Giuseppe Ungaretti

Ungaretti
nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto da genitori italiani. Nel 1912 si
trasferisce a Parigi, dove si laurea alla Sorbona e frequenta gli ambienti
dell'avanguardia artistica. Allo scoppio della guerra il poeta, fervido
interventista, si arruola e va a combattere sul Carso e poi sul fronte
francese. Rientrato in Italia nel 1921, si impiega al Ministero degli Esteri e
aderisce al fascismo (Mussolini firma la presentazione di una sua raccolta).
Nel 1936 va a San Paolo del Brasile, dove insegna all'università. Durante il
soggiorno brasiliano, nel '39, muore il figlio Antonietto di nove anni. Nel '42
è di nuovo in Italia, a Roma, e si dedica sempre all'insegnamento
universitario. La sua fama di poeta, che si era consolidata già a
partire dagli anni Venti, cresce col passare del tempo, e sempre nuovi
poeti si rifanno alla sua lezione. Muore a Milano nel 1970; l'anno prima era
uscita l'edizione completa della sue poesie.
Poesia e biografia per Ungaretti sono strettamente legate, tanto che
sono proprio le esperienze di vita a determinare alcune precise scelte di stile
e contenuto assolutamente innovative per la poesia italiana. La prima, e
fondamentale, è l'esperienza di soldato. Sepolto in trincea tra fango, pioggia,
topi e i compagni moribondi, il giovane poeta scopre una nuova dimensione della
vita e della sofferenza che gli sembra imporre, per poter essere descritta, la
ricerca di nuovi mezzi espressivi. Nasce così la raccolta “Allegria di
naufragi”. Dall'analisi delle proprie emozioni Ungaretti trae enunciazioni
essenziali e fulminee che comportano la distruzione della metrica tradizionale:
i versi vengono spezzati e ridotti talvolta a singole parole; queste ultime si
stagliano isolate, o accostate tra loro con lo strumento dell'analogia, senza
punteggiatura, intervallate da spazi bianchi che assumono a loro volta un
preciso significato. Una poesia, dunque, che per dare il meglio di se deve
essere recitata. La successiva raccolta "Sentimento del tempo", del
1933, presenta un'evoluzione nella poetica di Ungaretti. Gli spunti
autobiografici, così numerosi nell'Allegria di naufragi, diminuiscono lasciando
posto a una riflessione più esistenziale. Ungaretti cerca nelle proprie
emozioni e paure il riflesso di quelle che sono comuni a tutti. Inizia qui il
tormentato recupero della fede, la quale può forse rappresentare per l'uomo
smarrito un'ancora di certezze. Il cammino, tuttavia, non è lineare e non
mancano situazioni di conflitto tra il sentimento religioso e le esperienze
dolorose nella storia del singolo o della comunità. Parallelamente a questi
cambiamenti tematici ne avvengono altri a livello stilistico: in particolare il
recupero di una metrica più tradizionale, rinnovata però dal precedente lavoro
di scoperta della parola. Nel “Il dolore”, raccolta del
1947, la biografia irrompe nuovamente nella poesia in seguito alla tragica
morte del figlio Antonietto, cui sono dedicate le liriche della prima parte;
nella seconda parte, invece, Ungaretti si sofferma sulle vicende drammatiche
della guerra. C'è dunque un rapporto tra le due sezioni: il dolore individuale
e quello collettivo danno la misura di un cammino umano segnato dalla
sofferenza e dalla difficile riconquista della fede negli imperscrutabili
disegni divini.
LA POETICA
Ungaretti fu il
maggiore esponente di quella “poesia pura” da cui si svilupperà la corrente
vera e propria dell’Ermetismo.
La formazione sociale
e culturale di Ungaretti fu vasta e dalle componenti svariate ed eterogenee,
destinate poi ad elaborare un modo nuovo ed intenso di fare poesia.
La gioventù in Africa gli permise di conoscere il dramma umano di esuli
anarchici e socialisti provenienti da ogni parte di Europa.
Gli anni di Parigi
(1913-14) e l’incontro col poeta francese Apollinaire gli permisero invece di
approfondire l’importanza della parola in poesia, ma in una direzione del tutto
opposta rispetto a quella presa dai Futuristi del primo ‘900, Ungaretti e
l’Ermetismo si servirono della parola isolata e ripiegata su se stessa per dar
voce al proprio dolore personale, dunque proiettandola verso l’interno del
proprio animo.
Ora analizziamo
alcune delle poesie di Ungaretti:
Fratelli
Di che reggimento siete,
fratelli?
Parola tremante
nella notte
5 Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
10 Fratelli
È nella condizione dell’uomo in guerra che tutti i sentimenti vengono
potenziati. Qui il poeta ha sentito più fortemente il tema della fratellanza,
dell’amore, come reazione alla dura realtà della morte, al senso della
precarietà del vivere umano.
Si presenta divisa in cinque strofe costituite di: due versi – due
versi – un verso – quattro versi – un verso. Varia, ma sempre breve, la
lunghezza dei versi.
Due gruppi di soldati si incontrano nella notte e si interrogano: “Di
che reggimento siete/fratelli?”. Ma la domanda rimane senza risposta.
“La parola tremante/nella notte” genera l’immagine concreta della
“foglia appena nata”, germoglio di vita che si affaccia al mondo indifeso; la
lirica si chiude con la ripresa della parola “Fratelli” che è isolata dal
contesto e costituisce la raccolta dei significati di cui si è caricata nel
corso del componimento.
Soldati
Si sta come
d’autunno
su gli alberi
le foglie
Senza
il titolo non si rivelerebbe appieno il significato di questa lirica e
addirittura il titolo “Soldati” è il primo termine di paragone. La lirica,
scritta durante una pausa dei combattimenti nel Bosco di Courton, esprime la
sospensione tra la vita e la morte nella quale si vengono a ritrovare i
soldati, come le foglie sugli alberi in autunno, quando cadono con un soffio di
vento.
La
similitudine delle foglie rappresenta qualsiasi condizione: così come le foglie
nascono e muoiono, allo stesso modo si susseguono le generazioni degli uomini.
La lirica è costituita da un unico periodo composto da quattro versi
brevissimi. Dopo il “come” vi è un enjambement che coinvolge l’idea di
stabilità del verbo “stare”.
Sono una creatura
Come questa pietra
del san Michele
così fredda
così dura
5
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
10 che non si vede
La morte
si sconta
vivendo
Il
poeta vede, nelle immagini del paesaggio che è teatro dei combattimenti della
prima guerra mondiale, una corrispondenza con il suo sentimento. Così, la
pietra del monte San Michele, nella sua totale e assoluta aridità, diventa per
Ungaretti un punto di riferimento, un simbolo della sua condizione di uomo,
agghiacciato dal dolore.
Lo
scrittore accumula aggettivi e participi aggettivali, a dire, con
quell’accumulo e con quel crescendo, tutta l’aridità di quella pietra, e tutta
l’aridità dell’animo suo, quale, almeno, appare all’esterno, perché dentro,
invece, vi è un pianto che “non si vede”, ma che pure esiste. La lirica
si apre con un paragone nel quale viene messo in primo piano il secondo termine
(“come questa pietra”), mentre il primo compare alla fine del periodo.
L’uso
dell’anafora (“così … così …”) mette in risalto la serie di
aggettivi e participi. La ripresa retorica dell’anafora “come questa pietra”
insiste sul paragone e, quindi, sulla somiglianza fra l’uomo e quella roccia
montana.
Gli
ultimi tre versetti sono fra le espressioni più dolorose dell’angoscia moderna:
la morte è tale un bene, che bisogna pagarlo con la sofferenza della vita.
Si
osservi qui quale forza derivi dalla scansione in tre brevi versetti di eguale
misura: le parole sono isolate e sillabate, sicché acquistano peso e rilievo.
San martino del Carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
50 Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
10 nessuna croce manca
E’ il mio cuore
il paese più straziato
L’immagine
di un paese distrutto dalla guerra, San Martino del Carso, è per il poeta
l’equivalente delle distruzioni che sono celate nel suo cuore, causate dalla
dolorosa perdita di tanti amici cari. Ancora una volta il poeta trova nelle
immagini esterne una corrispondenza con quanto egli prova nei confronti
dell’uomo, annullato dalla guerra. La lirica, di un’estrema essenzialità è
tutta costruita su un gioco di rispondenze e di contrapposizioni sentimentali,
ma anche verbali: di San Martino resta qualche brandello di muro, dei morti
cari allo scrittore non resta nulla; San Martino è un paese straziato, più
straziato è il cuore del poeta. Così, eliminando ogni descrizione e ogni
effusione sentimentale, l’Ungaretti riesce a rendere con il minimo di parole la
sua pena e quella di tutto un paese, e dà vita a una lirica tutta nuova.
La lirica è costituita da quattro strofe. Le prime due strofe sono
legate da un’anafora (“di queste case … di tanti”) e dalle
iterazioni (“non è rimasto … non è rimasto; tanti … tanto”).
La metafora “brandello di muro” riconduce all’immagine di corpi
mutilati, straziati, ridotti a brandelli. La terza strofa si apre con un ma che
ribalta l’affermazione precedente. Come le prime due, le ultime due strofe sono
legate da un parallelismo (“ma nel cuore … è il mio cuore”) e
dall’analogia (cuore = paese). Anche se nulla è rimasto dei compagni morti, “nessuna
croce manca”: non è svanito il ricorso di nessuno di quei morti. Le croci
suggeriscono l’immagine di un cimitero, ma richiamano, naturalmente, anche al
sacrificio e alla morte del Cristo.
L’immagine finale del cuore straziato richiama quella iniziale del
brandello di muro, racchiudendo il componimento in un cerchio di dolore.
La madre
E il quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore
come una volta mi darai la mano
5 In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia
10 come quando
spirasti
dicendo : - Mio Dio eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso
tanto,
15 e avrai negli
occhi un rapido sospiro.
La poesia "La madre" di
Ungaretti ha per soggetto la madre deceduta che attende il proprio figlio e lo
protegge anche di fronte al giudizio di Dio:
"sarai una statua davanti all'Eterno". L'amore materno è
qui presentato con una forza senza eguali, in grado di sfidare la volontà
superiore dell'Eterno.
Questa poesia è riconducibile al secondo periodo di Ungaretti quando da
uomo di pena diventa uomo di fede, inoltre è anche visibile un cambiamento
nella forma, infatti la poesia diventa più facile da interpretare.
Mussolini fino all’entrata nella
seconda guerra mondiale

