contatti esterni
l’alterità
Nonostante
l’apparente isolamento dell’Egitto, la fertilissima Valle del Nilo attrasse
coloni da ogni parte e produsse un fecondo scambio di conoscenze. Occorre
operare un’interpretazione attenta dell’immagine di civiltà creata dagli
artefici della cultura faraonica, che non è capace di riconoscere l’apporto di
culture esterne. Non venne mai meno il dialogo con gli altri Paesi: ciò che
mutò fu la capacità di acquisire e di accettare l’esistenza di mondi esterni.
Le
presenze straniere si manifestano nel territorio stesso della Valle del Nilo.
Si tratta di genti provenienti da sud (Nubia), ovest (Libia) e nord-est (Palestina).
Attraverso la costa siro-palestinese (la Fenicia) avvengono i primi contatti
transmarini con il mondo egeo, che divennero più diretti nel corso del II
millennio a.C.
Gli
interessi dell’Egitto verso l’esterno si traducono in una serie di avamposti,
o basi commerciali e culturali, dalle quali gli emissari del faraone
intrattengono rapporti con altri Paesi. Si può menzionare il porto di Byblos
sulla costa fenicia, la città scoperta nell’odierno sito di Balat
nell’oasi di Dakhla, sulla pista transsahariana, e la città di Buhen
lungo il Nilo, all’altezza della II cateratta. Un emporio del principio del II
millennio è riscontrabile nella città più meridionale di Kerma, che fu forse capitale del
primo fiorente regno africano, quello di Kush.
Anche
siti della Valle del Nilo nel III millennio mostrano caratteri di frontiera,
con mescolanza di elementi non pertinenti al quadro della cultura faraonica.
Ciò è indizio della non ancora compiuta unificazione culturale del Paese: nel
III millennio vi è uno Stato faraonico, ma non ancora una nazione egiziana.
Lo
straniero non amalgamato costituisce nel Medio Regno un definito gruppo
sociale, detto “asiatico”
o “cananeo”.
È incerto quanto collegati siano i più antichi dominatori dell’Egitto venuti
dall’esterno di cui parli la tradizione, gli Hyksos (“re stranieri”).
Le
popolazioni
libiche infiltrate in Egitto durante l’età ramesside sono quelle che
metteranno sul trono i faraoni della XXI-XXIII dinastia.
Successivamente
i faraoni egizi saranno spesso monarchi che governano da un altro Paese, come i
Nubi
della XXV
dinastia, i Persiani della XXVII, ed i Lagidi, che dalla nuova capitale
di Alessandria
governano l’Egitto dopo la conquista di Alessandro il Macedone (332 a.C.), imponendovi
la lingua greca.
La
differenza tra Hyksos e Libi nel II millennio da un lato, e nel I millennio
Persiani e Romani dall’altro, è che i primi governano dall’interno il Paese di
cui si sono impossessati, mentre gli altri lo dominano dai lontani centri dei
loro imperi, attraverso intermediari. Diverso è il caso di Nubi e Macedoni, che
governano da territori esterni ma adiacenti, con cui ci fu un forte interscambio
di elementi culturali. Una differenza tra Nubi e Macedoni è che mentre i primi
cercano di vestire le forme espressive dell’Egitto, gli altri mirano a
trasporle nelle abitudini greche, integrandole nel mondo universale
dell’Ellenismo.
L’uscita
della potenza egizia dai suoi confini naturali è legata a fattori minerari e
commerciali durante il III millennio. Essa si traduce in occupazione stabile
della Nubia al principio del II millennio (XII dinastia) ed in avanzata in profondità
ta 454f54e nto a sud in Africa (fino alla V cateratta) quanto a nord in Siria (fino all’Eufrate).
Nella XVIII
dinastia sono attestate spedizioni egizie nel mar Egeo.
La
penetrazione della cultura egizia nel mondo esterno ha una notevole rilevanza
dapprima in Siria
durante il III millennio, e durante il II millennio nel mondo cretese-miceneo.
Corrispondentemente, manufatti di provenienza rispettiva sono riconoscibili nel
territorio egizio.
Un’irradiazione
più ampia attraverso il Mediterraneo è un fenomeno che si stabilisce a partire
dall’egemonia ramesside, con cui l’Egitto impone il suo prestigio ed autorità
sullo scenario orientale. A questo fatto non è estranea la controffensiva dei “popoli del mare”,
che rivela l’irruzione di nuove realtà etniche e culturali.
