L'UOMO E L'UNIVERSO
Quando l'uomo si soffermò a
contemplare il cielo, il suo mondo interiore di paure, di inquietudini, di
angosce per una vita aspra e precaria, si arricchì di una dimensione nuova,
quella della riflessione e della consapevolezza di esistere al centro di
qualcosa di arcano e misterioso, che chiamò universo.
Storia dell'astronomia: Fin dai tempi più antichi,
l'uomo concepì l'universo come un'armonia di sfere concentriche, tendenti ad un
maggior grado di perfezione. Le origini dell'astronomia presso i popoli
primitivi si confondono con quelle della civiltà e della religione. La
molteplicità e l'apparente indipendenza dei movimenti osservati nel cielo,
porta al diffondersi di mitologie ricche di dei e di semidei: politeisti sono i
Babilonesi, gli Egizi, i Cinesi, gli Indiani e gli stessi Greci, sino a quando
la formazione di una coscienza filosofica e religiosa più progredita non
conduce a riconoscere nell'unità del cosmo un'unica causa prima, che in esso si
rispecchia. Un carattere comune a tutti i sistemi astronomici primitivi è dato
dalla distinzione netta tra il cielo e la Terra. In queste concezioni si
assegna al cielo l'immutabilità, alla Terra la variabilità; al cielo la
libertà, alla Terra la dipendenza; al cielo la conoscenza, alla Terra
l'ignoranza.
Per la storia dell'astronomia
hanno importanza fondamentale i Babilonesi. Le loro osservazioni riguardano per
lo più i movimenti dei sette astri conosciuti fin dai tempi preistorici: il
Sole, la Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, che sono da essi
ritenuti gli unici corpi mobili sullo sfondo delle stelle fisse. Un passo
fondamentale è quello segnato dal Cristianesimo, con l'affermazione di un
principio primo ordinatore e unificatore dell'universo, infatti è scritto nella
Genesi: "Dio disse: vi siano luminari nel firmamento del cielo per
separare il giorno dalla notte e diventino segni per le feste, per i giorni e per
gli anni e diventino luminari del firmamento del cielo per far luce sulla
Terra. E così fu: Dio fece i due luminari maggiori, il luminare grande per il
governo del giorno e il luminare piccolo per il governo della notte e le
stelle. E Dio li pose nel firmamento del cielo per far luce sulla Terra."
Nel XXIV secolo a.C. i Cinesi raggiungono una concezione piuttosto elaborata
dei fenomeni celesti e affidano l'osservazione sistematica del cielo a uomini
preparati e scelti per l'acutezza della vista, così da poter giungere ad una
prima importante classificazione delle costellazioni. La Cina risulta essere
l'unico paese che abbia istituito un vero e proprio tribunale astronomico, al
quale il sovrano deferiva la soluzione di importanti questioni connesse con la scienza.
Sono i Cinesi a precedere tutti gli altri popoli nell'uso di strumenti per le
osservazioni astronomiche. Infatti risale al XXII secolo a.C. l'uso di tubi di
puntata e di specchi concavi e convessi. È in Grecia che l'astronomia compie un
importante salto qualit 727e45h ativo, presentandosi per la prima volta con un impianto
"scientifico" e superando le motivazioni prevalentemente empiriche e
la subordinazione al pensiero religioso che l'aveva caratterizzata presso i
popoli della Mesopotamia e dell'Egitto. I principali esponenti dell'astronomia
della Grecia classica tra il VI e il IV secolo a.C. sono i filosofi della
scuola pitagorica, Filolao, Platone ed Aristotele. Filolao ha una particolare
concezione dell'universo con due fuochi: uno centrale ed uno situato nella
parte più esterna; intorno a quello centrale ruotano, con orbita circolare, i
dieci corpi divini. La particolarità del suo sistema è che la Terra non viene
posta al centro dell'universo, idea che sarà ripresa solo nel XVI secolo da
Copernico. Altro grande filosofo greco è Platone, che polemizzando con i
sofisti, costruisce una complessa teoria filosofica, che è la "dottrina
delle idee". Nel Timeo egli formula il principio per il quale tutto ciò
che nasce deve avere una causa, ossia deve essere stato creato da qualcosa. Dio
è il creatore del mondo e lo ha generato a sua immagine e somiglianza. Egli
pensa ad un universo sferico, con la Terra al centro, gli astri fissi e quelli
vaganti (i pianeti) inseriti in sfere concentriche. Spetta ad Aristotele la costruzione
del primo duraturo sistema cosmologico, che sarà riconosciuto come la più
autorevole costruzione astronomica, insieme a quella di Tolomeo, fino alla
rivoluzione copernicana del '500. Nel Cielo, la sua maggiore opera di argomento
astronomico, egli aumenta il numero delle sfere, che circondano la Terra e
giustifica il loro movimento con la presenza di un "primo mobile",
ovvero la sfera più esterna. Fornisce, inoltre, prove sulla sfericità della
Terra, spiega la natura delle comete, della Via Lattea e di altri fenomeni
relativi alla Terra. Con la nascita della scuola di Alessandria d'Egitto, nel
III sec. a.C. la tradizione filosofica e scientifica greca raggiunge i suoi
risultati più alti. Gli studi compiuti dagli scienziati della scuola, oltre a portare
ad un significativo incremento delle conoscenze sul cielo e sugli astri,
forniscono sistemi di idee e cosmologie che saranno considerati validi fin
oltre la rivoluzione astronomica del '500. Aristarco di Samo (310-230 a.C.)
sviluppa l'idea di Filolao, che la Terra ruoti attorno ad un fuoco centrale,
sostenendo che il Sole stesso è fermo e tutti i pianeti ruotino in orbite
circolari attorno ad esso. Afferma inoltre che la Terra ruota su se stessa.