Nel corso del 1911,
fra le tante manifestazioni (e scioperi) anche violenti in molte città d'Italia
contro la guerra turca a Tripoli e Bengasi, una di queste manifestazioni in
particolare assume rilevanza storica, quella di Forlì dove a guidarla fu
Mussolini a 27 anni
Il Padre, Alessandro Mussolini ammirato dalle gesta di Benito
Juarez, impose questo nome al suo primo figlio quando nacque il
29-7-1883. La moglie, insegnante oltre che madre di questo bambino (in mezzo a
molta miseria - dove metà della popolazione di Dovia nell'arco di pochi anni
era già emigrata in Brasile), fu anche la maestra di suo figlio. E lui stesso
poi prese il diploma di maestro, frequentando la Scuola dei preti Salesiani. In
questa scuola fu descritto come: "Giovane irruente, impulsivo, ribelle, ma
molto intelligente" anche se una nota del direttore inviata ai genitori
puntualizzava che "...la sua natura non é acconcia a un sistema di
educazione di un Collegio Salesiano". Di lui come ragazzo, gli amici
coetanei dicevano "non discute, picchia". Ma era anche intelligente
ed estroso, visto che a scuola in un tema "Il tempo è danaro" fece lo
svolgimento in una sola riga; "Il tempo é moneta, perciò vado a casa a
studiare geometria, perché sono vicini gli esami, non le pare signor professore
la cosa più logica?"
E non studiava solo quella, ma Storia, Politica, Musica, Poesia. Divenne infine
Maestro, ma il fascino di arringare la folla era il suo debole, tenne discorsi
celebrativi su Verdi, Garibaldi e altri, che entusiasmavano i presenti con le
arringhe, dove poi, quasi sempre, lui sconfinava nella politica più accesa,
coinvolgendo le masse con i suoi caratteristici atteggiamenti e una passionale
oratoria.
Insegnava a Gualtieri (che era il primo comune conquistato in Italia dai
Socialisti), ma presto, pur avendolo nominato i socialisti Capo Sezione, gli
venne a noia e emigrò in Svizzera. Due anni e mezzo in giro a fare lo
sfaccendato, il disoccupato, il poveraccio, l'insegnante di italiano agli
immigrati; ma intanto frequentava le lezioni di economia-politica; e nel
frattempo leggeva molto.
Sue letture preferite: Nietzsche, Marx, Schopenhauer. E scrive anche qualcosa,
Ma nei suoi primi scritti non esordisce rivoluzionario; usa il gergo socialista
che ha assorbito a casa, ma in questo primo periodo svizzero (1902-1904) il suo
inizia a essere originale soprattutto quando i dibattiti fra riformisti e
rivoluzionari si fecero roventi. Non ha ancora un pensiero politico autonomo,
ma è già un dialettico rivoltoso (del resto era a contatto anche con l'ambiente
anarchico) e in questi primi interventi (su L'Avvenire del Lavoratore, Il Proletario, Avanguardia Socialista) si
permette già di scrivere che "il
socialismo è un vasto movimento pietista, non l'avanguardia vigile del proletariato,
ma una accolta di malcontenti, con alcuni vanitosi già compromessi con la
borghesia che li usano proprio per far naufragare il socialismo". Sono
dunque già frasi in libertà, fuori da certi rigidi schemi.
Infatti con le varie scuole, le varie dottrine, le frequentazioni e le letture
più diverse nel 1909 lo ritroveremo già autonomo, con la sua ideologia già in
embrione.
Dopo 2 anni in Svizzera, fece una breve visita in Italia alla madre
malata, ma aveva 21 anni e a casa trovò la cartolina di leva. Per evitare il
servizio militare, contraffece la data sul passaporto e riespatriò in Svizzera,
ma il documento falsificato fu scoperto alla frontiera.
Fu quindi espulso, mentre nel frattempo in Italia lo condannavano per
diserzione. I giornali socialisti enfatizzarono, uno scrisse: "E' stato
cacciato dalla Svizzera il socialista Mussolini, il grande duce
della "Prima" sezione socialista d'Italia". Era la prima volta
che veniva usato il titolo di duce, che
ricordavano gli antichi condottieri romani, ed era anche la prima volta che
veniva indicato come grande.
Mussolini aveva poco più di vent'anni ed entrambi i due titoli non gli
dispiacquero proprio per nulla.
In Italia, ci fu proprio quell'anno l'amnistia per i reati anche di diserzione.
Provvidenziale perchè gli evitò una condanna, ma il soldato dovette farlo, a
Verona nel 10° reggimento bersaglieri. Ci stava apparentemente bene, tanto che
si prese perfino le lodi e i gradi di caporale, ma era di idee antimilitariste
e predicava la diserzione quando scriveva agli amici. Congedato, fece il
maestro a Tolmezzo, poi anche lì divenne insofferente all'ambiente.
Andò a fare il maestro a Oneglia, in Liguria, dove si mise a dirigere con
impegno anche un piccolo foglio socialista "La Lima". Qui scopre la
sua "strada", il giornalismo, quello "rovente" e
anticlericale, infatti, negli articoli si firma "il vero eretico", con accuse ai preti di essere "gendarmi neri al servizio del capitalismo".
Fra le tante manifestazioni e scioperi anche violenti in molte città d'Italia contro
la guerra turca a Tripoli e Bengasi, una di queste manifestazioni in
particolare assume rilevanza storica, quella di Forlì dove a guidarla fu
Mussolini, che entrò subito in diverbio con gli interventisti.
A un capo crumiro, con una mazza in mano minaccia di spaccarlo in due, l'altro
non sta al gioco, va a denunciarlo, la sera stessa è arrestato, processato per
direttissima e condannato a 3 mesi. Conosce il carcere per 15 giorni; uscito,
si ributta in politica, ma alla fine emigra nuovamente all'estero, a Trento
(allora austriaca) dove passa intere giornate nella biblioteca comunale a
leggere storia e saggi politici, e nello stesso tempo a studiare il violino,
Mussolini diceva sempre: "se diventerò bravo ho un mestiere di
riserva", infine trova la tanto sospirata occasione di poter dirigere un
foglio.
É "L'Avvenire del lavoratore",
gli da' impulso, dinamismo, fa raddoppiare le copie del giornale. Cesare
Battisti il più attivo del socialismo trentino che dirige il "Popolo" lo scopre e lo vuole con
sé; lo nomina Redattore Capo. Proprio Battisti nel presentarlo per la prima
volta sul giornale, così lo descrive, "é uno scrittore agile, incisivo, polemista, vigoroso, con una buona
cultura, multiforme e moderna", ma subito dopo gli diventa
scomodo, incontrollabile e perfino pericoloso, perché Mussolini é impulsivo,
interviene con rudezza con tutto il peso delle sua presa di posizione estrema e
rigida che inaspriscono le polemiche con gli austriaci per l'autonomia del
trentino, mentre Battisti sta operando in un modo più diplomatico, pur dicendo
velatamente le stesse cose. Inoltre Battisti non voleva inimicarsi il clero
locale, molto legato all'Austria. Non rompe del tutto i rapporti, ma dopo un
mese Mussolini già non scrive più sul suo giornale.
A Mussolini il Trento gli sembrò troppo clericale, e aveva anche una profonda
avversione per un giovane leader dei cattolici. Era Alcide De Gasperi che dirigeva “Il Trentino” e dalle sue colonne rimproverava gli
insulti che lanciava il suo collega; ma Mussolini con i suoi articoli a sua
volta lo attaccava, lo definiva "pennivendolo" "uomo senza
coraggio" "un tedesco che parla italiano, protetto dal forcaiolo,
cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di Francesco Giuseppe". L'attacco
ai preti intanto continuava. Gli avversari politici lo chiamavano "il
cannibale dei preti", e quando in un paesino di Trento si scoprì una
storia boccaccesca fra una contadina (in vena di santità) e il parroco locale,
che l'aveva messa incinta più volte, Mussolini con la sua vena di scrittore
irriguardoso e fantasioso scatenò un putiferio nel raccontarne i retroscena,
con il preciso intento di ridicolizzare tutto il clero locale.
In questo clima rovente, come agitatore più che polemista, che metteva a rumore
la città, Mussolini non poteva durare, infatti, la gendarmeria austriaca su
segnalazione di anonimi, l'accuso' assieme ad altri suoi amici irredentisti del
furto in una banca, gli perquisirono l'abitazione, forse trovarono manifestini
anti-austriaci, alcune copie del suo giornale che andava spesso sotto
sequestro, trovarono insomma la "giusta causa" e una vaga motivazione
per l'arresto e per sbatterlo in prigione. Dopo aver odiato gli svizzeri,
Mussolini in galera iniziò a odiare i trentini austriaci, quando, pur non
provata né trovata nessuna accusa, seguitarono a tenerlo in carcere senza un
preciso motivo. Tanto che per protesta, e informando i socialisti con chissà
quali mezzo, iniziò a fare un plateale sciopero
della fame per attirare l'attenzione.
Per non farlo diventare un pericoloso martire dei socialisti o creare incidenti
diplomatici, i gendarmi lo accompagnarono con i soli vestiti sdruciti addosso
al confine di Ala, e lo diffidarono a non mettere più piede nella terra del
Kaiser. Mussolini raggiunta Verona a piedi, racimolato qualche soldo alla
stazione per il viaggio in treno, rientrò a Forlì, dove visibilmente umiliato
passò l'inverno ad aiutare il padre vedovo a servire clienti in un osteria
gestita assieme a una certa Annina Guidi, una sua vecchia amante, che morta la
moglie si era deciso a viverci insieme, gestendo con lei appunto la trattoria.
Un antico rapporto questo che alcuni mormoravano che da lei aveva avuto quella
bimba cui avevano dato il nome di Rachele,
che la donna allevò. Benito aveva conosciuto Rachele bambina prima di
andare in Svizzera, ora al suo rientro l'aveva ritrovata donna e piuttosto
attraente; le sue attenzioni furono pari a quelle della fanciulla che a sua
volta si invaghì presto del fratellastro.
Forlì' gli stava stretta e lo divenne ancora di più quando anche in questa
città lo arrestarono e lo misero di nuovo in carcere per quindici giorni per
aver fatto un comizio non autorizzato.
Nel comizio, teorizzava la rivolta, e incitava a dare alle fiamme il Codice, ne
auspicava un altro con nuove leggi. Il suo attivismo lo portava a porsi al di
sopra delle comuni norme, e quindi auspicava la "necessita' della rivolta". Leggendo Nietzsche lo
aveva colpito una frase "vivere pericolosamente", e ne fece il
proprio motto, tanto che pubblicò un saggio in tre puntate sul giornale "Pensiero Romagnolo", La filosofia della forza, dove
troviamo il pensiero del filosofo tedesco (il superuomo nicciano) che
indubbiamente lo aveva affascinato e conquistato (altrettanto quello di G.
Sorel - La funzione della violenza
nell'agire storico).
In carcere in quei pochi giorni dove era stato ospite utilizzò il tempo a
scrivere. Dopo l'esperienza fatta a Trento, dove si era documentato
storicamente di un certo periodo della vita politica di quel paese, scrisse un
breve satirico romanzo proprio sul Trentino. Cesare Battisti lo pubblicò a puntate sul "Popolo", a
15 lire a puntata, e il pubblico lo lesse avidamente. Era un racconto
fantapolitico "Claudia
Particella, l'Amante del Cardinale", un modo per far la sua
feroce propaganda politica anticlericale.
Ma Forlì dopo le vicende del carcere gli divenne antipatica, anche perchè
inutilmente bussò a tutti i giornali; infine pensò di emigrare anche lui in
Brasile, come avevano fatto tanti abitanti del suo paese Dovia; infatti aveva
tanti vecchi amici di infanzia che appunto in Sud America erano emigrati.
Valutò pure di accettare un posto come messo comunale ad Argenta; "sono
stanco di stare in Romagna e sono stanco di stare in Italia", scrive a
tutti; ma il 9-1-1910 la federazione socialista di Forlì lo nomina segretario
della federazione e gli fa dirigere i quattro fogli di "Lotta di
Classe". Mussolini e' entusiasta, vede già il suo successo, ne e'
convinto, e' sicuro di sè, si sbilancia anche troppo "alla prossima ventata spazzero' via Giolitti",
ed economicamente non teme più il futuro perchè prende 120 lire al mese;
infatti dopo 8 giorni torna a casa e presa Rachele sotto braccio, comunicò al padre e alla matrigna che
sposava la sorellastra "senza vincoli ufficiali, ne' civili, ne'
religiosi", e con una pistola in mano minacciò in caso di diniego il
duplice suicidio. La notte stessa prese due lenzuola, quattro piatti con le
posate, la rete di un letto e con Rachele si trasferì in una stanza in affitto
con cucinino a 15 lire il mese, e "mise su casa". Era il 17 gennaio
del 1910.
Mussolini aveva 27 anni e Rachele 17. Dopo 9 mesi, il 1° settembre 1910
nasceva Edda. 27 giorni dopo si svolse lo sciopero di Forli! Con Mussolini
attivista in prima fila che gli valse questa volta la condanna a cinque mesi di
carcere. Comunque utile per trasformarsi in vittima, martire e quindi diventare
ancora più popolare.
Infatti nel 1912 Mussolini lo troviamo a dirigere l'organo del partito
socialista L'Avanti. Si
fa portavoce del proletariato ed inizia il 7 gennaio 1913 una feroce
campagna contro "gli assassini di Stato". Con indignazione si era
scatenato per gli incidenti mortali verificatisi durante gli scioperi dei
lavoratori che chiedevano miglioramenti salariali, riduzioni d'orari, previdenze,
pane e lavoro. Conflitti dove scopriamo all'interno di queste
manifestazioni non solo una forte tensione sociale fra padronato e
operai, ma anche la prima forte spaccatura dentro i sindacati socialisti, tra i
riformisti e i rivoluzionari. Due correnti di pensiero che divideranno in
eterno le sinistre; e non solo quelle italiane.
Poi venne la ferale notizia da Sarajevo. L'inizio di quella che doveva essere
per tutti una breve guerra, si trasformò ben presto -dopo le prime battute- in
una guerra mondiale che andrà a cambiare il mondo. Crolleranno tre imperi, il
Reich tedesco verrà sbriciolato, muterà l'intera politica del vecchio
continente, nasceranno due grandi influenze ideologiche, e l'intera economia
mondiale inizia a prendere due sole direzioni; che non viaggiano in parallelo,
ma inizieranno a correre una contro l'altra fino al grande scontro ideologico.
Ognuna durante questo lungo viaggio cercando -con tutti i mezzi- di allargare
il proprio regno; che questa volta non è uno Stato, nè un Continente, ma è in
gioco l'egemonia sull'intero Pianeta. Una lotta quindi tra due giganti.
MUSSOLINI dallo stesso giornale, il 20 settembre 1914 lo troviamo prima contro
l'intervento in guerra dell'Italia, promuovendo perfino un plebiscito
pacifista, poi subito dopo il 18 ottobre 1914 lo troviamo improvvisamente
schierarsi a favore; titola "da
una neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante"
che gli costa la radiazione dal giornale e dal partito. Un socialismo
neutralista ad oltranza, che già in crisi con la disgregazione
dell'Internazionale socialista, messo di fronte alle scelte sull'intervento in
guerra, che tutti ormai consideravano imminente, e nelle alte sfere necessaria
per biechi motivi, lo troviamo -il partito socialista- schierarsi contro
la guerra e a promuoverne il disfattismo e fin dall'inizio il suo fallimento.
Mussolini non é disposto ad accettare questo fallimento né le limitate vedute
di molti dirigenti del suo partito.
L'idea che si é fatta Mussolini é che la
rivoluzione socialista é fallita prima ancora di iniziare, e mai il socialismo
potrà uscire dalla guerra, vinta o persa, con nuove prospettive.
Le masse - andava dicendo Mussolini- i milioni di individui, dopo aver
combattuto potranno imporre domani, a vittoria ottenuta, la propria pace alla
borghesia con tutte le carte in regola, perché avranno una propria forza
autonoma per farlo, e non avranno bisogno dei socialisti. A guerra persa invece
le colpe ricadrebbero solo sui socialisti, che il conflitto non lo volevano e
hanno sempre disprezzato chi era stato chiamato a parteciparvi. Insomma i
socialisti erano dentro un vicolo cieco. Questo in sostanza aveva sostenuto
Mussolini alla vigilia del conflitto, e il ragionamento era impeccabile; ma il
guaio grosso fu che la guerra che doveva essere "lampo" fu invece
lunga e quando finì terminò in un modo anomalo, non accontentò proprio nessuno;
infatti i vincitori (per come furono trattati a Versailles) si ritrovarono in
mano quella che fu poi definita una "vittoria mutilata"; in altre
parole, una frustrazione per entrambi, per chi l'aveva sostenuta la
guerra e anche combattuta (Mussolini e i 4,5 milioni di Italiani) e chi aveva
remato contro e profetizzato il totale fallimento (i socialisti - questi erano
convinti di poter fare dopo la guerra la rivoluzione del proletariato).5
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Il 15 novembre del 1914, dopo l'articolo che gli costò l’espulsione dal
partito e dopo la radiazione all'Avanti, MUSSOLINI fonda a
Milano il “Popolo d'Italia”
(finanziato e non del tutto disinteressatamente dalla Edison, dalla Fiat di
Agnelli, dall'Ansaldo dei fratelli Perrone ecc…) con un indirizzo
antisocialista, e con iniziali palesi appoggi all'irredentismo che va
predicando D'Annunzio e De Ambreis (Ma poi con la "Vicenda Fiume
"Mussolini prenderà le distanze dai due "rossi).
Infine il 6 maggio del 1915: Mussolini esce con l'articolo "E'
l'ora". Poi abbandona non del tutto il giornale (terrà un diario di guerra
fino al febbraio 1917) e molto coerentemente con quello che ha scritto, si
offre volontario.
Non è il solo, parte D'Annunzio, parte Marinetti, e parte Cesare Battisti che
incita "tutti al fronte con la spada e col cuore", poi in agosto
parte finalmente anche Mussolini.
C'è in questo slancio forse anche un motivo umano, odia gli Austriaci; il suo é
anche un conto personale da regolare! I giorni di carcere a Trento, le
accuse infamanti, e le umiliazioni ricevute hanno lasciato il segno!
Al fronte Mussolini non ha la
vita molto facile, sia con i soldati che lo ritengono un interventista e sia
con lo Stato Maggiore che diffidano di questo ambiguo soggetto fino a ieri a
sinistra come oppositore all'intervento. Era nota la sua renitenza, il suo
antimilitarismo in piazza del 1911-12, e il suo passato di socialista.
Al Distretto non si fidano proprio. Senza tanti riguardi al suo diploma e al
suo mestiere di giornalista lo mandano al fronte, come soldato semplice col
grado di caporale. Dopo 16 mesi di guerra, per quaranta giorni Mussolini va
anche in trincea, sul Carso, in prima linea sotto le granate austriache; si
guadagna perfino il nastrino. Nel febbraio 1917 una sventagliata di schegge,
non proprio del nemico, lo colpisce. Resta gravemente ferito. Trascorre in
stampelle quattro mesi all'ospedale di Ronchi. Qui nel portare conforto ai
feriti troviamo una visita di Re Vittorio Emanuele III. Di certo non
immagina nemmeno lontanamente, nel preoccuparsi della salute e nello stringere
la mano di questo semplice caporale, di trovarsi di fronte all'uomo che fra
soli 5 anni legherà il suo destino a quello di Casa Savoia e a tutta la sua
dinastia.
Dopo la convalescenza, MUSSOLINI rientra al giornale nel luglio 1917. Le cose
in Italia sono molto cambiate nel frattempo, l'interventismo, dopo tre anni di
guerra, quasi inutili sul piano militare e politico, é in crisi, e sembra -
dopo Caporetto- che il disfattismo socialista fra le masse trovi un buon
appoggio. Così andava dicendo Cadorna per giustificare i suoi tragici rovesci.
Ma non é così, Mussolini è molto attento, si accorge che le masse hanno avuto
uno scollamento dal socialismo e che questo (dopo la disfatta di Caporetto del
24 ottobre) non può certo aspirare alla vittoria di una rivoluzione dopo una
guerra persa. Infatti le cose cambiarono, per tanti motivi, interni ed esterni.
E anche per tante coincidenze a favore. L'entrata in guerra degli Usa, la
Rivoluzione d'Ottobre in Russia, le Germania in difficoltà (più politicamente
che militarmente), l'Austria in sfacelo.
Alla fine, la guerra non fu persa, ma nemmeno vinta, passerà alla storia
come la "vittoria mutilata" dopo le liti a Versailles con
Wilson. Questo finale andò ancora di più a complicare le cose. Non c'erano
politicamente né vinti né potevano rallegrarsi quelli che la guerra l'avevano
boicottata con il disfattismo. Con troppo accanimento, questo esito negativo
dai socialisti fu fatto pesare molto ai reduci; "che cosa vi dicevamo,
ecco il risultato!". Non era certo il modo per farne seguaci nel chiamarli
stupidi. E chi era ritornato dal fronte non voleva certo sentirselo dire, dagli
"imboscati" poi.
Quello che temeva Mussolini accadde, come aveva previsto e profetizzato.
I socialisti riformisti sono in difficoltà più di prima della guerra, e nemmeno
parlarne di poter avviare un dialogo con i padroni; invece di concertare hanno
preferito la linea dura con il risultato che gli industriali si sono uniti e
hanno adottato la strategia delle serrate.
Mentre i massimalisti dichiaratamente rivoluzionari, hanno guardato con molta
attenzione i fatti russi che avrebbero potuto far aprire delle nuove
prospettive; la prossima fine del capitalismo con la tanto attesa rivoluzione.
Ma non hanno i seguaci, hanno solo i pochi che ancora lavorano e che sono
poi quelli che non hanno fatto la guerra. Non hanno nemmeno le masse contadine
(che per la maggior parte non sono salariati ma sono milioni di piccoli
proprietari di "fazzoletti" di terra) timorosi di perdere con
l'avvento del bolscevismo il loro podere, quindi sordi a tutte le sirene
comuniste.
Insomma nelle due correnti, e tra queste e le masse si è creata una
barriera di totale incomunicabilità. Non esiste più spazio per i socialisti.
Mussolini è conciso, provocante ma anche realista "Vogliono fare la rivoluzione, ma se li
contiamo i conti proprio non tornano"
Mussolini se ne convince ancora di
più quando inizia a vedere i pessimi risultati della Rivoluzione Russa. "Bello i soldati uniti al popolo! Bello il
collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi
dittatori statali nelle fabbriche e nelle campagne". Non era questo
il socialismo che Mussolini sognava da giovane. In Russia il
"padrone" autoritario e il grasso borghese zarista, usciva dalla
porta e rientrava dalla finestra con la nascente "borghesia" statale
di partito, ancora più autoritaria e peggio di prima perchè non possedeva
capacità tecniche e organizzative. Gli esaltati operai credevano di poter
mettere in riga i cervelli del vecchio management o impunemente insultare i
vecchi padroni. Lenin dimostrando subito i propri limiti e le incapacità a
organizzare uno stato così vasto e burocraticamente così complesso, ha dovuto
richiamare in fretta e furia ai loro posti nei vari apparati gli stessi
funzionari zaristi, e nelle grandi aziende i vecchi padroni, per riuscire a
sopravvivere ed evitare il totale fallimento della rivoluzione che si stava
avviando nell'anarchia. Gli altri non si fecero pregare; soltanto che borghesi
erano e borghesi rimasero. Non al soldo del padrone ma del Partito, che in
quanto a zarismo poteva competere.
Finita la guerra nel 1919 al termine della prima guerra mondiale, l'Italia
era molto mal ridotta c’era caro viveri, disoccupazione miseria e quindi
malcontento. In molte città italiane si ripetevano scioperi, agitazioni,
tumulti con morti e feriti; e lo stato non aveva l'autorità per intervenire. La
guerra aveva, infatti, favorito solo alcuni ceti: gli industriali, che avevano
realizzato enormi guadagni producendo materiale bellico (cannoni, aerei,
munizioni); e i grandi proprietari terrieri, i cui possedimenti avevano
conservato il loro valore anche durante la guerra. Le categorie più danneggiate
furono quelle dei braccianti e degli operai che vedevano i loro salari corrosi
giorno per giorno dall'inflazione. Infatti i prezzi aumentavano rapidamente,
mentre i salari restavano fermi e non erano sufficienti a garantire una vita
decorosa ai braccianti e agli operai. Questo stato di cose naturalmente portò
alla reazione della borghesia. Vi furono rappresaglie, controdimostrazioni: e
fu in questo clima turbolento che nacque il fascismo. Il suo fondatore fu
Benito Mussolini che nel marzo del 1919 fondò a Milano i fasci di
combattimento, che derivavano il nome da un antico simbolo romano. Il movimento
ottenne l'appoggio di importanti gruppi finanziari. In un primo momento il
partito fascista aveva aperture con i socialisti ma nel 1921, quando ci fu la
svolta decisamente tutta a destra, Mussolini così affrontò il
proletariato: "La parola
socialista nel 1914 aveva un senso, ma ora è superata..... bisogna esaltare i
produttori perché da loro dipende la ricostruzione.... e ci sono proletari che
comprendono benissimo l’inevitabilità di questo processo
capitalistico....produrre per essere forti e liberi...." - "le
dottrine socialiste sono crollate, i miti internazionalistici caduti, la lotta
di classe è una favola". Voi
non siete tutto, siete soltanto una parte, nelle società moderne. Voi
rappresentate il lavoro, ma non tutto il lavoro e il vostro lavoro é soltanto
un elemento, nel gioco economico. Finché gli uomini nasceranno diversamente
"dotati", ci sarà sempre una gerarchia delle capacità. - "Non basta essere in tanti, ma si deve
essere preparati".
Poi Mussolini rincarò
la dose "Se per gli interessi
nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se occorre sostenere i
proprietari terrieri e i produttori per non causare lo sfascio della società in
una rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo si schiererà con la
borghesia".
Il 1° agosto
dell'anno precedente al suo giornale –“Il
Popolo d'Italia” aveva già
cambiato il sottotitolo. Da “Quotidiano
Socialista” ,dopo aver ricevuto ulteriori finanziamenti dagli
industriali, lo aveva abilmente sottotitolato: “Quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Poi il 1°
gennaio del 1921, sarà ancora più esplicito (arrivano i finanziamenti dei
siderurgici) e da quel momento il patto con gli industriali era ormai senza più
sottintesi. Nel 1921 Mussolini si presentò alle elezioni per formare un nuovo
governo insomma si pensava che i fascisti potessero contrastare efficacemente i
comunisti ed i sindacati. Che la loro violenza potesse frenare gli scioperi di
operai e dei contadini. Tuttavia, nonostante la crisi del partito socialista
non riuscì ad ottenere la guida del Paese. Nell’ottobre 1922 Mussolini radunò a
Napoli migliaia di camice nere, formò un esercito e decise di prendere il potere
marciando su Roma. Il capo del governo, Luigi Facta, chiese al re Vittorio
Emanuele III di firmare il decreto che avrebbe fatto intervenire l'esercito. Ma
il re dopo qualche esitazione si rifiutò e decise di affidare a Mussolini
l'incarico di formare il nuovo governo (30 ottobre 1922). Il primo governo di
Mussolini (1922-24) fu sostenuto dai fascisti, dai liberali e, fino al 1923,
dai popolari. In questi due anni, almeno nell'attività di governo, Mussolini
rispettò la legge. Perciò questa fase del fascismo è detta legalitaria. Ma le
squadre fasciste continuarono nelle loro spedizioni contro i socialisti. Anzi,
nel 1923 le squadracce furono organizzate nella Milizia Volontaria per la
Sicurezza Nazionale (MVSN), una vera e propria forza armata alle dipendenze di
Mussolini. Anche le elezioni (6 aprile 1924) si svolsero in un clima di
violenze e di irregolarità: un candidato socialista fu ucciso; a molti
antifascisti fu impedito di votare. Ciononostante le opposizioni ottennero un
risultato significativo: il 35, 1 % dei voti. Ma la maggioranza andò ovviamente
alla lista fascista, nella quale si erano presentati anche importanti
personalità liberali. Il 30 maggio 1924 il socialista Giacomo Matteotti
pronunciò un coraggioso discorso alla Camera. Egli denunciò le gravissime
irregolarità avvenute nel corso delle elezioni. Dieci giorni dopo Matteotti
venne rapito e assassinato dagli squadristi. Il suo cadavere venne ritrovato in
un bosco nelle vicinanze di Roma il 16 agosto 1924. Apparve subito chiara la
responsabilità di Mussolini e dei suoi collaboratori. rappresentanti dei
partiti antifascisti per protesta abbandonarono i l’aula del parlamento. Si
riunirono in un'altra aula, nell'Aventino. I deputati dell'Aventino speravano
di convincere il re ad intervenire contro Mussolini per ristabilire la
legalità. Il re non fece nulla. Mussolini capì che poteva continuare la sua
strada. E in un famoso discorso del 3 gennaio 1925 assunse l'intera
responsabilità politica e morale di quanto era accaduto. A partire da questo momento
il fascismo si trasformò definitivamente in una dittatura. IL 1925 è l'anno che
segna la definitiva trasformazione del fascismo una dittatura e in uno Stato
totalitario, questo perché Mussolini (il duce) aveva pieni poteri sullo Stato.
Infatti nel 1926 vennero sciolti tutti i partiti dell'opposizione, vennero
chiusi tutti i giornali antifascisti. La trasformazione dello Stato liberale in
Stato totalitario fu completata con una nuova legge elettorale nel 1928. Tale legge affidò al Gran Consiglio
del Fascismo, il compito di presentare un lista unica di candidati: i cittadini
non potevano più scegliere i loro rappresentanti, potevano solo approvare o
meno la lista proposta. Le libere elezioni erano così sostituite dai
plebisciti.
Per quanto riguarda
la politica interna Mussolini soppresse
le libere associazioni sindacali e istituì la carta di lavoro per far si
che ci fosse una collaborazione forzata tra le classi in nome dei superiori
interessi della produzione; nel campo
economico ci fu l’autarchia cioè l’autosufficienza della produzione
nazionale;si istaurò un regime protezionista e si puntò alla rivalutazione
della lira, ma questo provocò un ristagno economico, per fronteggiare la crisi
Mussolini puntò sulle partecipazioni statali nelle imprese pubbliche,
intraprendendo lavori di pubblica utilità e bonifiche; nel 1929 (11 febbraio)
Mussolini per consolidare il regime fece degli accordi con la chiesa e così
dopo lunghe trattative si arrivò ai “patti lateranensi”. La politica estera del
regime fascista fu nazionalista e colonialista: nazionalista perché fu
aggressiva nei confronti delle altre potenze europee; il fascismo, infatti,
voleva imporre la supremazia sulle altre nazioni; colonialista perché impegnò
il paese nella conquista di nuove colonie. Per Mussolini l'espansione coloniale
era necessaria per due motivi: innanzi tutto avrebbe dato prestigio all'Italia;
in secondo luogo avrebbe risolto il grave problema della disoccupazione,
offrendo agli Italiani nuove terre da lavorare. Il primo obiettivo del progetto
fascista fu l'Etiopia. Dopo la vittoria in Etiopía, sì avvicinò a Hitler. La
Germania infatti non aveva disapprovato la conquista e aveva appoggiato
l'Italia con rifornimenti di armi e di materie prime. Nell'ottobre 1936 si
giunse alla firma dì un patto amicizia: l'Asse
Roma-Berlino. L'alleanza fu rafforzata l'anno successivo, quando anche
l'Italia aderì, ad un patto tedesco-giapponese contro il comunismo
internazionale: il Patto anticomintern.
La conseguenza più grave dell'alleanza tra Mussolini e Hitler fu l'introduzione
in Italia di leggi razziali contro gli Ebrei nel 1938. Queste leggi
suscitarono molte perplessità nell'opinione pubblica e la dura condanna della
Chiesa cattolica e prepararono la crisi del regime che sarebbe terminata nella
seconda guerra mondiale. Tra i due dittatori, comunque, l'alleanza fu
rafforzata nel 1939 con il Patto d'Acciaio. Con esso le due nazioni si
impegnarono reciprocamente nel caso di una guerra. Poco dopo il 1° settembre
dello stesso anno Hitler invade la
Polonia, Mussolini in un primo momento è riluttante ad entrare in guerra, ma
poi vedendo i rapidi successi della Germania nazista ,in Francia, e credendo in
una guerra lampo entra in guerra nel 10 giugno del 1940 credendo che con un
esiguo numero di morti si sarebbe seduto al tavolo dei vincitori.
Modulazione FM e AM
Sia la modulazione di
frequenza (FM) sia la modulazione di ampiezza (AM) sono utilizzate per il
trasferimento di informazioni da un luogo,
detto sorgente, ad un altro, detto destinatario.

