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Universo immaginato: dagli albori a Newton
astronomia
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L'Universo
immaginato: dagli albori a Newton

Universo
immaginato: dagli albori a Newton
Indice
1. Le origini. Introduzione
1.1. L’astronomia in Mesopotamia
1.2. La Bibbia
1.3. L’astronomia in Egitto
1.4. L’astronomia in Cina
1.5. L’astronomia in India
2.
L’astronomia nella Grecia classica. Introduzione
2.1. I Pitagorici e Filolao
2.2. Il Timeo di
Platone
2.3. Il Cielo di
Aristotele
3.
L’astronomia dell’Età ellenistica. Introduzione
3.1. Aristarco di Samo
3.2. Eratostene e Ipparco di Nicea
3.3. Claudio Tolomeo
4.
L’astronomia dell’Islam e del Medioevo cristiano
4.1. Dante e la Divina Commedia
5.
La rivoluzione astronomica del Cinquecento. Introduzione
5.1. Copernico
5.2. Eliocentrismo e geocentrismo nel Cinquecento
5.3. Tycho Brahe
5.4. Giovanni Keplero
6.0
Galileo Galilei. Introduzione
6.1. Galileo. Le scoperte astronomiche e il Sidereus Nuncius
6.2. Le teorie scientifiche di Galileo
6.3. Il Dialogo sopra i
Massimi Sistemi
6.4. Il conflitto con la Chiesa
7.
Isaac Newton
7.1. Le leggi del moto
7.2.
L’astronomia sperimentale del XVII e del XVIII secolo
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1) Le origini dell’astronomia presso i popoli primitivi si confondono
con quelle della civiltà e della religione.
In alcuni paesi
lo svolgersi dei fenomeni celesti ha suggerito, con la possibilità di
prevederli, il concetto di legge naturale immutabile, aprendo così la via al
passaggio da forme originarie di culto, quali il feticismo, il totemismo,
l’animismo, a credenze più complesse in divinità esterne al mondo terrestre e
capaci di agire sopra di esso. Tra gli Israeliti si arriva direttamente sino
al monoteismo.
La molteplicità e
l’apparente indipendenza dei movimenti osservati nel cielo, porta al
diffondersi di mitologie ricche di dei e di semidei: politeisti sono i
Babilonesi, gli Egizi, i Cinesi, gli Indiani e gli stessi Greci, sino a
quando la formazione di una coscienza filosofica e religiosa più progredita
non conduce a riconoscere nell’unità del cosmo un’unica causa prima che in
essa si rispecchia.
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Un carattere
comune a tutti i sistemi astronomici primitivi è dato dalla distinzione netta
tra il cielo e la terra. In queste concezioni si assegna al cielo
l’immutabilità, alla terra la variabilità; al cielo la libertà, alla terra la
dipendenza; al cielo la conoscenza, alla terra l’ignoranza; al cielo
l’impeccabilità, alla terra la colpa.
Per gli Ebrei
(Genesi, 1) il distacco deriva da successive differenziazioni nell’atto
creativo, mentre i Babilonesi lo riportano all’origine del Mondo e ne
affermano la preesistenza agli stessi Dei.
Per la storia
dell’astronomia hanno importanza fondamentale quelle civiltà che, come i
Babilonesi, gli Egizi, i Greci, forniscono gli elementi alla prima grande
sintesi, quella Alessandrina; e quelle che, come gli Arabi, preparano la
seconda, iniziata nel Quattrocento e portata a compimento nei secoli successivi.
Ma altre civiltà
e culture danno vita allo sviluppo indipendente di altrettante concezioni
astronomiche: i Cinesi, i Persiani, gli Indiani, gli Ebrei, alcune
popolazioni celtiche e scite e, nel Nuovo Continente, gli Atzechi del Messico
e gli Inca del Perù.
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1.1) Le nostre conoscenze sulla
matematica e sull’astronomia della Mesopotamia si basano sulle iscrizioni delle
migliaia di tavolette di argilla rinvenute nei luoghi che furono sede di
antiche città.
Le testimonianze
appartengono a due periodi separati, il “babilonese antico” (1800-1600 a.C.
circa) e il “seleucidico” (gli ultimi tre secoli prima di Cristo).
Le conoscenze
relative alla matematica si sono sviluppate nel più antico di questi periodi,
in quanto i numeri venivano già rappresentati sotto forma di simboli, in un
sistema decimale e sessagesimale. Nei testi più tardi del periodo seleucidico,
troviamo lo “zero” per indicare un posto vuoto sessagesimale tra due altre
cifre.
L’astronomia del
periodo babilonese antico contempla solo l’osservazione delle stelle più
luminose.
I testi più tardi,
o seleucidici, comportano invece complicati sistemi di astronomia teoretica
elaborati dai sacerdoti. Essi sono abituati a osservare il cielo da osservatori
o templi a gradoni, di cui la biblica “torre di Babele” è un ricordo.
Le loro
osservazioni riguardano per lo più i movimenti dei “sette pianeti” conosciuti
fin dai tempi preistorici: il Sole, la Luna e cinque corpi (Mercurio, Venere,
Marte, Giove e Saturno).
Ciascun pianeta
sembra muoversi nel cielo, relativamente allo sfondo delle stelle. Si ritiene
che i movimenti giacciono tutti entro una certa zona della sfera celeste, che
ai fini del calcolo viene immaginata come un grande cerchio: lo Zodiaco (dal
greco zodion, piccola figura di animale). Esso, in seguito, sarà diviso in
dodici parti uguali dai babilonesi, ciascuna delle quali porta il nome di una
costellazione corrispondente.
Per la misura del
tempo sono utilizzati i periodi della rivoluzione del Sole e della Luna. Le
vicende mensili della Luna, più evidenti del corso annuale del Sole, servono
per regolare il più antico calendario lunare. Questa divisione del tempo in
funzione della Luna sarà conservata per fini religiosi. Tra il mese lunare e
l’anno solare non esiste nessuna relazione numerica naturale, tuttavia
l’astronomia babilonese viene spinta a svilupparsi anche per la necessità di
trovare, attraverso una regola efficace, la connessione tra i calcoli lunari e
quelli solari.
Intorno al quinto
secolo si stabilisce che 19 anni solari corrispondono a 235 mesi lunari, con
l’approssimazione della frazione di un giorno.
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1.2) Genesi 1, 1-31. Creazione del mondo e dell’umanità.
“In principio Dio creò il cielo e la terra. Ma la terra
era disadorna e deserta: c’erano tenebre sulla superficie dell’abisso e lo
spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.
Dio disse: Vi sia luce! E vi fu luce. Dio vide che la
luce era buona e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò giorno la luce
e chiamò notte le tenebre . Poi venne sera, poi venne mattina: un giorno.
Dio disse: Vi sia un firmamento in mezzo alle acque e
separi le acque dalle acque. E così avvenne: Dio fece il firmamento e separò
le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il
firmanento. Poi venne sera, poi venne mattina: secondo giorno.
Dio disse: Le acque, che sono sotto il cielo, si
ammassino in una sola massa e appaia l’asciutto. E così avvenne: le acque,
che sono sotto il cielo, si ammassarono nelle loro masse e apparve
l’asciutto. Dio chiamò terra l’asciutto e chiamò mare la massa delle acque. E
Dio vide che ciò era buono.
Dio disse: La terra verdeggi di verzura, di graminacee
che producano semente e di alberi da frutto, che facciano sulla terra,
ciascuna secondo la sua specie, un frutto contenente il seme. E così fu: la
terra fece spuntare verzura, graminacee che producono semente, ciascuna
secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno un frutto contenente
un seme secondo la propria specie. E Dio vide che ciò era buono. Poi venne
sera, poi venne mattina: un terzo giorno.
Dio disse: Vi siano luminari nel firmamento del cielo
per separare il giorno dalla n 222e46c otte e diventino segni per le feste, per i
giorni e per gli anni e diventino luminari del firmanento del cielo per fare
luce sulla terra. E così fu: Dio fece i due luminari maggiori, il luminare
grande per il governo del giorno e il luminare piccolo per il governo della
notte e le stelle. E Dio li pose nel firmamento del cielo per fare luce sulla
terra e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle
tenebre. E Dio vide che ciò era buono. Poi venne sera, poi venne mattina: un
quarto giorno.
Dio disse: Le acque brulichino di un brulichio di
esseri vivi e volatili volino sopra la terra, sullo sfondo del firmamento del
cielo. E così fu: Dio creò i grandi cetacei e tutti gli esseri vivi guizzanti
di cui brulicarono le acque, secondo la loro specie e tutti i volatili alati
secondo la loro specie. E Dio vide che ciò era buono. E Dio li benedisse
dicendo: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, i
volatili poi si moltiplichino sulla terra. Poi venne sera, poi venne mattina:
un quinto giorno.
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Dio disse: La terra produca esseri viventi secondo la
loro specie: bestiame e rettili e fiere della terra secondo la loro specie. E
così fu: Dio fece le fiere della terra secondo la loro specie e tutti i
rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che ciò era buono.
Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo
la nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sui volatili del
cielo, sul bestiame, su tutte le fiere della terra e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra.
Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo
creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: Siate
fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate dominio
sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere
che strisciano sulla terra. Poi Dio disse: Ecco, io vi dò ogni sorta di
graminacee produttrici di semente, che sono sulla superficie di tutta la
terra, e anche ogni sorta di alberi in cui vi sono frutti portatori di seme:
costituiranno il vostro nutrimento. Ma a tutte le fiere della terra, a tutti
i volatili del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei
quali è l’alito di vita, io dò come nutrimento le erbe verdi. E così fu.
E Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era
molto buono. Poi venne sera, poi venne mattina: il sesto giorno”.
Giosuè 10, 10-15.
La vittoria di Giosuè
“Jahve li mise in rotta di fronte a Israele, che
inflisse loro una grande sconfitta a Gabaon, li inseguì poi nella direzione
della salita di Bethoron e li battè fino ad Azeka e fino a Makkeda. Ora,
quando essi fuggivano innanzi a Israele ed erano sulla discesa di Bethoron,
Jahve scagliò dal cielo sopra di loro, fino ad Azeka, grosse pietre che li
annientarono. Ne morirono più per le pietre della grandine che non per la
spada dei figli di Israele.
Allora Giosuè parlò a Jahve, il giorno stesso in cui
Jahve mise gli Amorrei nelle mani dei figli di Israele, e disse sotto gli
occhi di Israele:
O sole, fermati su Gabaon
e tu, luna, sulla valle di Aialon!.
Il sole si fermò
e la luna restò immobile
finchè il popolo non si fu vendicato dei suoi nemici.
Non sta scritto forse nel libro del Giusto? Il sole
restò immobile in mezzo al cielo e non si affrettò al tramonto quasi per un
giorno intero.
Non ci fu mai nè prima nè dopo un giorno come quello,
quando Jahve ascoltò la voce di un uomo, perchè Jahve combatteva per Israele!
Quindi Giosuè e tutto Israele con lui ritornò
all’accampamento di Galgala”.
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1.3) L’astronomia egiziana è
stata empirica, come quella dei popoli asiatici. I monumenti della valle del
Nilo attestano in epoche remotissime conoscenze significative di geometria
applicata all’arte delle costruzioni, in relazione all’astronomia, come si
rileva dalle tracce di orientamenti esatti delle piramidi, dei templi e di
altri edifici secondo le direzioni cardinali eclittiche o secondo i punti di
culminazione di stelle.
Tale pratica rituale
sarà usata anche fuori dell’Egitto, ma nessuno la applica più largamente degli
Egizi, dai quali l’apprenderanno i Greci e i primi cristiani.
Gran parte
dell’interesse astronomico degli Egizi coincide con l’invenzione del loro
calendario: e ciò per due ragioni distinte. Anzitutto la vita economica e
sociale di quel popolo è dominata dalla periodicità delle variazioni di portata
del Nilo: da cui la necessità di far dipendere le norme dell’avvicendarsi delle
occupazioni e dei riti religiosi da una conoscenza sicura dei periodi che
riducono le inondazioni. Inoltre la conservazione del predominio sacerdotale
sulla nazione e sugli stessi reggitori civili, i faraoni, è affidata a una
dottrina occulta, della quale l’astronomia è parte integrante. Pertanto il controllo
sul calendario costituisce lo strumento più sicuro di dominio delle popolazioni
della valle del Nilo.
