Cenni di
stratigrafia
La stratigrafia è una parte della geologia che studia i materiali di cui è formata
la crosta terrestre, al fine di stabilire con precisione la successione
cronologica delle formazioni rocciose e, quindi,
il ciclo evolutivo della Terra. Una
successione di strati rocciosi viene detta «serie stratigrafica». Le ricerche
della stratigrafia si applicano in genere alle rocce sedimentarie, in
particolare a quelle stratificate sia perché queste, non essendo state
rielaborate, mantengono pressoché intatta la documentazione del passato
geologico, sia perché il loro contenuto in fossili facilita la classificazione
rispetto al tempo e la ricostruzione degli habitat paleogeografici.
Ogni unità litostratigrafica originatisi in un
a 222d39c mbiente omogeneo, come un settore di mare con le stesse caratteristiche del
fondo, o un tratto di deserto, e nello stesso lasso di tempo, costituisce una formazione geologica. Le differenze tra una formazione
e l'altra, ovviamente, non sempre sono cospicue e riguardano principalmente il
colore, i caratteri sedimentologici e il contenuto in fossili. Quando esse sono
nette, indicano un brusco mutamento nella storia geologica della Terra; quando
sono poco apprezzabili, invece, indicano trasformazioni ambientali piuttosto graduali
e verificatesi in tempi lunghi.
Gli strati di una
serie rocciosa sono separati tra loro da piani di stratificazione, o giunti, che spesso sono evidenziati
dalla presenza di veli argillosi o marnosi.
Gli elementi di uno
strato sono: 1) il tetto ed il letto, ossia la superficie superiore e quella
inferiore; 2) la potenza, o spessore, in base alla quale lo strato prende il
nome di lamina se è inferiore ad 1
centimetro e di banco se è superiore
ad 1 centimetro; 3) la direzione, cioè la posizione dello strato in
rapporto ai punti cardinali; 4) l’immersione, indicata dal punto dell’orizzonte verso il quale
lo strato pende; 5) l’inclinazione,
o pendenza, che è espressa dall’angolo
formato da una faccia dello strato con il piano dell’orizzonte.
A seconda della giacitura, gli strati possono
essere orizzontali, se presentano un’inclinazione
praticamente nulla, verticali, se hanno un'inclinazione di 90°; a franapoggio, se si immergono nello stesso senso del pendio e sono soggetti a
smottamento; a reggipoggio, se si immergono con inclinazione
opposta a quella di un versante montuoso e risultano più stabili.
Cicli
sedimentari: trasgressioni e regressioni marine
Poiché la formazione
delle rocce sedimentarie è avvenuta in massima parte in ambiente marino, i più significativi
cambiamenti nelle serie stratigrafiche avvengono per le variazioni del livello
del mare che più volte nella storia geologica, a causa dei mutamenti climatici,
di forze endogene o orogenetiche, si è innalzato o abbassato con oscillazioni
che in alcuni periodi hanno superato i 500 metri. In conseguenza di tali
oscillazioni, dette movimenti eustatici, ampi tratti di terra sono stati invasi dal
mare e larghi tratti di fondali marini sono diventati terre emerse.
Il ritiro del mare
da un’area sommersa prende il nome di regressione, mentre la sua avanzata sulle terre emerse è
detta trasgressione o ingressione.
Se un'area ha subito una regressione, seguita a
distanza di tempo da una trasgressione, significa che quell'area, già
sommersa, è rimasta emersa per un certo periodo ed è stata poi ricoperta di
nuovo dal mare, ha subito cioè un ciclo sedimentario.
Nella serie di rocce corrispondenti si osserverà quindi un limite, di solito
in forma di linea irregolare, che dividerà un pacco superiore di rocce, più
recenti, da un pacco inferiore di rocce, più antiche: tra i due pacchi si
noterà la mancanza di rocce sedimentarie marine corrispondenti al periodo di
emersione e di erosione. Tale mancanza si chiama lacuna
stratigrafica.