Appunto
per questo utilizzo ebbero un grande sviluppo durante l’arco della seconda
guerra mondiale, perché era indispensabile la trasmissione delle varie
informazioni in tempi brevi.
Prima
di tutto c’è bisogni di dire che se si desidera trasmettere un segnale fonico,
che ha una frequenza compresa tra 300 e 3400 Hz, si potrebbero trasmettere
pochissime informazioni, dato che abbiamo una banda di frequenza molto
ridotta, per questo si è utilizzata la modulazione,
che permette di allocare la nostra informazione a bassa frequenza(segnale
modulante) su un’altra onda ad alta frequenza (segnale portante); ora
analiziamo dal punto di vista tecnico come avviene una modulazione di segnale.
Modulazione FM (frequency modulation)
La
modulazione di frequenza può essere studiata in due modi estrapolati dalla
formula generale di un segnale che è:
V(t)= V cos ά
Dove:
ά= Ωt+φ
La
modulazione consiste nell’imprimere a ά delle variazioni proporzionali ai
valori istantanei del segnale modulante. In base a questo si hanno due
possibilità: far variare Ω, e in tal modo si ha la modulazione di
frequenza (FM), oppure far variare φ , in questo caso si ha la modulazione
di fase (PM, Phase Modulation).
Ora
vediamo tramite passaggi logici matematici si arriva alla formula finale della
modulazione di frequenza
Vp(t)=
Vp*cos Ω0t
Vm(t)=
Vm*cos ώt
Sapendo che:
ώ= 2 π f t
abbiamo:
Vp(t)= Vp*cos 2
π F0 t
Vm(t)= Vm*cos 2
π f t
Sono
le espressioni rispettivamente dell’onda portante e del segnale modulante
(ssupposto sinusoidale); la modulazione istantanea del segnale modulato
risulta:
Ω(t)= Ω0+Kf*
Vm(t)
Che
possiamo screivere come:
Ω(t)= Ω0+Kf*
Vm*cos ώt
Dove
nella formula Kf è la costante di modulazione; ora si può fare un
ulteriore semplificazione prendendo in considerazione quanto detto prima
riguardo ad ώ:
2 π F (t) = 2 π F0
+Kf *Vm*cos ώt
ra
dividendo tutto per 2 π abbiamo:
Ora
ponendo
uguale a ΔF (deviazione di frequenza)
che rappresenta la massima differenza fra la frequenza della portante della
portante modulata e la frequenza della portante non modulata; addesso abbiamo:

Essendo
il nostro segnare modulato ugale a:
V(t)= Vp * cos θ(t)
Possiamo
scrivere:
θ(t)= Ω(t)*t
per
avere le variazioni istantanee:

dalla
formula inversa per trovatre θ(t) si ha:
θ(t)= ∫ Ω(t)*dt
sostituendo
a Ω(t) quello ricavato precedentemente si ha:

Utilizzando
le proprietà degli integrali possiamo scrivere:

Infine
svolgendo:


Ora
tornando alla nostra formula possiamo scrivere:

sontituendo
ώ abbiamo:

Che
è uguale a:

che
si pone uguale a:
mf
Per
questo la formula risulta, dopo gli svolgimenti:

In
cui mf (indice di modulazione di frequenza) rappresenta il rapporto
tra la deviazione di frequenza (ΔF) e la frequenza del segnale modulante.
Applicando
la formule trigonometriche di addizione alla formula ricavato si ha:
V(t)= Vp[cosΩ0t*cos(mf*senώt)-senΩ0t*sen(mf*senώt)]
Questa
formula esprime un insieme di onde sinusoidali di estensione teoricamente
infinita. Infatti cos(mf*senώt) e sen(mf*senώt)
si possono sviluppare in somme di funzioni sinusoidali con le formule di
bessel:
Cos(mf*senώt)=J0(mf)+2J2(mf)*cos2ώt+2J4(mf)*cos4ώt+…
sen(mf*senώt)=2J1(mf)*senώt+2J3(mf)*sen3ώt+…
Si
vede quindi che lo spettro di un segnale modulato in frequenza con un segnale
modulante sinusoidale contiene un onda a frequenza della portante, ma con
infinite onde laterali. Le ampiezza di queste onde laterali e anche l’ampiezza
della portante , sono funzioni dell’indice di modulazione mf secondo
i coeficienti delle funzioni di bessel fornti dal grafico
In pratica la larghezza
di banda ha valore finito, perché le onde laterali più lontane dalla portante
assumono ampiezza trascurabile. Infatti dall’esame delle curve di bessel si
vede che il numero delle righe spettrali da prendere in considerazione è pari a
mf+1, per tanto la larghezza di banda ha la seguente formula:
B= 2(mf+1)*f
Ricordando
che:

possiamo
scrivere:

Che
dopo gli opportuni svolgimenti matematici è uguale:
B= 2(ΔF+f)
Modulazine AM
(Amplidute Modulation)
Per modulazione di ampiezza si intende l’operazione
con cui si fa variare l’ampiezza di un segnale, detto portante, proporzionatamente ai valori di un altro
segnale, detto modulante,
contenente l’informazione da trasmettere.
Prendendo in considerazione che i segnali che si
utilizzano sono sinusoidali abbiamo le seguenti espressioni:
Vp(t)= Vp cos Ωt
Vm(t)= Vm cos ώt
Ci sono però alcune condizioni da considerare per il
segnale portante che sono :
Vp≥Vm;
Ω=2πF>ώ=2πf
Il
segnale modulato avrà un’espressione del tipo:
V(t)= [Vp+ Ka*Vm(t)]*cosΩt
Dove
andando a sostituire abbiamo :
V(t)= (Vp+ Ka*Vm*cos
ώt)*cosΩt
Dove
Ka è la costante di modulazione, andado a svolgere le operazioni
matematiche la formula risulta:
V(t)= Vp*cosΩt+ Ka*Vm*cos
ώt*cosΩt
Mettendo
in evidenza Vp si ha:

dove
è uguale a m che deve essere minore o uguale
ad uno (m≤1), in questo caso la formula diventa, dopo avere svolto i
passaggi matematici:
V(t)= Vp*cosΩt+m*Vp*cos
ώt*cosΩt
Applicando
le formule trigonometriche di addizione e sottrazione del coseno si ha, ponendo
ώ= β Ω= α:
cos (α-β)=cos α*cos β
+sen α*sen β
cos (α-β)=cos α*cos β-sen
α*sen β
sommando
le due formule si ottiene:
cos (α-β) + cos (α-β)=2
cos α*cos β
che
si può screvere pure come:

andando
a sostituire nella formula si ha:

che
svolgendo la moltipicazione si può scrivere:

Si
può dedurre dalla formula che il segnale modulato è composto dall’onda portante
più due onde laterali simmetriche rispetto alla portante, come in figura:

Per
questo la banda è uguale a:
B=2f
Si
può notare che ciascuna delle due onde
laterali contiene i parametri caratteristici del segnale modulante. Ne deriva
che si può anche trasmettere una sola onda laterale come nella configurazione
SSB, ma questo comporta dei svantaggi per quanto riguarda la demodulazione del
segnale che sarà più complessa e costosa dal punto di vista circuitale.
Per
quanto riguarda la potenza Pt del segnale modulato deriva dalla
somma della potenza Pp relativa alla portante e di quella Pm
associata alle due onde laterali


dalle
due formule possiamo ricavare che:

ora
procedendo:
Pt=Pm+Pp

mettendo
in evidenza Pp abbiamo:

Da
questa espressione si vede che il grosso della potenza modulata è associato
all’onda portante.
Differenze
Ora
analiziamo delle differenze che si contrappongono tra le due diverse
modulazioni:
Il segnale AM ha una minore
resistenza ai diturbi e alle variazioni dell’attenuazione introdotta dal mezzo
trasmissivo, mentre il segnale FM ha una
maggiore resistenza ai disturbi e alle variazioni dell’attenuazione introdotta
dal mezzo trasmissivo.
La banda occupata da segnali
modulati AM con modulante sinusoidale di frequenza f1 è 2 f1,
la banda occupata dai segnali FM è infinita.
La componente di frequenza fp del segnale AM ha ampiezza
costante al variare di ka,
mentre l'ampiezza della componente di frequenza fp del segnale FM varia al variare di kf come la funzione di Bessel
di ordine zero.
I circuiti di demodulazione FM
sono più complessi dei circuiti in uso per la demodulazione AM.
Gli integrali
Gli integrali sono
fondamentali per lo studio delle funzioni che molto spesso si affrontano in
altre materie quali le telecomunicazioni e l’elettronica. Gli integrali per
definizione si dico che sono l’inverso della derivata e si divido in definiti e
indefiniti.
Integrali indefiniti
Si definisce
integrale indefinito di una funzione f(x), e si indica con il
simbolo ∫f(x)dx, ogni
espressione F(x)+C con F(x)primitiva di f(x);
la C (numero) è una costante, visto che quando si procede ad una derivazione le
costanti sono uguali a zero non si può sapere che numero sia C o se non ci sia
proprio. In oltre nella funzione definiamo f(x) funzione integranda,
mentre f(x) dx è detta espressione integranda. Ora esponiamo le proprietà degli integrali
indefiniti nella seguente schema:
·
L’integrale
del prodotto di una funzione per una costante è uguale al prodotto della
costante per l’integrale della funzione.
∫ K * f(x)
dx = K * ∫ f(x) dx
·
L’integrale
della somma algebrica di duo o più funzioni è uguale alla somma algebrica degli
integrali delle singole funzioni
∫[f1(x)+f2(x)+…………+fn(x)]
dx = ∫ f1(x)+ ∫ f2(x)+………+∫ fn(x)
·
Per tanto
possiamo scrivere anche:
∫[K1*f1(x)+K2*f2(x)+……+Kn*fn(x)]dx=K1*∫f1(x)+K2*∫f2(x)+……+Kn*∫fn(x)
Ci sono vari metodi
di calcolo di un integrale, iniziamo con esporre il metodo di sostituzione;
Questo metodo viene applicato quando ci sono funzioni f(x)
integrabili il cui calcolo della primitiva è semplificato se si sostituisce
nell’espressione integranda la variabile x , ponendo X = t dove t è una
funzione continua che ha derivata continua ed ammette funzione inversa;
esempio:
se sostituiamo
√x = t avremo che x = t2
e che dx = 2t dt, andando a sostituire nella funzione avremo :

apportando le varie
semplificazioni avremo:

Ora applicando la
seconda proprietà prima esposta otteniamo:

ora svolgendo abbiamo
:

e sostituendo avremo:

Metodo d’integrazioni per parti
Questo metodo è usato per l’integrazione delle espressioni che si
possono esprimere in forma di prodotto di due fattori u e v ;
ora partiamo da due funzioni generiche f(x) e g(x) e
procediamo alla derivazione di un prodotto, d[f(x)* g(x)]
= f’(x) * g(x) + f(x)
* g’(x) che possiamo scrivere come
f’(x) * g(x) = d[f(x)* g(x)]
- f(x) * g’(x) se
ora integriamo entrambi i membri di questa relazione otteniamo: ∫ f’(x)
* g(x) = f(x)* g(x) - ∫ f(x) *
g’(x) ; esempio:
∫ x * ex dx
in questo
caso ex sarà f’ e x sarà g perciò atteniamo:
x * ex
- ∫ 1 * ex dx
che sarà
uguale a:
x * ex
– ex + C
Prima di
passare all’integrazione definita metto di seguito vari tipi di integrali:
INTEGRALI ELEMENTARI
se r ¹ 1




ALCUNI CASI PARTICOLARI


INTEGRALI TRIGONOMETRICI


INTEGRALI CONTENENTI
EXP(X) O LN(X)

INTEGRALI DI FUNZIONI
TRIGONOMETRICHE INVERSE

INTEGRALI CONTENENTI
e 


Integrali definiti
Innanzitutto è importante definire una
funzione f(x) continua e limitata nell’intervallo [a,b] , partendo dalla
definizione geometrica dell’integrale cioè l’aera di un trapezoide costruito
sotto la curva della funzione studiata:

Per dare però una definizione rigorosa
dell’area di un trapezoide che come si può notare è delimitata dalla linea
curva che rappresenta l’andamento della funzione, bisogna fare un piccolo
artificio. A tale scopo dividiamo l’intervallo [a,b] in un certo numero n di
parti uguali e, detta ∆x = (b-a)/n l’ampiezza comune di ciascuna di
queste parti, consideriamo le seguenti somme:
sn
= m1h+m2h+…+mnh
Sn
= M1h+M2h+…+Mnh
Ove mi indica il minimo della
f(x) nell’intervallo, mentre Mi indica il massimo della f(x) nello
stesso intervallino.
Quindi è evidente che per un qualunque n
risulterà sempre:
sn ≤ Sn
In pratica il numero sn rappresenta
la somma delle aree degli n rettangoli aventi per base, rispettivamente, gli
intervallino in cui è stato diviso l’intervallo [a,b] e per altezze le ordinate
minime mi dei punti della curva in tali intervallino. Mentre il
numero Sn rappresenta la somma delle aree degli n rettangoli aventi
le stesse basi e per altezze le ordinate massime Mi.
L’insieme dei primi rettangoli costituisce una figura che si chiama
plurirettangolo inscritto nel trapezoide; quello dei secondi si chiama
plurirettangolo circoscritto. Perciò sommando le aree di queste figure si può
approssimativamente risalire a quella del trapezoide, infatti con il punto di
minimo ci sarà un approssimazione per difetto, mentre con quello di massimo per
eccesso. Per ottenere l’area reale del trapezoide dovremmo aumentare
all’infinito il numero degli intervalli, infatti:
lim sn = lim Sn
n® ¥ n® ¥
si ottiene in questo modo il vero valore
dell’integrale definito della f(x) nell’intervallo [a,b] (b>a):

La stabilità
La stabilità è una
delle caratteristiche indispensabili in molti sistemi, tranne in quelli che la
sfruttano. Per far si che un sistema sia stabile c’è bisogno di alcune
condizioni quali:
1) Rimanere a riposo
se non sollecitato da un segnale esterno
2) Se soggetto ad un
segnale perturbatore, quando questo cessa il sistema deve tornare nel suo stato
di riposo.
Se queste condizioni sono
soddisfatte il nostro sistema si può definire stabile. Per studiare la
stabilità di un sistema il modo più adatto è quello di calcolare la funzione di
trasferimento
e applicare al sistema un impulso unitario, la
cui durata è nulla, S(t) e osservare la risposta V(s):
V(s) = G(s)* E(s) ma
essendo E(s) = L [S(t)] = 1 di conseguenza

Ora supponendo
inizialmente il sistema in condizione di riposo, con l’uscita uguale a zero; il
sistema sarà stabile se la risposta all’impulso unitario tenderà a zero per t→∞; mentre sarà instabile se
l’uscita non tenderà a zero per t→∞; c’è inoltre una terza
possibilità che però è solo teorica, cioè che la risposta del sistema sia
tendente ad un valore costante o che oscilli entro valori stabiliti. Di seguito
riporto uno schema:
lim vu(t)=0 Sistema
stabile
t→∞
lim vu(t)=∞ Sistema
instabile
t→∞
lim vu(t)=K
o K1 <vu(t) < K2 Sistema al limite di stabilità
t→∞
C’è però da dire
che i sistemi a limite di stabilità sono
da considerarsi instabili perché non tendono a zero pure se sono limitati.
In pratica da un
punto di vista matematico un sistema è definito stabile quando tutti i suoi
poli hanno parte reale negativa, mentre se il sistema ha delle radici con parte
reale negativa si dice al limite di stabilità.
La verifica della
stabilità di un sistema è quindi il controllo che le radici dell’equazione
D(s)=0, che è il denominatore della funzione di trasferimento, non abbia parte
reale positiva. Quindi ponendo D(s)=0 troviamo tre diverse possibilità:
1) Se p è reale deve
essere p<0
2) Se p è
immaginario, cioè p=x+Jy la parte reale deve essere x<0
3) se p è immaginario
puro p=±Jy il sistema è al limite di stabilità, e quindi come detto prima da
considerarsi instabile.
Esistono vari criteri
per analizzare la stabilità di un sistema qui di segui ne sono esposti alcuni.
Criterio di Bode
Per il criterio di Bode, un sistema è stabile se il modulo di GH taglia
l’asse delle w a 0 dB sul diagramma di Bode del modulo con una pendenza non superiore a -20 dB/dec.

Nel caso particolare, in cui il diagramma arriva sull’asse con una
pendenza di -20db/dec e continui dopo con una pendenza di -40dB/dec, siamo nel
caso intermedio in cui il margine di fase vale 45°
Criterio di Routh
Il criterio di Routh è molto utile per casi in cui il polinomio D(s) è
di grado superiore al terzo, perché le soluzioni dell’equazione diverrebbero
molto complicate; questo metodo viene applicato nel seguente modo:
Abbiamo D(s)=A5 S5
+ A4 S4 + A3 S3 + A2 S2
+A1 S +a0
Con
questo polinomio che è il denominatore della nostra funzione di trasferimento
costruiamo la seguente tabella :
|
A5
|
A3
|
A1
|
|
A4
|
A2
|
A0
|
|
B1
|
B2
|
B3
|
|
C1
|
C2
|
C3
|
|
D1
|
D2
|
D3
|
|
E1
|
E2
|
E3
|
|
0
|
0
|
0
|
La tabella continua fino
a che una linea non si azzera; i coefficienti degli altri valori vengono
calcolati nel seguente modo:





Una volta compilata
la tabella come esposto si dovrà verificare la prima colonna, escludendo la
linea di zeri, ci saranno tre possibilità:
1) Tutti i
coefficienti uguali sistema stabile
2) coefficienti
diversi sistema instabile
3) zero tra i
coefficienti, in questo caso lo zero è da considerarsi senza segno e quindi il
sistema può essere definito instabile.
Infine si può
verificare che il sistema sia stabile sono per certi valori della funzione
questo accade quando abbiamo una costante nella nostra equazione ad esempio:
D(s) = S4 + 6S3 + 11S2 + 6S + K in questo caso
il sistema sarà stabile per 0 < K
< 10.
Convertitori ADC e DAC
Col termine conversione
si indica la trasformazione di alcuni parametri di un segnale elettrico
mantenendo invariata la quantità di informazione posseduta dal segnale stesso.
I convertitori risultano essenziali nei sistemi di
controllo, in particolare quelli analogico-digitale e digitale-analogico perché
sono presenti nelle ca-tene di acquisizione e di elaborazione dati.
Il convertitore analogico-digitale,
indicato come convertitore A/D o ADC (Analog Digital Converter), risulta essenziale per
collegare un segnale analogico ad un centro di elaborazione digitale.
Prendiamo ad esempio il caso di un sistema a
microprocessore per il controllo di grandezze fisiche (temperatura, pressione,
umidità ecc.): il segnale in uscita dal trasduttore è generalmente di tipo
analogico e di conseguenza deve essere convertito in un segnale digitale per
poter essere elaborato dal microprocessore.
Il convertitore digitale-analogico,
indicato come convertitore D/A o DAC (Digital Analog Converter), esegue l’operazione inversa
rispetto all’ADC. In effetti il DAC permette di trasformare il segnale
digitale, fornito dal sistema di elaborazione, in un segnale analogico in grado
di operare sui dispositivi di uscita come ad esempio gli attuatori (motori,
altoparlanti, ecc.).
Si
ricorda che per segnale analogico si intende un segnale che può assu-mere tutti
i valori all’interno di un intervallo, mentre il segnale quantizzato (o
discreto) può assumere soltanto un numero finito di valori. Se la
quantizzazione viene effettuata, per esempio, con un codice binario i possibili
valori sono due.
Il
convertitore A/D (ADC).
L’ADC
trasforma un segnale analogico in un codice binario il passaggio da un segnale,
che assume con continuità tutti i valori all’interno di un intervallo, ad una
successione discreta di codici binari avviene tramite un’operazione denominata
quantizzazione.
La quantizzazione
è descritta dalla caratteristica di trasferimento rap-presentata dal grafico di
figura 1. I valori di tensione in ingresso sono ri-portati sull’ascissa, mentre
sull’ordinata viene riportato il codice binario associato ad ogni intervallo di
valori di Vi.
Nell’esempio di figura 1 l’ampiezza
massima del segnale d’ingresso è Vi=8
V. Il numero di bit scelto è 3 quindi il numero possibile di codici binari
esprimibili è Q =23 = 8
Figura 1

Di conseguenza la tensione analogica d’ingresso è
stata divisa in 8 parti uguali, ad ognuna delle quali è stato associato uno
degli 8 codici binari possibili. A tutti i valori di tensione appartenenti ad
un singolo intervallo degli otto possibili viene associato lo stesso codice.
|
Valori di tensione compresi tra
|
Parola associata
|
|
0 V e 1 V
|
000
|
|
1 V e 2 V
|
001
|
|
2 V e 3 V
|
010
|
|
3 V e 4 V
|
011
|
|
4 V e 5 V
|
100
|
|
5 V e 6 V
|
101
|
|
6 V e 7 V
|
110
|
|
7 V e 8 V
|
111
|
L’esempio precedente mette in evidenza la necessità
d’introdurre due parametri caratteristici dei convertitori A/D.
Il primo è l’ampiezza massima Vi del
segnale d’ingresso che può essere convertito dall’ADC. L’altro parametro è il
numero n di bit con cui si effettua
la codifica. Il campo dei valori della Vi viene diviso in Q = 2n parti uguali. Ad ognuno di
questi 2n intervalli viene
associata una parola di n bit. Spesso
l'ampiezza dell'intervallo è indicata come passo di quantizzazione.
L’errore di quantizzazione.
L’errore di
quantizzazione definisce il livello di indeterminazione ed è dovuto al fatto
che ad ogni codice binario non viene associato un unico valore della tensione
d’ingresso ma l’insieme dei valori appartenenti al passo di quantizzazione.
Questo errore può essere minimizzato se si fa in modo che la soglia tra un codice
di uscita e il successivo sia situata a metà dell’intervallo di quantizzazione.
Se effettuiamo questa operazione l’errore massimo risulta:
εMAX=
Q/2
Il
tempo di conversione.
Il
tempo di conversione è il tempo necessario
all’ADC per trasformare il valore della tensione d’ingresso in un codice
binario.
Il segnale
analogico da convertire deve essere campionato per prelevare i valori della Vi
da trasformare in codice binario. Con il campionamento il segnale analogico
viene trasformato in una successione discreta di valori di Vi.
Nella figura 2 è
riportato un esempio.

Figura 2.
Il segnale S(t) può
essere rappresentato dalla successione dei suoi cam-pioni S1, S2,
S3, S4, S5 … prelevati ad intervalli regolari
Tc. Il valore di Tc non
può essere qualsiasi. Per poter ricostruire il segnale dai suoi campioni
occorre che la frequenza di campionamento:

soddisfi la condizione
di Shannon:

dove fM
è la frequenza massima (o banda) del segnale.
Di conseguenza il periodo di campionamento di Tc
deve essere:

La conversione deve
terminare prima che arrivi il nuovo campione da con-vertire in codice binario.
Indicando con Ts
il tempo di conversione occorre avere
com’è mostrato in
figura 3.

Figura 3.
Il valore del
campione è quello assunto da Vi
all’inizio della conversione anche se durante il tempo Ts il segnale
subisce delle variazioni. Per non introdurre un ulteriore errore, il codice
binario associato al campione deve rimanere valido per tutto il tempo di
conversione. Di conseguenza le variazioni del segnale, durante Ts,
devono essere tali da fare rimanere Vi all’interno del passo di
quantizzazione (o entro la risoluzione).
Supponendo di avere
un segnale sinusoidale Vi con frequenza f e di utiliz-zare un ADC
a n bit, per non aggiungere un altro
errore a quello di quan-
tizzazione, si può dimostrare che deve essere:

Per lavorare con
frequenze più elevate è necessario inserire un dispositi-vo detto di sample/hold (campionamento e
mantenimento). In effetti se il tempo di conversione è alto a Tc,
c’è il rischio di perdere il nuovo campione perché la conversione precedente
non è terminata. Per evitare ciò il valore viene memorizzato (hold) fino a
quando deve essere convertito.
Convertitori paralleli (flash).
Gli ADC flash sono
i convertitori più veloci infatti presentano tempi di conversione dell’ordine
delle decine di nanosecondi. Questi convertitori sono necessari quando i
segnali hanno frequenza elevata. Sappiamo infatti che Ts deve essere minore del periodo
di campionamento. Ora, per un
segnale video con fM = 5 MHz, si ha che:

Pertanto il Ts
deve essere inferiore. Non si può quindi fare a meno di usare gli ADC flash,
gli unici che consentono simili velocità. In figura 4 è mostrato lo schema
circuitale di principio di un ADC flash a 3 bit.