L’Egitto ha in uso
nella vita civile “l’anno vago”. Esso è di 365 giorni. All’anno tradizionale di
360 giorni, in uso nei tempi più antichi, vengono aggiunti i cinque giorni
“epagomeni”, verosimilmente già nel quarto o quinto millennio avanti Cristo.
Tuttavia, gli egiziani conoscono anche l’anno solare o “fisso” costituito da
365 giorni e un quarto. La compresenza dei due calendari ha comportato problemi
di datazione per i periodi più antichi.
I sacerdoti egizi
si servono di tre metodi per determinare la durata dell’anno solare: il primo,
tramite le osservazioni sull’inizio delle inondazioni del Nilo; il secondo,
basato sulla ricomparsa della stella Sirio all’orizzonte orientale nel
crepuscolo mattutino; il terzo, determinato dal passaggio del Sole per i
cardini dell’eclittica.
Un particolare
carattere della più tarda astronomia egiziana è il concetto dei trentasei
decani (o decadi), una serie di costellazioni sorgenti a intervalli regolari,
che servono a determinare il tempo durante le ore notturne. Ciò lascia supporre
che l’istituzione dei decani sia anteriore a quella dei cinque epagomeni,
risultando quindi antichissima.
Le stelle e i
gruppi maggiori sono dedicati a divinità: Sothis (o Sirio ) a Iside, Orione a
Osiride, Le Pleiadi, Le Iadi e altri astri a dei non bene identificati.
Osservatori veri e propri a Dendera, a Thinis, a Menfi, a Eliopoli, attendono
con regolarità a seguire il corso degli astri, costruendo le tavole del loro
passaggio per l’orizzonte.
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1.4) I Cinesi raggiungono già in tempi molto antichi una concezione
piuttosto elaborata dei fenomeni celesti, ma le loro conoscenze tendono a
cristallizzarsi, così che altri popoli porteranno avanti la ricerca sul
cosmo.
Sotto la dinastia
di Yao, nel secolo XXIV a.C., l’osservazione sistematica del cielo è affidata
a uomini preparati e scelti con cura, tenendo conto soprattutto dell’acutezza
di vista necessaria per tale funzione. Questa attività porta ad una prima
importante classificazione delle costellazioni.
La Cina risulta
essere l’unico paese che abbia istituito un vero e proprio “Tribunale
astronomico”, al quale il sovrano deferisce direttamente la soluzione di
importanti questioni connesse con la scienza e le sue applicazioni al bene
generale.
Una seconda fase
nell’opera di classificazione delle stelle risale alla dinastia Han, verso
l’anno 120 a.C. Rispetto alla sintesi di Tolomeo, che individua 48
costellazioni, gli aggruppamenti sono in generale più piccoli, giungendo a
contare più di 300 costellazioni. Ad esempio, le due maggiori stelle della
Lira formano la “Ricamatrice”; l‘Orsa Maggiore si identica con una
“Casseruola” e anche le singole stelle dalla caratteristica configurazione
prendono nomi speciali: Alfa è il “Perno del Cielo”, Beta e Y sono “Le Pietre
Preziose”, Enne la “Luce Agitata”, Alfa e Beta dell’Orsa Maggiore le “Sovrane
del Cielo”. Benchè i cinesi si spingano nei loro viaggi in regioni dalle
quali si possono scorgere astri non visibili sotto la latitudine di Pechino,
non si hanno tracce di una loro descrizione del cielo meridionale.
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La loro
attenzione è invece concentrata sulle variazioni di posizione del Sole,
desunte piuttosto dall’osservazione delle ombre durante il giorno, che non
dall’indagine sui gruppi di stelle. Il procedimento seguito dai Babilonesi e
dagli Egizi, che ha permesso loro di progredire enormemente nel campo
dell’astronomia solare, cioè l’osservazione del “Levare Eliaco” di alcune
stelle, non viene seguito dai cinesi, i quali si attengono di preferenza alle
misure meridiane delle ombre. La frequenza data alle osservazioni meridiane
non si limita a quelle eseguite di giorno mediante gnomoni, ma si estende
anche a osservazioni notturne.
Sono i cinesi a
precedere tutti gli altri popoli nell’uso di strumenti per le osservazioni
astronomiche e nautiche. Risale al XXII secolo a.C. circa l’uso di clessidre
a due recipienti sovrapposti, di tubi di puntata, di specchi concavi e
convessi.
Più recente è la
conoscenza della polarità magnetica, con la conseguente applicazione alla
costruzione della bussola e all’uso di tale strumento per l’orientamento
delle navi.
Gli astronomi
cinesi del sec. XVII apprezzano le traduzioni dei testi europei fatte dai
gesuiti, ma la loro scienza rimane stazionaria, senza contatti ulteriori con
il movimento del pensiero occidentale e senza che le loro conoscenze
costituiscano un corpo organico di dottrina.
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1.5) La possibilità di un
influsso reciproco delle antiche culture greca e indiana pare dimostrato. Si
hanno tracce di derivazioni verbali fino al sec. XVII a.C., ma i rapporti
diretti tra i due popoli hanno origine nel quarto secolo avanti Cristo; la
mancanza di un’astronomia australe viene determinata dalla migrazione di questo
popolo da settentrione. Certamente, nelle terre più meridionali della penisola
non avrebbe potuto nascere e rafforzarsi la credenza antichissima secondo la
quale il Sud-Ovest è la regione dei Mani, della dea Nirrti e di Yama, dio della
morte: regione ove il Sole “muore” e scende sottoterra.
Molto presto si
conoscono e si identificano con nomi le stelle e le costellazioni principali
incontrate dalla Luna nel suo cammino mensile e che costituiscono lo Zodiaco
degli Indiani: vi sono 28 gruppi (Nakshatra) di stelle percorsi dalla Luna
lungo lo zodiaco; il luogo che la Luna piena occupa fra i Nakshatra definisce
la stagione dell’anno.
Gli osservatori del
cielo ricercano connessioni vere o supposte tra i movimenti degli astri e gli
eventi terreni e umani: gli astrologi hanno un sistema di regole fisse per
l’interpretazione di ogni dato evento.Si crea inoltre un nesso tra i periodi
astronomici e i cicli ideati per ragioni liturgiche e largamente applicati in
ogni sistema filosofico e mistico indiano, mentre appare una tendenza a
studiare le cose divine e umane da un punto di vista numerico.
Altra
caratteristica del pensiero indiano è il rapporto tra uso dei cicli e
alternanza tra opposti, come nell’alternanza del giorno e della notte. Giorni e
notti di lunghezza differente sono formati con multipli dei giorni comuni: un
mese di trenta giorni dà, diviso per metà del novilunio, il giorno e la notte
dei Pitris, reggitori delle mansioni lunari: un anno di 360 giorni (Istituti di
Manu) dà il giorno e la notte degli Dei, che incominciano rispettivamente
all’equinozio di primavera e a quello d’autunno.
12.000 “anni degli
dei” fanno un “kalpa” o giorno di Brahama, periodo che comprende tutta
l’evoluzione del mondo, creato ex-novo all’inizio di ogni kalpa, e portato alla
dissoluzione quando, con l’addormentarsi di Brahama in una notte di uguale
durata, il kalpa finisce.
Fenomeni cosmici e
astronomici stanno a separare tra di loro le varie suddivisioni di ogni kalpa,
alle quali presiedono speciali divinità. Così i diluvi al termine di ognuno dei
14 ‘manavantra’ nei quali il kalpa si suddivide: per ogni diluvio le differenti
specie sono raccolte in un’arca da un Manu, che diviene il reggitore del
periodo successivo. Questo complesso sistema di cicli si trova descritto nel Mahabharata e nei Purana, antichi libri sacri.
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2) E’ in Grecia che l’astronomia compie un importante salto qualitativo,
presentandosi per la prima volta con un impianto “scientifico” e superando le
motivazioni prevalentemente empiriche e la subordinazione al pensiero
religioso che l’aveva caratterizzata presso i popoli della Mesopotamia e
dell’Egitto.
Già con Talete,
che con la sua permanenza in Egitto viene a contatto con le conoscenze di
quel paese, si hanno le prime speculazioni cosmologiche. I principali
esponenti dell’astronomia della Grecia classica, tra i VI e il IV secolo
a.C., sono i filosofi della scuola pitagorica, Filolao principalmente,
Platone ed Aristotele.
Filolao è il
primo a diffondere la conoscenza delle dottrine pitagoriche al di fuori della
Magna Grecia ed è anche il primo fra i seguaci della setta che pubblica i
suoi scritti contravvenendo alla prescrizione del silenzio.
Egli ha una
particolare concezione dell’universo con due fuochi: uno centrale ed uno
situato nella parte più esterna; intorno a quello centrale ruotano, con
orbita circolare, i dieci corpi divini. La particolarità del suo sistema è
che la Terra non viene posta al centro dell’universo, idea che sarà ripresa
solo nel XVI secolo da Copernico. Altro grande filosofo greco è Platone, che
polemizzando con i sofisti costruisce una complessa teoria filosofica che è
la “dottrina delle idee”.
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Nel Timeo egli formula il principio per il
quale tutto ci˜ che nasce deve avere una causa, ossia deve essere stato
creato da qualcosa. Dio è il creatore del mondo e lo ha generato a sua
immagine e somiglianza. Egli pensa ad un universo sferico, con la Terra al
centro, gli astri “fissi” e quelli “vaganti” (i pianeti) inseriti in sfere
concentriche. Influenzato dalle dottrine che provengono dall’Oriente, pensa
ad un “Grande anno” di durata indefinita, che terminerebbe con un cataclisma
che rinnoverebbe il mondo, per poi ripetere un nuovo ciclo.
Spetta ad
Aristotele la costruzione del primo duraturo sistema cosmologico, che
attraverserà il mondo antico, per essere riconosciuto come la più autorevole
costruzione astronomica, assieme a quella di Tolomeo, fino alla rivoluzione
copernicana del Cinquecento. Lo stesso Paradiso dantesco è ispirato al suo
sistema.
Nel Cielo, la sua maggiore opera di
argomento astronomico, egli aumenta il numero delle sfere che circondano la
Terra e giustifica il loro movimento con la presenza di un “primo mobile”,
ovvero la sfera più esterna. Fornisce, inoltre, prove sulla sfericità della
Terra, spiega la natura delle comete, della Via Lattea e di altri fenomeni
relativi alla Terra.
Sarà ad
Alessandria di Egitto, nei secoli seguenti, che la sintesi greca giungerà a
compimento.
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2.1) Filolao di Crotone è un filosofo della scuola pitagorica, nato
qualche decennio dopo Pitagora, verso il 470 a.C., vive sino alla fine del V.
Sfugge alle persecuzioni e alla distruzione dei circoli pitagorici di Crotone
e verso il 450 si rifugia in Grecia dove vive per lo più a Tebe.
E' molto
importante nella storia del pitagorismo perché è il primo a diffondere le
dottrine pitagoriche al di fuori della Grecia; è anche il primo fra i veri e
propri adepti che pubblichi scritti contravvenendo alla prescrizione del
silenzio.
Secondo Filolao
l’universo è una sfera e non comprende solo terra e astri, ma anche il
principio formativo di tutto, l’essenza delle cose, la volta celeste ed anche
ciò che c’è intorno, come il fuoco purissimo, o etere, o anima, o Dio. Questa
concezione costituisce il più antico sistema astronomico non-geocentrico e
verrà poi sviluppata dai neopitagorici nell’età ellenistica e romana.
Filolao condivide
la concezione del numero 10, ovvero la “tetractys” o decade, come numero
perfetto, egli afferma che tale numero è:
“grande, onnipotente e creatore di tutte le cose, il
principio e la guida sia della vita divina che di quella terrestre”.
Nella
composizione dell’universo c’è un “fuoco” nel centro che egli chiama:
"focolare dell'universo" ed anche ''casa di Zeus'' o ''madre degli
dei'' o ''vincolo'' o ''altare'' o ''misura della natura''. Vi è poi un altro
fuoco nella parte più alta, che è l’involucro: egli sostiene che, primo per
natura è il fuoco di mezzo, intorno a cui si muovono in cerchio 10 corpi
divini, cioè l’Olimpo e i 5 pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove,
Saturno), dopo questi c’è il Sole con sotto la Luna, sotto ancora c’è la
Terra seguita dall’Antiterra. Dopo tutti questi è posizionato il fuoco del
focolare con il posto al centro.