Una
caratteristica dell’impero ramesside è di dominare i popoli soggiogati
dall’interno. Stranieri si diffondono nelle città dell’Egitto, e l’Egitto fonda
città egiziane nei luoghi sottomessi. Sul versante africano si moltiplicano i
templi che riprendono le architetture egizie in armonia con l’adattamento a
tradizioni locali; verso la zona palestinese pare imporsi un tipo più modesto
di santuario, riflettente cappelle private e culti personali.
l’egitto e l’egeo
Lo
studio delle relazioni che la civiltà egiziana allacciò con Creta
e Micene
è ancora agli inizi ed è basato su dati di difficile interpretazione.
Nella
metà degli anni ’50, l’egittologo Jean Vercoutter analizzava i contatti tra i
popoli Egei ed Egiziani. In più luoghi dell’Egitto si erano ritrovati prodotti
artigianali legati al mondo minoico: la cospicua quantità di vasellame di stile Kamares in siti del Medio
Regno come Lisht
e Kahun
faceva supporre la presenza di ceramisti cretesi in Egitto; il ritrovamento,
all’interno del tempio
di Tod nell’Alto Egitto, di coppe d’argento di “stile egeo”, custodite in
scrigni con il cartiglio di Amenemhat II, era ritenuto prova delle
relazioni commerciali intercorse in quel periodo tra l’Egitto e l’Egeo; alcune tombe tebane
di alti dignitari vissuti nella XVIII dinastia, che raffiguravano minoici
nell’atto di offrire i loro prodotti alla corte del faraone, sembravano
dimostrare il perdurare di tali rapporti nel Nuovo Regno.
A
Creta, gli studiosi sottolineavano l’influenza dell’arte egiziana sulla
glittica e sulle decorazioni parietali; i contatti con l’Egitto erano
documentati dalla presenza di una larga quantità di vasi in pietra, ma anche di
scarabei ed altri piccoli oggetti. Tuttavia, non era facile stabilire se tali
contatti tra Egitto e mondo egeo fossero mai stati diretti.
In
Egitto, due scoperte importantissime dovevano ampliare i termini della
questione. La prima scoperta avvenne nel 1964 a Kom el-Heitan, sulla riva ovest
di Tebe. Si tratta del sito in cui sorgono i “colossi di Memnone”, che sono in
realtà le ultime grandi vestigia di quello che fu il fastoso tempio funerario
del re Amenhotep
III (1387-1348 a.C. circa). Una missione svizzera ritrovò la base di
una statua colossale del re Amenhotep III sulla quale era scolpita una lista di
toponimi cretesi e micenei. In questa iscrizione, le località egee
erano personificate da prigionieri legati, secondo la classica rappresentazione
dei popoli sottomessi all’Egitto. Ciò non implicava un’effettiva dipendenza dal
re egiziano, quanto il fatto che le popolazioni di quei luoghi avevano avuto
relazioni diplomatiche con l’Egitto e ne avevano riconosciuto formalmente lo
Stato.
Il
documento attestava che tra il XV ed il XIV secolo a.C. gli Egiziani
frequentavano le popolazioni egee e conoscevano l’organizzazione politica di
quelle regioni. La lista permetteva inoltre di ancorare ad un contesto storico
la presenza di oggetti egei in Egitto e di reperti egiziani a Creta e Micene.
Nel
1989, una seconda e più clamorosa scoperta doveva confermare la profondità dei
rapporti intercorsi tra Minoici ed Egiziani: il ritrovamento, in pieno Delta,
di un palazzo decorato con pitture il puro stile minoico. Ad Avaris
(Tell
el-Dab’a), capitale dei re Hyksos, una missione austriaca ritrovò
numerosi frammenti di intonaco dipinto ornati di scene del più tipico repertorio
cretese.
Sul
fatto che queste pitture parietali siano state realizzate da artisti minoici,
il consenso della comunità scientifica sembra generale: il salto sul toro è un tema
originale cretese, mentre il motivo del “labirinto” ed un particolare fregio “a
semirosette” hanno un legame specifico con il palazzo di Cnosso:
da qui provenivano gli artisti che decorarono il “Palazzo minoico” di Avaris.