Figura 4.
Il circuito è
composto da 9 resistenze, 7 comparatori e un encoder con 7 ingressi e 3 uscite.
Nel caso generale di ADC a n bit la struttura fonda-mentale è composta
da 2n – 1 comparatori, 2n – 2 resistenze
uguali di valo-re R, 2 resistenze di valore R/2 e 1 encoder.
Questi convertitori
presentano notevoli problemi costruttivi, essendo difficile ottenerli proprio
con 2n – 2 resistenze uguali con stessa tolleran-za.
Il principio di
funzionamento è basato sul confronto tra il valore del cam-pione da convertire
e i potenziali presenti sui morsetti invertenti dei comparatori dati dalla partizione
di una tensione di riferimento Vr. In ogni comparatore, sul morsetto
non invertente, è presente il valore di tensione da convertire: l’uscita è alta
per il comparatore in cui si verifica che Vi è maggiore del
potenziale del morsetto invertente.
Le uscite dei
comparatori vanno in un encoder che fornisce così il codice binario.
Il convertitore D/A (DAC).
Il
convertitore D/A trasforma ogni parola digitale ad n bit in un livello di tensione. Di conseguenza il numero di
livelli di tensione possibili in uscita dal DAC è 2n , pari al numero di codici esprimibili con parole di n bit.
Il segnale analogico fornito dal convertitore D/A non è dunque continuo
nel tempo ma è formato da gradini. Ogni gradino corrisponde al valore di
tensione associato alla parola
Principio della conversione.
Ad ogni parola binaria formata
da n bit an-1, an-2,
an-3, … a1, a0, corrisponde il numero P.
P = an-1 2n-1
+ an-2 2n-2 + … + a1 21 + a0 20
Per trasformare questo numero P in una tensione occorre moltiplicarlo
per un valore di tensione V. In
questo modo alla parola viene associato il livello di tensione Vu =
PV.
Vu
= VP = V (an-1 2n-1 + an-2 2n-2
+ … + a1 21 + a0 20)=
= an-1 V2n-1 + an-2 V2n-2 + ... + a1 V21 + a0 V20=
=V2n (an-1 2-1 + an-2 2-2
+ … + a1 21 + a0 2-n)
Il prodotto V2n
si definisce tensione di riferimento
o tensione di fondo scala e viene indicato con Vfs.
Vu
= Vfs (an-1 2-1 + an-2 2-2
+ … + a1 21 + a0 2-n)
La conversione avviene quindi effettuando una combinazione lineare con
coefficienti che devono dare ad ogni bit il proprio perso in funzione della sua
posizione. Ad esempio per convertitori a 4 bit se a3 è moltiplicato per 16 V allora a2 deve esser moltiplicato per
, a1 per
e infine a0
per
.
Il coefficiente che moltiplica il bit più significativo è pari a
quelli successivi
saranno
, poi
,
, ecc. L’espressione della Vu evidenzia che il
livello di tensione in uscita dal DAC è proporzionale alla tensione di
riferimento Vfs ed al codice binario in ingresso.
La tensione Vfs viene anche indicata come la tensione di
fondo scala del convertitore. Se si sceglie Vfs = 2n ossia V=1 V, il valore
della tensione è pari al numero P.
Parametri caratteristici.
Þ
La risoluzione: essa rappresenta la
variazione di tensione dovuta alla variazione
di un LSB ed in modo equivalente indica il valore minimo di tensione rappresentabile dal DAC.

La risoluzione si trova espressa
anche in bit o in percentuale del valore di fondo scala Vfs.

Þ
La tensione massima di uscita VuM:
tale valore si ottiene quando tutti
i bit sono a 1 e si dimostra che

Notiamo che VuM
è minore del valore di fondo scala Vfs.
Þ
L’errore di linearità: si verifica se ad ogni incremento del segnale digitale non
corrisponde lo stesso incremento della tensione.
Þ
Transitori spuri: quando due o più bit devono commutare insieme si
possono creare picchi di tensione. Come mostra la figura 5, prima che la Vu
si assesti al valore 6 V è presente anche un picco di tensione.

Figura 5
Þ
Settling time: è il tempo necessario al DAC per stabilizzarsi al
valore finale dell’uscita.
Tipi di convertitori D/A (DAC).
Convertitori a resistenze pesate.
In figura 6 è
riportato lo schema del DAC a resistenze pesate a 4 bit.

Figura 6
Il circuito è
composto da una rete di resistenze, da un convertitore cor-rente/tensione
realizzato con un amplificatore operazionale e da alcuni deviatori. I deviatori
sono utili nel nostro caso per descrivere il compo-rtamento del circuito. Nella
realtà al posto dei deviatori c’è una rete digitale che fornisce in uscita i
livelli di tensione alti e bassi (corrispon-denti ai valori logici 1 e 0).
Il numero di
resistenze e di deviatori è pari al numero di bit del DAC. Il deviatore
consente di collegare la resistenza a massa se il bit vale 0 o al potenziale di
riferimento Vfs se il bit vale 1. Di conseguenza in ogni resi-stenza
c’è un passaggio di corrente soltanto se il bit associato vale 1 in modo da
avere una differenza di potenziale pari a Vfs ai capi della stessa
resistenza. In caso di bit 0 i due morsetti della resistenza sono a massa e
quindi non ci può essere passaggio di corrente.
La corrente che
circola in ogni resistenza deve essere tale da dare ad ogni bit il proprio peso
in funzione della sua posizione, secondo il principio della conversione. Il
valore della corrente deve essere maggiore per il bit più significativo (MSB)
per poi diminuire per i bit meno significativi. Si procede dunque collegando al
MSB la resistenza minore e raddoppiandone il valore per il bit successivo fino
al LSB per il quale la resistenza è 2n-1
volte maggiore rispetto alla prima.
Ad esempio nel caso
si DAC a 4 bit: (a3a2a1a0)
al bit a3 associamo una
resistenza 2R (R è il valore presente nel convertitore corrente/tensione), al
bit a2 colleghiamo una
resistenza doppia della prima 4R, ad a1
la resistenza 8R ed infine ad a0
la resistenza 16R.
Il convertitore corrente - tensione effettua la somma delle correnti.
Verifichiamo che la tensione in
uscita del convertitore è proporzionale al codice d’ingresso.
I = I0 + I1 + … + In-1
Vu = -RI =-R (I0
+ I1 + … + In-1)
dove 
Tralasciando il
segno, che rappresenta
l’inversione di fase possiamo
scrivere:


L’impiego di questi
tipo di convertitori D/A è limitato perché presentano alcuni inconvenienti:
Þ
Il valore
delle resistenze cresce secondo le potenze del due, fino a raggiungere valori
notevoli se il numero di bit del DAC è elevato (RLSB=2nR), non è possibile ovviare
a questo problema prendendo un valore di R troppo basso se si vuole garantire
un corretto funziona-mento dei deviatori elettronici.
Þ
Difficoltà
di avere resistenze con valori così diversi e stessa preci-sione.
Þ
La
corrente erogata da Vr dipende dalla combinazione dei bit in
ingresso.
Convertitori
D/A con rete di tipo R-2R.
Questo tipo di
convertitore D/A sfrutta, per la conversione, lo stesso principio di quello a
resistenze pesate ma presenta il vantaggio di utilizza-re resistenze di due
soli possibili valori R e 2R. Esistono due tipi di DAC di questo genere:
Þ
a rete
R-2R;
Þ
a rete R-2R invertita;
Convertitore R-2R.
Nelle figure 7 e 8
sono riportati gli schemi del convertitore D/A R-2R a n bit e 4 bit.

Figura 7

Figura 8
La rete di
resistenze è tale che da ogni nodo Ai
la resistenza vista verso destra e verso sinistra vale sempre 2R. In figura 9 è
riportato l’esempio del nodo A2
(i generatori sono cortocircuitati).

Figura 9
R8 è a
terra per il cortocircuito virtuale (V- = V+ = 0).
Verso sinistra: R12=
R1//R2 =R; R’ = R12 + R3 = 2R; si
ottiene allora Rsin=
R’//R4 + R5 = 2R.
Verso destra: R78=
R7//R8 =R; Rdes= R78 + R6
= 2R.
Di conseguenza la
resistenza che è vista da ciascun
deviatore è
2R + Rsin//Rdes
= 3R (fig.10).

Figura 10
Così in tutte le
resistenze collegate ai deviatori
circola lo stesso valore di
corrente

Questa corrente in
ogni nodo che incontra si divide in due parti uguali perché Rdes = Rsin.
Come nel caso di
DAC a resistenze pesate occorre fare in modo che ad ogni bit sia dato il
proprio peso in funzione della sua posizione, così il con-vertitore corrente –
tensione effettua la giusta combinazione lineare fornendo in uscita una tensione
proporzionale al codice. Al
bit più significativo an-1 viene
associata la corrente massima che vale:

perché subisce una
sola divisione nel nodo An-1.
Le correnti che corrispondono ai bit meno significativi subiscono un numero di
partizioni che aumenta spostandosi
verso sinistra nella figura 7. Infatti
la corrente
associata al bit meno generico subisce n –k divisioni (n nodi) e vale:

Di conseguenza la corrente corrispondente al LSB a0 vale:

La tensione Vu = -3RIu
nella quale la corrente Iu è
la somma delle correnti
provenienti dai deviatori con il bit 1, risulta,
trascurando il segno meno,




La tensione in
uscita dal DAC è veramente proporzionale al codice in ingresso.
Convertitore a rete R-2R invertita.
Lo schema del
convertitore D/A a rete R-2R invertita è riportato in figura 11.

Figura 11
Il deviatore
permette di collegare la resistenza a terra, nel caso di bit 0, o al morsetto
invertente dell’amplificatore operazionale, se il bit vale 1.
Essendo il
potenziale del morsetto invertente comunque pari a zero (V-=
V+=0 V), il valore della corrente che circola nella resistenza
collegata al deviatore rimane lo stesso indipendentemente dalla posizione del
devia-tore stesso. Quando il bit vale 1 questa corrente passa nel convertitore
dando il proprio contribuito alla tensione d’uscita.
La resistenza vista da ogni nodo Ai verso terra vale R; in figura 12 è mo-strato
l’esempio del nodo A2.

Figura 12
Per calcolare la resistenza vista da A2 si produce nel seguente
modo:


Di
conseguenza anche la
resistenza vista dal generatore (nodo A3)
vale R e la corrente erogata (I) rimane costante

indipendentemente dalla parola binaria da convertire.
Questa corrente si divide, in ogni nodo che incontra, in due parti uguali.
La conversione avviene come nel DAC a rete R-2R: il
valore della corrente che circola nella resistenza associata al deviatore deve
essere maggiore per il bit più significativo (MSB), per poi diminuire per i bit
meno signifi-cativi. Illustriamo il caso del DAC a 4 bit (fig. 9).
Le correnti valgono:

e quindi la
tensione di uscita sarà Vu = -R·Itot.
Sostituendo i valori delle
correnti e trascurando il segno meno si ha:


La tensione in uscita dal convertitore è proporzionale al
codice.
Il convertitore D/A a rete R-2R invertita rappresenta
la soluzione più diffusa tra i componenti commerciali. Infatti con questa
soluzione
Þ
le
resistenze hanno soltanto due valori possibili R e 2R;
Þ
la
corrente erogata da Vfs è costante;
Þ
la corrente circolante nelle resistenze è
indipendente dalla parola in
ingresso così si evitano i disturbi
dovuti alle commutazioni.
Il PLC
(Programmable Logic Controller)
Con lo sviluppo
delle nuove reti e dei nuovi standard nei linguaggi di programmazione, i PLC di
oggi hanno raggiunto una maturità ed una struttura tale che stanno insidiando
le basi dei vecchi sistemi DCS.
L’avvento dei
sistemi di supervisione su Personal Computer ha inoltre completato il sistema
di controllo di macchina e di fabbrica basato su PLC, che alla sua nascita
mancava di uno strumento per registrare l’andamento della produzione e delle
anomalie agli impianti.
Nonostante i fautori
dei sistemi DCS siano ancora convinti che non esistano alternative ad esso,
l’evoluzione dei PLC li smentisce nei fatti.
Con l’installazione
di PLC connessi in reti altamente veloci, oggi si possono costituire dei
sistemi di controllo distribuiti in modo molto economico ed altamente
efficiente, facendo diventare ormai completamente superato il concetto di DCS
I vantaggi del PLC
Utilizzare un PLC
per realizzare un impianto di automazione comporta una serie di vantaggi sia
per chi lo installa che per chi lo utilizza.
In particolare si
evidenzia che :
· il cablaggio di un quadro di automazione
diventa elementare in quanto basta portare ciascun segnale individualmente
sulla morsettiera del PLC;
· è semplice controllare eventuali anomalie o
scoprire guasti;
· è possibile programmare centinaia di relè
ausiliari, temporizzatori e contatori senza aumentare lo spazio occupato nel
quadro;
· è possibile, tramite il software di
programmazione, modificare il funzionamento dell’automatismo anche mentre questo
è in funzione o con pause di pochi istanti;
· è possibile adattare il funzionamento alle
esigenze di produzione (ad es. per un cambio formato), sostituendo il
programma;
· alta affidabilità del prodotto : i casi di
guasto sono rarissimi se non sconosciuti.
Tipologie di PLC:
Per impianti o
macchine complesse sono invece convenienti i modelli modulari che possono
superare i 1024 imput/output, hanno grande flessibilità, ed un’ampia gamma di
moduli.
Normalmente per
comporre un PLC modulare è necessario partire da un telaio vuoto, denominato
rack, dotato di opportune sedi, detti slot, nel quale inserire un alimentatore,
la CPU, e quindi
tutti i moduli necessari per soddisfare le necessità.
Controllori a logica programmata:
Al fine di
semplificare la costruzione di circuiti per il controllo di macchine ed
impianti, l’elettronica industriale ha ideato i “controllori a logica
programmabile” (comunemente chiamati PLC), dispositivi nei quali la vecchia
logica cablata viene invece programmata all’interno di un microprocessore.
La loro
caratteristica fondamentale sta nel fatto che pur essendo dispositivi
elettronici, e quindi funzionanti a bassissima tensione, si adattano a
funzionare negli ambienti industriali con notevoli disturbi ed elevate correnti
elettriche.
Al loro interno,
infatti, si trova un microprocessore di tipo semplice ma di elevata
affidabilità e dotato di particolari interfacce di ingresso/uscita che lo
possono connettere direttamente a segnali elettrici di impianti e macchinari.

