GIOVANNI
BOCCACCIO
LA VITA
Nato tra il giugno
e il luglio 1313 da una relazione extraconiugale probabilmente a Firenze o a Certaldo. Lui stesso costruì sulla sua nascita e sulla sua
giovinezza storie inventate. Comunque Giovanni venne presto sottratto alla
madre e legittimato dal padre. il padre voleva che seguisse le sue impronte e
così gli fece fare l’apprendistato presso la banca dei Bardi, a Napoli presso
la corte angioina, ove rimase fino al 1340-1341. ma
subito fu rapito dall’eleganza della corte angioina,
dove partecipò alla vita cortese e le donne ebbero un ruolo predominante. La
sua cultura fu influenzata dalla letteratura romanzesca francese molto presente
a Napoli, come anche dalla mitologia e da tutte le materie classiche. Decise di
non fare il mercante e usufruì della florida situazione economica del padre e
si dedicò alla scrittura di testi sia in latino che in volgare per la vita
cortese. Mitizzò la sua vita e dichiarò un amore per una certa Fiammetta, che
diceva fosse addirittura una figlia illegittima di Roberto d’Angiò, Maria d’Aquino.
Dovette tornare a
Firenze, e per lui Napoli rimase la città della sua felice giovinezza. A
Firenze il clima era confuso e c’era la crisi economica, infatti il banco dei
Bardi falli nel 1345. non era ancora economicamente autonomo, continua a
scrivere tenendo Dante per la cultura stilnovistica e
fiorentina, ricordandosi però della cultura cortese di Napoli. Intanto
approfondiva la sua cultura latina.
Avrebbe voluto
tornare a Napoli, ma non poté mai coronare il suo sogno. Rimase a Firenze,
andando via ogni tanto, dove si ritrovò anche nell’anno della peste nera (1348)
per via della quale morirono i suoi genitori e lui ereditò tutto.
Subito dopo la
peste scrisse il Decameron e gli vennero riconosciuti dei meriti da parte del
comune di Firenze. Nel decennio tra il 1350 e il 1360 viaggiò molto e ricoprì
incarichi datigli dal comune di Firenze, viaggiò in Tirolo,
Foròì, Ravenna, Avignone e Lombardia.
Diventò, in quegli
anni, il maggior rappresentate culturale di Firenze. La sua passione per i
classici la si deve al Petrarca, che definì suo maestro, e al quale dedicò
un’epistola e una breve biografia. Boccaccio conobbe il Petrarca nel 1350,
mentre quest’ultimo si recava a Roma per il Giubileo. Da quel giorno diventarono
molto amici e si frequentarono fino alla morte. Nonostante Petrarca avesse
rifiutato molte delle proposte fatte dalla città di Firenze, Boccaccio rimase
in contatto con lui.
Nel marzo 1359
Boccaccio andò da Petrarca presso Milano dove consultò la sua biblioteca e
discusse con lui di dotte argomentazioni. Fece inoltre assumere il calabrese
Leonzio Pilato come insegnante di greco.
Ebbe cinque fogli
illegittimi di cui una, Violante, morì e questo fu per lui un grande dolore. Ma
come Petrarca divenne anche lui chierico, e noi lo sappiamo grazie alla bolla
di papa Innocenzo VI.
Nel 1360 fu
sventata una congiura, e molti personaggi vicini al Boccaccio furono
condannati. Questo cambiò la politica di Firenze e il prestigio del Boccaccio
decadde. Così ebbe un periodo di smarrimento e il beato Pietro Petroni rimproverò Boccaccio e Petrarca per essersi
dedicati a una cosa così mondana come la letteratura.
Dal luglio 1361
condusse una vita appartata a Certaldo, continuò a
recarsi a Firenze con una certa frequenza e si recò anche a Ravenna, Napoli e
Venezia presso Petrarca.nel 1365 si aprì a Firenze
una nuova fase politica che portò al Boccaccio nuova fama, tra l’agosto e il
novembre 1365 si recò ad Pignone presso Urbano V per fargli avere l’appoggio di
Firenze se avesse voluto tornare a Roma, e nel 1367 andò a Roma per
congratularsi col pontefice.
Nonostante la
vecchiaia e l’obesità si recò a Venezia nel 1367, a Padova nel 1368
dove fu ospite per l’ultima volta del Petrarca. E tra il 1370 e il 1371
soggiornò a Napoli.