Tra
il 1560 ed il 1550 a.C. circa, il primo re della XVIII dinastia, Ahmosi,
cinse d’assedio Avaris costringendo i sovrani Hyksos ad abbandonare la città ed
a ritornare in Oriente. Questo grande avvenimento segna la fine del II Periodo
Intermedio e l’inizio del Nuovo Regno.
Le
prime pitture murali in stile minoico furono trovate in discariche secondarie
che non offrivano appigli per una datazione sicura; tuttavia, la loro
prossimità alla cittadella hyksos distrutta da Ahmosi, in un primo momento fece
credere agli archeologi che il “Palazzo minoico” fosse di poco anteriore
all’arrivo del condottiero tebano. Questa congettura spinse gli studiosi a
supporre che tra il 1600 ed il 1550 a.C. circa i re Hyksos di Avaris avessero
stabilito un’alleanza politica con Creta.
La
maggior parte degli studiosi dell’Egeo non accettava una datazione così antica
di quelle pitture, che faceva dal “salto sul toro” di Avaris un esempio più
antico del suo parallelo a Creta. Fino a questo momento, la fase della maggior
espansione della cultura minoica nel Mediterraneo risultava contemporanea ai
regni di Hatshepsut
e di Thutmosi
III (1450 a.C.), mentre la scoperta delle decorazioni minoiche a
Tell el-Dab’a sembrava retrodatare il fenomeno ad almeno un secolo prima.
Dopo
il ritrovamento di altri frammenti di pitture parietali in “stile cretese”, in situ nell’ala di un palazzo
posteriore all’arrivo di Ahmosi, la prima datazione è stata abbassata, ed
attualmente si pensa che il “Palazzo minoico” di Avaris sia contemporaneo agli
inizi della XVIII dinastia. La cittadella ricostruita dai dinasti tebani rimase
in funzione almeno fino al regno di Amenhotep II (1424-1398 a.C. circa), ma niente
esclude che abbia continuato ad esistere anche dopo.
La
presenza di questo palazzo minoico nel cuore del Delta potrebbe essere la prova
di un’alleanza politica, forse anche di un legame dinastico stabilitosi tra i
primi faraoni tebani della XVIII dinastia e la casa regnante di Cnosso. Il
“Palazzo minoico” di Avaris non prova soltanto che durante il Nuovo Regno i
cretesi venivano in Egitto, ma che alcuni di essi vi abitavano.
Sui
tempi e sui modi del tramonto della cultura minoica, la comunità degli
archeologi non è concorde. Sembra che una serie di distruzioni avvenute più per
cause naturali che belliche mise in crisi la civiltà minoica, alla quale
subentrò quella guerriera dei Micenei. L’antica lingua minoica, scritta con
la lineare A
ed affine al gruppo indoeuropeo anatolico, venne sostituita da quella dei nuovi
padroni: il greco della lineare B.
La
costituzione di un regno miceneo a Creta verso la metà del XV secolo sembra
trovare eco nelle fonti egiziane. Nelle pitture parietali della tomba di
Rekhmira, il visir vissuto ai tempi di Thutmosi III e di Amenhotep II,
le figure dei personaggi egei sono state ritoccate ed i costumi minoici dei
Cretesi sono stati sostituiti con costumi micenei. Dall’età amarniana, la ceramica
micenea comincia ad affiancare quella minoica sui siti egiziani, fino a
sostituirla progressivamente.
Il
greco soppiantò la lingua minoica nell’amministrazione, e viene supposto che
nella prima metà del XIV secolo a.C. la cultura micenea avesse già obliterato
quella cretese. Tuttavia, la lista di Kom el-Heitan, che risale a questo
periodo, cita le città cretesi nella loro forma originaria pre-greca.
l’egitto e l’italia
L’Italia
rimase fuori dell’orizzonte del potere faraonico per tutta la durata della sua
azione. Fu l’Egitto ad entrare nell’orbita della civiltà romana: era l’Egitto
ellenizzato, che da secoli sottostava al dominio dei Lagidi.
La capacità d’interferenza, di espansione e di assimilazione non è dovuta alla
cultura egizia, ma alla cultura romana: l’interesse si mostra sia attraverso
l’imitazione dello stile egizio, sia attraverso l’importazione di opere
originali.