Dobbiamo inoltre ad Aristarco il primo tentativo scientifico di determinare le
distanze del Sole e della Luna dalla Terra e le loro dimensioni relative. Per
giungere ad una valutazione reale della distanza del Sole e della Luna occorre
la misura del raggio della Terra. Questo calcolo è dovuto ad Eratostene.
Egli osserva che a mezzogiorno
del solstizio estivo, il Sole manda direttamente i suoi raggi in fondo ad un
pozzo profondo a Syene, la moderna Assuan, quindi il Sole era perfettamente
perpendicolare alla superficie terrestre. Nello stesso tempo ad Alessandria,
che si trova sullo stesso meridiano di Syene, i raggi solari formano, con la
verticale del luogo, un angolo alfa di 7°12', cioè 1/50 dell'angolo giro.
Poiché la distanza Terra-Sole è molto grande, i raggi solari che giungono a
Syene e ad Alessandria possono essere considerati paralleli. Eratostene ne
dedusse che la differenza di angolazione dei raggi solari sulle due città
dipendeva dalla curvatura della Terra. Poiché l'angolo alfa è uguale all'angolo
al centro corrispondente all'arco di circonferenza compreso tra Syene e
Alessandria, anche la distanza lineare tra le due città doveva essere pari a un
cinquantesimo dell'intera circonferenza terrestre. Nel 90 d.C. Tolomeo presenta
lo schema dell'universo come un tutto unificato, situando la Terra all'interno
del cerchio principale delle orbite dei pianeti, ma in posizione eccentrica,
mentre i pianeti compiono la loro rotazione intorno all'equante, un punto
situato a uguale distanza dalla Terra, ma dall'altra parte del centro del
cerchio. Nella Divina Commedia di Dante troviamo sintetizzata la visione
cosmologica medioevale. Essa è una diretta derivazione della concezione
aristotelica, in parte differente da quella tolemaica, filtrata attraverso la
riflessione teologica di derivazione tomista, operata nella prima metà del XIII
secolo da Tommaso d'Aquino. Nella Divina Commedia e in particolare nella terza
cantica del Paradiso, gli elementi astronomici e cosmologici sono parte
integrante della costruzione poetica. In numerosi luoghi del poema, l'autore
presenta situazioni astronomiche ben definite e riconoscibili e ne indica gli
influssi sui comportamenti e le sorti degli uomini. Astronomia ed astrologia
sono fuse in un'unica concezione, poetica ed esistenziale. Per l'autore la
virtù divina è causa e creazione di tutto ciò che esiste. I cieli e le loro
influenze agiscono come cause derivanti dalla creazione. Il loro moto non è un
fatto puramente meccanico, ma ad essi presiedono le singole gerarchie o
intelligenze celesti, ognuna per uno specifico cielo. Nel 1500 il polacco
Niccolò Copernico, per rispondere alle difficoltà del sistema tolemaico circa
il moto apparente degli astri, nella sua opera De rivoluzionibus orbium
coelestium, nega alla Terra la posizione centrale nell'universo, affermata
dalle concezioni tradizionali, mentre sostiene che ruoti, come gli altri
pianeti, attorno al Sole immobile. Nella concezione di Tolomeo il mondo
astronomico non costituisce un sistema: i moti planetari, pur essendo simili
tra loro, sono indipendenti l'uno dall'altro e non sono uniti che per il loro
centro comune, la Terra. Copernico dà, invece, una struttura organica e
architettonica dell'universo e i moti dei pianeti non sono semplicemente
tracciati sulla sfera, ma costituiscono un sistema secondo una disposizione
necessariamente determinata. Nel 1600 Giovanni Keplero è il primo ad applicare
la matematica come strumento pratico per lo studio delle leggi che regolano i
moti celesti. Nella sua "Astronomia Nova" annuncia le sue due prime
leggi planetarie: 1) i pianeti si muovono intorno al Sole in orbite ellittiche
e non circolari, aventi il Sole in uno dei fuochi; 2) il raggio vettore che congiunge un pianeta con il Sole copre
aree uguali in tempi uguali. Dopo circa dieci anni Keplero enuncia la sua terza
legge secondo la quale i quadrati dei periodi di rivoluzione attorno al Sole
sono proporzionali ai cubi delle distanze. Fino a questo momento la scienza si
è sempre basata sulle teorie aristoteliche ed occorre l'opera di Galileo per
gettare le basi della fisica moderna. Nel 1609 Galileo inventa due strumenti,
che avranno enorme importanza nella successiva evoluzione della scienza: il
telescopio e il microscopio. Proprio grazie al primo nel 1610 scopre quattro
satelliti di Giove. Ma Galileo non si limita alle osservazioni dirette dello
spazio. Egli considera essenziale nelle sue ricerche interpretare i fenomeni
naturali, osservati e misurati con esattezza con i suoi strumenti, per mezzo
della matematica e in particolare della geometria. Il linguaggio matematico
perde la sua astrattezza e permette allo scienziato di staccarsi dalle
apparenze e formulare leggi generali. Successivamente Newton (1642-1727)
elabora l'idea che esista un'unica forza di gravitazione universale, come
quella che trattiene la Luna lungo la sua orbita attorno alla Terra e attrae i