“I pitagorici dicono che nel centro dell’universo c’è
il fuoco a cui ruota intorno l’Antiterra, chiamata così perché opposta alla
Terra. L’Antiterra gira intorno al centro seguendo la Terra, ma non è veduta
da noi a causa dell’interposizione continua della mole terrestre (...)
La parte più alta, quella dell’involucro, in cui risiedono
gli elementi nella loro purezza, la chiama ''olimpo''; quella sotto il giro
dell’olimpo, in cui sono disposti i cinque pianeti insieme col sole e la
luna, la chiama ''cosmo''; infine la parte sublunare e circumterrestre, in
cui si generano le cose mutabili, la chiama ''cielo”. (Aetius, Philolaus)
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“I filosofi italici detti "'pitagorici''
sostengono la teoria del fuoco nel mezzo, e che la terra è un astro che,
muovendosi in circolo intorno al centro, produce la notte e il giorno;
suppongono anche un’altra terra opposta a questa, l’antiterra. Essi però
cercano di adattare i fenomeni alle loro teorie e non il contrario. Ritengono
che sia il fuoco a dover stare nel centro piuttosto che la terra perché
quello è il luogo più nobile, dove deve essere custodita la parte più
importante di tutto”. (Aristotele, De Caelo)
“ Dice Filolao Pitagorico che il sole è di natura
vitrea e porosa, assorbe il riflesso del fuoco che è nel cosmo e ne trasmette
a noi la luce ed il calore”. (Aetius, Philolaus)
“Alcuni pitagorici, fra cui Filolao, dicono che la luna
è costituita da terra e per questo è abitata da animali e piante come la
nostra terra; sono però più grandi e più belli; dicono infatti che gli
animali che si trovano su di essa sono quindici volte più grandi e non
espellono escrementi, e che il giorno è altrettante volte più lungo”. (idem)
Nel sistema di
Filolao la terra impiega 24 ore per girare intorno al fuoco centrale; la luna
impiega un mese sinodico, cioè 29 giorni e mezzo. E’ nota la particolarità
della luna di rivolgere sempre la stessa faccia verso l’interno dell’orbita,
ed è forse da essa che Filolao trae il convincimento che anche la terra e
l’antiterra volgano sempre la stessa faccia al fuoco centrale.
Inoltre era stato
osservato che il Sole, la Luna ed i cinque pianeti si muovono di moto proprio
da ponente a levante sul piano dello zodiaco, percorrendo successivamente le
costellazioni zodiacali; con Filolao anche la terra diviene partecipe del
moto rotatorio da occidente ad oriente intorno al fuoco centrale, secondo il
circolo obliquo in modo simile alla Luna e al Sole.
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2.2) Platone (Atene 427-347 a.C.) è un filosofo greco, discepolo di
Socrate. Partendo dal pensiero di Socrate e polemizzando con i sofisti
costruisce una complessa teoria filosofica che è la “dottrina delle idee”.
L’idea platonica
trascende dalla realtà.
L’idea possiede delle
caratteristiche come l’universalità, l’immutabilità e l’eternità che non
coincidono con quelle della realtà, che risulta essere, invece, particolare e
transitoria. La realtà non è che una copia della forma ideale.
Per Platone
l’unica scienza che rappresenta la conoscenza dell’universale è la
matematica. Soltanto con uno studio accurato di matematica ci si può dedicare
alla filosofia. La matematica però ha dei limiti, perché parte da alcuni
presupposti che non è in grado di giustificare. Per Platone esistono le cose
sensibili, le idee e gli enti matematici, che differiscono dalle cose
sensibili perché sono eterne ed immutabili.
Il “Timeo”
Timeo era uno
storico greco che viene utilizzato da Platone in un suo dialogo per spiegare
l’origine del mondo. Nel Timeo
viene formulato un principio per il quale tutto ciò che nasce deve avere una
causa, ossia deve essere stato creato da qualcuno. Viene fatta distinzione
tra:
''quello che sempre è e non ha nascimento, e quello che
nasce sempre e mai non è. L’uno è apprensibile dall’intelligenza mediante il
ragionamento, perché è sempre nello stesso modo; l’altro invece è opinabile
dall’opinione mediante la sensazione irrazionale, perché nasce, muore, e non
esiste mai veramente”.
Quindi le cose
che non hanno origine e sono sempre state così si apprendono con
l’intelligenza, mentre le cose che nascono e muoiono si percepiscono tramite
l’opinione. Bisogna capire se il mondo è una di quelle cose che è sempre
stata così oppure se è stato generato da un qualche principio.
“Ma è difficile trovare il fattore e padre di questo
universo, e, trovatolo, è impossibile indicarlo a tutti.”
Dio è il creatore
del mondo e lo ha generato a sua immagine e somiglianza e poiché voleva che
tutte le cose fossero buone e nessuna cattiva prese tutto quello che si
agitava in modo sregolato e disordinato e lo trasformò in ordine. Tra tutto
quello che ha creato ha pensato di fare la cosa più bella e per renderla tale
l’ha fornita di intelligenza e di anima. Per questo motivo ha creato un solo
mondo e lo ha creato perfetto.
“Dio volendo che tutte le cose fossero buone e, per
quant’era possibile, nessuna cattiva, prese dunque quanto c’era di visibile
che non stava quieto, ma si agitava sregolatamente e disordinatamente, e lo
ridusse dal disordine all’ordine, giudicando questo del tutto migliore di
quello (...) componendo l’intelligenza dell’anima e l’anima del corpo,
fabbricò l’universo, affinché l’opera da lui compiuta fosse la più bella
secondo natura e la più buona che si potesse (...) Quello che è nato deve
essere corporeo e visibile e tangibile. Ma niente potrebbe essere visibile,
separato dal fuoco, né tangibile senza solidità, né solido senza terra”.
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Dio ha creato il
mondo che è visibile e quindi formato dal fuoco e tangibile e quindi formato
dalla terra. Entrambe queste sostanze sono connesse da aria e acqua in modo
tale che l’universo sia costituito da quattro elementi. Ognuno di questi
elementi fu usato interamente per la composizione del mondo in modo tale che
il creato risultasse perfetto ed eterno. La forma che Dio attribuì al mondo
fu quella sferica, perché tra tutte le figure è la più perfetta.
Il mondo non fu
dotato di nessun organo perché essendo perfetto bastava a se stesso. Gli fu
attribuito il moto circolare e fu privato degli altri sei movimenti per
eliminare ogni tipo di errore.
“L’anima poi Dio non la fece dopo il corpo come noi che
ora prendiamo a parlarne in ultimo, perché, dopo averli congiunti, non
avrebbe lasciato che il più vecchio fosse governato dal più giovane. Ma noi
che molto dipendiamo dalla sorte del caso, così anche a caso parliamo. Egli
invece formò l’anima anteriore e più antica del corpo per generazione e per
virtù, in quanto che essa doveva governare il corpo, e questo obbedirle, e la
formò di tali elementi ed in tal guisa”.
Dio creò anche
l’anima del mondo e questa fu creata senz’altro prima del corpo.
“Il tempo dunque fu fatto insieme col cielo, affinché,
generati insieme, anche insieme si dissolvano, se mai allora avvenga alcuna
dissoluzione; e fu fatto secondo il modello dell’eterna natura affinché le
sia simile quanto più possa”.
“Per le cose mobili dell’universo crea il tempo, che
consiste nella suddivisione in giorno, notte, mesi, anni. Tutte queste parti
di tempo non hanno senso quando si riferisce all’universo che è eterno, per
cui non si parlerà né di vecchio né di giovane”.
“...affinché il tempo fosse creato, furono fatti il
Sole e la Luna e altri cinque astri, che si dicono pianeti, per distinguere e
guardare i numeri del tempo”.
Questi sette corpi
li mise a ruotare in sette orbite. Nella prima orbita ruotava la Luna intorno
alla Terra; il Sole ruotava nella seconda al di sopra della Terra; Lucifero e
il pianeta sacro ad Hermes ruotavano nella stessa orbita del Sole, ma con
direzione opposta. Le orbite percorse dai pianeti non erano uguali ma quelli
che percorrevano orbita maggiore giravano più lentamente di quelli che
percorrevano orbita minore. Per valutare la velocità con la quale i pianeti
fanno la loro rivoluzione, Dio accese il Sole e lo fece risplendere per tutto
il cielo.
Il tempo fu
definito in questo modo: la notte e il giorno sono determinati dal movimento
circolare unico; il mese è l’orbita percorsa dalla Luna fino a quando
raggiunge il Sole; l’anno è il tempo impiegato dal Sole a percorrere la sua
orbita.
“E tutto il resto fino alla generazione del tempo era
giˆ stato compiuto a somiglianza del suo modello: ma il mondo gli era ancora
dissimile in quanto che non ancora comprendeva dentro di sé tutti gli
animali, che poi vi furono generati. Una volta creato il mondo decise di
metterne quattro tipi di specie: la specie celeste degli dei la fece di
fuoco, perché fosse splendida e bella da vedere. Per farla più simile
all’universo la fece rotonda”.
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2.3) Aristotele (384-322 a.C) nasce a Stagira, una colonia greca nei
pressi dell’attuale Monte Athos. Allievo di Platone ad Atene, nel 342 diviene
tutore del giovane principe Alessandro di Macedonia e rimane in Macedonia
fino al 336. Torna in seguito ad Atene per intraprendere la professione di
insegnante pubblico. Gli scritti di Aristotele spaziano su ogni 
regione della conoscenza. La maggior parte delle sue opere è
composta durante il suo secondo soggiorno ateniese nei dodici anni che
precedettero la sua morte. Nella sua opera chiarisce il rapporto tra la
fisica, che per lui è una descrizione generale dell’universo, e lo studio
degli esseri viventi.
Dal Cielo
“Il cielo nella sua totalità non è generato, ma è uno ed è eterno, non
ha principio né fine anzi contiene e abbraccia in sé tutta l’infinità del
tempo”.
Il cielo è
sferico, come i corpi che occupano il centro dell’universo, poiché se l’acqua
circonda la terra, l’aria l’acqua, il fuoco l’aria e i corpi superiori che
hanno una disposizione analoga, non sono continui ai primi, ma sono in
contatto con essi, di conseguenza la superficie dell’acqua sarà sferica, "e ciò che è continuo ad un corpo
sferico è di necessità anch’esso tale, e per questo motivo il cielo sarà
considerato sferico”.
“Tutto ciò che ha una funzione esiste in vista di
questa funzione”, poiché anche il cielo è di tal
natura, per questo motivo esso ha un corpo circolare, che per natura si muove
in circolo; “in un corpo che si muove
in circolo vi è di necessità una parte che rimane ferma, ed è quella che si
trova al centro; mentre nel corpo circolare non c’è nessuna parte che possa
rimanere ferma, né in assoluto, né al centro”.
Aristotele
considera la caduta di un oggetto pesante verso il centro della Terra come un
esempio di moto naturale ed è convinto che ogni oggetto lasciato a se stesso
raggiunga in breve tempo una velocità costante di caduta e la mantenga fino
alla fine. Deduce che il peso di un oggetto contribuisce a determinare la
velocità di caduta e che questa deve essere proporzionale al peso
dell’oggetto e inversamente proporzionale al rapporto tra peso e resistenza.
Esamina anche il moto violento, cioè il moto di un oggetto che non si sta
spostando liberamente verso il suo luogo naturale. Secondo la sua teoria un
tale moto deve essere causato da una forza: se la forza aumenta deve
aumentare la velocità, se la forza cessa il moto deve cessare.
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Aristotele, a
differenza di Platone, risente di influenze pitagoriche nel suo schema del
mondo fisico. In particolare egli, considerando il cerchio e la sfera come
figure geometriche più perfette, le pone a fondamento della struttura del
mondo, “in quanto essa [la sfera] non
possiede alcun organo atto al movimento”, ad esempio “la Luna che è sferica ci è dimostrato dai fenomeni che noi
percepiamo con la vista, altrimenti non assumerebbe al crescere e al calare
una forma per lo più lunata e una sola volta a forma di mezza luna, poiché se
uno degli astri ha questa forma, e chiaro che anche gli altri saranno
sferici”. Era così condotto a considerare il cosmo come una serie di
sfere concentriche con la Terra nel centro, affermando che se c’è la terra
deve esserci anche il fuoco: “giacché
se di due contrari l’uno è secondo natura, anche l’altro deve essere secondo
natura”.