I
primi oggetti egizi a raggiungere l’Italia sono piccoli amuleti in forma di scarabei,
che rappresentano una nuova caratteristica della cultura umile e quotidiana che
si propaga durante l’età ramesside.
La
grande civiltà egizia è per la prima volta a confronto con una cultura esterna
dominante al tempo dell’ascesa dell’ellenismo, che però stabilisce ad
Alessandria e nell’Egitto stesso alcuni dei suoi capisaldi. Non mancano dotti
egizi, depositari della tradizione originale, che lasciano il loro Paese per
portare nella capitale dell’Impero il segno della loro cultura, che mantiene
vivo il richiamo delle opere ai valori originari.
Nei
primi secoli dell’Impero, Roma si arricchisce di personaggi, monumenti,
santuari, sepolcreti, scritti e documenti, che trasfondono nella scena locale
una molteplicità di aspetti propri della civiltà egizia. Questo fatto ha reso
il suolo di Roma un terreno archeologico fertile di ritrovamenti di antichità
egizie.
Grande
interesse rivestono i resti dei santuari per celebrare i culti egizi.
Testimonianze di culti e presenze egiziane restano specialmente nei porti, tra
cui Ostia
e Pozzuoli.
Templi in onore di Iside sono costruiti in varie città d’Italia,
ed il culto si accompagna ad un’importazione di oggetti egizi.
Dopo
il Medioevo, un interesse per l’Egitto e le sue antichità riprende attraverso i
viaggiatori, che recandosi in Terrasanta passano attraverso il Cairo.
L’800
è il secolo in cui matura l’interesse per la costituzione di raccolte di
antichità egizie, promosse dai consoli che operano in Egitto per
conto di varie potenze europee.
Le
ricerche archeologiche in Egitto sono condotte nel ‘900: scopo di queste
missioni è il contributo agli studi ed alla conservazione dei monumenti sul
posto. Verifica ed approfondimento delle ricerche sono costituiti dalle
pubblicazioni.
l’egitto e roma
La
civiltà egiziana è l’unica che possa essere documentata in due aree
archeologiche distinte: in Egitto ed in Italia, a Roma in particolare.
L’interesse
per l’Egitto nacque a Roma in epoca sillana, nel I secolo a.C. e si accentuò
grazie alle campagne militari in Oriente prima di Cesare e poi di Ottaviano.
Questo interesse crebbe nei primi secoli dell’Impero, tanto che alcuni aspetti
della civiltà egiziana entrarono a far arte della cultura romana stessa.
Il culto isiaco
L’elemento
che favorì l’irradiarsi della civiltà egiziana fu il culto isiaco. Da Alessandria si
espanse per tutto il Mediterraneo a partire dalla seconda metà del III secolo
a.C. Il culto di Iside trasse prestigio dall’antichità e dalla fama di questa
divinità, e ad esso si aggiunsero elementi misterici ed iniziatici. Esso fu
associato al culto di Serapide, divinità introdotta dai Tolomei, che
si presentava con caratteri ed aspetto greci, ma che riprendeva le funzioni
proprie del dio Osiride.
Modelli architettonici degli Isei e Serapei
A
Roma sorsero luoghi di culto dedicati a queste due divinità, detti Isei
e Serapei.
I due templi erano uniti in un solo contesto monumentale ed erano
caratterizzati da un’architettura di tipo ellenistico. I modelli furono quelli
proposti da Alessandria ed in particolare dall’Iseo di Ras es-Soda (III secolo
d.C.).
Gli Isei e Serapei romani
A
Roma è attestata l’esistenza di numerosi luoghi dedicati al culto di Iside e
Serapide; manca una precisa distinzione tra costruzioni di carattere pubblico e
sacelli privati.
Il
più antico ed importante dei sacelli privati era l’Isium
Metellinum, fondato da Publio Cecilio Metello nella prima metà del I
secolo a.C.; divenne pubblico un secolo dopo, sotto Caligola (37-41 d.C.). Il
santuario si sviluppava su due terrazze, con un fronte meridionale di circa 260
m.
Il
più importante dei santuari pubblici ed il più grande dei monumenti isiaci
fuori dell’Egitto era l’Iseo-Serapeo del Campo Marzio, eretto nel 43
a.C. La pianta, conservatasi nella Forma
Urbis Romae, consente di rilevare che il complesso occupava in età
severiana un’area di circa 14.000 m2, e comprendeva un’esedra
absidata a sud, un cortile centrale servito da due ingressi monumentali posti
sui lati est ed ovest, ed un tempio a nord.
