origine ed evoluzione
della terra
1. La storia del nostro pianeta
La
Terra e i pianeti vicino al Sole (Mercurio, Venere, Marte) nacquero dalla
condensazione di materiali rocciosi; sulle loro superfici per milioni di anni
piovvero meteoriti che ne modificarono l’aspetto aprendo profondi crateri e ne
accrebbero la massa con un continuo apporto di materia.
Un
globo di rocce fuse. Quattro
miliardi e mezzo di anni fa la Terra si presenta come un enorme globo freddo.
Questa apparente inattività dura pochissimo; le radiazioni emesse da uranio,
torio e forse plutonio generano calore, che, sommato all’energia prodotta
dall’impatto dei meteoriti e alla contrazione del pianeta dovuta alla forza di
gravità, è sufficiente a innescare il processo di fusione delle rocce interne.
Così
quattro miliardi e trecento milioni di anni fa la Terra diventa una palla di
rocce fuse: fiumi di lava fuoriescono da enormi crateri, una coltre
impenetrabile di gas avvolge il pianeta e la pioggia meteoritica continua senza
sosta.
Gli
scienziati fanno risalire a quel periodo l’inizio della disposizione dei
materiali che formano il pianeta in strati concentrici.
Il
pianeta si raffredda. Con il passare del tempo l’attività radioattiva rallenta e
diminuisce il calore da essa fornito al pianeta, che inizia così a raffreddarsi
lentamente. La temperatura del suol 131d39b o si aggira attorno agli 800 gradi
centigradi, mentre la pressione atmosferica, a causa dell’abbondante presenza
di gas pesanti (anidride carbonica, vapore acqueo, metano), è molto elevata.
Nasce
l’oceano. A causa dell’abbassamento della temperatura, il vapore si condensa
e diventa acqua.
L’acqua
forma un oceano primordiale la cui temperatura, per l’elevate pressione a cui è sottoposto, è
tuttavia superiore ai 100 gradi centigradi. Per alcuni milioni di anni una
pioggia ininterrotta di acqua calda lava le rocce, sciogliendo le sostanze
minerali e formando grandi strati di sedimenti. Quando alla fine le nubi
atmosferiche si diradano, il Sole splende su di un oceano immenso da cui emergono
qua e là alcune isole rocciose.
Tre
miliardi e ottocento milioni di anni fa, la Terra si appresta ad accogliere la
vita.
2. La Terra è formata da tre strati concentrici
Gli
scienziati, per mezzo dei campioni di roccia provenienti dal sottosuolo (anche
se da scarse profondità), hanno ipotizzato un modello della suddivisione
interna della Terra.
Secondo
questo modello la Terra è formata da tre strati concentrici di varia natura e
spessore formatisi quattro miliardi e trecento milioni di anni fa: un nucleo centrale, molto denso, composto
di nichel e ferro; uno strato intermedio, il mantello, costituito soprattutto da silicati di magnesio; uno
strato più esterno, la crosta terrestre,
costituito soprattutto da silicati di alluminio.
La
crosta terrestre. È
la parte più esterna del globo, ha uno spessore variabile fra i 35 chilometri
della crosta continentale (con punte di 70 chilometri in corrispondenza delle
catene montuose) e i 6-10 chilometri della crosta oceanica.
Il
mantello. Si estende sotto la crosta terrestre ed è separato da essa da una
zona chiamata discontinuità di
Mohorovicic (o semplicemente Moho)
dal nome del geofisico jugoslavo che la scoprì. Ha caratteristiche intermedie
tra lo stato solido e quello liquido e può essere diviso in tre zone: una superiore
fatta di materiale rigido ed elastico; una intermedia, detta astenosfera, le cui rocce sono
parzialmente fuse e hanno una consistenza plastica; una inferiore, dove le
rocce tornano a essere rigide.
Il
nucleo. È la parte più interna della
Terra. Si trova a circa 2900 chilometri di profondità ed è separato dal
mantello da una zona chiamata discontinuità
di Gutenberg (dal nome del geologo statunitense che fece importanti studi
sulla struttura del pianeta). È
diviso in nucleo esterno, allo stato
liquido, dove si raggiungono temperature di 2000 gradi centigradi e nucleo interno, allo stato solido. In
questa zona più interna la temperatura raggiunge i 4000-5000 gradi, ma la
materia incandescente rimane solida a causa dell’enorme pressione.
