leggere e scrivere nell’antico egitto
storia e sviluppo dell’antico egiziano
L’egiziano
occupa una posizione particolare tra le varie lingue dell’umanità: oltre ad
essere una delle più antiche di cui sia rimasta traccia, è quella con la durata
più 222i88c lunga, circa 4000 anni, se non si tiene conto del fatto che la sua forma
più recente, il copto,
è ancora utilizzata come lingua liturgica della Chiesa cristiana d’Egitto.
L’egiziano
rientra nel gruppo delle lingue camito-semitiche, di cui costituisce un
ramo autonomo. Il momento della separazione da questo ceppo comune è motivo di
discussione. Le due caratteristiche principali che condivide con le lingue di
questo ceppo sono il fatto di annotare graficamente solo le consonanti
e di presentare un vocabolario costituito da parole a radice biconsonantica o triconsonantica.
La
lingua egiziana ha subito modificazioni nel corso dei millenni, che ne hanno
interessato la morfologia, la sintassi ed il lessico. Si è soliti suddividere
la sua storia in cinque periodi. Da questa suddivisione è esclusa la lingua
delle prime iscrizioni, risalenti alla fine del periodo predinastico ed
all’inizio di quello dinastico, poiché troppo brevi e di contenuto troppo
succinto per permettere un’analisi linguistica significativa.
La
prima fase, collocabile nell’Antico Regno e nel I Periodo Intermedio, è chiamata
“antico
egiziano”. I documenti principali che la utilizzano sono il corpus religioso dei “Testi delle
Piramidi” ed un certo numero di autobiografie, iscritte nelle tombe di privati
appartenenti all’élite amministrativa
dello Stato.
Discendente
della più antica fase linguistica è il “medio egiziano”, la lingua del Medio Regno,
del II
Periodo Intermedio e della prima parte del Nuovo Regno. È considerata la lingua classica
dell’antico Egitto, e per questo motivo rimane in uso come lingua di tradizione per testi
religiosi, rituali e monumentali fino all’epoca romana. è la lingua in cui vengono redatti i capolavori di narrativa
della letteratura faraonica e gli insegnamenti morali, testi di riferimento
nella formazione scolastica e personale, ma è anche la lingua
dell’amministrazione e della cultura religiosa e funeraria dell’epoca.
Il
“medio egiziano” fu rimpiazzato dal “neo-egiziano” come lingua parlata dopo il 1600
a.C., restando in uso fin verso il 600 a.C. La sua utilizzazione corrente come
lingua scritta si colloca verso il 1300 a.C., anche se alcune sue forme
grammaticali e sintattiche sono riscontrabili già in testi di epoca precedente.
È la lingua dei documenti amministrativi e giudiziari, delle lettere e di molti
componimenti letterari dell’epoca ramesside e del III Periodo Intermedio: una
produzione molto ricca, nota grazie al grande numero di testimonianze lasciate
dalla comunità di Deir el-Medina.
A
partire dall’VIII secolo a.C., si cominciò a diffondere l’uso del demotico.
Questo termine indica sia una fase linguistica dell’egiziano sia una sua forma
di scrittura. Per le sue strutture grammaticali, è una lingua molto vicina al
neo-egiziano. Da un punto di vista grafico, se ne distanzia completamente,
trattandosi di una stenografia in cui spesso un singolo segno
corrisponde all’abbreviazione di un gruppo di segni dello ieratico, dal quale si sviluppò
durante la XXVI
dinastia. Il demotico rimase in uso fino al V secolo d.C.,
presentando lungo il suo sviluppo differenze ricollegabili sia all’area
geografica ed al periodo di utilizzazione, sia alla tipologia di testo. Fu
introdotta come lingua di Stato sotto Psammetico I, intorno al 650 a.C., e divenne
poi la scrittura utilizzata per la stesura di testi amministrativi e
quotidiani. Da quest’ultimo uso derivò la sua denominazione, che in greco
significa “scrittura
del popolo”. In epoca tolemaico-romana, il demotico fu utilizzato
anche per la stesura di testi di livello più alto, come quelli religiosi e
letterari, che lasciano intravedere in alcuni casi l’afflusso di nuove idee
derivate dal contatto con la cultura greca.
Ultima
fase della lingua egiziana è il copto, che presenta una grammatica simile
all’egiziano parlato del II-III secolo d.C., ed è attestato a partire da
quest’epoca. Legato al demotico, presenta paralleli con la sintassi del greco,
prestiti lessicali da quest’ultima lingua nonché la sua stessa grafia. Il copto
è scritto con i 24
segni
dell’alfabeto greco maiuscolo, l’“onciale biblico”, con l’aggiunta
di 6/7 grafemi demotici, che trascrivono suoni sconosciuti al greco e sono
adattati nella forma alle lettere greche. In copto sono annotate anche le vocali.
Oltre ad una ricca produzione letterario-religiosa, il copto ha lasciato molte
testimonianze della sua utilizzazione quotidiana: sono molti gli ostraka che riportano conti, lettere ed
esercizi scolastici.