La
struttura presentava una tipologia ellenistico-romana ed una decorazione
egiziana. Possiamo distinguere una zona absidata (larga 70 m e profonda 50 m),
una sorta di ninfeo a peristilio, il luogo dedicato a Serapide. La presenza
dell’acqua è riconducibile all’aspetto osiriaco di Serapide, connesso con
l’inondazione e la rinascita del dio. L’ampio spazio a nord era dedicato al
culto isiaco. Si trattava di un tempio di concezione e di stile greco-romano,
ma la decorazione era di chiara matrice egiziana e si serviva di materiali
egiziani ed egittizzanti. Parte del clero campense era formato da sacerdoti
egiziani, e l’Iseo Campense continuò ed
esistere finché il culto isiaco fu attivo in Egitto. Cadde in disuso nel corso
del V secolo d.C. dopo le prime spoliazioni ad opera di Massenzio e dopo
Teodosio.
Modelli egizi nell’urbanistica romana
L’aspetto
isiaco è quello che più colpisce e nel cui ambito s’inserisce la maggior parte
dei ritrovamenti archeologici nella capitale. Accanto a questo, vi sono altri
due motivi molto importanti, cioè l’aspetto urbanistico e l’ideologia imperiale. Queste due
tematiche sono strettamente legate.
L’aspetto
urbanistico denota la volontà da parte del princeps
di adeguarsi ad un modello estraneo alla cultura romana, ma di straordinaria
tradizione, cioè all’impianto ellenistico della città di Alessandria, con particolare
riferimento al quartiere dei palazzi reali. L’origine del fenomeno è
riscontrabile nell’area del Campo Marzio, e risale a Cesare, il quale attribuiva
all’Egitto un ruolo importante nei suoi progetti. Il progetto cesariano di
sistemazione dell’area centrale del Campo Marzio, avviato nel 54 a.C., fu
ripreso dai triumviri,
a cui si deve anche la costruzione, nel 43 a.C., di un tempio dedicato alle
divinità egizie, l’Iseo, e l’ideazione del Delta, edificio posto a sud
dell’Iseo e di forma triangolare, costituito da una fontana con cisterna,
contornata da un portico esterno, che sorgeva nel punto di confluenza di due
corsi d’acqua e costituiva la conclusione dell’Aqua Sallustiana. Il Delta, il cui nome ci è stato tramandato da un
frammento della Forma Urbis, si
riferisce al Delta del Nilo, e sappiamo che la presenza dell’acqua, elemento
fondamentale del culto isiaco, era attestata nei principali Isei del
Mediterraneo.
In
età tardo-repubblicana, il sito era occupato in parte dagli Horti di Antonio,
e in parte da qualche monumento di carattere pubblico, come i Saepta Iulia, luogo destinato alle
elezioni. All’inizio dell’età augustea, la zona subì un processo di
urbanizzazione ad opera di Agrippa. Subentrato ad Antonio nella proprietà
degli Horti, egli fece erigere una
serie di costruzioni monumentali, a cominciare dalle Terme, con le vicine
sistemazioni idrauliche comprendenti lo Stagnum
e l’Euripus, i cui prototipi si ritrovano ad
Alessandria. L’edificio termale era alimentato dall’acquedotto dell’Aqua Virgo, costruito da Agrippa, con un
condotto su archi nel Campo Marzio. La zona accoglieva la dimora stessa di
Agrippa, la Basilica
di Nettuno ed il Pantheon,
destinato al culto imperiale. Alla morte di Agrippa, nel 12 a.C., l’area passò
ad Augusto, che la rese pubblica.
Augusto
stesso era intervenuto nel Campo Marzio con la costruzione di due opere: il Mausoleo
e l’orologio
solare. Entrambi rivelano suggestioni egiziane. L’orologio
utilizzava come gnomone il grande obelisco eliopolitano di Psammetico II, il
primo degli obelischi egiziani ad arrivare a Roma per ordine di Augusto,
insieme a quello destinato al Circo Massimo. L’orologio occupava un’area molto
vasta, ed era stato realizzato rispettando modelli ellenistici.