Ma se sono
presenti la Terra e il fuoco, ci sono anche i corpi intermedi a questi: “ciascun elemento infatti si trova in
relazione di contrarietà con ciascun altro elemento”. Ma una volta posta
l’esistenza di questi, è chiaro che deve esserci anche generazione, poiché “nessuno di essi può essere eterno; i
contrari infatti subiscono l’uno l’azione dall’altro, ed hanno in virtù
quella di provocare l’uno la corruzione dell’altro”.
Questa sua
concezione dominerà per duemila anni l’idea che gli uomini si faranno della
natura e la si può riassumere in diverse definizioni:
- La materia è
continua; Aristotele con questo principio si oppone a Democrito e si accorda
con Socrate e Platone.
- Tutte le cose
terrestri sono costituite da quattro elementi: Terra, Aria, Acqua e Fuoco,
che, a loro volta, contengono le quattro qualità: caldo, freddo, secco e
umido combinate a coppie. Questa concezione della materia è presa da
Empedocle ed è probabilmente di origine più antica, ma è anche l’espressione
aristotelica della concezione pitagorica che tutte le cose si trovano in
rapporto di amore e discordia.
- Stelle e
pianeti si muovono con moto circolare in sfere cristalline intorno alla
Terra; ciascuna sfera è soggetta all’influenza di quelle più esterne. Questo
schema rimarrà in vigore fino al tempo di Keplero.
- Il movimento
circolare è perfetto poiché il cerchio è la figura perfetta. Alla fine del
secolo diciassettesimo Newton riuscirà ad esprimere in termini noti e
sperimentalmente dimostrati i movimenti dei corpi celesti.
- L’universo è
limitato nello spazio nel senso che è contenuto entro una sfera esterna; è
illimitato nel tempo nel senso che nella sua totalità non è soggetto né a
creazione né a distruzione. Questa teoria di Aristotele non verrà accettata
interamente perché non si poteva immaginare la finitezza dell’universo sia
nello spazio che nel tempo, quindi ci si baserà sulla concezione filosofica
dell’universo infinito.
- I movimenti di
ogni astro hanno luogo secondo un rapporto proporzionale alla distanza quanto
all’essere gli uni più veloci, gli altri più lenti. Infatti il corpo più
vicino è maggiormente sottoposto all’azione del primo cielo; mentre il più
lontano lo è in grado minimo, per effetto della distanza.
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3) Con la nascita della scuola di Alessandria d’Egitto, nel III secolo
a.C., la tradizione filosofica e scientifica greca raggiunge i suoi risultati
più alti. Tra le scienze più rappresentative della cultura ellenistica vi è
l’astronomia. Gli studi compiuti dagli scienziati della scuola, oltre a
portare ad un significativo incremento delle conoscenze sul cielo e sugli
astri, risultati ottenuti grazie allo sviluppo di strumenti e di metodi di
osservazione tipici della scienza sperimentale, forniscono sistemi di idee e
cosmologie che saranno considerati validi fin oltre la rivoluzione
astronomica del Cinquecento.
Aristarco di Samo
è contemporaneo di Euclide e basa le sue conclusioni su coerenti procedimenti
logici. Egli concepisce, come Filolao, un universo con il Sole centrale.
Studia inoltre le distanze e i rapporti tra Terra, Sole e Luna. Le sue teorie
vengono condannate dalla maggioranza degli altri scienziati, per cui le sue
posizioni sono note grazie agli scritti di coloro che l’hanno combattuto,
mentre le sue opere non ci sono pervenute.
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Eratostene,
bibliotecario della scuola di Alessandria, misura con precisione il raggio
terrestre.
Ipparco di Nicea
è considerato il maggiore astronomo dell’antichità. Il suo metodo di
indagine, che sembra anticipare quello galileiano, parte dalla raccolta di
materiali di osservazione, che vengono rielaborati, ordinati e studiati;
quindi cerca di esprimere in forma geometrica i risultati raggiunti. Egli
studia la precessione degli equinozi e il moto solare.
Claudio Tolomeo conclude
la grande ricerca alessandrina, astronomo tra i più importanti, egli è noto
soprattutto per la sua “grande composizione matematica”, l’Almagesto, in cui raccoglie i suoi
studi sulla Terra e sull’universo.
Tra il IV e il V
secolo la scuola alessandrina si estingue, le sue conoscenze passeranno alla
cultura araba e, tramite questi ultimi, all’Occidente medievale, dopo l’anno
Mille.
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3.1) Aristarco di Samo (310 - circa 230 a. C.) insegna ad Alessandria
d’Egitto dopo Euclide.
Egli sviluppa l’idea
di Filolao, che la Terra ruoti attorno a un fuoco centrale, sostenendo che il
Sole stesso è fermo e tutti i pianeti ruotino in orbite circolari attorno ad
esso. Afferma inoltre che la terra ruota su se stessa.
Dobbiamo ad
Aristarco il primo tentativo scientifico di determinare le distanze del Sole
e della Luna dalla Terra e le loro dimensioni relative.
Nel trattato
“Sulla grandezza e sulla distanza del Sole e della Luna” (circa 260 a.C.),
basato sull'ipotesi di un universo geocentrico, Aristarco asserisce che il
Sole dista dalla Terra circa 19 volte la distanza Luna - Terra.
Egli sviluppa un
ragionamento che gli permetterebbe di calcolare le dimensioni dei corpi
celesti: quando la Luna presenta il primo e l'ultimo quarto, ossia quando
vediamo solo metà della sua faccia illuminata dal Sole, l’asse visivo che va
dall’osservatore terrestre al centro del disco lunare deve intersecare ad
angolo retto l’asse di illuminazione che va dal centro del disco solare al
centro del disco lunare. Conoscendo le distanze relative del Sole e della
Luna dall’osservatore, si possono determinare le rispettive dimensioni di
questi corpi, supponendo conosciute le dimensioni relative dei loro dischi
quali appaiono ad un osservatore terrestre.
In realtà la
distanza Sole-Terra è quasi 400 volte superiore alla distanza Luna-Terra.
Pur essendo i
risultati di Aristarco distanti rispetto a quelli attuali, sono comunque
migliori di quelli dei suoi predecessori. Inoltre il suo metodo è
irreprensibile nella procedura ed il risultato è viziato da un errore di
osservazione consistente nel misurare l’angolo Luna - Terra - Sole in 87
gradi (mentre in realtà è di circa 89 gradi)
Per giungere ad
una valutazione reale della distanza del Sole e della Luna occorre la misura
del raggio della Terra. Questo calcolo è dovuto ad Eratostene, contemporaneo
di Aristarco.
Il ragionamento
matematico di Aristarco
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Indicati con
S,T,L rispettivamente Sole, Terra, Luna, quando la Luna presenta il primo o
l’ultimo quarto, l’angolo compreso tra le visuali del Sole e della Luna
risulta uguale ad 87¡ circa, cioè LTS~87¡. Posti LT ed ST rispettivamente la
distanza Luna-Terra e Sole-Terra, sapendo che sen3¡~1/19, Aristarco conclude
che LT/ST~1/19.
Avendo
determinato il rapporto LT/ST, Aristarco sostiene che le grandezze della Luna
e del Sole stanno nello stesso rapporto. Ciò deriva dal fatto che Sole e Luna
hanno grandezze apparenti quasi identiche, ossia sottendono lo stesso angolo
visti da un osservatore della Terra. Posto quindi Rl il raggio della Luna ed
Rs quello del Sole, risulta Rl/Rs=1/19.
Sulla base di
questo rapporto, che esprime in particolare la grandezza del Sole rispetto a
quella della Terra, Aristarco determina la grandezza della Luna rispetto a
quella della Terra. In particolare ottiene l’approssimazione Rl=20/57Rt.
Il calcolo
matematico sviluppato allo scopo si basa sulla figura 2, che costituisce un
modello geometrico di un’eclissi lunare. La figura 2 si disegna tracciando la
tangente alle circonferenze di centro S e T (centro del Sole e della Terra) e
ponendo A e B i rispettivi punti di contatto; su tale tangente si determina
il punto C tale che LC sia parallelo a TB (L è il centro della Luna). Si
tracciano poi EB e DC tali che siano paralleli alla retta passante per S,T,L.
Dalla conseguente
similitudine dei triangoli EAB e DBC, segue la proposizione DB/EA=DC/EB.
Avendo Aristarco
a disposizione il dato sperimentale secondo cui l’ampiezza dell’ombra
proiettata dalla Terra alla distanza della Luna è 2 volte la grandezza della
Luna, secondo la figura 2 risulta LC+2Rl. Sfruttando questa ultima
uguaglianza e tenendo presente che i quadrilateri EBTS e DCLT sono
parallelogrammi, la precedente proporzione (DB/EA=DC/EB) si trasforma nella
seguente (Tr-2Rl)/(Rs-Rt)=LT/ST.
Sapendo che
LT/ST~1/19 ed Rs~19Rl, si ricava l’approssimazione Rl~20/57Rt.
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3.2) Eratostene (276 circa - 194 a.C.) è bibliotecario di Alessandria. La
sua indagine più importante è la misurazione del raggio terrestre; a partire
da questo dato ricava la distanza Terra - Luna e il raggio del Sole.
Eratostene
osserva che a mezzogiorno del solstizio estivo, il Sole manda direttamente i
suoi raggi in fondo ad un pozzo profondo a Syene (la moderna Assuan). Nello
stesso tempo, ad Alessandria, che si trova sullo stesso meridiano di Syene,
ad una distanza di 5.000 stadi, il Sole getta un’ombra (rispetto allo zenit)
di un’ampiezza che può essere misurata con precisione. Egli calcola la misura
dell’angolo in un cinquantesimo di circonferenza. Ciò porta al risultato che
la circonferenza (quella della terra) deve misurare 250.000 stadi, ossia
25.000 miglia.
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Ipparco di Nicea (circa 190 - 120 a.C.) è il più grande
astronomo dell'antichità ed è ritenuto il fondatore dell’astronomia
scientifica. Svolge la sua attività a Rodi, dove fonda un osservatorio per le
sue ricerche. Ipparco sviluppa la trigonometria e fa numerose e precise
osservazioni astronomiche che lo fanno arrivare a due brillanti intuizioni
astronomiche.
Scopre la precessione degli equinozi, osservando lo
spostamento delle stelle nel tempo e confrontando la posizione di circa 1.000
stelle da lui studiate con le osservazioni fatte da altri studiosi 150 anni
prima. Egli dimostra che in un determinato tempo si verificano degli
spostamenti delle distanze tra le stelle da punti fissi determinati, spostamenti
spiegabili soltanto con la rotazione dell’asse della Terra in direzione
dell’apparente moto diurno delle stelle. In conseguenza di ciò gli equinozi
cadono ogni anno con un lieve anticipo.
Egli sviluppa una propria teoria sul moto apparente dei
pianeti basato sul movimento eccentrico: i pianeti disegnerebbero delle
orbite circolari attorno alla Terra il cui centro non coinciderebbe con
quello della Terra; questo secondo centro può essere rappresentato come se si
muovesse in un cerchio. I calcoli molto accurati di Ipparco permettono di
prevedere le eclissi di Luna con un’approssimazione di una o due ore.
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3) Claudio Tolomeo (Tolemaide d’Egitto, 90 d.C., Canopo 168) vive ad
Alessandria. Egli elabora la più compiuta sintesi astronomica e geografica e
svolge le più notevoli ricerche sperimentali di ottica dell’antichità.
Formula la regola
della proporzionalità degli angoli di incidenza e di rifrazione
(approssimativamente vera per gli angoli piccoli) e applicandola intuisce che
la luce di una stella, entrando nell’atmosfera, viene deviata o rifratta in
modo da apparire più vicina allo zenith di quanto lo sia realmente.
Scrive un’opera
di enorme importanza scientifica che più tardi sarà riconosciuta come Almagesto.
All’opera
tolemaica sarà dato il nome di Almagesto
solo nel Medioevo. Questo nome deriva dall’espressione greca “Megalé
Mathematikè Syntaxis” cioè “Grande sintassi matematica”, usata anche nella forma
superlativa “magisté syntaxis”, da cui la traduzione araba “Al-Magiste”, che
diviene Almagestum in latino
medioevale.