corpi verso il suolo. Inoltre costruisce il primo telescopio a riflessione ed
espone la teoria della scomposizione della luce bianca. L'astronomia
sperimentale ha una forte accelerazione con il perfezionamento del telescopio
nei secoli XVII e XVIII. In particolare Roemer fornisce la prova che la luce si
propaga con una velocità determinata; Cassini dimostra che la Terra è
appiattita ai poli; Halley calcola forma, posizione e dimensione della
traiettoria della cometa che assume il suo nome; Herschel scopre Urano,
descrive la struttura della Via Lattea e dimostra il moto di traslazione del
Sole; Bessel misura per la prima volta la distanza di una stella. Inoltre in
seguito alle scoperte di Keplero e Halley si giunse alla convinzione che se l'universo
fosse stato, come si pensava, immobile ed eterno nella sua perfezione e con un
numero infinito di stelle, le notti non sarebbero state buie, ma al contrario
luminose. La nostra concezione dell'universo è cambiata radicalmente nel corso
dell'ultimo secolo, in seguito al perfezionarsi delle tecniche e degli
strumenti dell'osservazione astronomica. Tale perfezionamento fu possibile
grazie agli studi sulla natura della luce per opera di Maxwell. Maxwell dedusse
infatti che la luce è un fenomeno elettromagnetico e che la sua velocità può
essere trovata da misure puramente elettriche e magnetiche. Di conseguenza la
scienza dell'ottica e dell'astronomia furono intimamente connesse a quelle
dell'elettricità e del magnetismo e fu possibile la costruzione di potenti
telescopi, radio-telescopi basandosi su tali principi. Grazie alle scoperte
sulla natura ondulatoria della luce, gli scienziati hanno potuto notare che
ogni galassia emette o assorbe certe lunghezze d'onda della radiazione più
fortemente di altre, formando righe di emissione o di assorbimento nello
spettro. Se una galassia si allontana, queste righe si spostano, in seguito
all'effetto Doppler, a lunghezze d'onda maggiori, cioè diventano più rosse, in
proporzione alla velocità di allontanamento e questo fenomeno è denominato
redshift. Le misurazioni di Hubble, indicano che lo spostamento verso il rosso
di una galassia lontana è maggiore di quello di un oggetto più vicino alla
Terra. Di conseguenza Hubble formulò la legge nella quale afferma che la velocità
di recessione di una galassia è pari alla sua distanza moltiplicata per un
parametro, detto costante di Hubble (V=dH). Più semplicemente l'espansione
assomiglia alla lievitazione di un dolce con le uvette, infatti la pasta che
lievita è analoga allo spazio e i chicchi di uvetta agli ammassi di galassie.
All'espandersi della pasta le uvette si allontanano le une dalle altre e la
velocità di allontanamento reciproco è proporzionale alla quantità di pasta che
le separa e cresce con l'aumentare di questa. Il fatto che l'universo sia in
espansione comporta che esso sia passato da una situazione di alta densità
all'attuale distribuzione estremamente sparpagliata delle galassie. Il
cosmologo Hoyle fu il primo a chiamare questo fenomeno Big Bang, cioè
"gran botto", intendendo mettere in ridicolo la teoria, ma in realtà
l'espressione si diffuse perdendo la connotazione negativa. La legge di Hubble
è estremamente significativa, non soltanto perché descrive l'espansione
dell'universo, ma anche perché permette di calcolarne l'età. Se la densità
media dell'universo fosse data soltanto dalla materia osservabile nelle
galassie e intorno ad esse, l'età dell'universo sarebbe probabilmente compresa
tra 12 e 20 miliardi di anni. Molti studiosi ritengono, però, che la densità
dell'universo sia maggiore di questo valore minimo; la massa in più sarebbe
costituita dalla cosiddetta materia oscura. Infatti le galassie sono aggregate
in ammassi e in superammassi, ma la materia visibile è insufficiente a fornire
la "colla gravitazionale" per mantenere stabilmente nel tempo queste
aggregazioni. Più di recente si è visto che anche la rotazione delle galassie
avviene come se sentissero la presenza di materia invisibile. Grazie alla
teoria del Big Bang possiamo calcolare quanta materia l'universo contiene ma se
stimiamo la massa della materia visibile, ci accorgiamo che si arriva appena
allo 0,05 per cento del totale. Considerando anche tutta la rimanente materia
nota, nebulose, buchi neri, neutrini, possiamo raggiungere il 5 per cento. Il
95 per cento dell'universo che manca sarebbe costituito in parte da particelle
sconosciute e dall'energia connessa allo spazio vuoto, la quale per la nota
formula di Einstein E=mc2 ha anch'essa un certo peso. A mano a mano
che si procedeva allo sviluppo del modello del Big Bang, sorgevano, però,
difficili problemi. Infatti ci si può chiedere che cosa ci fosse prima, se sia
nato prima l'universo o le leggi, che ne hanno determinato l'evoluzione e come
fosse possibile che la distribuzione della materia sia notevolmente uniforme.