In un blocco
roccioso gli strati possono essere concordanti,
se si sovrappongono gli uni gli altri con successioni parallele, oppure discordanti, se la superficie di uno
strato o di un gruppo di strati risulta inclinata rispetto a quella del pacco
roccioso sovrastante.
La reazione
delle rocce alle forze deformanti
Su gran parte della superfice terrestre gli
affioramenti rocciosi non conservano la posizione originaria, ma sono stati
sottoposti a lenti e forti movimenti di origine endogena, detti movimenti tettonici, che li hanno compressi,
fratturati e dislocati.
Le modalità con cui le formazioni geolitologiche si
deformano dipendono da vari fattori: in primo luogo dal grado di rigidità delle
rocce, dalla pressione, dalla temperatura e dalla durata delle forze
deformanti.
Dal punto di vista
della reazione alle forze deformanti, le rocce
possono essere distinte in due categorie: fragili
e duttili.
In linea di massima,
si può dire che le rocce ignee,
come pure quelle calcaree e dolomitiche non stratificate, si comportano come
masse rigide che, sottoposte a sollecitazioni tettoniche, non si lasciano
modellare e si fratturano. Al contrario le rocce
sedimentarie si comportano come masse plastiche che reagiscono alle
diverse spinte lasciandosi variamente ripiegare, senza perdere il parallelismo
degli strati, soprattutto se tra uno strato e l'altro si interpongono veli di
terreni e minerali teneri che fungono da lubrificanti (argille, sali, grafite,
ecc.).
Altro importante
fattore fisico che influenza la deformabilità delle rocce è la presenza
e l'abbondanza
di un fluido,
specialmente dell'acqua, che può indebolire moltissimo alcuni minerali di cui
le rocce si compongono. Pertanto, a parità di composizione chimica, le rocce
che contengono acqua si deformano più facilmente di quelle secche.
L’entità e il tipo
di deformazione dipendono anche dallo stress differenziale cui sono sottoposte le rocce, cioè dalla differenza tra la
pressione verticale della massa sovrastante e la pressione laterale della
materia circostante, detta pressione di
confine. Se la pressione verticale è debole, generalmente le rocce si
comportano in modo elastico, cioè si deformano senza spezzarsi e, nel caso in
cui cessa la sollecitazione, esse ritornano allo stato precedente. La
deformazione quindi è reversibile. Se invece la pressione è forte, il limite di
elasticità viene facilmente superato e le rocce sono soggette a deformazioni
irreversibili.
Il comportamento di una roccia cambia anche in
funzione della temperatura,
dato che lo stato di aggregazione della materia diminuisce con l'aumento della
temperatura. Ne deriva che rocce solide e rigide in superficie possono
diventare deboli e plastiche in profondità.
I tipi di
fratture principali: diaclasi, faglie e fosse tettoniche
Le fratture che si generano sulla litosfera, dette
generalmente litoclasi,
dal greco lithos = “pietra” e klasis = “spaccatura”, sono molto diverse per
larghezza, profondità, lunghezza e complessità. In linea di massima possono
dividersi in tre categorie principali: diaclasi,
faglie e fosse tettoniche.
Le diaclasi,
o giunti, sono spaccature di origine meccanica
che avvengono senza che si manifesti lo spostamento delle pareti fratturate.
Le faglie, o paraclasi,
invece, sono fratture che comportano lo spostamento delle masse rocciose
situate sui due lati.
Il piano di separazione fra
i due blocchi, lungo il quale avviene il movimento si dice piano di faglia, il bordo del blocco roccioso che giace
sopra il piano di faglia si chiama tetto e quello situato al di sotto, invece, è
detto muro,
o letto. L’entità dello spostamento
verificatosi tra i due bordi della faglia, infine, si chiama rigetto e
può variare da pochi metri a qualche chilometro. La dislocazione delle due
masse rocciose, compresse l'una contro l'altra, non si verifica in maniera
lenta e costante, ma a scatti improvvisi, provocando in genere scosse sismiche.