Nel 1373 Firenze
gli chiese di svolgere nella chiesa di Santo Stefano di Badia una lettura
pubblica con commento della Commedia di Dante. Il tutto sarebbe durato un anno
con un compenso di cento fiorini. L’incarico durò solo qualche mese.
Il 21 dicembre 1375
Boccaccio moriva a Certaldo.
Caratteri della
cultura del Boccaccio
Boccaccio amava la
letteratura, e voleva che i suoi scritti fossero diretti a un pubblico che
poteva rivedere nel suo mondo quotidiano. Si confrontò con molti tipi di
letteratura, tirando fuori da ognuno di questi il meglio per le sue invenzioni.
Riassunse in se le letterature romanza, medievale e latina. E grazie a questo
divenne un’umanista. Come ogni mercante era orientato sulla letteratura
narrativa e divulgativa, ma era anche attratto da Dante e la sua lirica
amorosa, come anche dalla romanza e ai classici come Ovidio e Virgilio.
A Boccaccio piace
provare stili e codici nuovi, un metodo diverso da quello del Petrarca. Nei
momenti fondamentali della sua vita scrive opere come Filocolo,
Filostrato, Commedia delle ninfe fiorentine, Ninfale fiesolano, Elegia di Madonna Fiammetta e il Decameron. Ma
sono le Rime ad accompagnarlo lungo tutta la sua vita e che ci fanno capire che
Boccaccio vuole descrivere la realtà e non ha problemi a passare da un tipo di
linguaggio ad un altro.
La scrittura del
Boccaccio presenta elementi autobiografici, ma non è come il Petrarca che non
smette mai di definire il proprio io, al Boccaccio piacciono i risvolti
romanzeschi.
Avendo vissuto alla
corte angioina Boccaccio è cortese, ma non si frema
davanti al mondo contemporaneo. Fu un grande mediatore culturale, non si
risparmiò mai di diffondere gli scritti di Dante e di Petrarca. L’intelligenza
del Boccaccio sta nel fatto che ha capito che la letteratura non affascina solo
gli studiosi, bensì anche la gente comune che non sa leggere e scrivere. Restò
sempre convinto che il volgare fosse la lingua migliore, che tutti così
potessero capire, al contrario di quello che sosteneva Petrarca. Lui pensava di
poter riuscire ad unire lo stile classico alla sua idea di comune, così
Boccaccio diventa il punto di partenza per tutto l’umanesimo.
Il Decameron:
composizione, pubblicazione, diffusione
Scritto tra il 1348
e il 1351. Il titolo vuol dire dieci giornate, e deriva dal greco.
Probabilmente il lavoro ha preso anche anni precedenti al 1348, cioè prima
della peste, poiché nell’introduzione alla quarta giornata il Boccaccio difende
le sue novelle, quindi le prima tre giornate potrebbero essere state pubblicate
prima.
L’opera riscosse
subito grande successo e consacrò la fama del Boccaccio. Anche se lavorò sul
Decameron per lungo tempo, come attesta il documento autografo ritrovato
recentemente attestato al 1470. si diffuse soprattutto nei secoli XIV e XV,
all’inizio i possessori erano solo i mercanti che avevano “edizioni tascabili”
poi vennero fatte anche edizioni illustrate e tradotte in varie lingue.
Con la stampa il
Decameron si diffuse ancor di più, e dopo che il Bembo
lo fissò come modello perfetto della prosa volgare vennero fatte copie purgate
(1559) poiché in versione integrale era stato proibito. Fu una grande edizione
quella del 1582.
Gli interventi
dell’autore
Parla in prima
persone solo tre volte:
- nell’introduzione generale e alla prima
giornata: si rivolge alle donne, dicendo che loro sono le destinatarie
predilette poiché l’hanno molto aiutato nei momenti difficili e che per un
caso sfortunato sono costrette e tenere nascosti i loro amori e a stare
tutto il giorno in casa. A loro dedica il Decameron in quanto a loro sono
negate distrazioni ampiamente concesse agli uomini.
- nell’introduzione alla quarta giornata:
si difende da quello che dicono contro di lui: di essere troppo dedito
alle donne, e spiega loro attraverso la novella di Filippo Balducci che è impossibile e dannoso resistere
all’amore delle donne.
- nella breve conclusione: si congeda
alle donne e si prepara alle critiche moraliste contro le sue novelle,
spiegando che tutto nel mondo cambia.