Per ovviare questi problemi fu elaborato il modello dell'Universo
Inflazionario, in base al quale in una piccolissima frazione di secondo
l'universo avrebbe subito un'inflazione, cioè una crescita rapidissima, da
allora l'universo si espande sempre e una creazione spontanea e progressiva di
materia provvede a colmare i vuoti che l'espansione crea. Secondo questa
ipotesi i gruppi di galassie vicini a noi dovrebbero apparire simili a quelli
molto lontani. La cosmologia del Big Bang prevede al contrario che, poiché le
galassie si sono formate tutte molto tempo fa, quelle lontane debbano sembrare
più giovani di quelle vicine. Infatti per i lunghissimi tempi di propagazione
della luce, a causa del sua velocità finita, gli scienziati possono scrutare
direttamente nel passato, osservando gli oggetti posti alle distanze maggiori.
Grazie a queste osservazioni hanno notato che la velocità di formazione
stellare è diminuita radicalmente nella seconda metà della storia dell'universo
e che le galassie si sono andate evolvendo via via che l'universo invecchiava
assumendo forme sempre più complesse (a ellissi, a spirale e a spirale
barrata). Ultimamente, per l'evoluzione della scienza e la consapevolezza che
la realtà fisica è sempre meno rappresentabile mediante schemi elementari, si
sta giungendo alla formulazione dell'idea di Universi Paralleli. Questa
teoria riflette il tentativo di liberarci dalla necessità di credere in un
mondo fatto appositamente per noi, infatti la vita sulla Terra sarebbe il
risultato di circostanze così specifiche e restrittive da rendere l'universo in
cui viviamo un evento altamente improbabile. Si suppone allora che tanti
universi, forse infiniti, appaiano continuamente come bolle in un substrato
cosmico primordiale in espansione. Ognuna di queste bolle, dopo essersi
formata, si espande a sua volta secondo condizioni proprie, innescando
l'evoluzione di un mondo fisico a sé. Noi vivremmo in uno di questi mondi in
cui si sono instaurate, tra le infinite condizioni possibili, quelle giuste per
farci essere come siamo. La convivenza di mondi paralleli, per quanto
suggestiva, è irrilevante dal punto di vista osservativo, a meno che qualcuno
di questi universi non interagisca in qualche modo col nostro. Una possibile
soluzione alla connessione tra diversi universi fu avanzata dall'astrofisico
Schwarzchild. È noto che se una stella ha un nucleo di massa superiore a 3,7
volte quella del Sole, allora è molto probabile che essa collassi sotto il
proprio peso, originando una concentrazione infinita di materia in un volume
nullo. Schwarzchild concluse che se il raggio di tale concentrazione di materia
è inferiore a quello che si ottiene dall'equazione Rs=(2G/c2)M, dove
G è il valore dell'accelerazione gravitazionale, c la velocità della luce e M
la massa, allora ci troviamo in presenza di un buco nero, cioè un
cunicolo spazio-temporale, nel quale la velocità di fuga è superiore a quella
della luce. Ciò comporta che ogni informazione che vi entra, tra cui la luce,
viene dissolta e perde le proprie caratteristiche fisico-chimiche. Oggi molti
astronomi ritengono che i buchi neri costituiscano il "cuore" di ogni
galassia, provocandone, con la loro azione di risucchio, il moto rotatorio e
contribuendo, con l'immensa attrazione gravitazionale che esercitano, a fornire
alla galassia la cosiddetta "massa mancante". Ad avvalorare questa
teoria contribuisce la scoperta da parte dell'astronoma Getz di un immenso buco
nero nel centro della Via Lattea. Il buco nero non è stato osservato direttamente,
perché, come già affermato, la massa di cui sono dotati questi oggetti celesti
è talmente densa che nemmeno la luce riesce a sfuggire alla loro forza di
gravità. Al contrario la sua presenza è stata dedotta studiando l'influenza
gravitazionale, che il buco impone ai corpi vicini, tra cui un ventina di
stelle che vorticano a spirale a incredibile velocità e delle quali una è già
stata forse risucchiata al suo interno.
L'universo può essere osservato
da diverse prospettive, con gli occhi del mistico, del teologo, del filosofo e
dello scienziato, ciascuno dei quali interpreta i fenomeni celesti secondo la
propria ideologia e cultura. In particolare il poeta americano Walt Whitman
(1819 - 1892) nella raccolta "Leaves of grass" descrive
l'inconciliabilità tra la posizione dello scienziato e quella del letterato
nella lirica:
"When I heard the learned astronomer"
When I
heard the learned astronomer,
When the proofs,
the figures, were ranged in columns before me,
When I was shown
the charts and diagrams, to add, divide, and
measure them,
When I sitting
heard the astronomer where he lectured with much
Applause in the lecture-room,
How soon
unaccountable I became tired and sick,
Till rising and
gliding out I wander'd off by myself,
In the mystical
moist night-air, and from time to time,
look'd up in
perfect silent the stars.
Quando
udii il dotto astronomo,
Quando le prove e le cifre mi
vennero incolonnate dinanzi,
Quando mi mostrarono le carte
e i diagrammi, da addizionare,
dividere, calcolare,
Quando seduto nell'anfiteatro
udii l'astronomo parlare e venir
a lungo
applaudito,
Come improvvisamente,
inesplicabilmente, mi sentii stanco,
disgustato,
Finché, alzatomi, fuori
scivolando me ne uscii tutto solo,
Nella mistica umida aria
notturna e, di tratto in tratto,
Alzavo gli occhi a contemplare
in silenzio le stelle.