L’obelisco-gnomone diventò il simbolo dell’intera area, come si può osservare
su uno dei rilievi della base della Colonna Antonina, in cui, di fronte alla
figura personificata di Roma, appare il genio del Campo Marzio che regge un
obelisco.
Il
Mausoleo di Augusto presentava cornici con decorazioni egittizzanti e due
obelischi gemelli anepigrafi ai lati dell’ingresso.
Al
limite settentrionale del Campo Marzio, all’epoca di Augusto, era stata
costruita una tomba
a piramide, presso Porta S. Paolo.
I
criteri urbanistici individuabili nella dislocazione delle strutture e nella loro
interrelazione sembrano rifarsi a modelli ellenistici, ed in particolare alle
grandi realizzazioni alessandrine del quartiere regale. Augusto non si limitò
ad esaltare la conquista dell’Egitto, ma nel progetto di riconversione della
Repubblica in Impero sembra si sia ispirato alla concezione dinastica
ellenistico-alessandrina. Tramite un complesso ed articolato piano
edilizio, ebbe modo di sottolineare le potenzialità divine dell’imperatore sia
da vivo, sia da morto, come avevano fatto i Tolomei ad Alessandria.
I materiali egizi a Roma
Numerosi
materiali egiziani che ornavano l’Iseo campense sono stati occasionalmente
scoperti in situ o in aree adiacenti.
La maggior parte delle opere asportate dall’Egitto a partire dall’età
tardo-repubblicana, furono così ben assimilate dall’ambiente romano da entrare
a far parte del suo patrimonio culturale. L’importazione si fece più massiccia
verso la fine del I secolo d.C.
In
ambito imperiale, la conoscenza dei significati e delle finalità delle opere
egiziane era piuttosto precisa. Spesso gli imperatori romani avevano avuto
precettori d’origine egiziana; molti di loro avevano visitato l’Egitto e vi
avevano soggiornato, e si erano impegnati in programmi edilizi e decorativi
nella Valle del Nilo. Famoso è il chiosco di Traiano (98-117 d.C.) a File,
ma gli interventi architettonici e decorativi in Egitto sono numerosissimi,
concentrati nella Tebaide e nelle oasi.
La
committenza imperiale era interessata soprattutto ai simboli faraonici di
carattere teologico-dinastico ed in particolare all’aspetto divino della
regalità. Esemplare appare l’importazione di obelischi, destinati ad essere
innalzati in luoghi pubblici, con un intento celebrativo non scevro di
riferimenti religiosi.
In
ambito privato, la conoscenza dell’Egitto era più approssimativa. È probabile
che il criterio di scelta e di dislocazione delle opere seguisse un’esigenza
estetica.
La
statuaria
egiziana
ritraeva divinità, sovrani e privati, ed era concepita per essere posta nei
templi o nelle tombe. Le statue di dei e faraoni erano destinate esclusivamente
al tempio. La statuaria privata, invece, poteva essere collocata, oltre che nel
tempio, anche nella tomba; era di dimensioni ridotte e presente in grande
quantità.
Le
immagini regali, di grandi dimensioni, erano poste sotto la protezione della
divinità a cui erano state dedicate, e non potevano essere asportate. In età
romana i templi egiziani erano ancora funzionanti e rispettati anche dagli
stessi imperatori. Lo spostamento di questo tipo di materiali richiedeva un’organizzazione
complessa e costosa, di pertinenza imperiale.
Più
facile era l’asportazione di statuaria ed oggettistica privata, sia templare,
perché sovrabbondante, sia funeraria, poiché le tombe erano prive di controllo
e riutilizzate in epoche tarde.
L’ambientazione
romana delle opere d’arte egiziane ci è testimoniata da notazioni testuali,
poiché la documentazione archeologica è carente.
Gli obelischi
Gli
obelischi
monumentali eretti nelle spine dei circhi implicano un riferimento alla potenza
dell’imperatore che ne ha ordinato lo sradicamento in territorio egiziano, la
costruzione di speciali navi per il trasporto fino a Roma e l’erezione a Roma
in un punto frequentatissimo come il circo, dove poteva sfruttare tutti i
risvolti della propaganda politica, al di là dei significati religiosi.