Per il resto del
Decameron non parla in prima persona, ma cerca di essere oggettivo tralasciando
l’autobiografia; non vuole mostrarsi bravo nella letterarietà,
vuole essere reale.
La cornice connette
il tutto e contiene il tutto.
Un
<<orrido cominciamento>>: la peste a
Firenze
Il testo comincia
con la peste di Firenze e con la descrizione di come ogni buon costume,
l’autorità delle leggi sono sopraffatti dalla paura e dall’immaginazione dei
sopravvissuti. Non ci sono più ritegni né classi sociali.
La descrizione
fatta dal Boccaccio è molto viva e ben fatta, ma con questa non voleva dar
sfoggio della sua bravura, ma dare un’idea vivida dell’orrore che c’era a
Firenze: la massima disgregazione raggiunta dalla società contemporanea.
La brigata dei
narratori
Mentre a Firenze
regna il caos, sette ragazze e tre ragazzi s’incontrano nella Chiesa di Santa
Maria Novella e decidono di andare in campagna in mezzo a prati, giardini e
luoghi ameni. Per decidere come si svolgeranno le giornate decidono che ogni
giorni dovranno eleggere un re o una regina. La prima regina è Pampineia che
decide di raccontare una novella ciascuno in mezzo a un prato. Tranne il
venerdì e il sabato questo accadrà tutti i giorni, e tutti i giorni ci sarà un
tema da seguire, solo Dioneo sarà infine esonerato e
gli sarà concesso di raccontare sempre l’ultima novella. Boccaccio con
l’introduzione e la conclusione spiega dove si sono svolte le giornate e chi è
il re. Alla fine di ogni giornata una ragazza canta una ballata per
interrompere la densità fisica e intellettuale della materia narrativa.
La coesistenza è
felice e tra ragazzi e ragazze c’è un distaccato decoro nonostante il tema
erotico sia presente nelle novelle. Il loro è un mondo alla rovescia
piacevolmente stilizzato e ben composto.
Non si escludono
tensioni sotterranee, ma tutto resta ipotetico, anche i desideri d’amore. I tre
personaggi maschili sono tre immagini di Boccaccio. Per questo non hanno
spessore psicologico le persone. Restano solo abbozzate e si confondono tra
loro, legati all’eleganza e al decoro. Dioneo,
essendo esonerato dai temi giornalieri, è quello che più di tutti si spinge sul
piano comico ed erotico.
Ma le diverse
persone servono al Boccaccio per far vedere al lettore i diversi punti di
vista, e con sottile artificio anche il punto di vista dell’autore.
La coerenza
della struttura
Il tutto è tenuto
insieme dalla cornice che ha sottili collegamenti con le novelle. La stessa
cosa accade in oriente, vediamo ad esempio le Mille e una notte. Questo quindi
è un riallacciamento alla cultura medievale.
La narrazione è
varia e mutevole come nel mondo reale, i percorsi non sono immediatamente
visibili, si alternano i personaggi senza personalità dei narratori e quelli
più corporei dei personaggi delle novelle. Il mondo del Decameron è organizzato
dall’interno, tenuto insieme dai rapporti narrativi, relativamente libero e
aperto alla varietà del reale.
I temi delle
novelle
In alcune novelle
viene sottolineata l’esemplarità di alcuni personaggi. Nella VI giornata per
esempio, ci sono i motti di spirito, cioè quelle frasi intelligenti che tolgono
il protagonista da situazioni difficili o pericolose. Sono manifestazioni di
civiltà. Nella X giornata vengono sottolineati la generosità e la cortesia.
Nell’introduzione alla VI giornata si possono leggere molti doppi sensi osceni
tra i servi Licisca e Tindaro che insieme alla prima
novella costituiscono la contrapposizione tra l’eleganza del Decameron e il
resto.
La religione è
comunque presente nell’opera senza che diventi un libro troppo spirituale.
Riattacca un po’ alla tradizione antifratesca del XIII secolo e non si
risparmia alcune frecciate all’ipocrisia del clero.
Siccome tutto ha
principio in Dio anche le prime giornate iniziano con la religione, prendiamo
la prima novella della prima giornata, quella di ser Ciappelletto: è così malvagio che anche in punto di morte
si fa beffe della religione. Nel Decameron alcune cose sono dette al contrario
o con doppi sensi, in modo da ricevere il consenso del lettore o per fuorviare
il lettore.