In particolare in questa poesia
Whitman nel '800 manifesta il risentimento verso ogni tentativo di
razionalizzazione dell'esistenza e della natura, proprio dello scienziato, a
scapito della fantasia e della capacità creativa dell'artista.
Questo atteggiamento
contemplativo è simile a quello del Leopardi lirico degli Idilli, tra cui
l'Infinito e Alla Luna e della Canzone le Ricordanze, nei quali il poeta è
attratto soprattutto dalle sensazioni di indefinito, di vago e di infinito che
i paesaggi notturni suscitano nel suo animo. In questa prima fase la Natura era
concepita come una madre pietosa, che aveva velato l'amara verità della
condizione umana mediante le illusioni, ma allo stesso tempo aveva dato
all'uomo la ragione destinata a dissolverle. Con l'acuirsi nel '25 del suo
pessimismo cosmico, Leopardi passa ad un atteggiamento più propriamente
speculativo nei confronti della natura, quindi del cosmo e dell'importanza
riservata da essi all'uomo. La ragione, precedentemente considerata come una
delle cause dell'infelicità umana, ora tende ad apparirgli un efficace
strumento conoscitivo, capace di svelare le contraddizioni del reale. Essa non
conduce alla felicità, condizione negata all'uomo, e anzi può contribuire a
fargli sentire più intensamente l'infelicità, ma lo rende anche consapevole
della propria condizione e lo libera dalle false credenze, come l'irrisoria
superbia di chi si crede misura e fine dell'universo. La constatazione della
fragilità umana di fronte alla natura non porta il Leopardi a fabbricarsi un
mitico "regno dello Spirito" in cui l'uomo potrebbe prendersi la sua
rivincita, ma ad una radicale demistificazione di ogni atteggiamento
teleologico e antropocentrico. L'insignificanza e miseria degli uomini, in
contrasto con l'arcana immensità ed eternità dell'universo e con l'alta idea
che l'uomo ha di se stesso è il tema fondamentale dell'operetta morale il
Copernico, composta nel '27. Nella lettera Luigi De Sinner del '32, Leopardi
riassume efficacemente il senso del Copernico, dicendo che esso verte
tematicamente sopra la "nullità del genere umano". Questa condizione
marginale riservata all'uomo nell'universo risalta soprattutto nel momento in
cui il Sole afferma di essere stanco "di questo continuo andare attorno per
far lume a quattro animaluzzi, che vivono in un pugno di fango tanto
piccino" e nelle parole di Copernico, il quale afferma che la nuova teoria
eliocentrica non porterà semplicemente conseguenze materiali ma
"sconvolgerà i gradi della dignità delle cose, l'ordine degli enti e
scambierà i fini delle creature". La stessa immensità ammirata
dell'universo gli sarà prova sia della miseria dell'uomo orgoglioso e impotente
a penetrare l'arcano mistero del mondo sia della vacuità della scienza, che
vorrebbe dare un valore assoluto alle proprie conoscenze, sia comporterà il lui
la derisione di quel sentimento antropocentrico, per cui l'uomo in ogni campo
si crede centro e misura dell'universo. Queste tematiche verranno riprese anche
nel canto La Ginestra in particolare nei versi 158-201 nei quali Leopardi si
abbandona apparentemente ad un'idilliaca contemplazione del cosmo. Infatti
mentre il poeta spazia con lo sguardo per il "purissimo azzurro",
fiammeggiante di stelle e di "nodi quasi di stelle", cioè di nebulose,
non dimentica mai la propria condizione marginale e infelice di uomo, abitante
di questa "mesta landa", di questo "punto in una luce
nebbiosa". Leopardi quindi ribadisce ancora una volta l'assoluta
trascurabilità dell'uomo e dell'intero pianeta rispetto all'universo e lo fa
con osservazioni tecniche, come la distanza fra le stelle della nostra galassia
e fra la nostra e le altre nebulose. Sulla base di queste prove cosmiche
Leopardi può polemizzare contro le credenze religiose, da lui ricondotte all'orgoglio
dell'uomo nel ritenersi interlocutore privilegiato della divinità. Perciò si
può affermare che la visione del cosmo suscita in Leopardi e in Dante
riflessioni totalmente diverse. Infatti mentre a Leopardi suggerisce il senso
di marginalità dell'uomo nella vastità dell'universo, a Dante la stessa visione
suggerisce l'idea di una divinità creatrice, che dà uno scopo alla vita umana.
La marginalità cui l'uomo va incontro in seguito al messaggio eliocentrico
copernicano comporta in Leopardi e in Nietzsche riflessioni del tutto analoghe,
infatti anche per quest'ultimo la rivoluzione copernicana non è solo una
scoperta astronomica rivoluzionaria, ma è anche e soprattutto una scoperta che
comporta una rivoluzione di carattere metafisico. Una volta che la Terra ha
perduto la sua centralità, l'uomo è di conseguenza costretto ad una
autominimazione, che ne intacca profondamente la superbia di re dell'universo.