Caratteristiche e significati
Gli
obelischi formano una categoria legata più di ogni altra all’immagine ufficiale
del potere. Due motivi hanno condizionato e limitato l’impiego di questo tipo
di monumenti: il significato a cui è collegata la loro forma singolare e le
dimensioni colossali. Le misure di questi monoliti costituivano un problema sia
per il loro espianto, sia per il loro trasporto fuori dall’Egitto. L’intera
operazione esigeva un’organizzazione ed un costo che solo una committenza
imperiale poteva sostenere.
Un
obelisco in muratura, non monolitico, appare nei templi solari della V dinastia
(2400 a.C.) ad Abusir,
innalzato su di un grosso basamento a forma di piramide tronca. Alla fine della
V dinastia (2350 a.C.), è attestato il termine thn
con cui gli Egiziani indicavano gli obelischi, vocabolo che ha come
determinativo l’immagine dell’obelisco. La forma dell’obelisco deriverebbe da
una pietra
primordiale, detta bnbn,
determinata da una sorta di tozzo obelisco.
La
documentazione epigrafica conferma l’esistenza di un rito specifico per
l’erezione dell’obelisco, di fronte a divinità di carattere solare. Questa
cerimonia era legata anche al rito dell’unione al disco, che veniva
celebrato esclusivamente dal sovrano, grazie al quale il re poteva animale e
vivificare la statua della divinità presente nel tempio. L’obelisco aveva un
ruolo attivo in quest’operazione di “ricarica” dell’effigie divina, servendo da
intermediario: non solo era il mezzo attraverso cui venivano trasmessi i raggi
solari, ma era anche il tramite necessario per la riaffermazione del potere
regale, e non a caso l’erezione di obelischi coincideva con il giubileo regale.
Materiale e lavorazione
Per
gli obelischi fu utilizzato il granito estratto dalle cave di Assuan.
La messa in opera di un obelisco comportava un lavoro enorme che prevedeva
l’impiego di numerosa manodopera. L’innalzamento di un obelisco avveniva per
ordine del faraone e rappresentazioni di tali avvenimenti sono documentate,
oltre che da testimonianze epigrafiche, anche da numerosi rilievi parietali.
Gli
obelischi erano eretti in coppia perché dovevano fiancheggiare un ingresso: la
loro collocazione era prevista davanti al pilone di un tempio, ai lati
dell’accesso principale.
La
decorazione degli obelischi era regolata da schemi precisi. Sulle facce del
monolito venivano incise delle iscrizioni geroglifiche: i segni del lato
frontale e quelli del lato posteriore guardavano verso l’asse d’accesso al
tempio, quelli laterali seguivano l’andamento della facciata del pilone. Vi era
anche un orientamento secondo i punti cardinali.
Le
cuspidi degli obelischi presentavano un rivestimento metallico in rame, che
brillava alla luce del sole.
Luoghi di provenienza
Concentrazioni
di obelischi si trovano nei complessi templari più importanti, come Eliopoli,
Pi-Ramesse e Tebe.
·
Karnak. Durante il Nuovo
Regno, numerosi obelischi sono stati innalzati a Karnak. È ancora in situ
l’obelisco di Thutmosi
I, in granito rosa, che riposta due colonne d’iscrizione di Ramesse IV
ed il nome di Ramesse
VI, i quali lo riutilizzarono appropriandosene.
Dei
quattro obelischi fatti erigere da Hatshepsut, ne sopravvive solo uno, in granito
rosa. Sulla base sono incise 32 linee d’iscrizione. Il testo descrive gli
eventi che accompagnarono l’innalzamento dei monoliti.
Thutmosi
III innalzò numerosi obelischi in
occasione dei suoi cinque giubilei, e precisamente tre coppie più uno singolo
in granito rosa, il più imponente degli obelischi superstiti, completato da Thutmosi IV
ed eretto nel santuario orientale di Karnak. Nel 330 d.C., Costantino lo fece abbattere per
portarlo a Costantinopoli; il progetto fu ripreso da Costanzo, desideroso di erigere
l’obelisco a Roma. Oggi si trova a Roma, in Piazza S. Giovanni in Laterano. Si
presentarono enormi difficoltà per il trasporto dei monoliti: per l’obelisco
lateranense fu allestita una nave speciale che ne consentì il trasferimento da
Alessandria fino alla foce del Tevere. L’inaugurazione dell’avvenuta erezione
dell’obelisco al centro del circo avvenne nel 375 d.C.