In base al tipo di movimento intervenuto e
all'entità del rigetto si distinguono diversi tipi di faglia:
1) faglia diretta o normale,
quando uno dei due blocchi scivola verso il basso per effetto di una forza di
distensione, che comporta un «allungamento»
della crosta terrestre;
2) faglia inversa, quando uno dei due blocchi si
innalza sull'altro per effetto di una forza di compressione, che li spinge
l’uno contro l’altro. In questo caso la forza compressiva provoca un «accorciamento» della crosta interessata.
Se la faglia inversa è molto inclinata e la forza di compressione è notevole,
si può verificare un sovrascorrimento o accavallamento di un blocco
roccioso sull’altro.
3) faglia trascorrente, quando lo scorrimento delle
due masse rocciose avviene in senso orizzontale rispetto al piano di rottura;
ne è un esempio la faglia di San Andreas, in California.
4) e faglia obliqua, se le masse rocciose sono
caratterizzate da spostamenti sia orizzontali che verticali.
Spesso le pareti al lati della faglia mostrano delle
striature, che sono parallele alla direzione di immersione della faglia e sono
causate dall’abrasione di una parete contro l’altra. Inoltre, le rocce ai lati
della faglia risultano spesso intensamente frantumate come conseguenza della
frizione subita durante il movimento: si parla in tal caso di brecce
di
frizione, che, disposte in lunghe fasce, sono
spesso la traccia più evidente della presenza di una faglia, la cui
superficie, in affioramento, può essere invece difficilmente riconoscibile a
causa dell'erosione.
Normalmente le faglie non si trovano isolate. Molto
spesso, invece, compaiono in serie parallele ed ognuna di esse presenta un
rigetto più grande della precedente, ma nella stessa direzione, così da formare
un pendio a gradini. Un’associazione di faglie può dar luogo ad una fossa tettonica.
I principali
tipi di ripiegamento
Le regioni
costituite da rocce plastiche quando sono sottoposte a compressioni o ad altre
sollecitazioni, si lasciano piegare in relazione alla loro elasticità, formando
ondulazioni più o meno accentuate, dette pieghe, che possono avere ampiezza variabile da pochi decimetri
a qualche chilometro.
In una piega la
parte convessa, cioè la parte dove gli strati rocciosi sono inarcati verso
l’alto, si chiama anticlinale e la parte
concava, nella quale gli strati rocciosi sono depressi, sinclinale. I lati di una piega vengono chiamati fianchi, la linea di saldatura dei due versanti, o
fianchi, prende il nome di cerniera, il piano
ideale che passa per le cerniere è detto piano assiale:
la pendenza dei fianchi indica l’intensità del processo di ripiegamento.
Una piega si
definisce simmetrica
o diritta se i suoi fianchi hanno la medesima
pendenza, asimmetrica
o inclinata
se un fianco presenta una pendenza più accentuata dell'altro.
Nel primo caso la
forza di compressione esercitata sulla massa rocciosa è stata d’intensità
uguale sui due lati; nel secondo caso, invece, su un lato essa è stata maggiore
che sull’altro.
Una piega inclinata,
se la spinta che l’ha determinata perdura, può assumere una posizione
fortemente obliqua e si dice piega rovesciata; talvolta essa assume una posizione
addirittura orizzontale ribaltandosi sulla piega successiva ed allora è
chiamata piega
coricata. Nelle pieghe lo strato più recente giace sempre sopra
quelli più antichi, inoltre nelle pieghe coricate, gli strati antichi riposano
sopra quelli nuovi.
Spesso una piega coricata, soprattutto se formata da
strati rigidi alternati a strati più plastici, sotto la spinta di forze
tangenziali sempre più intense, si stira e si assottiglia progressivamente fino
a rompersi. Si genera, in tal modo, una nuova struttura detta piegafaglia, che di solito, va anche soggetta ad uno
scivolamento sul pacco di rocce sottostanti: si ha, in altri termini, un sovrascorrimento che può raggiungere
alcune decine o anche centinaia di chilometri.