Questo messaggio è contenuto nell'opera nietzscheana Zur Genealogie der Moral
dove il filosofo afferma: "…Da Copernico in poi, si direbbe che l'uomo sia
finito su un piano inclinato, ormai va rotolando, sempre più rapidamente,
lontano dal punto centrale. Dove? Nel nulla?…". La rivoluzione copernicana, nella coscienza di Leopardi come di
Nietzsche, induce l'uomo ad autodiminuirsi, ad autominimizzarsi prima di tutto
nella sua dimensione ontologica. Particolarmente per Leopardi, la presa di
coscienza della nullità del genere umano finisce col coincidere con l'acquisto
della consapevolezza dell'umana infelicità. La scoperta della pluralità dei
mondi e quindi dell'universo infinito, non provoca nell'uomo solo il sentimento
della sua nullità, ma anche la noia. Infatti nel 68° dei pensieri Leopardi
scrive: "…immaginarsi il numero dei mondi infinito e l'universo infinito e
sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che
siffatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità e
patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza
e di nobiltà, che si vegga della natura umana…". Però Nietzsche, a differenza di Leopardi, sposta
l'attenzione dal destino di minimizzazione dell'uomo in seguito al
copernicanesimo, ad una visione del mondo dalla quale si possa trarre ancora un
motivo di celebrazione dell'uomo stesso. Questo recupero della dimensione umana è possibile per la concezione di un
mondo come un "felice circolo" nel quale opera l'"eterno ritorno
dell'eguale", come una "sphaera cuius centrum ubique, circumferentia
nullibi est" (Giordano Bruno). Cioè dato come infinito l'universo, non si
può distinguere in esso un centro ed una periferia, e la Terra può recuperare
quella sua centralità che sembrava perduta. Però sia per Leopardi sia per
Nietzsche non solo la Terra è soggetta a cambiamento, ma anche ogni altro
pianeta e sistema planetario. In particolare Leopardi sostiene nel Dialogo
della Natura e un Islandese: "…la vita di questo universo è un perpetuo
ciclo di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé in maniera che
ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del
mondo" e il genere umano, rispetto a questo immenso sistema in evoluzione
non è altro che un nulla, soggetto anch'esso a distruzione e quindi alla
sofferenza. Però mentre per Leopardi il mondo delle cose sarà sempre nuovo,
innovativo, per Nietzsche sarà sempre lo stesso a causa dell'"eterno
ritorno dell'eguale". Nell'una e nell'altra cosmologia, tuttavia, centrale
è l'idea del mondo come di una totalità circolare, che deve la sua ripetizione
ciclica, con novità o senza novità, all'eternità della materia o delle forze
che in essa agiscono, per Leopardi, oppure alla conservazione dell'energia, per
Nietzsche. Questa incongruenza tra forze ed energia come cause dell'evoluzione
dell'universo dipende dal diverso contesto in cui essi vissero. Leopardi fu
infatti influenzato dal sistema di Newton, mentre Nietzsche visse quando la
nuova scienza, in particolare l'elettromagnetismo, aveva spodestato le teorie
meccanicistiche del XVIII secolo. La marginalità dell'uomo in seguito alla
rivoluzione copernicana è una costante anche di Pirandello, il quale nella
Premessa filosofica seconda del Fu Mattia Pascal riprende le tematiche già
trattate da Leopardi nel Copernico, così che si parla di "leopardismo
pirandelliano". In particolare Mattia, portavoce dello stesso Pirandello
sostiene che quando la Terra non girava o, per lo meno, non si sapeva che
girasse, "l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella
figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria
dignità". Tutte cose, queste, che l'uomo non può fare più, da quando la
Terra "sé messa a girare", o meglio da quando, per colpa di
Copernico, si sa che la Terra gira. Senza dubbio, il copernicanesimo, rende
consapevole l'uomo dell'infondatezza della sua vanagloria di abitatore della
Terra. In particolare quando, cessando di esser ipotesi, la tesi eliocentrica è
confermata dalla verifica resa possibile da un potente strumento di
osservazione come il telescopio, inventato da Galileo nel 1609. È questo "strumento
terribile" quello che "ci diede il colpo di grazia", che
"subissò la Terra e l'uomo e tutte le nostre glorie e grandezze".
Però la percezione della piccolezza e miseria dell'uomo viene associata da
Pirandello con la sua grandezza e nobiltà, come lui stesso sostiene nel saggio
l'Umorismo, dove afferma: "ma è poi veramente così piccolo l'uomo, come il
telescopio rivoltato ce lo fa vedere? Se egli può intendere e concepire
l'infinita sua piccolezza, vuol dire che egli intende e concepisce l'infinita
grandezza dell'universo." Nonostante Mattia esprima fermamente la perduta
fede nel geocentrismo e nelle illusioni antropocentriche, spesso si mostra
convinto della necessità di quella fede e di quelle illusioni, senza le quali
non è possibile vivere. Si tratta, come afferma Mattia della
"provvidenziale distrazione", grazie alla quale egli potrà per un
attimo dimenticare di essere un "atomo infinitesimale" e la sua
personale esperienza riacquisterà l'importanza e la dignità di essere narrata.