Il funzionamento di
un PLC è abbastanza semplice :
· In primo luogo le interfacce di “ingresso”
acquisiscono lo stato dei segnali provenienti da pulsanti, sensori e contatti;
· In una seconda fase il microprocessore,
elaborando il programma sulla base degli ingressi e dei dati interni, produce
dei segnali che vengono inviati alle interfacce di uscita;
· Nella terza fase i segnali di uscita sono
trasmessi agli attuatori (motori, elettrovalvole, consensi, ecc.) che mettono
in moto la macchina.
Questa
elaborazione, o meglio ciclo, dura tipicamente 10 ms ed è continuamente
ripetuta (circa 100 volte al secondo) cosicchè da dare l’impressione che tutte
le operazioni vengono eseguite istantaneamente senza alcuna interruzione. Il
programma caricato nel PLC deve essere realizzato dall’utente a seconda del
funzionamento che deve ottenere nella propria macchina o nel proprio impianto.
Oggi tipicamente
per programmare un PLC si utilizzano software su Personal Computer con sistema
operativo che varia a seconda della marca del PLC, per il cui utilizzo non sono
necessarie particolari conoscenze di informatica.
La CPU
L'unità centrale di
un PLC è costituita da un microprocessore dedicato specificatamente allo scopo
e nel quale l'utilizzatore è libero di inserire qualsiasi tipo di programma.
Il programma
normalmente opera in modo da attivare le uscite a seconda dei segnali acquisiti
dagli ingressi, e si possono creare infinite tipologie di programmi.
All'atto
dell'acquisto sarà necessario scegliere il tipo di CPU (più o meno veloce,
potente, ecc..) e la quantità di memoria di cui dotarla : tutto ciò dipende
dalla complessità del programma che si dovrà realizzare e dai modelli
disponibili sul mercato.
La CPU normalmente
è dotata di una porta seriale con la quale :
- In fase di
installazione si collega il PC con il software di programmazione
- In fase di
funzionamento si può collegare un display o una tastiera per i setpoint che
deve inserire l'operatore.
Una seconda porta
seriale può essere utilizzata per costituire una rete di PLC (come si usa fare
con i personal computer) utile in impianti dove un PLC principale debba
controllare altri PLC di macchine o impianti secondari.
Negli impianti
particolarmente estesi o complessi i PLC sono collegati in rete assieme ad uno
o più Personal Computer, nei quali viene installato un apposito software di
supervisione.
L’affidabilità dei
PLC è oggi universalmente riconosciuta, soprattutto perché si hanno ben poche
notizie di guasti durante il funzionamento, anche se vengono usati
costantemente 24 ore al giorno e spesso anche 365 giorni all’anno.
Alimentazione del PLC
Al momento
dell’acquisto, sia per i compatti, che per i modulari, occorre scegliere il
tipo di alimentazione per la CPU, che normalmente può essere in corrente
continua 24Vcc, oppure in alternata 50/60 Hz 230V :
I modelli a 24 Vcc
occupano solitamente meno spazio e sono meno costosi, ma hanno bisogno di un
alimentatore stabilizzato; sono comunque necessari in tutti quei casi in cui il
PLC è tenuto in tampone con un gruppo di batterie.
I modelli a 230 Vac
(spesso con un range da 100 fino a 240V) sono solitamente poco più grandi, ma
permettono all'utente di prelevare anche una a 24Vcc di circa 200-300 mA da
utilizzare per gli ingressi.
Gli ingressi digitali
Per ingressi
digitali si intendono quei morsetti del PLC ai quali può essere collegato un
contatto on/off (digitale), quale un termostato, pressostato, finecorsa,
pulsante ecc.
Normalmente per gli
ingressi digitali si utilizza la tensione 24Vcc, quindi nel quadro con il PLC
si rende necessario l'installazione di un alimentatore a loro dedicato.
Per separare i
circuiti interni della CPU con la tensione proveniente dall’impianto, ogni
scheda di ingresso è dotata di appositi optoisolatori (detti anche
fotoaccoppiatori), che resistono a differenze di potenziale anche di 1500 V
(tensione di isolamento).