Un caso particolarmente complesso è rappresentato da
un ripiegamento isoclinale, cioè da
una serie di pieghe inclinate e tra loro parallele i cui fianchi hanno tutti
pendenza ed immersione approssimativamente uguali. Anche in questo caso il
ripiegamento può essere talmente intenso da far spezzare le singole pieghe.
Fasce di
scorrimento e falde di ricoprimento
Se il fenomeno del sovrascorrimento è così esteso da
assumere dimensioni regionali, allora si parla di falde o coltri di
ricoprimento.
I terreni sovrascorsi, che, per l'entità del
movimento, perdono ogni collegamento con la zona in cui è iniziato il
movimento, vengono chiamati alloctoni,
dal greco allos
= “diverso”
e khton
= “terra”;
mentre quelli su cui è avvenuto il sovrascorrimento, che non si sono spostati
dal luogo di origine, si definiscono autoctoni,
dal greco autos
= “stesso”.
In una falda di ricoprimento si distingue: una fronte,
corrispondente alla parte anteriore, un dorso, corrispondente alla parte superiore, e la radice,
corrispondente alla parte posteriore che collega la falda di ricoprimento con
la zona di origine.
Uno squarcio operato
dall'erosione nella falda di ricoprimento in maniera tale da fare affiorare il
substrato di rocce sottostanti, come accade in molte valli profondamente incise
dalle acque fluviali, viene detto finestra tettonica; se poi l’erosione ha demolito
quasi tutta la falda sovrascorsa, lasciandone solo lembi residui, questi
vengono chiamati scogli
tettonici.
I fenomeni di sovrascorrimento sono episodi
tutt’altro che rari. Un caso di amplissime coltri sovrascorse una sull’altra si
osserva in molti punti delle Montagne Rocciose, degli Appalachi occidentali e
della catena alpino-himalayana. In Italia l’intero settore delle Alpi, dalla
Liguria al confine con l’Austria, può considerarsi come un gigantesco edificio
formato da falde di ricoprimento sovrappostesi l’una all’altra sotto la spinta
della placca africana contro quella europea.
Non sempre, però, le falde di ricoprimento avanzano
per effetto di una compressione laterale. Talvolta se sovrascorrono su di un
piano inclinato, possono scivolare per effetto della gravità; si parla allora
di tettonica
gravitativa. Tale tipo di movimento avviene più facilmente quando,
fra il piano inclinato e la massa che scivola su di esso, vi è un
“lubrificante”, come uno strato di argilla imbevuto d’acqua.
Le strutture
diapiriche
I diapiri,
dal greco diapyros = “infiammato”, possono paragonarsi a grosse «bolle» di roccia che, a causa della loro densità più bassa rispetto
alle rocce circostanti, tendono a risalire verso l'alto nella litosfera, come
avviene ad un pezzo di sughero che, immerso nell'acqua, viene sospinto verso la
superficie. Le rocce che presentano un simile comportamento sono soprattutto
quelle saline e gessose; ma in condizioni di alte temperature anche i graniti
rientrano nella categoria di rocce a bassa densità.
Nella loro risalita
verso l'alto sotto la compressione delle rocce incassanti, i diapiri possono
spostarsi anche di 1-2 km rispetto alla posizione iniziale. In tal modo
inarcano gli strati rocciosi sovrastanti, dando luogo a piccole montagne
cupoliformi; talvolta riescono a perforarne anche la cima, dalla quale il sale
o il gesso cola lentamente lungo i fianchi. I diapiri salini rivestono grande
importanza economica perché molto spesso fungono da trappola per l'accumulo di
petrolio e gas.
Le strutture
diapiriche, di solito, si ritrovano in sequenze allineate e raramente appaiono
isolate. Montagne di sale esistono in Iran, in Algeria ed in Marocco. In
Italia sono caratterizzate da strutture diapiriche alcune zone del Monferrato
orientale e del Piemonte, dove ammassi di argilla spremuti verso l'alto da
rocce rigide e pesanti assumono l'aspetto di montagne tondeggianti.