Non si può sapere
esattamente quale parte dell’opera sia dovuta al merito personale di Tolomeo
e quanto invece debba essere ascritto a quello dei suoi predecessori, come
Ipparco, cosa che l’autore stesso a volte fa intendere. E’ probabile che
anche alla teoria matematica planetaria egli apporti solamente gli ultimi
perfezionamenti.
Nell’Almagesto Tolomeo presenta
matematicamente le orbite apparenti dei pianeti. Egli tiene conto di tutti i
movimenti planetari osservati, con una precisione di cinque secondi circa di
arco in più di un occhio nudo. Questa teoria rimarrà immutata per ciò che
riguarda la parte matematica anche dopo che Copernico ne modificherà il
sistema teorico (1543). Solo dopo Keplero, nel XVII secolo, saranno apportate
sostanziali modifiche, per poter tenere conto delle più esatte osservazioni
di Tycho Brahe.
Tolomeo presenta
lo schema dell’universo come un tutto unificato, situando la Terra
all’interno del cerchio principale delle orbite dei pianeti, ma in posizione
eccentrica, mentre i pianeti compiono la loro rotazione intorno all’equante,
un punto situato a uguale distanza della Terra, ma dall’altra parte del
centro del cerchio. Il risultato di questi studi è così vicino a quello
ottenuto da Keplero quindici secoli più tardi.
Nell’Almagesto
sono utilizzati degli “epicicli”, cioè circoli descritti dai pianeti intorno
a un punto ideale detto “equante”, il quale descrive a sua volta un circolo
intorno alla Terra detto “deferente”, per spiegare la seconda variazione
periodica della posizione di un pianeta (che realmente è causata dal
movimento della terra intorno al sole), ma per i matematici è indifferente
considerare ferma la Terra come Tolomeo, o il Sole come Copernico.
L’Almagesto
contiene inoltre un particolareggiato e preciso elenco delle Stelle, adattato
in parte da Ipparco.
Infine vi sono
descritti i principali strumenti utilizzati da Tolomeo nei suoi studi:
- L’ANELLO DI
METALLO, utilizzato per l’osservazione dell’altitudine meridiana del sole.
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E’ composto da un
anello interno con due indicatori, collocato all’interno di un altro anello
graduato, posto verticalmente sul piano del meridiano;
- UN BLOCCO DI
LEGNO scorrevole su un lungo telaio con un foro su una delle due estremitˆ
per applicarvi l’occhio, in modo che facendo scorrere il blocco si possono
misurare piccoli angoli e valutare la grandezza apparente del sole;
- UN SEMPLICE
ANELLO posto sul piano dell’equatore, usato per determinare gli equinozi;
- IL TRIQUETRUM
(termine latino che significa triangolo) che serve per determinare il centro
della Luna anche quando ne è visibile solo una parte. E’ composto da un asse
per mirare la Luna che viene inquadrata da un grosso foro all’estremità
inferiore, e ha il vantaggio che le graduazioni sono segnate su un’asta
dritta e quindi possono essere più facilmente determinate che non sulle scale
circolari di altri strumenti;
- L’ASTROLABON
ARMILLARE è il più importante strumento utilizzato da Tolomeo. Formato da una
serie di anelli metallici inseriti l’uno nell’altro, il più interno dei quali
porta un’alidada (un indice mobile che, scorrendo su un cerchio graduato,
permette di misurare l’apertura di un angolo) con due piccoli fori
(attraverso cui compiere le osservazioni) mentre il più esterno è fissato ad
un pesante supporto; un asse di rotazione è parallelo all’asse polare della
terra, e un secondo asse è inclinato come l’asse eclittica di 23,5 gradi
rispetto a quello polare. Questo serve a misurare direttamente gli angoli,
mentre con qualsiasi altro strumento meno complicato ci vorrebbero calcoli
lunghi e complessi per trasformare i dati di altezza e di azimuth, o
coordinate equatoriali, nelle coordinate eclittiche essenziali alla teoria.
Con questo strumento, Tolomeo riesce anche a misurare il mondo “abitabile”;
questi risultati sono riportati in un’altra sua opera: la Geografia.
L’Almagesto è caratterizzato dalla
maggiore preoccupazione di Tolomeo: quella di trovare una teoria matematica
particolare per ogni pianeta. Ma quando giunge al problema di considerare il
sistema planetario come un tutto, rileva che nessuna osservazione a lui nota
può gettare molta luce su questo punto e qualsiasi ipotesi non potrebbe
modificare di molto le sue conclusioni. Così egli ricade nella tradizionale
considerazione che la velocità con la quale i pianeti si muovono provi la
loro vicinanza; in questo modo egli sistema la Terra al centro, e la Luna,
Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno e le Stelle fisse in orbite
sempre più esterne. Perciò, anche se l’Almagesto
parla poco di cosmologia, il nome di Tolomeo è rimasto al maggior sistema
pre-copernicano.
L’Almagesto sarà tradotto in latino
verso la fine del XII secolo (intorno al 1175) da Gerardo, monaco cremonese,
quindi non potrà avere una diretta influenza sulla scienza dell’Alto
Medioevo. Al suo posto si diffonderà il più semplice schema dell’universo
tratto da Aristotele. Alla fine del Medioevo il conflitto tra la concezione
aristotelica e quella tolemaica sarà destinata ad assumere grande importanza
per la storia della scienza.
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4) I romani non forniscono un contributo originale alla scienza
astronomica. Essi hanno una buona pratica di alcuni strumenti fondamentali
come la meridiana, che conoscevano sin dal secolo III a.C., e che applicano
al computo del calendario. Inoltre posseggono una considerevole abilità
meccanica che permette loro di compiere e inquadrare osservazioni
astronomiche fondamentali. Più significatica è l’influenza dell’astrologia
che, seppur proibita ai tempi dell’impero, ha una particolare diffusione tra
i ceti popolari.
A collegarsi alla
ricerca astronomica alessandrina sono gli Arabi che, tramite gli scambi
commerciali con gli Indiani, a partire dal secolo IX, possono utilizzare le
loro conoscenze nell’ambito dell’aritmetica e dell’algebra per riconsiderare
le conoscenze dell’Età ellenistica. Essi traducono e volgarizzano l’opera di
Tolomeo, trasmettendola all’Occidente cristiano, mentre sviluppano l’uso di
particolari strumenti come l’astrolabrio, uno strumento antico usato dai
naviganti per determinare la posizione degli astri, sostituito in seguito dal
sestante. Si tratta di un sistema per trasportare una superficie curva su una
piana.
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Lo strumento consiste
essenzialmente di una mappa circolare del firmamento che si fa ruotare
attorno al polo nord, riposante su un piano celeste corrispondente alla
visuale di un osservatore che si trovi ad una determinata latitudine. Questo
strumento astronomico viene usato tra i secoli VII e XVI ed è di inestimabile
valore per le ricerche astronomiche.
Tra i maggiori
astronomi arabi sono Al-Farghani e Al-Battani, vissuti nel secolo IX, che
compilano sintesi dell’Almagesto.
Il filosofo Averroè sarà il mediatore del pensiero aristotelico tra la
cultura araba e quella cristiana.
Solo nel XIII
secolo le opere di Aristotele e quelle di Tolomeo vengono conosciute in
Europa, determinando la ripresa del pensiero occidentale. All’interno delle
università europee e degli ordini dei domenicani e dei francescani si
sviluppa una riflessione su questi temi. Tra le personalità che propongono le
prime sintesi astronomiche cristiane vi è il Sacrabosco, attivo a Parigi nel
XIII secolo.
Col diffondersi
del Cristianesimo e la scomparsa della filosofia stoica, l'astrologia passa
in secondo piano per ritornare con gli Arabi e con il sorgere dell'Università
del XIII secolo.
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4.1) Nella Divina Commedia di
Dante troviamo sintetizzata la visione cosmologica medievale. Essa è una
diretta derivazione della concezione aristotelica, in parte differente da
quella tolemaica, filtrata attraverso la riflessione teologica di derivazione
tomista, operata nella prima metà del XIII secolo da Tommaso d’Aquino.
Nella Divina Commedia, e in particolare
nella terza cantica, il Paradiso,
gli elementi astronomici e cosmologici sono parte integrante della
costruzione poetica. In numerosi luoghi del poema, l’Autore presenta
situazioni astronomiche ben definite e riconoscibili e ne indica gli influssi
sui comportamenti e le sorti degli umani. Astronomia e astrologia sono fusi
in un’unica concezione, poetica ed esistenziale.
Ciò è tanto più
vero nella cantica del Paradiso,
dove le anime appaiono a Dante nei diversi cieli. Ma la cosmologia dantesca
è, contemporaneamente, una visione morale del mondo. Per l’Autore, la virtù
divina è causa e creazione di tutto ciò che esiste. I cieli e le loro
influenze agiscono come cause derivanti dalla creazione. Il loro moto non è
un fatto puramente meccanico, ma ad essi presiedono le singole gerarchie o
intelligenze celesti, ognuna per uno specifico cielo. Ogni pianeta e ogni
costellazione ha una specifica influenza sulle creature terrestri.
Sulla visione
astronomica-astrologica di Dante hanno esercitato una significativa influenza
l’opera di Alfragano, commentatore di Tolomeo, e le Etymologiae di Isidoro di Siviglia.
Paradiso. Canto XXII
Versi 133-150
“Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
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L’aspetto del tuo nato, Iperione,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dione.
Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ‘l padre e ‘l figlio; e quindi mi fu chiaro
il variar che fanno di lor dove;
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo”.
Paradiso. Canto XXVIII
Versi 22-39
Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che ‘l dipigne
24 quando ‘l vapor che ‘l porta più èspesso,
distante intorno al punto un cerchio d’igne
si girava sé ratto, ch’avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;
e questo era d’un altro circumcinto,
e quel dal terzo, e ‘l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo sé sparto
già di larghezza, che ‘l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.
Così l’ottavo e ‘l nono; e ciascheduno
più tardo si movea, secondo ch’era
in numero distante più da l’uno;
e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s’invera.”
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5) L’astronomia dei primi anni del Cinquecento ha dei caratteri propri
che la distinguono da quella medioevale. A stimolare la ripresa degli studi
astronomici è la conoscenza dell’opera del Regiomontano.
Spetta però al
polacco Niccolò Copernico il merito di avere avviato la “rivoluzione
astronomica” del secolo. Egli è soprattutto un teorico e si occupa di
matematica, astronomia, medicina, diritto e teologia, mentre come ricercatore
di fenomeni astronomici la sua attività è scarsissima. Dopo aver preso in
considerazione i vari movimenti dei corpi celesti, trova uno spunto per la
sua teoria nella tradizione classica che aveva tramandato le idee del
pitagorico Filolao e di Aristarco. Il nuovo sistema copernicano conserva
molto delle vecchie teorie: continua a considerare l’universo come sferico,
finito e come concluso dalla sfera delle stelle fisse.A determinare
l’accoglienza fatta al sistema copernicano, intervengono anche circostanze
esterne, in particolare il clima culturale del periodo e il dibattito sulla
religione, in cui si contestano molte delle convinzioni tradizionali.
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Tra i contributi
critici più rilevanti appare quello di Giordano Bruno (1547-1600). Insegnante
in diverse università (Lione, Tolosa, Montpellier e Parigi), esperto di
mnemotecnica (ovvero le tecniche per attivare la memorizzazione), nella sua
opera De l’infinito universo e mondi
espone la sua visione di un universo infinito e senza un centro, formato da
infiniti mondi. Dio non agirebbe dall’esterno di quest’universo, ma si
identificherebbe con esso, animandolo dall’interno.
Un altro
personaggio molto importante è il tedesco Johannes Keplero (1571-1630), il
primo ad applicare la matematica negli studi dei moti celesti, convinto che
lo schema dell’universo e delle sue parti debba rispondere ad un astratto
criterio numerico e geometrico. La struttura dell’universo viene spiegata
secondo un sistema unitario, anche se Keplero scopre ben presto di essersi
sbagliato a calcolare la distanza dei pianeti dal centro della loro orbita.
Egli raccoglie
comunque a Praga delle importanti osservazioni insieme ad un altro
protagonista di questo secolo: Tycho Brahe, con il quale corregge le teorie
cosmiche. Questi lavora per dieci anni su un’isola fornitagli dal proprio re
e le sue osservazioni sono le più ampie e accurate che siano mai state fatte
fino ad allora.