Dato che
all'interno del PLC, ogni ingresso è dotato di un diodo LED, si deve
considerare, per ciascuno di essi, un assorbimento di circa 10 mA.
All’esterno del
PLC, ogni ingresso ha una lampadina rossa che segnala il suo stato di on/off :
è questa che permette già un rapido riscontro sulla presenza di guasti tra le
apparecchiature collegate al PLC.
Normalmente il
positivo è sul campo, mentre il negativo è il comune degli ingressi, quindi “la
corrente entra nel PLC”.
E’ necessario
tenere presente che gli ingressi digitali non possono acquisire segnali che
variano troppo velocemente nel tempo : generalmente un ingresso perché venga
letto dal programma deve permanere almeno 0.5 secondi.
Le uscite digitali:
Possono essere
costituite da transistor (per circuiti in corrente continua), triac (per
circuiti in corrente alternata fino a 250V) ma normalmente si usano relè
elettromeccanici con portata variabile tra 1 e 2A .
Per correnti
superiori è necessario appoggiarsi a relè o contattori, ma per azionare grossi
contattori è necessario un relè intermedio.
Sul manuale del PLC
si deve verificare l'esatta portata del contatto del relè che si deve
confrontare con la corrente di spunto del contattore o della bobina (il carico
non è mai collegato direttamente all'uscita).
I segnali analogici:
Ingressi
analogici:
Per acquisire un
segnale analogico è necessario un apposito modulo di ingressi
analogici, che
possono essere in tensione ( 0¸10 V) o in corrente (0¸20 mA). Per segnali analogici provenienti da
termocoppie o da termoresistenze è necessario usare moduli speciali, ma non
tutti i costruttori li hanno a catalogo.
In questo caso si
deve provvedere ad acquistare la termocoppia o la termoresistenza completa di
un convertitore con in uscita un segnale
normalizzato 0-10V
o 4-20 mA.
Uscite
analogiche:
Per comandare
dispositivi che necessitano di regolazione analogica è invece
necessario
installare un modulo di uscite analogiche.
In certi casi è
utile verificare la praticità di acquistare un modulo misto, ossia
dotato di 2
ingressi e 2 uscite analogiche.
Schede di ingresso:
Tutte le
informazioni che arrivano dall’esterno posso essere definiti come segnali di
ingresso, tali segnali sono da intendersi sempre come segnali digitali, quindi
con i due stati sempre ben precisi:
- Stato logico 1 ( tensione presente )
- Stato logico 0 ( tensione non presente )
Le schede di
ingresso quindi fungono in un certo senso, da interfaccia tra la logica del PLC
ed il mondo esterno.
Uno dei compiti
svolti dalle schede di ingresso, è quello di adattabilità del livello e
delle caratteristiche del segnale. Infatti,
mentre la tensione di funzionamento interna al PLC è di 5V, i segnali
provenienti dall’esterno possono essere di diversi livelli di tensione come:
24V, ma anche 48V, 110V, 220V.
Uno dei motivi di
base della scelta di questi livelli di tensione per gli ingressi, è quello di
poter offrire le necessarie garanzie in ambienti industriali particolarmente
disturbati.
In genere le schede
di ingresso presentano, dal punto di vista quantitativo, un numero di ingressi
multiplo di due. I valori più usati sono 8, 16, 32 ingressi per scheda.
Ci sono altre
funzioni molto importanti delle schede di ingresso, che possiamo riassumerle
brevemente in questo specchietto:
·
Riconoscimento
sicuro e affidabile del livello 0 oppure 1 dei segnali,
·
Trasferimento
di questa informazione alla logica interna del PLC,
·
Protezione
della logica interna da eventuali sovratensioni tramite isolamento galvanico,
·
Soppressione
dei segnali di disturbo,
·
Adattamento
del segnale di ingresso ai livelli di tensione della logica interna della Cpu.
Schede di uscita:
Le schede di uscita
rappresentano sostanzialmente l’interfaccia tra il programma, elaborato dalla
Cpu del controllore e gli attuatori che agiscono sull’impianto da controllare.
L’adattamento dei
segnali di uscita sarà effettuato prelevando le eventuali tensioni interne di
comando a 5 V provenienti dal PLC e trasformandole in tensioni predefinite, per
il pilotaggio degli attuatori.
Metodi di programmazione con il programma Step 5:
Ora analizziamo il
metodo di programmazione del PLC con il programma step 5.Il linguaggi dello
Step 5 è utilizzato dei controllori a logica programmabile della serie Siemens
S5. Con lo Step 5 si può tradurre una serie di comandi in tre diversi modi di
rappresentazione:
·
Rappresentazione
tramite schema a contatti (KOP)
·
Rappresentazione
tramite schema a simboli logici (FUP)
·
Rappresentazione
tramite lista istruzioni (AWL)
Andiamo a vedere
nello specifico i tre linguaggi di programmazione:
Rappresentazione tramite schema a contatti (KOP)
La rappresentazione
KOP è una rappresentazione grafica dei compiti del PLC con i simboli usati
negli USA. Sono disponibili simboli per le interrogazioni dello stato del
segnale “1”
oppure “0”
che vengono ordinati in segmenti orizzontali sul video del dispositivo di
programmazione. Esiste per tanto un’affinità con lo schema elettrico di una
logica cablata.
Rappresentazione schema a simboli logici (FUP)
La rappresentazione
FUP è una rappresentazione grafica dei compiti del PLC con i simboli delle
porte logiche. Le singole funzioni vengono quindi rappresentate con un simbolo.
Nella parte sinistra del simbolo vengono ordinati gli ingressi, nella parte
destra invece le uscite.
Rappresentazione lista istruzioni (AWL)
La lista istruzioni
AWL rappresenta i compiti del PLC sotto forma di codici mnemonici. Tutte le
funzioni possono venir programmate ed anche trasferite al dispositivo di
programmazione. I singoli modi di rappresentazione possono essere commutati tra
di loro tramite il PG. Il dispositivo di programmazione è in grado di tradurre
qualsiasi schema a simbolo logici o a schema contatti nel corrispondente schema
in lista istruzioni. Ciò non significa che tutti i programmi in AWL possono
essere tradotti in FUP o KOP. Il programma elaborato viene registrato nella
memoria del PLC come codice macchina MC5.
L’imprenditore e l’impresa
L’imprenditore
Il C.C.
non ci da la definizione di impresa ma quella di imprenditore:
l'imprenditore
è colui che esercita professionalmente un'attività economica organizzata allo
scopo della produzione o dello scambio di beni o servizi.
Gli
elementi, dal punto di vista giuridico, occorrenti per essere un imprenditore
sono:
- la
professionalità;
-
l'economicità;
-
l'organizzazione;
- lo
scopo della produzione o dello scambio di beni o servizi.
Per
essere professionale l'attività imprenditoriale deve essere svolta in modo
abituale e deve avere una certa sistematicità o regolarità nel tempo.
Quindi
sono attività imprenditoriali anche i lavori stagionali come quelli degli
impianti sciistici; invece un singolo atto produttivo o più atti ma isolati non
danno luogo all'esercizio di un impresa.
Per
essere definito imprenditore, il soggetto, può svolgere più attività o ricavare
prevalentemente il suo reddito da un'altra.
L'attività
esercitata dall'imprenditore deve essere economica, cioè deve essere idonea a
coprire i costi con i ricavi e quindi non essere destinata già dall'inizio ad
operare in perdita anche se in concreto subirà delle perdite.
Giuridicamente
quindi non sono attività economiche i soggetti o gli enti che offrono beni o
servizi gratuiti o ad un prezzo inferiore alloro costo di produzione.
Per far
si che l'attività sia organizzata, l'imprenditore deve avere a sua disposizione
degli elementi personali (dipendenti) e reali (capitali) da organizzare, come
enuncia la definizione economica di imprenditore; ma secondo la dottrina
prevalente l'organizzazione degli elementi personali può mancare invece sono
indispensabili quelli reali.
Infine
l'attività dell'imprenditore deve avere come scopo la produzione o lo scambio
di beni o servizi per soddisfare i bisogni dei consumatori e degli utenti dando
luogo sempre ad uno scambio; quindi non è un'impresa la produzione di beni o
servizi destinati all'autoconsumo (ad esempio chi costruisce una casa per
andare ad abitarci).
Le
imprese sono dirette:
- alla
produzione e scambio di beni (ad esempio le imprese industriali);
- alla produzione
e scambio di servizi (ad es. imprese bancarie);
- allo
scambio di beni (ad esempio imprese mercantili).
L’impresa
Come detto prima il
C.C. non da una definizione di impresa, per questo noi la definiremo come un
attività svolta dall’imprenditore.
L'impresa
ha inizio con il compimento del primo atto di gestione, cioè con il primo atto
relativo alla produzione o lo scambio di beni o servizi (ad es. l'apertura di
un locale).Invece l'impresa cessa, dal punto di vista giuridico, con la
liquidazione di tutti i rapporti giuridici relativi all'esercizio dell'imprese,
(ad esempio il pagamento dei debiti) anche se la produzione o lo scambio è
terminata precedentemente.
L’impresa inoltre si
distingue per:
1.
Dal punto di vista dell’ATTIVITA’:
IMPRESA AGRICOLA
IMPRESA COMMERCIALE
Perché bisogna operare questa
distinzione?
Perché all’imprenditore agricolo non
si applica lo statuto dell’imprenditore commerciale, cioè non si applicano una
serie di disposizioni che invece trovano applicazione nei confronti dell’imprenditore
commerciale come le procedure concorsuali(fallimento, concordato preventivo e
amministrazione controllata).
IMPRENDITORE AGRICOLO: ART. 2135 – E’ imprenditore agricolo
colui che esercita un’attività diretta alla coltivazione del fondo, alla
silvicoltura, all’allevamento del bestiame e attività connesse. Si reputano
connesse le attività dirette alla trasformazione o all’alienazione dei prodotti
agricoli, quando rientrano nell’esercizio normale dell’agricoltura.
In sostanza, questa nozione di
impresa agricola si fondava sull’individuazione di attività agricole principali
(o attività essenzialmente agricole) e attività agricole per connessione. ATTIVITA’ AGRICOLE PRINCIPALI = Silvicoltura
(coltivazione del bosco).
Allevamento del bestiame.
Coltivazione del fondo.
Qualsiasi forma di coltivazione o qualsiasi forma di
allevamento, anche intensivo, da luogo ad impresa agricola o dobbiamo qualificare
questa attività come commerciale?
L’interpretazione che viene data dall’articolo 2135, nel
punto in cui individua le attività essenzialmente agricole, è che queste
attività devono essere attività che sfruttano le radici genetiche della terra:
se non c’è il fattore produttivo terra, allora non c’è impresa agricola. Le
coltivazioni artificiali non sfruttano il fattore produttivo terra.
L’allevamento del pollo in batteria non sfrutta il fattore produttivo terra.
Quindi, questi non sono imprenditori agricoli, pur svolgendo un’attività di
coltivazione, pur svolgendo un’attività di allevamento.
Quando possiamo dire che un allevamento sfrutta il fattore
produttivo terra?
Quando utilizza per l’alimentazione prodotti che
provengono dalla terra, o quando è svolto in forma fortemente intensiva.
Applicando un criterio di questo genere, dato che da noi degli allevamenti
intensivi ce ne sono pochissimi, tutte le volte che si doveva andare a
stabilire se un imprenditore era da considerare agricolo o meno, bisognava
andare a verificare se comunque c’era un collegamento con lo sfruttamento della
terra tale da poter ritenere che l’allevamento si svolgesse quanto meno in
collegamento con l’attività di coltivatore del fondo.
A volte poi bastava che l’allevatore possedesse un terreno
la cui entità fosse tale da essere paragonabile con il numero di capi che si
trovava ad allevare.
Problemi agricoli non meno seri erano posti dalle attività
agricole per connessione.
Cosa sono le attività agricole per connessione?
Il secondo comma dell’articolo 2135 ne individuava due
fondamentalmente: attività di trasformazione e vendita del prodotto agricolo.
ESEMPIO: trasformazione dell’uva in vino.
L’attività agricola per connessione
presuppone che si tratti di attività svolta dallo stesso soggetto che svolge
l’attività principale e utilizzando quantomeno prevalentemente il prodotto
dell’attività principale.
Quando queste attività si possono
considerare connesse allora, diceva l’articolo l’ART. 2135, si considerano
attività agricole e non attività commerciali quando rientrano nell’esercizio
normale dell’agricoltura.
In sostanza, quello che il
legislatore voleva dire è che l’attività connessa con l’attività agricola
rimane attività agricola quando risponde, nelle modalità con cui viene effettuata,
ad un criterio di normalità, rispetto ad un momento storico e al luogo con cui
l’attività viene svolta.
Il fatto che si vendano direttamente
prodotti agricoli è considerato normale se la modalità non è quella di aprire
catene di negozi alimentari.
Quindi, il criterio di normalità è un
modo per dire che l’attività connessa è attività agricola, ma solo se rientra
in modalità che siano modalità, rispetto a quanto avviene in quel momento
storico e in quella zona, possano ritenersi normali.
Quindi, nella precedente versione
dell’articolo 2135, se la connessione rispondeva ai criteri di connessione ed
al criterio di normalità, allora il suo compimento non trasformava
l’imprenditore agricolo in un imprenditore commerciale.
IMPRESA
COMMERCIALE:
Nel codice civile non c’è nessun articolo che definisca
l’impresa commerciale. C’è, però, un articolo che individua le imprese che sono
soggette all’obbligo di iscrizione nel registro delle imprese: allora, dato che
nella logica del nostro codice nel registro delle imprese si iscrivono le
imprese commerciali, questo articolo dovrebbe essere quello che identifica
l’impresa commerciale.
ART. 2195 c.c. – Sono soggette all’obbligo di
iscrizione nel registro delle imprese, gli imprenditori che esercitano:
·
Un’attività industriale diretta alla produzione di beni o
di servizi(imprese industriali). Secondo la l’interpretazione preferibile, il
prefetto non ha voluto indicare niente di preciso, ma solo escludere le
attività agricole
·
Un’attività intermediaria nella circolazione dei beni
·
Attività di trasporto per terra, per acqua o per
aria(imprese di trasporto)
·
Attività bancaria(imprese bancarie) o assicurativa(imprese
assicurative)
·
Altre attività ausiliarie delle precedenti
2. Dal profilo dimensionale: piccolo
imprenditore e imprenditore non piccolo
La valenza applicativa di questa distinzione si ricollega,
anche in questo caso, al fatto che al piccolo imprenditore, anche se è un
imprenditore commerciale, non si applicano talune disposizioni previste in
generale per l’imprenditore commerciale: in particolare, il piccolo
imprenditore non è soggetto a procedure concorsuali, a fallimento, all’obbligo
della tenuta delle scritture contabili previste dal codice civile, né
all’iscrizione nel registro delle imprese.
Perché nel nostro codice il piccolo imprenditore viene
esentato dalle procedure concorsuali?
Perché si ritiene che al di sotto di certe soglie
dimensionali l’apertura di una procedura concorsuale non abbia effetti
positivi, cioè finisca per essere troppo costosa rispetto alla tutela che può
offrire ai creditori.
Ecco allora che il nostro legislatore ha preferito
esentare il piccolo imprenditore dalle procedure concorsuali e dagli altri
oneri e ha tentato di darne una definizione:
ART. 2083 – Sono piccoli imprenditori i coltivatori
diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti, e coloro che
esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro
proprio e con i componenti della famiglia.
Molto importante è CRITERIO DI PREVALENZA DEL LAVORO DEL
TITOLARE E DEI SUOI FAMILIARI.
Prevalenza rispetto a che cosa?
Con il termine “prevalenza” si introduce una valutazione
di tipo comparativo e bisogna trovare l’altro termine di comparazione. L’altro
termine di comparazione non può che essere, in primo luogo, il lavoro altrui,
cioè il lavoro prestato da dipendenti che non siano familiari o il titolare.
Quindi, primo concetto che enucleiamo è che “il lavoro del titolare
dell’impresa e dei suoi familiari deve comunque prevalere sull’attività
lavorativa prestata eventualmente da terzi”.
Però, il criterio di prevalenza induce a considerare anche
un secondo aspetto, che è quello del capitale investito nell’impresa. Quando si
dice che il lavoro del titolare e dei suoi familiari deve essere prevalente, si
intende anche dire che nel risultato dell’attività, cioè il prodotto che si
realizza, l’impronta deve venire fondamentalmente da un’attività lavorativa
prestata dal titolare e dai suoi familiari.
ESEMPIO: chi ha un negozio di oreficeria, in cui
l’attività è svolta prevalentemente dal titolare o dai suoi familiari, ha
comunque un negozio in cui l’aspetto strumentale rappresentato
dall’investimento che deve essere effettuato in relazione al tipo di bene che
viene commercializzato è tale da prevalere sull’attività lavorativa.
Ecco allora che la nozione di prevalenza, di cui
all’articolo 2083, va intesa non solo nel senso di prevalenza del lavoro del
titolare e dei familiari sul lavoro altrui, ma anche come prevalenza sul
capitale investito: non c’è piccola impresa laddove il capitale investito è
prevalente rispetto all’apporto di lavoro.
Bisogna ora prendere in considerazione un altro aspetto,
che è il problema dell’ARTIGIANO.
Chi è l’artigiano?
(nel nostro codice non si parla di artigiano o di
artigianato al di fuori della previsione contenuta nell’articolo 2083).
L’artigiano è un soggetto che svolge un’attività di
produzione di beni o di servizi, di dimensioni contenute. Nel linguaggio comune
l’artigiano viene contrapposto, in qualche modo, all’industriale.
Come è definito attualmente l’artigiano nel nostro
ordinamento giuridico?
C’è una legge speciale che si occupa dell’artigiano: LEGGE
8 AGOSTO 1985 N. 443 – legge quadro per l’artigianato.
Questa legge ha sostituito integralmente una precedente
legge sull’impresa artigiana, del 1956, introducendo una nozione di
imprenditore artigiano che si basa su questi elementi di identificazione:
·
l’artigiano deve essere un soggetto che produce beni o
servizi (non è artigiano chi svolge un’attività di commercio);
·
l’artigiano deve essere un soggetto che deve dedicare
all’attività di direzione e di gestione dell’impresa il proprio lavoro,
prevalente: l’artigiano, per essere tale, deve dedicare prevalentemente il
proprio lavoro all’attività artigiana (ma questo lavoro non deve essere
prevalente rispetto agli altri fattori di produzione);
·
l’utilizzo di beni strumentali non è ostativo
all’acquisizione della qualifica di artigiano;
·
la dimensione massima dell’impresa artigiana è individuata
prendendo a riferimento i dipendenti: ART. 4 – stabilisce una regola secondo
cui per le imprese che non lavorano in serie, il massimo dei dipendenti non può
superare i 18, a cui si possono aggiungere anche apprendisti, fino ad arrivare
a 22; se invece si tratta di un’impresa che lavora in serie, allora i
dipendenti non possono essere più di 9; se si tratta di attività di trasporto,
non possono essere più di 8; se si tratta di imprese di costruzione, non
possono essere più di 10; ecc…
Allora ci si chiede: l’artigiano di
cui parla la legge quadro per l’artigianato, è l’artigiano di cui all’articolo
2083 del codice civile?
La legge quadro per l’artigianato,
del 1985, detta una nozione di artigiano che è funzionale a tante cose, in
particolare all’identificazione dei soggetti che possono essere iscritti ad un
albo particolare che si chiama “albo delle imprese artigiane” e come tali godono di una serie di
benefici sul piano fiscale, sul piano previdenziale e sul piano finanziario.
Allora il dubbio che viene è se la
nozione di artigiano data da questa legge è anche la nozione di artigiano che
noi dobbiamo assumere ai fini dell’applicazione della disciplina del piccolo
imprenditore.
L’articolo 2083 dice che è piccolo
imprenditore colui che esercita un’attività prevalentemente con il lavoro
proprio o dei suoi familiari, ove la prevalenza del lavoro proprio e dei
familiari deve essere sia sul lavoro altrui che sul capitale investito.
La nozione di artigiano che è
contenuta nella legge quadro per l’artigianato del 1985, estende i limiti
dimensionali della figura dell’artigiano in modo tale da renderli difficilmente
compatibili con la previsione del codice civile.
Quindi, per l’artigiano si è posto il
problema se si debba, ai fini della sua qualifica come piccolo imprenditore,
prendere per buono la nozione contenuta nella legge speciale, oppure applicare
sempre e comunque il criterio dell’articolo 2083.
CONSEGUENZA: nel primo caso, qualsiasi impresa che, rispettando i
requisiti della legge quadro, sia iscritta all’albo delle imprese artigiane, va
considerata piccolo imprenditore ed esentata dal fallimento e dalle procedure
concorsuali; se, invece, si adotta il secondo criterio, il giudice caso per
caso dovrà stabilire se quell’imprenditore, che pure viene considerato
artigiano ai fini della legge speciale, sia da considerare piccolo imprenditore
ai fini del codice civile.
Nonostante l’articolo 2083
identifichi tra i piccoli imprenditori, gli artigiani, per stabilire se un
artigiano, che sia tale secondo la legge speciale, sia anche piccolo
imprenditore, bisogna fare applicazione del criterio di prevalenza: se non c’è
la prevalenza del lavoro del titolare e dei suoi familiari, rispetto agli altri
fattori produttivi, allora l’imprenditore, che pure è qualificato artigiano,
non va considerato piccolo imprenditore e va assoggettato a procedure
concorsuali.
Questo sta a
significare che vi sono, tra gli artigiani considerati tali ai sensi della
legge del 1985, alcuni che sono piccoli imprenditori, quindi non falliscono in
caso di insolvenza, altri che invece non sono piccoli imprenditori e in caso di
insolvenza sono assoggettati a procedure concorsuali
L’impresa famigliare
Il C.C. definisce
l’impresa famigliare come:
L’impresa famigliare
è un’impresa individuale nella quale collaborano, accanto al titolare, il
coniuge o i suoi parenti entro il terzo grado o i sui affini entro il secondo
grado.
Grado di
parentela e affinità
PARENTELA ENTRO IL 3° GRADO
PARENTI
|
GRADI
|
In linea
retta
|
In linea
collaterale
|
|
1°
|
I genitori ed il
figlio
|
---
|
|
2°
|
Il nonno o la
nonna ed il nipote
|
I fratelli e le
sorelle
|
|
3°
|
Il bisavolo o la
bisavola (bisnonni) e il pronipote
|
Lo zio o la zia ed il
nipote da fratello o sorella
|
AFFINITA' ENTRO IL 2° GRADO
|
GRADI
|
Affini
|
|
1°
|
I suoceri, con i generi e le nuore. Il patrigno e la
matrigna, con i figliastri.
|
|
2°
|
I cognati (va notato che il coniuge del cognato non è
affine. Cioè non sono miei affini i cognati e le cognate di mia moglie; nè
sono affini tra loro i mariti di due sorelle).
|
Prima della riforma
del diritto di famiglia l’attività di lavoro del famigliare non riceveva alcuna
tutela giuridica e dava all’uomo, soprattutto nei confronti dei membri più
deboli della famiglia forme ingiustificate di sfruttamento.
Il titolare
dell’impresa faceva proprio il lavoro dei famigliari senza corrispondere loro
null’altro che il mantenimento sul presupposto che la prestazione lavorativa
fosse de essi dovuta in conseguenza della loro soggezione alla potestà
materiale ed alle patria potestà.
La riforma del
diritto famigliare ha scelto una forma di partecipazione societaria con diritto
agli utili dei famigliari; il diritto di partecipazione comprende:
1) Il diritto di
mantenimento, secondo la condizione patrimoniale della famiglia.
2) Il diritto di
partecipazione agli utili dell’impresa, in proporzione alla quantità e qualità
del lavoro svolto.
3) Il diritto di una
quota sempre proporzionale sui beni acquistati con gli utili non distribuiti.
L’impresa famigliare
non si trasforma per questi motivi in società, ma conserva il carattere di
impresa individuale. Nel caso di insolvenza solo il titolare dell’impresa
risponde con tutto il proprio patrimonio nei confronti dei titolari, potendo
anche fallire. I famigliari invece perdono solo la propria quota di
partecipazione.
3. Dalla natura
del soggetto titolare dell’impresa
Quando parliamo di imprenditore, cioè del soggetto
titolare dell’impresa, possiamo distinguere situazioni diverse.
L’impresa può essere:

L’impresa pubblica è quando viene esercitata da un ente pubblico
per la realizzazione di un interesse collettivo.
L’impresa privata è
quando l’imprenditore titolare è una persona fisica, in questo caso abbiamo
l’impresa individuale, o una pluralità di persone fisiche, in questo caso
abbiamo un impresa collettiva.C’è da fare un ulteriore specifica per quanto
riguarda l’impresa collettiva, questa può essere esercitata da una società se
persegue un fine di lucro soggettivo o da un’associazione purché persegua uno
scopo ideale rispettando il criterio di economicità.