3. La crosta terrestre muta nel tempo
La
deriva dei continenti. Nel 1912, lo scienziato tedesco Wegener pubblicò il libro Origine dei continenti e degli oceani,
e presentò la sua teoria, per quei tempi rivoluzionaria, sulla deriva dei continenti.
Osservando
attentamente un planisfero, puoi facilmente notare come i profili delle coste
atlantiche dell’America meridionale e dell’Africa abbiano una forma tale da
poter essere considerati come pezzi combacianti di un puzzle.
Questa
osservazione spinse Wegener a formulare l’ipotesi che in origine le terre
emerse fossero unite in un solo blocco, un supercontinente, che lo scienziato
chiamò Pangea, circondato da un unico
oceano, la Panthalassa. La Pangea,
secondo lo scienziato, si spezzò poi in enormi blocchi, gli attuali continenti,
che si distanziarono gli uni dagli altri fino a portarsi, come enormi zattere
alla deriva, nelle posizioni che occupano oggi. Wegener ricostruì la Pangea
accostando fra loro le sagome dei continenti. Ma questa corrispondenza di forme
non poteva essere l’unica prova della sua teoria e perciò, a sostegno della sua
ipotesi, si servì anche della distribuzione dei resti fossili di animali e
vegetali.
I
reperti rivelavano infatti la presenza di animali e vegetali della stessa
specie in regioni lontanissime tra loro.
Nonostante
le prove raccolte, la teoria della deriva dei continenti non ebbe successo,
soprattutto perché lo scienziato tedesco non riuscì a spiegare come i
continenti potessero “navigare” sul fondo degli oceani, né a individuare le
forze che li spingevano.
La
sua teoria fu accantonata, fino agli anni Cinquanta, quando i geologi e gli
oceanografi iniziarono ad esplorare il fondo del mare per disegnare mappe che
facilitassero la navigazione dei sottomarini e trovarono le risposte che
Wegener non aveva saputo dare.
L’espansione
dei fondali oceanici. Sul fondo dell’oceano
Atlantico gli oceanografi scoprirono un’imponente catena montuosa, chiamata
Dorsale Medio Atlantica. Essa consiste in una formazione montuosa che
attraversa in direzione nord-sud l’oceano Atlantico con andamento simile a
quello delle coste dei continenti americano ed africano.
La
dorsale è in realtà formata da due
catene parallele di rilievi, separate da una valle (larga dai 10 ai 45
chilometri), che è una vera e propria frattura del fondale oceanico. Da questa
frattura fuoriesce del magma (materiale roccioso fuso), che spinge
lateralmente, separandolo, il materiale già esistente. I rilievi preesistenti
si allontanano dunque simmetricamente dalla valle centrale e il fondale
oceanico si espande. L’espansione del fondo oceanico lungo la Dorsale Medio
Atlantica causa l’allontanamento del continente americano da quello africano. A
muoversi non sono quindi i continenti, ma zone più ampie della crosta
terrestre.
I
movimenti del mantello. Se potessimo raggiungere il mantello ci troveremmo immersi in una
sostanza simile a un liquido denso e viscoso, in pratica un fluido che si
deforma molto lentamente, attraversato da correnti.
Infatti,
a causa della differenza di temperatura fra lo strato superficiale e quello
profondo, gli scienziati pensano che nel mantello esistano moti convettivi,
cioè dal basso verso l’alto e viceversa.
Si
crea così una circolazione di materia che, anche se lentissima (pochi
centimetri all’anno), nell’arco di milioni di anni produce spostamenti molto
grandi.
In
superficie il mantello trascina nel suo moto la crosta terrestre, che essendo
meno elastica si frantuma e si divide in zone chiamate zolle o placche crostali.
In
corrispondenza delle fratture il materiale magmatico risale in superficie,
spinto dalle correnti convettive e dalla pressione interna della Terra. Questo
materiale si deposita ai lati e raffreddandosi forma proprio le dorsali, che
sono più frequenti in corrispondenza dei fondali oceanici perché qui la crosta
è più sottile. Dorsali sono state individuate infatti anche sul fondo degli
altri oceani. Tutte insieme costituiscono un unico sistema montuoso che si
sviluppa per oltre 60000 chilometri.
Le
zolle sono quindi delle enormi zattere che galleggiano sullo strato esterno del
mantello. In corrispondenza delle dorsali atlantiche le zolle si allontanano;
la Terra però non si espande, cioè non aumenta di volume nonostante la continua
formazione di nuova crosta: ciò significa che devono esistere dei punti dove la
crosta terrestre viene distrutta.