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5.1) Il polacco Niccolò Copernico (Thorn 1473 - Frauenberg 1543) per
rispondere alle difficoltà del sistema tolemaico circa il moto apparente
degli astri, nella sua opera De
rivolutionibus orbium coelestium (1543), nega alla Terra la posizione
centrale nell’universo affermata dalle concezioni tradizionali, mentre
sostiene che ruoti, come gli altri pianeti, attorno al Sole, immobile.
Copernico afferma
che, dopo aver riscontrato l’insufficienza delle teorie tradizionali, si era
proposto di leggere i libri di tutti i filosofi che fosse riuscito a
procurarsi, per vedere se qualcuno avesse mai pensato a moti delle sfere del
mondo diversi da quelli insegnati nelle scuole. In Cicerone trova che Niceta
aveva ammesso il moto della Terra. Successivamente viene a sapere che altri,
come Filolao, lo avevano fatto. Così medita su quanto appreso e riesce a
spiegare in modo soddisfacente i moti celesti.
5.2) Secondo le convinzioni
accettate dai tempi di Platone, i moti dei corpi celesti dovevano essere
circolari o composti di moti circolari. Copernico accetta la circolarità del
moto dei corpi celesti come un principio indiscutibile, aggiungendovi però
una ragione di carattere pratico: soltanto un moto circolare, o composto di
più cerchi, può rendere conto del movimento periodico delle figure celesti.
Tolomeo aveva
salvato la circolarità dei corpi celesti, ma non la loro uniformità, in
quanto il moto presenta una velocità angolare uniforme ma non coincide col
suo centro, perciò era necessario che i corpi celesti si muovessero di moto
composto di moti circolari uniformi. E’ da questo problema che prende avvio
la ricerca di Copernico.
La soluzione di
Copernico al problema della causa dei moti celesti si fonda sugli assiomi
seguenti.
1) Le orbite e le
sfere celesti non hanno un solo centro.
2) Il centro
della Terra non è il centro del mondo, ma solo della gravità e dell’orbita
della Luna.
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3) Tutte le
orbite ruotano intorno al Sole in quanto è posto al centro di tutte le cose.
4) Il rapporto
tra la distanza Sole - Terra e l’altezza del firmamento è minore di quello
tra il raggio terrestre e la distanza Sole-Terra, sì che questa è insensibile
rispetto all’altezza del firmamento.
5) Qualunque moto
si osservi nel firmamento, non appartiene ad esso ma alla Terra. Dunque la
Terra, con gli elementi che la circondano, ruota di moto diurno sui suoi poli
immutabili, mentre il firmamento e ultimo cielo rimane immobile.
6) Tutti i moti
che vediamo nel Sole, si devono alla Terra e alla nostra orbita, con la quale
ruotiamo alla maniera di qualsiasi altro pianeta intorno al Sole.
7) Il moto
retrogrado e diretto che si osserva nei pianeti non appartiene ad essi, ma
alla Terra. Il moto di questa sola è sufficiente a spiegare tutte le
ineguaglianze che si osservano in cielo.
Anche se la
rivoluzione copernicana apparirà come una contestazione frontale
dell’Aristotelismo, in realtà essa è nata dal tentativo di Copernico di
risolvere delle difficoltà pratiche del sistema tolemaico e contiene, in
opposizione all’Aristotelismo, solo alcune conclusioni particolari, come la
centralità del Sole. Copernico, invece, non perderà la fiducia nella fisica e
nella filosofia aristoteliche che continua a considerare valide.
Nella concezione
di Tolomeo il mondo astronomico non costituisce un sistema: i moti planetari,
pur essendo simili tra loro, sono indipendenti l’uno dall’altro e non sono
uniti che per il loro centro comune, la Terra. Copernico dà, invece, una
struttura organica e architettonica dell’universo, e i moti dei pianeti non
sono semplicemente tracciati sulla sfera, ma costituiscono un sistema secondo
una disposizione necessariamente determinata. Keplero può sostenere che
l’ipotesi copernicana è più vera di quella tolemaica perché, delle due, essa
sola dispone i pianeti intorno al Sole in un ordine che si accorda con i loro
periodi.
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La confutazione da parte della cultura tradizionale della teoria
copernicana si articola in sei punti.
1) Se la Terra
non fosse collocata nel centro del mondo, le eclissi di Luna non si
spiegherebbero quando Sole e Luna non si trovano in luoghi opposti dello
zodiaco, ciò che è in contraddizione con l’esperienza degli astronomi, i
quali insegnano che le eclissi avvengono quando la Luna è in opposizione col
Sole, e mai altrimenti.
2) Il secondo
argomento è tratto da Aristotele e da Regiomontano: tutti i gravi in caduta
libera lungo il diametro del mondo incontrano la superficie della Terra
secondo angoli uguali, in qualunque parte dell’orbe discendano, di conseguenza
essi tendono al centro della Terra; da ciò consegue che il centro della Terra
e del mondo si identificano.
3) Il terzo
argomento, tratto anch’esso da Aristotele, pone la Terra al centro in quanto,
“essendo pesantissima, deve tendere
verso il luogo più basso; e questo dovendo essere il più lontano possibile
dal cielo, non può essere collocato che nel centro del mondo”. Inoltre la
Terra, ‘essendo il corpo più ignobile, dovette giustamente essere collocata
nel centro, per non recar danno con la sua vicinanza agli altri corpi”. (De caelo)
Alla prima parte
di questa obiezione Copernico risponde con la sua definizione della gravità e
con l’ipotesi dell’esistenza non di un unico centro di gravità, ma di una
pluralità di centri; alla seconda aveva opposto la maggiore nobiltà del
dentro rispetto alle altre parti dell’universo, giustificando in tal modo la
centralità del Sole.
4) Il quarto
argomento è tratto da Alfragano e da Sacrobosco: tolti tutti i vapori, le
nebbie e le esalazioni che possono impedire la nostra vista, in qualunque
luogo della superficie della Terra ci troviamo, le stelle ci appaiono sempre
della stessa grandezza, al sorgere, al tramonto, allo zenit: ciò che non
sarebbe possibile se la Terra non fosse collocata al centro dell’universo, esattamente
equidistante da tutte le parti del cielo.
5) Il quinto
argomento, desunto da Sarobosco, afferma che se la Terra non si trovasse al
centro dell’universo non si avrebbero sei segni dello zodiaco sopra
l’orizzonte e sei sotto.
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A questi due
argomenti Copernico risponde rovesciando il ragionamento: dall’osservazione
che l’orizzonte divide la sfera stellata in due porzioni esattamente uguali,
e che lo stesso fa con lo zodiaco, sì che quando il diametro del cerchio
dell’orizzonte comincia per esempio nel Cancro a oriente, termina a occidente
nel Capricorno, si deduce che il cielo è immenso a paragone della Terra e che
la Terra è rispetto al cielo come un punto paragonato a un corpo e il finito
all’infinito.
6) Il sesto
argomento è desunto da Tolomeo: se la Terra non fosse al centro
dell’universo, dovrebbe essere o nel piano del circolo equinoziale fuori
dell’asse del mondo (infatti se fosse sull’asse del mondo e nel piano
dell’equatore si troverebbe nel centro), o sull’asse del mondo fuori del
piano equinoziale o, infine, né sul piano equinoziale né sull’asse del mondo.
Ai tempi di
Copernico, e di Galileo, l’eliocentrismo può fondarsi solo su una serie di
argomentazioni aventi un grado di probabilità più o meno elevato.
1) Il movimento
della Terra consente di spiegare tutte le apparenze che si osservano in
cielo, comprese la precessione degli equinozi e le variazioni
dell’eccentricità.
2) La stessa
diminuzione dell’eccentricità del Sole si riscontra inalterata
nell’eccentricità degli altri pianeti.
3) I pianeti
hanno i centri dei loro deferenti intorno al Sole come al centro
dell’universo.
4) La quarta
ragione è di carattere filosofico e riguarda l’uniformità del moto circolare
rispetto al proprio centro e non a un punto introdotto arbitrariamente (come
in Tolomeo).
5) Vi è poi la
convinzione della semplicità ed economicità della natura. Senza la
convinzione della razionalità e perfezione della natura, Copernico non
avrebbe impegnato tutte le sue energie nella ricerca di una costituzione
semplice ed esatta da applicare agli orbi celesti.
6) L’ultima
ragione risiede nel fatto che gli astronomi precedenti, nell’elaborare le
loro teorie, non hanno tenuto conto di quella regola la quale avverte che
l’ordine e i moti delle orbite celesti sono inseriti in un sistema assoluto.
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5.3) Tycho Brahe (1546-1601) a differenza di Copernico è piuttosto un
osservatore che un teorico. Il re gli aveva messo a disposizione un
osservatorio molto attrezzato situato su un’isola dove rimane per dieci anni.
Più tardi, a Praga con Keplero, egli raccoglie osservazioni astronomiche che
gli permettono di correggere le conoscenze tradizionali. Le sue informazioni
sono le più ampie e accurate di quelle fatte fino ad allora. Egli non si
preoccupa di dare vita ad una nuova teoria della conoscenza, ma di dare conto
delle sue indagini sull’evidenza sensibile.
I risultati di
Brahe si possono riassumere così:
- Egli illustra
il sistema planetario con la Terra al centro delle orbite della Luna e del
Sole e al centro delle Stelle fisse. Il Sole ruota intorno alla terra in
ventiquattro ore portando con sé tutti i pianeti. Dal punto di vista
matematico il sistema risulta identico a quello di Copernico.
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- Nel 1502
osserva una nuova stella e nel 1577 riesce a determinarne il parallasse e a
dimostrare che era molto più lontana della luna e perciò al di là della sfera
del mondo “elementare”. Questo significa introdurre il principio di mutamento
nella sfera considerata immutabile, contraddicendo quindi i principi
aristotelici.
- Formula
l’ipotesi che il movimento di una cometa possa essere “non esattamente circolare ma leggermente oblungo”. E’
questa la prima ipotesi che il movimento di un corpo celeste possa seguire
un’orbita diversa da quella circolare.
- Descrive con
grande accuratezza le alterazioni del moto della luna (1599), che saranno poi
spiegate dalle generazioni di astronomi successive.
- Le sue
molteplici osservazioni sui pianeti permettono a Keplero di rivelare la vera
natura delle loro orbite.
- Rettifica i
valori di molti dati astronomici e in un’opera pubblicata da Keplero (Praga
1602) determina la posizione di 719 stelle, che più tardi Keplero porterà a
1005.
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5.4) Giovanni Keplero (1571-1630) è convinto che lo schema dell’universo
si possa esprimere in rapporti numerici e geometrici. Egli è il primo ad
applicare la matematica come strumento pratico per lo studio delle leggi che
regolano i moti celesti. La sua
idea dell’universo è dapprima sostanzialmente platonica e pitagorica. Egli è
convinto che lo schema dell’universo e delle sue parti debba rispondere ad un
astratto criterio di bellezza e di armonia. D’altra parte, in accordo con lo
spirito del tempo, non rinuncia a considerare i rapporti tra scienza e
astrologia: attraverso i calcoli astrologici cerca negli eventi della sua
stessa vita una verifica della teoria dell’influsso dei corpi celesti.
Keplero adotta ben presto il punto di vista copernicano, mirando sempre a
trovare una legge che riunisca gli elementi del sistema solare. Perviene così
a una prima soluzione (1596), in cui collega le sue riflessioni a convinzioni
che gli vengono dalla tradizione. Ci sono cinque solidi regolari possibili, i
cosiddetti “corpi platonici” e ci sono solo cinque intervalli fra i sei
pianeti che egli conosce. Secondo i calcoli di Keplero i cinque solidi
regolari possono essere collocati tra le sfere dei pianeti in modo che
ciascuno sia inscritto nella stessa sfera a cui era circoscritto il pianeta prossimo
più esterno, secondo lo schema seguente:
Sfera di Saturno
Cubo
Sfera di Giove
Tetraedro
Sfera di Marte
Dodecaedro
Sfera della Terra
Icosaedro
Sfera di Venere
Ottaedro
Sfera di Mercurio
Tuttavia Keplero
scopre ben presto di essersi sbagliato nel valutare la distanza dei pianeti
dal centro della loro orbita e la struttura unitaria del sistema non può
essere conservata. Malgrado il fallimento del suo primo tentativo, Keplero
continua a ricercare la costituzione di un’astronomia in cui le ipotesi siano
sostituite da principi matematici dimostrabili. Esamina i rapporti tra le
distanze dei pianeti e i loro tempi di rivoluzione intorno al Sole e gli
appare chiaro che siccome i pianeti esterni si muovono troppo lentamente,
quei tempi non sono proporzionali alla distanza.