Mentre l'accusa a Copernico nella premessa del Fu Mattia Pascal sembra
ricalcare l'omonima operetta morale leopardiana, la novella Pallottoline
rimanda direttamente a quei versi (158-201) del canto La Ginestra, nei quali
dalla contemplazione del cielo stellato sul Golfo di Napoli il poeta giunge al
senso amaro della piccolezza infinitesima della Terra in confronto alla
lontananza e immensità degli astri. Caratteristica peculiare di questa novella
è, però, l'ironia, lo humor, proprio dei pensatori malinconici e di Pirandello
più di ogni altro. Infatti l'umorismo nasce dalla contrapposizione tra due
mondi, cioè uno piccolo e angusto, quello di Monte delle Cave, e uno
sconfinato, quello celeste. Si scontrano inoltre due diverse realtà: una
concreta e meschina, quella del rapporto con gli umani, che si manifesta nelle
continue visite di forestieri all'osservatorio e una poetica e filosofica, per
cui il protagonista va coll'anima a passeggio tra le stelle e come Leopardi
guarda il cielo dalle bassure della Terra, mentre come Dante volge dall'alto
dei cieli lo sguardo su quell'"aiuola che ci fa tanto feroci".
Quest'uomo non è però né un titano come Leopardi né un prescelto dalla Grazia
divina come Dante, bensì è un uomo piccolo, meschino e quasi ridicolo e la
moglie e la figlia lo stanno a sentire per compassione, quando non hanno niente
di meglio da fare. Proprio la piccolezza di questo personaggio, exemplum di
"quei pulviscoli infinitesimali chiamati uomini", il suo essere
"…piccolo su quell'alta punta nevosa al cospetto del cielo", è il
fulcro della novella, che in questo modo si riallaccia alla tematica cara a
Leopardi e allo stesso Pirandello, cioè la nullità dell'uomo in seguito alla
rivoluzione copernicana. Numerosi sono però i temi che Pirandello recupera da
Leopardi, tra i quali quello dell'infinità dei mondi possibili, "ogni
stella un mondo a sé più o meno simile al nostro" e quello dell'impossibilità dell'esistenza di
un Dio creatore di un universo infinito, la cui presunta esistenza va ricercata
nel tentativo degli uomini di ovviare le loro paure, come sostennero anche
Epicuro e Lucrezio. Il sentimento di piccolezza dell'uomo rispetto
all'immensità dell'universo è una costante anche della letteratura moderna, in
particolare di Calvino, il quale inserisce le proprie riflessione in un'opera
fantascientifica, le Cosmicomiche, dove il protagonista Qfwfq è un personaggio
indefinibile, forse materia primordiale che ha mantenuto la memoria delle
mutazioni intervenute dalla notte dei tempi ad oggi. Questa sua testimonianza
costituisce una curiosa frammentaria cosmogonia, nella quale viene accettata
ogni teoria proposta, anche se in contraddizione con altre già presentate.
Questa elencazione di modelli e teorie può apparentemente sembrare una
celebrazione della scienza, ma in realtà funge da parodia, come indica lo
stesso titolo Cosmicomiche, di ogni possibile interpretazione assoluta
dell'universo. Anche Calvino, come lo stesso Dante nel descrivere l'armonia del
Paradiso, si trova in difficoltà nel rappresentare i primi istanti di vita
dell'universo e per ovviare questa "ineffabilità", fa ricorso come
Dante ad un linguaggio ricco i metafore e similitudini ("facevamo correre
gli atomi come biglie", "la galassia si voltava come una frittata
nella sua padella infuocata"), le quali, però, a differenza di Dante,
producono un forte effetto comico. Il comico è insomma l'impossibilità della
traduzione nel linguaggio umano del ventesimo secolo dell'esperienza di tutto
ciò, esseri viventi e non, che ha preceduto la comparsa dell'uomo sulla Terra.
Proprio sotto quest'impossibilità di espressione, che è anche motivo di riso,
si nasconde una forte critica di ogni presunto antropocentrismo, in quanto
l'uomo risulta non essere più il signore della Terra e del cosmo, bensì una
semplice fase dell'evoluzione dell'universo. La morte stessa è solo un
passaggio e lo stesso universo è solo uno degli infiniti universi possibili e
avrebbe potuto essere, ma non è stato, per esempio un mondo come cristallo,
come afferma lo stesso Calvino. Perciò proprio nella forma paradossale delle
cosmicomiche viene attaccato l'antropocentrismo della storia e proposta una
visione cosmica del divenire. infatti lo stesso Qfwfq demitizza a più riprese e
in modo esplicito il nostro limitato orizzonte spaziale e temporale, la presunzione che ci fa ridurre
la storia a tremila anni e che riduce l'universo alla Terra o comunque al solo
sistema solare. Calvino è, quindi, l'intellettuale del novecento che ha perso
ogni certezza, che come Qfwfq ha cercato di fissare un segno, un punto di riferimento
nella vastità dell'universo, ma il caos del mondo, l'assenza di certezze e
valori, l'ha spostato e fatto dileguare. Afferma infatti Qfwfq nella chiusura
del romanzo: "io una volta passando feci un segno in un punto dello
spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d'anni dopo" ma
quando vi ripassai non c'era più, "non c'era più modo di fissare un punto
di riferimento: la galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo più a
contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi
segno poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto
era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva o forse non
sarebbe mai esistito".