A
partire dal IX secolo, l’arabo si sostituisce, come lingua parlata, al
copto, che si estingue verso il 1200 d.C. Tuttavia, tale lingua è tuttora
utilizzata in particolari liturgie della Chiesa copta.
le scritture dell’antico egiziano
Il
geroglifico
è la forma di scrittura più antica dell’egiziano, oltre ad essere quella con la
durata più lunga. I primi segni geroglifici risalgono ad un periodo precendente
l’unificazione dello Stato faraonico, intorno al 3250 a.C., mentre l’ultima
iscrizione conosciuta data al 394 d.C. Gli ambiti di utilizzazione di tale
forma di scrittura sono svariati, anche se con il tempo questi si restringono
ai testi religiosi ed a quelli a carattere monumentale. La ragione di questa
specializzazione va ricercata nello sviluppo e nella diffusione della sua forma
corsiva, lo ieratico, più semplice e veloce per redigere testi di uso comune.
Nell’epoca in cui i Greci entrarono in contatto con l’Egitto, i geroglifici
erano usati soprattutto nelle iscrizioni monumentali su pietra. Da questa
caratteristica derivò il loro nome, che in greco significa “segni sacri
incisi”.
Questa
scrittura è composta da segni figurativi, o iconici, che riproducono
elementi o esseri del mondo egizio. L’accentuato carattere figurativo che la
caratterizza non deve indurre a credere che si tratti di una scrittura
ideografica. Il geroglifico è un sistema di scrittura complesso, in cui alcuni
segni indicano dei concetti, mentre altri esprimono dei suoni. Il geroglifico
fu adottato per esprimere graficamente l’antico, il medio, il neo-egiziano e
l’egiziano di tradizione.
Lo
ieratico
è la forma
corsiva della scrittura geroglifica, di cui è un adattamento ed una
semplificazione su supporti non monumentali. Non mancano esempi di
utilizzazione in testi lontani dal quotidiano, come quelli religiosi, letterari
e scientifici. Le origini dello ieratico coincidono con l’apparizione della
scrittura in Egitto: i primi geroglifici semi-corsivi attestati alla fine del
pre-dinastico costituiscono le prime fasi del suo sviluppo. Con la diffusione
del demotico, l’uso dello ieratico fu limitato alla redazione di testi religiosi.
Per questo motivo, i Greci le diedero il nome di “scrittura sacerdotale”. Per la
sua mancanza di figuratività non fu adoperata come scrittura monumentale, anche
se in Epoca Tarda se ne ha qualche testimonianza su pietra. Veniva utilizzata
per redigere testi su papiro e su ostraka.
Da
un punto di vista grafico, lo ieratico mantenne una vicinanza con il
geroglifico: infatti, è sempre possibile trascrivere un testo redatto in
ieratico nella sua corrispondente forma geroglifica. Tuttavia, i segni sono
spesso legati fra loro: con lo stesso colpo di pennello potevano essere resi
gruppi corrispondenti a due o più segni geroglifici. Il nuovo segno così
ottenuto è definito “legatura”.
Fino
all’XI dinastia, i testi in ieratico erano scritti in colonne, mentre a partire dalla
dinastia seguente la stesura è effettuata su righe orizzontali. Si attua una
differenziazione tra gli stili di scrittura: da una parte si ha uno ieratico
particolarmente corsivo, utilizzato per testi di carattere profano, dall’altra
uno più elegante, riservato a testi di una certa importanza. La forma più
corsiva fu all’origine di un’ulteriore differenziazione grafica alla fine del
Nuovo Regno, costituita da due varianti regionali: lo “ieratico anormale” in Alto
Egitto ed il demotico
in Basso Egitto, che soppiantò il primo nel corso della XXVI dinastia.
Il
demotico non corrisponde solo ad una forma di scrittura, ma anche ad una fase
linguistica. Il suo aspetto grafico equivale ad un’estrema stilizzazione dello
ieratico, costituendo una stenografia, in cui un solo segno può corrispondere
ad un gruppo di segni ieratici. È attestato su papiro e su ostraka, anche se alla fine dell’epoca faraonica fu utilizzato
anche su supporti monumentali. L’esempio più noto è costituito dalla Stele di
Rosetta, elemento chiave nella storia della decifrazione, che
riporta un decreto di epoca tolemaica redatto in geroglifico, demotico e greco.
storia della decifrazione dei
geroglifici
La
diffusione del cristianesimo segnò la fine dei culti pagani in Egitto e, verso
il V secolo d.C., si perse la conoscenza dell’antico sistema di scrittura
geroglifico. Con il passare del tempo, i geroglifici entrarono a far parte
dell’immaginario collettivo come una delle stranezze che caratterizzavano la
civiltà dell’Antico Egitto. Già Diodoro Siculo, nel I secolo a.C., parlò
dell’antica scrittura egiziana come costituita da segni dal valore puramente
allegorico e figurativo.