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Egli suppone
l’esistenza di un intelletto motore all’interno del sole che muove tutte le
cose intorno a sé, ma soprattutto le più vicine, indebolendosi invece per le
più distanti, a causa del diminuire della sua influenza. Quindi si dedica allo
studio delle coniche. L’idea delle parabole con due fuochi, uno dei quali
all’infinito, gli permette di avvicinarsi alla soluzione del problema.
Fin dal 1604
Keplero si interessa alle sezioni coniche, che egli preferisce considerare
come distribuite in cinque specie, tutte appartenenti ad un’unica famiglia. Keplero formula per le coniche il principio di continuità.
Dalla sezione conica formata da due rette intersecantisi, nella quale i due
fuochi coincidono con il punto di intersezione, si passa gradualmente
attraverso un numero infinito di iperbole via via che un fuoco si allontana
sempre di più dall’altro. Quando un fuoco è infinitamente lontano, non si ha
più iperbole a due rami ma la parabola. Quando il fuoco, continuando a
muoversi, passa al di là dell’infinito e torna ad avvicinarsi dall’altra
parte, si passa attraverso un numero infinito di ellissi, fino a che, quando
i fuochi tornano a coincidere, si raggiunge il cerchio.
Le tre leggi di
Keplero
Keplero elabora
un utile metodo per affrontare il problema dell’infinitamente piccolo
nell’ambito dell'astronomia. Nella sua Astronomia
nova del 1609 annuncia le sue due prime leggi planetarie:1) i pianeti si
muovono intorno al Sole in orbite ellittiche e non circolari, aventi il Sole
in uno dei fuochi; 2) il raggio vettore che congiunge un pianeta con il Sole
copre aree uguali in tempi uguali. Trascorrono altri dieci anni prima che
Keplero enunci nell’Epitome astronomiae
(1618) la sua terza legge secondo la quale:3) i quadrati dei periodi di
rivoluzione attorno al
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6) Galileo Galilei (Pisa 1564 - Arcetri 1642) fisico e astronomo,
iniziatore del moderno metodo sperimentale. Nel 1589 ottiene la cattedra di matematica
all’università di Pisa; nel 1592 si trasferisce a Padova, dove, nel 1604,
inizia la sua attività di astronomo.
Galileo, oltre ad
essere importante per le sue teorie scientifiche, va considerato uno dei
primi scienziati nel senso moderno del termine. Infatti, con il suo modo di ragionare e di usare la matematica, con
le sue convinzioni sulla necessità di usare controlli sperimentali, egli crea
il metodo di lavoro della scienza moderna.
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Galileo mostra
che i fenomeni naturali possono essere espressi quantitativamemte in termini
matematici.
Inoltre la
scienza deve considerare che gli eventi naturali che osserviamo non sono
semplici ed elementari, come credeva Aristotele, ma molto complessi.
La scienza
precedente Galileo si basa sulle teorie aristoteliche dalle quali deriva la
fisica medievale che fa una netta distinzione tra corpi terrestri e celesti,
il cui moto naturale è una perenne rivoluzione su orbite circolari attorno al
centro dell'universo. Questo coincide col centro della terra.
Occorre l'opera
di una personalità complessa come quella di Galileo per mettere in
discussione le teorie aristoteliche e gettare quindi le basi della fisica
moderna.
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6.1) Il primo fenomeno celeste che attrae la sua attenzione è
probabilmente la cometa del 1577, mentre viene a conoscenza dell’ipotesi
copernicana il 5 settembre 1581 allo Studio di Pisa, se non prima.
L’attività di
Galileo come astronomo inizia nel 1604, quando appare, nella costellazione
del Serpentario, un nuovo corpo luminoso. Egli dimostra che non possiede un parallasse, cioè non si notano
variazioni della sua posizione apparente nel firmamento, da qualunque punto
lo si osservi. Il parallasse decresce col crescere della distanza e, ai tempi
di Galileo, mentre quello dei pianeti è ben conosciuto, il parallasse delle
stelle fisse è tanto piccolo, a causa della loro enorme distanza, da non
poter essere rilevato con gli strumenti di misurazione dell’epoca.
Di conseguenza,
il nuovo corpo celeste deve trovarsi nella remota regione delle stelle fisse,
in quella zona esterna cioè, che Aristotele e la sua scuola avevano considerato
come assolutamente immutabile. Fino ad allora si era ritenuto che le nuove
stelle, come le meteore e le comete, si trovassero nelle meno elevate e meno
perfette regioni dell’universo, cioè in quelle più vicine alla Terra. Tycho
Brahe dimostra che la nuova stella è al di là della Luna e Galileo gli
succede nella lotta contro l’idea di incorruttibilità e immutabilità
dell’universo, portando un colpo alla saldezza dello schema aristotelico.
Nel 1609 Galileo
inventa due strumenti che avranno enorme importanza nella successiva
evoluzione della scienza: il telescopio e il microscopio.Mentre gli occhialai
fiamminghi Lippershey e Jansen, avendo per caso scoperto la combinazione di
vetri che forma il cannocchiale, si limitano ad apportare i perfezionamenti
indispensabili ai loro occhiali rinforzati, Galileo, dal momento in cui
riceve la notizia degli occhiali da avvicinamento, ne costruisce la teoria. E
a partire da questa teoria, egli, spingendo sempre più lontano la precisione
e la potenza dei suoi vetri, costruisce la serie dei suoi strumenti ottici.
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Se la lente
olandese è un apparecchio pratico, infatti ci permette di vedere a una
distanza che supera quella della vista umana, Galileo cerca di dare, con
l’uso di questi strumenti, una risposta a bisogni puramente teorici.
Nel gennaio 1610
Galileo, grazie al telescopio, scopre quattro satelliti di Giove. Ci sono
reazioni sia di entusiasmo che di polemica. C’è chi rifiuta l’uso del nuovo
strumento, che pone in dubbio la validità e i risultati delle osservazioni
svolte fino ad allora. Altri sostengono che la scoperta dei satelliti di
Giove sia insignificante.
Le sue prime
scoperte sono pubblicate nel Sidereus Nuncius, del 1610. La prima
parte è occupata dalle osservazioni sulla Luna, la cui superficie, lungi
dall’essere liscia e levigata, come appare ad occhio nudo, è descritta come
ricca di rilievi, con alte montagne e profonde depressioni che Galileo pensa
siano fiumi, laghi e mari.
Ma Galileo non si
limita alle osservazioni dirette dello spazio. Egli considera essenziali, nelle sue ricerche, interpretare i
fenomeni naturali, osservati e misurati con esattezza con i suoi strumenti,
per mezzo della matematica, e in particolare della geometria. Il linguaggio
matematico perde la sua astrattezza e permette allo scienziato di staccarsi
dalle apparenze e dagli elementi occasionali e sensibili della conoscenza,
per arrivare a formulare leggi generali. L’uso della matematica non è solo un
metodo di lavoro, quanto rispecchia una particolare concezione dell’universo
e dell’azione divina.
“La filosofia è scritta in
questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi
(io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non si impara a
intendere la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è
scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure
geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola”
(Il Saggiatore)
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6.2) Lo sviluppo intellettuale di Galileo è già compiuto molti anni prima
che le sue opere, il De Motu, i Massimi Sistemi e le Nuove Scienze, siano scritte. Numerosi
indizi, infatti, confermano che:
nel 1602, Galileo ha già notevolmente approfondito
lo studio del pendolo e dei piani inclinati, come pure degli effetti della
percossa sul moto dei corpi;
nel 1604, è in possesso della legge dell’accelerazione
di caduta (che scoprirà del tutto nel 1609);
nel 1607 si pensa che lo scienziato sia già
pervenuto a una prima formulazione del principio di inerzia e della
relatività;
nel 1609 Galileo lavora intorno ai moti dei proietti
e approfondisce il già enunciato principio della relatività; ormai a buon
punto è l’elaborazione intellettuale della sua opera sul moto.
La scoperta della
legge di accelerazione di caduta del 1609
La posizione
della comunità scientifica.
Punto di partenza
è la formulazione di Aristotele, non molto chiara, ovvero che ogni moto, per
conservarsi, ha bisogno di un motore. Secondo il filosofo ogni corpo rimosso
dal suo luogo naturale ha la tendenza a ricongiungersi con esso.
Una spiegazione
radicalmente diversa si affaccia solo nel XIV secolo a Parigi, dove sorge una
dinamica sostanzialmente nuova in antagonismo a quella aristotelica. Ne è
fondatore Giovanni Buridano. Egli spiega l’accelerazione di caduta mediante
l’acquisizione, da parte dell’oggetto cadente, di una serie di impeti che si
aggiungono alla sua gravità: man mano che il grave prosegue la sua caduta, il
suo moto diventa sempre più veloce perché si allontana sempre di più dal
punto dal quale ha cominciato a cadere. Nicola Oresme introduce la
rappresentazione grafica del moto in relazione a due assi ortogonali che egli
chiama Longitudo e Latitudo.
La posizione di
Galileo
Nel De Motu, Galileo spiega
l’accelerazione di caduta come il risultato di due forze contrastanti, di cui
una, la virtù impressa (impeto), si consuma da sé col tempo, e l’altra, il
peso, esercita un’azione costante. Per Galileo l’impeto, invece di accentuare
l’azione della gravità, la ostacola, dapprima in misura molto forte e poi
sempre meno sensibile. Ne risulta che, se il moto naturale potesse continuare
all’infinito, la sua velocità non si accrescerebbe a tale tempo.
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Senza questa
scoperta non sarebbe possibile né l’esatta trattazione della composizione dei
moti in generale, né la matematizzazione della scienza del moto. Attraverso
il legame con la composizione dei moti, viene in piena luce l’importanza che
l’esatta formulazione della legge ha per la soluzione del problema
cosmologico.
Un’altra teoria:
il principio di inerzia
Galileo sostiene,
in diversi contesti, l’impossibilità di un moto veramente inerziale. Egli
afferma che solo il moto circolare può conservarsi indefinitamente.
E’ opportuno
tener presente una distinzione fondamentale tra il piano cosmologico-
architettonico e quello dinamico.
Quando Galileo sostiene che solo il moto circolare è perpetuo, perché
il moto rettilineo introdurrebbe un elemento di disordine nella compagine ben
ordinata del cosmo, non si vale di una considerazione dinamica, ma
architettonica, la cui verità non può essere negata da alcuno.
Quando, invece,
spiegando come la rotazione diurna della Terra non abbia effetti rovinosi,
Galileo fa vedere che il moto circolare è in realtà la risultante di una
“proiezione per la tangente” e della “propria gravità” del mobile, fa ricorso
a una considerazione dinamica. Galileo ha chiaro il principio d’inerzia anche
su scala cosmologica e ciò risulta dalla sua teoria sulle maree, nella quale
egli applica quella tendenza dei corpi a muoversi di moto rettilineo uniforme
nella quale si identifica il principio di inerzia.
Il moto della
Terra
Galileo sviluppa
tutta una serie di argomentazioni per dimostrare la possibilità del moto
della Terra. Si propone di vedere se, nei corpi separati dalla Terra, si
scorge apparenza alcuna di movimento, il quale egualmente competa a tutti.
Per determinare se la Terra si muova, è necessario ritrovare, per così dire,
un’immagine negativa di tale moto in tutti gli altri corpi dell’universo.
Un moto comune a
tutti i corpi esterni alla Terra è la rotazione diurna, ossia quel moto
apparente della volta celeste in virtù del quale tutti i corpi celesti
compiono una rotazione da est a ovest in ventiquattro ore. Tale moto sarà,
dunque, un’apparenza, un’immagine negativa della rotazione della Terra da
ovest a est. E’ praticamente dimostrato che un eventuale moto non influisce
sul comportamento dei corpi che ne fanno parte, o che una tale influenza, se
esiste, è pressoché insensibile; in secondo luogo l’intenzione di Galileo è
quella di far vedere che il moto diurno della Terra può considerarsi, in
pratica, un moto inerziale, anche se sul nostro pianeta il solo piano
veramente orizzontale è la superficie sferica. E’ evidente che si tratta di
considerazioni di carattere architettonico (o cosmologico) e non dinamico.