MATISSE (1869 - 1954)
La luminosità e la chiarezza
solare dei quadri di Matisse si basano sull'uso di larghe zone di colori puri,
stesi senza alcuna sfumatura, anzi con contrasti a volte persino violenti, con
l'utilizzo di pochi tratti lineari, il rifiuto del superfluo e delle regole
della prospettiva. Sono tutti oggetti visti frontalmente, quasi gli uni accanto
agli altri in un'atmosfera creata dai magici rapporti di colore. Matisse e i
suoi amici espongono le loro tele a Parigi nel 1905 alla mostra annuale del Salon
d'Automne, che raccoglieva opere di artisti di diverse tendenze e provocarono
subito un tale scandalo da essere definiti dal critico Vauxcelles
"Fauves", cioè belve, nome che essi polemicamente adottarono per
definire il loro movimento. Essi contrappongono al metodo della pittura
dell'Impressionismo, che è riproduzione meccanica delle impressioni suscitate
dalla realtà nell'artista, la pittura come espressione esclusiva dell'io:
l'artista vede la realtà in un certo modo diverso da come appare agli altri.
Quando nel 1907 la corrente Fauves si disgrega, Matisse continua la sua strada
e si concentra sull'espressività della linea, capace di creare forme, che egli
riempie di colori puri, piatti. In questo senso una delle opere più
significativo è la Danza. Per mezzo di superfici intensamente colorate, su cui
spicca un vibrante rosso vermiglio per i corpi, egli ha trovato un accordo
luminoso e i movimenti leggeri dei corpi rispecchiano la gioia, l'esplosione
della vita, l'immensità. Matisse viaggiò in tutto il mondo per cercare nuove
luci e paesaggi diversi, inoltre utilizzò diversi materiali per esprimersi:
colori a china, ad olio, matite colorate, carboncini, incisioni su linoleum…
Nel 1943 inizia a lavorare con la tecnica delle gouaches decoupees, cioè pittura
a tempera della foglia, con cui illustra le copertine e le pagine della rivista
artistica Verve ed il suo libro capolavoro Jazz. Fondamento dell'espressione
pura, ossia non inquinata dal soggetto rappresentato, è il colore, non come
riempimento di una forma, ma come libera espressività. Infatti Matisse
nell'ultimo periodo utilizza carte colorate a tempera, ritagliate con
spontaneità e incollate o puntate con spilli su carta o tela in modo libero e
creativo. Il colore raggiunge la sua piena potenzialità espressiva solo quando
è organizzato, cioè quando corrisponde all'intensità dell'emozione
dell'artista. Caratteristica principale del colore in Matisse è quindi
l'armonia, la proporzione e come in musica bastano sette note con variazioni
minime per scrivere qualsiasi spartito, così nella pittura bastano poche
tonalità per esprimere l'idea con semplicità e chiarezza. Il colore
contribuisce a esprimere la luce, intesa non come fenomeno fisico, ma come
quella che esiste nel cervello dell'artista, la sua idea pittorica. Ogni epoca
porta con sé la sua luce particolare, il proprio particolare sentimento dello
spazio, come un bisogno. La nostra civiltà è contraddistinta da una nuova
visione del cielo, dell'estensione dello spazio, grazie alle nuove scoperte
scientifiche e all'invenzione dell'aeroplano. Da ciò deriva l'interesse di
Matisse per l'universo e i fenomeni celesti. Appartengono a questo genere molte
opere di Matisse tra cui Icaro, La caduta di Icaro e Vence, che rappresenta una
eclissi di sole. Icaro, nero su fondo blu e la caduta di Icaro, bianco su fondo
nero e blu, sono proiettati nel vuoto come in assenza di gravità in mezzo ad
una molteplicità di stelle gialle; una stella o un tondo rosso stanno al posto
del cuore. Il cuore rosso esprime l'amore universale ed è il tema di molte
altre tavole. Icaro è il simbolo dell'uomo moderno, della sua aspirazione
all'ascesa in cielo, del suo desiderio di conquista di mondi sconosciuti, ma è
anche simbolo della sua debolezza e nullità. Infatti con la Caduta di Icaro Matisse
fissa l'esito della sfida dell'uomo all'universo nella inevitabile sconfitta
del primo, nella sua ricaduta incontrastata in Terra. Matisse esprime il crollo
delle illusioni e delle speranze di Icaro con un abile contrasto di colori,
infatti mentre il primo Icaro è di colore nero, per indicare la sicurezza di sé
e il cuore è un tondo rosso, il secondo Icaro è quasi "svuotato",
privo di colore ed il suo cuore, simile ad una stella di colore rosso, è
infranto. In Vence Matisse rappresenta una eclissi di Sole, che però assume per
il pittore significati ben più profondi, come indicano lo sfondo del cielo
rosso e il sole nero. Per Matisse ciò che conta in pittura è la pittura stessa
e quindi per dipingere il Sole è necessario crearsene uno proprio in piena libertà
pittorica. Così il nero diventa un colore di luce e non di oscurità, riscalda e
dà la vita. La cappella di Vence, nei pressi di Nizza, è il capolavoro di
Matisse perché è l'esempio della massima luminosità e semplificazione, infatti
la stilizzazione decorativa è ottenuta attraverso il fulgore cromatico di soli
tre colori: un giallo luminoso, un blu e un azzurro chiaro, che rispecchiano i
colori del cielo, accostati con monumentali gouaches decoupees. Nonostante la
struttura architettonica di semplici e piccole dimensioni, sono i giochi di
luce tra superfici intensamente colorate a dilatare lo spazio e a creare
un'atmosfera sovrumana e cosmica.