L’obelisco
occidentale del VII pilone, rimasto abbandonato ad Alessandria, fu
successivamente trasportato a Costantinopoli e fu eretto nell’ippodromo, nel
390 d.C., sotto il regno di Teodosio.
In
entrambi i casi, gli obelischi erano stati destinati a luoghi in cui si
svolgevano corse di carri. Si trattava di monumenti la cui erezione costituiva
una straordinaria affermazione di potere temporale: solo un imperatore poteva
disporre di organizzazioni così costose e complesse in grado di muovere questi
monoliti colossali.
·
Luxor. A Luxor,
Ramesse II aveva
fatto erigere una coppia di obelischi: uno è restato sul posto, l’altro è
finito a Parigi, in Place de la Concorde.
·
Tanis. Una grossa
concentrazione di obelischi di trova a Tanis, nel Delta. Gli obelischi sono 23, di
dimensioni più modeste rispetto ai precedenti, e tutti, tranne uno, sono di Ramesse II.
È probabile che fossero stati portati nel complesso templare di Tanis dedicato
ad Amon dalla vicina capitale Pi-Ramesse. Da quest’area proviene anche
l’obelisco del Cairo,
l’unico nella capitale egiziana.
·
Eliopoli. Eliopoli
fu uno dei centri più ricchi di obelischi, perché in questa località era
incentrata la tradizione religiosa solare. In
situ rimane solo l’obelisco di Sesostri I, realizzato in un solo blocco di
granito, il più antico sopravvissuto fino ai nostri giorni. Faceva parte di una
coppia, ed è ancora eretto nel luogo prescelto da Sesostri I. La sommità era
coperta da un rivestimento metallico lucente, oggi scomparso.
Molti
altri obelischi provenivano dall’area eliopolitana, ad esempio quello di Sethi I
e Ramesse II:
esso fu portato per primo in Italia per ordine di Augusto, dopo la battaglia di
Azio, e fu innalzato nel 10 a.C. nel Circo Massimo. Nel 1589, fu fatto erigere da
Sisto V
in Piazza
del Popolo.
L’obelisco
di Piazza
Montecitorio di Psammetico II proveniva da Eliopoli. Era stato
portato a Roma da Augusto e sistemato in Campo Marzio come gnomone
dell’orologio solare.
Settecentesca
è la collocazione dell’obelisco eliopolitano di Ramesse II in Piazza della
Rotonda, eretto davanti al Pantheon
per volere di Clemente
XI. Sia questo obelisco sia il suo gemello erano stati trasferiti a
Roma in età imperiale per ornare l’Iseo-Serapeo campense.
Di
origine eliopolitana era anche l’obelisco anepigrafe di Piazza S. Pietro, fatto erigere qui
da Sisto V
nel 1586.
Sempre
eliopolitana era la coppia di obelischi di Ramesse II sistemata nell’Iseo-Serapeo del
Campo Marzio.
Nel
XVIII anno di regno di Augusto (10 a.C.), furono trasferiti ad Alessandria
una coppia di obelischi eliopolitani di Thutmosi III,
di fronte al Cesareo.
·
Sais. Dalla vicina area
dell’Iseo-Serapeo campense proviene anche l’obelisco di Piazza della Minerva,
appartenente al faraone Aprie, che in origine si trovava davanti un
tempio della città di Sais.
La
stessa provenienza è documentata per l’obelisco frammentario di Monaco,
inizialmente portato a Parigi da Napoleone.
Diversa
era la collocazione dei due obelischi anepigrafi di Piazza dell’Esquilino e di Piazza del
Quirinale, che in origine ornavano l’ingresso del Mausoleo di
Augusto.
L’obelisco
di Trinità
dei Monti proveniva degli Horti
di Sallustio. Sul fusto furono incise delle iscrizioni geroglifiche copiate da
quelle visibili sull’obelisco di Piazza del Popolo.
L’obelisco
di Piazza
Navona fu realizzato con granito di Assuan su ordine di Domiziano,
per commemorare la sua scesa al trono nell’81 d.C., ed era destinato al cortile
dell’Iseo-Serapeo campense. Massenzio lo trasferì poi nel suo circo. La sua
erezione in Piazza Navona ad opera del Bernini, sopra la Fontana dei Quattro Fiumi,
si deve all’iniziativa di papa Innocenzo X.
L’obelisco
del Pincio
fu fatto erigere da Adriano, in memoria del favorito Antinoo.