Questa
idea, che perdurò fino alla decifrazione, nel XIX secolo, alimentò una serie di
interpretazioni e spiegazioni di questi segni in chiave esoterica. Ne è un
esempio l’opera di Horapollon, redatta nel V secolo d.C., che
accanto ad alcune notizie veritiere sul sistema geroglifico, enfatizzò la
convinzione che si trattasse di una scrittura allegorica.
Durante
il Rinascimento, molti studiosi s’interessarono all’antica scrittura egiziana,
continuando su questa stessa linea. All’inizio del ‘600, il dotto linguista
gesuita Athanasius
Kircher, pur continuando a cercare spiegazioni simboliche ai segni,
fu il primo a scrivere una grammatica ed un dizionario copto. La loro
importanza fu fondamentale per le ricerche successive, dal momento che il copto
costituisce l’ultima fase della lingua egiziana.
Nel
‘700 continuarono gli studi ed i tentativi di interpretazione dei geroglifici,
e verso la fine del secolo una “ventata” di antico Egitto raggiunse l’Europa,
grazie alla campagna
in Egitto di Napoleone Bonaparte. Durante questa
spedizione, nel 1799, fu trovata la Stele di Rosetta. La scoperta avvenne in modo
casuale, mentre un gruppo di soldati stava scavando le fondazioni di un forte.
La stele riporta un decreto redatto in geroglifico, demotico e greco.
Dal momento che quest’ultimo era noto, e quindi poteva essere letto e tradotto,
gli studiosi che accompagnavano Napoleone nella sua spedizione capirono
l’importanza fondamentale di questo ritrovamento per la decifrazione dei
geroglifici.
La
stele fu in seguito requisita dagli Inglesi dopo la disfatta di Napoleone, ma
copie del testo vennero inviate ai principali studiosi dell’epoca. Fra coloro
che si cimentarono nello studio del documento, si ricordano Silvestre de
Sacy, che riuscì ad interpretare correttamente alcuni nomi regali
nel testo demotico, e lo svedese Akerblad, che isolò il valore fonetico di
alcuni segni dei nomi regali. L’inglese Thomas Young fu il primo ad interessarsi anche
alla parte geroglifica della stele.
Fu
il giovane studioso francese Jean-François Champollion a compiere il passo
finale, non limitando le sue ricerche alla sola Stele di Rosetta, ma andando
alla ricerca di altri testi geroglifici ed allargando così le possibilità
d’indagine. Il francese arrivò all’intuizione generale che aprì la via a tutti
gli studi seguenti: la scrittura geroglifica non era solo figurativa né solo
fonetica, ma un sistema
misto di segni a valore ideografico e di segni corrispondenti a suoni.
Nasceva l’Egittologia.
qualche principio della scrittura
geroglifica
Il
geroglifico è un sistema grafico complesso in cui alcuni segni, detti ideogrammi,
indicano quello che rappresentano o vogliono significare; altri, i fonogrammi,
indicano dei suoni; altri ancora, i determinativi, servono a segnalare la classe o
categoria alla quale una parola appartiene.
Gli
ideogrammi
sono segni usati pittograficamente che possono indicare un oggetto, un’azione o
un’idea, e sono accompagnati da un tratto verticale di riconoscimento. I segni
utilizzati sono semplificazioni delle realtà dell’universo, e seguono i canoni
del disegno egizio, secondo i quali la rappresentazione corrispondeva ad una
spiccata caratterizzazione dei particolari per permetterne un sicuro
riconoscimento. Le proporzioni degli elementi rappresentati non venivano
rispettate per ragioni di spazio.
I
fonogrammi,
che corrispondono ad uno o più suoni, derivano dagli ideogrammi in virtù del
principio del rebus:
impiegano un disegno per il suo valore fonetico, senza riguardo per ciò che
raffigura. I fonogrammi sono divisi in tre categorie principali: gli unilitteri,
che esprimono una consonante, i bilitteri, che ne esprimono due, e i trilitteri,
utilizzati per esprimerne tre.
I
determinativi
sono segni che non si leggono, ma che hanno la funzione di indicare la categoria di
significato alla quale le parole appartengono. Servono anche a
distinguere due termini di senso diverso ma scritti in modo identico, con il
medesimo scheletro consonantico, dal momento che le vocali non erano
graficamente espresse.
Numerosi
segni geroglifici possono assumere, a seconda del termine in cui intervengono,
le funzioni di ideogramma, di fonogramma o di determinativo.
orientamento e disposizione dei segni
Dal
momento che ogni segno geroglifico è riconoscibile individualmente, i testi
geroglifici possono essere scritti indifferentemente da destra a sinistra o da sinistra a
destra. Possono essere scritti sia in righe orizzontali sia in colonne
verticali. Poiché tutti i segni che raffigurano esseri animati (o
parti del loro corpo) sono orientati nello stesso senso, la lettura comincia
dal punto verso il quale tali segni sembrano dirigersi. La lettura, inoltre, si
effettua sempre dall’alto verso il basso.
I
segni geroglifici sono disposti sempre in maniera armoniosa, all’interno di quadrati ideali
in cui i singoli segni occupano tutto lo spazio disponibile, pur mantenendo una
minima distanza che permette di individuarli chiaramente.