Le
fosse oceaniche. Gli studiosi hanno individuato nelle fosse oceaniche i luoghi di riassorbimento della crosta terrestre.
In
pratica, a causa dell’espansione, i fondali finiscono con lo scontrarsi con un
continente o con un altro fondale. Nel primo caso la crosta oceanica, più
sottile e più densa, si piega e scivola sotto alla crosta continentale; nel
secondo il margine di uno dei due fondali sprofonda sotto all’altro. Il
risultato è, in entrambi, la formazione di una fossa oceanica. Le zone con la
presenza di fosse sono dette di subduzione
; la parte di crosta che scivola sotto finisce nel mantello e quando arriva
nell’astenosfera si fonde e sparisce. Se i punti di fuoriuscita del magma sono
quelli che corrispondono alla corrente di risalita del moto convettivo, i punti
di subduzione corrispondono alla corrente discendente e quindi alla ridiscesa
del magma raffreddato, che trascina una contro l’altra due placche. In pratica,
le zolle si comportano come più nastri trasportatori adiacenti che ruotano in
versi opposti, e gli oggetti che essi trasportano (i continenti) sono destinati
ad allontanarsi o ad avvicinarsi fino ad urtarsi. La teoria dell’espansione dei
fondali dà quindi una risposta ai quesiti che la teoria di Wegener aveva
lasciato insoluti.
4. I movimenti delle placche
modificano la superficie terrestre
Lungo
le dorsali oceaniche e le linee di subduzione identificate dalle fosse, è stata
rilevata la presenza di numerosi vulcani e il verificarsi di frequenti terremoti.
Studiando la distribuzione globale dei vulcani terrestri e dei terremoti, gli
scienziati hanno potuto ricostruire la mappa delle placche crostali.
Queste
placche si spostano le une rispetto alle altre con differenti velocità: possono
allontanarsi, scontrarsi, o scivolare l’una accanto all’altra.
I
moti delle placche sono molto importanti per capire come funziona la Terra.
Grazie al loro studio gli scienziati sono riusciti infatti a costruire un
modello della crosta terrestre in grado di spiegare le trasformazioni a cui
essa è sottoposta.
Questa
teoria viene detta tettonica a placche
; “tettonica” deriva dal greco tekton,
“costruttore”, e dal latino tego,
“rivestire”: la Terra sarebbe cioè “rivestita” da placche.
L’urto
tra una placca continentale e una oceanica. Abbiamo già visto che le
placche oceaniche scivolano al di sotto delle placche continentali generando
una fossa oceanica, ovvero abissi marini che possono raggiungere anche i 10000
metri di profondità. Il margine che si inabissa innalza quello sotto al quale
va a scomparire; qui, lungo la fossa, il magma in risalita genera una catena di
vulcani, che con il passare dei millenni si spengono diventando montagne. La
cordigliera delle Ande, nata dall’urto fra la zolla del Pacifico e quella del
Sudamerica ha infatti origine vulcanica.
L’urto
tra due placche oceaniche. Se a urtarsi sono due placche oceaniche si forma sempre una zona
di subduzione e quindi una fossa accompagnata questa volta da un arco di isole
vulcaniche. Le isole Eolie e il Giappone sono esempi di archi vulcanici.
L’urto
tra due placche continentali. Se a scontrarsi sono due placche continentali, non si ha invece
subduzione perché entrambe le placche sono troppo spesse e troppo leggere per
sprofondare nel mantello. La collisione genera una catena di montagne. È il
caso della catena dell’Himalaya, originatasi circa 45 milioni di anni fa dalla
collisione fra l’India e il continente eurasiatico. In pratica, non potendo
scivolare nel mantello, il fondale oceanico, stretto nella morsa dei due
continenti, si è corrugato e sollevato, come accade a un tappeto spinto da un
piede, generando le montagne. Anche la catena alpina è nata dalla collisione di
due placche continentali: quella europea e quella africana.
La
nascita di una faglia. In alcuni casi le placche crostali non si scontrano, ma scivolano
l’una di fianco all’altra generando fratture lunghe e visibili anche sulla
terraferma. Queste fratture, i cui margini si muovono in versi opposti, si
chiamano faglie. Famosa è la faglia
di Sant’Andrea in California, i cui movimenti sono la causa dei frequenti
terremoti che colpiscono quella regione.
Concludendo,
il calore prodotto all’interno del pianeta provoca il movimento delle placche
crostali e, di conseguenza, una trasformazione lenta e continua della
superficie terrestre.