Per quanto la
dimostrazione data da Galileo del perché la rotazione della Terra non abbia
effetti distruttivi sia insoddisfacente, rimane tuttavia acquisito che il
moto per la tangente è quello della vertigine diurna e che la rotazione della
Terra non è abbastanza veloce da determinare i disastrosi effetti paventati
da Tolomeo.
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6.3) Il Dialogo sopra i Massimi
Sistemi (1632) è l’opera scritta da Galileo nel corso della sua maturità
intellettuale, essa riassume gli innumerevoli studi fatti nell’arco della sua
esistenza.
In quest’opera e
nel testo Le Nuove Scienze (1638),
Galileo riassume tutto il suo pensiero cosmologico e scientifico, un insieme
di concetti molto complessi, ma sobri e razionali, in cui si trovano le basi
di una nuova disciplina, la dinamica.
Nei Massimi Sistemi si propone di
dimostrare la verità del sistema copernicano e la prima parte è
sostanzialmente un’analisi critica dei due libri del De Caelo di Aristotele. Lo scienziato introduce anche un concetto
di gravitazione vicino a quello copernicano e mette in luce il fatto che la
Luna e il Sole non sono inalterabili, ma che anzi la prima presenta numerose
somiglianze con la Terra, che diventa un globo mobile e vagante come la Luna,
Giove e Venere.
Ammettendo il
moto della Terra e situando il Sole al centro dell’universo, il moto del
corpi celesti da oriente a occidente si rivela illusorio. L’universo acquista
una struttura architettonica razionale, mentre nel mondo tolemaico gli orbi
planetari non avevano alcun rapporto tra loro. Ai tempi di Galileo,
l’attribuzione del moto diurno alla Terra rappresenta un grande vantaggio
rispetto all’astronomia tradizionale e il principio fondamentale, al fine
della spiegazione del moto diurno e di tutti i fenomeni che accadono sulla
Terra, è quello della composizione e dell’indipendenza dei moti.
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Secondo questo
principio un corpo, sollecitato contemporaneamente da due moti diversi, si
muove secondo la risultante. In questo modo Galileo abbandona la concezione
aristotelico-telemaica sulla gravità. La principale difficoltà contro
l’adozione del moto annuo della Terra, è il fatto che in tal caso si dovrebbe
osservare anche qualche mutazione delle stelle fisse. La soluzione che
Galileo dà di questo problema, è che l’orbita della Terra è come un punto
rispetto alla sfera delle stelle fisse, di conseguenza insensibile risulta la
sua proiezione sulla sfera.
Per Galileo, nel
sistema Terra-Luna-Sole, il legame che unisce tra loro i corpi non è un
legame “materiale”; questo legame, come oggi sappiamo, è gravitazionale.
L’unica prova
certa del moto della Terra è vista da Galileo nel fenomeno delle maree, il
quale flusso consiste in una sorta di attrazione che la Luna esercita
sull’acqua mediante una forza derivante da un’affinità di natura.
L’attrazione lunare tende a conferire al globo fluido una forma ellittica,
con l’asse orientato nella direzione della forza esercitata. Il periodo
mensile e quello annuo si spiegano, a loro volta, mediante la posizione della
Terra, della Luna e del Sole, nel corso del mese e dell’anno.
Galileo sembra
rendersi conto che il legame che unisce i corpi celesti è di natura
gravitazionale, ma egli non affronta mai i problemi tecnici dell’astronomia
tradizionale, non elabora una “teoria” planetaria, nemmeno nel caso dei
“pianeti medicei” da lui scoperti. Il suo interesse è tutto per l’astronomia
“filosofica”, ossia per la cosmologia.
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6.4) Ma questo suo interesse lo mette in contrasto con la Chiesa, che non
tollera che si mettano in dubbio le interpretazioni dei sacri testi. Per la
Chiesa ad ogni matematico dovrebbe bastare una supposizione che gli sia utile
per interpretare i fenomeni, ma non può accettare che il filosofo metta in
dubbio le prove sulla centralità della Terra. Galileo non si cura
eccessivamente dei limiti teorici molto precisi imposti da papa Urbano VIII,
ritenendoli in fondo una pura formalità.
L’opera incontra
ben presto seri ostacoli per la pubblicazione; alla sua apparizione i Massimi Sistemi suscitano l’entusiasmo
dei galileiani. Al contrario, i Gesuiti intuiscono subito il profondo
significato culturale che prevale sugli stessi meriti scientifici dell’opera
e scatenano polemiche destinate a vincere ogni resistenza da parte del papa
che, se dapprima era a favore dello scienziato, ora si sente tradito e
diventa suo avversario.
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Nell’ottobre del
1632 Galileo è convocato dall’Inquisizione a Roma; nei lunghi mesi del
processo, motivi teologici e culturali s’intrecciano con la necessità della
Chiesa di riaffermare pubblicamente la politica controriformista verso ogni
eresia.
Il pontefice
rimane turbato dalle violente accuse formulate contro di lui, per aver
favorito, con la sua politica antiasburgica, gli eretici protestanti,
privilegiando il fattore politico rispetto ai vitali interessi religiosi
della Chiesa cattolica e al suo impegno nella lotta all’eresia.
La condanna di
Galileo diviene inevitabile. Il 22 giugno, inginocchiato dinanzi alla “congregazione
di solenne adunanza”, lo scienziato, ormai settantenne, pronuncia, dopo la
lettura della condanna, la sua pubblica abiura.
Seguono anni di
lunghe meditazioni, nel quale Galileo porta a termine i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze;
in questo testo, che i teologi stranamente non condannano, benché non siano
meno copernicani dei Massimi Sistemi,
la scienza moderna galileiana appare ormai come un fatto compiuto; nell’opera
chi legge trova il suo nuovo universo governato da quelle precise leggi
dinamiche che lo scienziato aveva così abilmente ricavato.
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7) Isaac Newton (Woolsthorpe, Lincolushire 1642; Kensington, Middlesex
1727) racconta di essere stato attratto dalla caduta di una mela da un albero
nel suo giardino, così elabora l’idea che esista un’unica forza di
gravitazione universale, come quella che trattiene la Luna lungo la sua
orbita attorno alla Terra e attrae i corpi verso il suolo.
Dopo la scoperta
della legge di gravitazione costruisce il suo primo telescopio a riflessione,
espone poi la teoria della scomposizione della luce bianca: quando un raggio
di luce bianca attraversa un prisma di vetro si potrà vedere la scomposizione
della luce bianca in altri raggi di colore dell’arcobaleno grazie al diverso
angolo di rifrazione.
Gli studi di
Newton sulla gravitazione portano alla spiegazione del perché un pianeta si
muove lungo un’orbita ellittica e non circolare. Tuttavia, il risultato che
Newton ottiene non è quello da lui desiderato, così elabora un nuovo tipo di
trattamento delle curve, questo metodo diventerà il “calcolo infinitesimale”.
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Molti scienziati,
compreso Newton, pensano che il sistema solare sia una grande macchina, cioè
che le diverse parti del sistema solare siano tenute insieme da una forza di
gravitazione, il loro moto relativo, secondo la teoria di Newton, è
determinato una volta per tutte quando le parti del sistema solare sono messe
insieme.
Il modello
dell’universo - macchina è adottato anche da altri scienziati “religiosi”
come Robert Boyle, che afferma:
“...risalta maggiormente la sapienza di Dio nella
costruzione della fabbrica dell’universo, cioè il fatto che Egli abbia
realizzato un così complesso meccanismo che, facendo uso solo della materia
bruta e del suo generale e normale contributo, si comporta come Egli ha
deciso, più di quanto sarebbe avvenuto se Egli avesse usato un supervisore
intelligente con il compito di, ogni tanto, regolare, assistere e controllare
il moto delle varie parti.”
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7.1) Newton si interessa della dinamica; cioè lo studio delle cause che
determinano il moto dei corpi, facendo sì che cominci a muoversi invece di
restare fermo. Questo suo interesse può realizzarsi grazie agli studi di
Galileo Galilei sulla cinematica, cioè lo studio di come si muovono gli
oggetti.
Attraverso la
dinamica, Newton può spiegare le proprietà che caratterizzano il moto degli
oggetti, formula tre principi della dinamica e riesce a ricollegarle alle
leggi di Keplero sui movimenti planetari, sulle orbite dei pianeti e sui
tempi della loro rivoluzione.
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- Prima legge
della dinamica: ogni corpo mantiene il suo stato di quiete o di moto
rettilineo uniforme a meno che su di esso agisca una forza risultante diversa
da zero.
- Seconda legge:
l’accellerazione subita da un corpo ha la stessa direzione della risultante
delle forze agenti ed è proporzionale a essa, inoltre è inversamente
proporzionale alla massa del corpo.
- Terza legge: a
ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria; in altre
parole, le azioni reciproche di due corpi sono sempre uguali tra loro e
dirette in versi opposti.
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7.2) L'astronomia sperimentale, ovvero l’osservazione diretta di corpi
celesti per mezzo del telescopio, ha una forte accelerazione con il
perfezionamento del telescopio nei secoli XVII e XVIII.
I più grandi
progressi in questo campo avvengono grazie agli studi degli astronomi che
seguono.
C. HUYGENS
(1629-1695): perfeziona il telescopio, introducendo il micrometro. Dimostra
che le variazioni d’aspetto di Saturno sono dovute ad un anello inclinato di
28 gradi sull’eclittica. Misura anche l’accelerazione di gravità.
O. ROEMER
(1644-1712): fornisce la prova che la luce si propaga con una velocità
determinata.
G.D. CASSINI:
dimostra che la Terra è appiattita ai poli; misura il parallasse di Marte
permettendo una valutazione della distanza di Marte dal Sole.
J. FLAMSTEED
(1646-1719): dimostra che il sistema per rilevare la longitudine in mare
aperto, sarebbe impossibile se non si trovasse il modo di stabilire con
maggior precisione la posizione delle stelle fisse.
E. HALLEY
(1656-1742): perfeziona il pendolo a secondi e determina la posizione di 341
stelle. Newton aveva ipotizzato che le comete si muovessero lungo ellissi
molto allungate, Halley calcola forma, posizione e dimensione della
traiettoria della cometa del 1682, che assume il suo nome.
J. BRADLEY
(1693-1762): scopre che l’asse della Terra subisce un’oscillazione sotto
l’influenza della Luna; scopre l’aberrazione delle stelle fisse, un apparente
cambiamento nella loro posizione dovuto al moto della Terra rispetto alla
velocità della luce.
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W. HERSCHEL
(1738-1822): costruttore di telescopi di gran precisione, scopre Urano, 800
stelle doppie e oltre 2000 nebulose. Descrive la struttura della via Lattea
ed accerta il moto di traslazione del Sole ipotizzato da Bradley. Si può
considerare il fondatore dell’astrofisica, perché cerca di scoprire
nell’apparente disordine secondo il quale le stelle sono distribuite in
cielo, le leggi dei raggruppamenti in sistemi.
G.W. LEIBNIZ
(1646-1716): giunge alla concezione del calcolo differenziale, che diviene
indispensabile strumento per i matematici posteriori.
L.EULERO (
1707-1783): dimostra che certe irregolarità dei movimenti della Terra
verificatisi dai tempi di Tolomeo sono spiegabili supponendo che il nostro
pianeta si muova lungo una traiettoria costituita da un’ellissi variabile e
non fissa.
J.L. LAGRANGE
(1736-1813): studia le perturbazioni del sistema solare.
P.S. LAPLACE
(1749-1827): sviluppa le indagini sulle perturbazioni secolari del sistema
solare individuate da Lagrange e riassume i risultati delle indagini
astronomiche del suo secolo nell’opera
Trattato di meccanica celeste (1799-1825). A lui si deve “l’ipotesi della
nebulosa” sull’origine del sistema solare.
G. PIAZZI
(1746-1826): scopre il pianetino Cerere, grande circa 1/4 della Luna e dà
inizio alla scoperta degli asteroidi.
F.W. BESSEL
(1784-1846): misura per la prima volta la distanza di una stella, ottenendo
il valore di circa undici anni luce.
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