Il rapporto amoroso
è alla base di tutto, a partire da quello fisico al fine della soddisfazione
dei sensi fino a quello più nobile. L’amore può portare alla gioia ma anche ala
distruzione, e quindi diventa tragico, come quello delle novelle della quarta
giornata. L’amore però esalta sempre la giovinezza, deridendo i desideri dei
vecchi, degli ingiusti e degli indegni.
La presenza
femminile è sempre alta: splendide immagini del desiderio, che nascondono in sé
qualcosa di segreto e indefinibile, anche quando si mostrano sempre più
disponibili e sensuali. Ma ci sono anche figure femminili materne o con un
grande amore materno, come quello di Griselda, nella quale Boccaccio ricorda
sua madre, perduta tanto presto.
Alcune novelle sono
piene di peripezie, che spesso sono di effetto benefico per i personaggi, che
in tal modo si mettono a confronto. Così mette l’uomo in rapporto con le cose
mistiche e sotterranee.
Anche se nel
Decameron sono presenti il funebre e l’occulto, il Boccaccio mette comunque al
centro l’intelligenza dell’uomo che sa resistere alla fortuna e usando
l’astuzia costruisce inganni ai danni di altri uomini.
Le giornate VII e
VIII sono dedicate alla beffa. Servono a mettere in atto eccezionali serie di
meccanismi del riso. Obbediscono al piacere di inseguire le diverse vie
dell’aggressività, in modo da avere equivoci e situazioni divertenti.
I beffati sono
indotti a scambiare la realtà con la finzione. Alle volte si giunge al trionfo
della menzogna verbale e la crudeltà tocca il suo apice.
I modi della
rappresentazione
La maggior parte
delle novelle sono ambientate a Firenze o nella Toscana contemporanea, però
alcune sono ambientate in tutt’Italia e in
particolare a Napoli, altre nell’Europa, altre nell’Oriente islamico e poche
nel periodo classico.
Il viaggio è sempre
presente, poiché unisce il fantastico al reale.
Usando la storia,
la geografia e la cronaca contemporanea Boccaccio crea un mondo reale. Ma
sappiamo che quello è un mondo finto, reso reale da particolari che lo fanno
ricordare come tale, ma nella realtà un mondo così non esiste.
I personaggi non
sono precisi, ma sono precise le situazioni che li vedono protagonisti.
Boccaccio non scende in particolari ma ne fa vedere alcuni scorci. Alcuni
oggetti s’impongono nella narrazione solo per la loro presenza, ma alle volte è
lo stesso autore a caricarli di valore con gioco stilistico e linguistico.
La prosa del
Decameron
Boccaccio vuole
adattare il suo volgare ai ritmi e alle pause che caratterizzavano la prosa
latina. Boccaccio vuole legare la razionalità con la capacità di aderire alle
situazioni.
La sua prosa è costituita
da ampi periodi che tendono a specificare ogni piccolo dettaglio; questo fa
diventare la prosa molto lenta e tortuosa ed è una caratteristica che rimarrà
nella prosa italiana, specie nel ‘500. Inoltre può parlare di qualunque materia
mantenendo il decoro e la superiorità.
Ma questa prosa è
capace di arrivare alla lingua sublime per parlare di argomenti tragici, e
arrivare alla lingua più bassa per parlare di cose di poco conto.
La lingua usata è
quella di Firenze che non ammette dialettalismi, ma se le novelle necessitano
si usano modi di dire tipicamente popolari. La lingua, in certi casi, giunge a
parodiare se stessa e quindi a creare parole vuote di senso che stanno sulla
bocca degli sciocchi così come sulla bocca dei beffatori.
Significato
storico del Decameron
Il Decameron
diventerà la prosa base di ogni narrativa amena. L’inglese Geoffrey
Chaucer scriverà i “Canterbury Tales”
proprio sulla falsa riga del Decameron.
Boccaccio introduce
l’ironia, diversa da quella medievale, attaccata a schemi, la nuova ironia di
Boccaccio è lontana da quella ariostesca e da quella
complicata dei romantici, pur avendo degli schemi. Questa crea il distacco tra
la voce narrante e i fatti e i personaggi che sono narrati nella novella. Ma la
vera caratteristica resta sempre il realismo del Boccaccio: sa che la vita
dell’uomo è guidata da “appetiti” che giocano un ruolo importante nella vita di
ognuno di noi. Infatti nelle sue novelle esalta la laboriosità e l’ingegno
delle persone e condanna gli stupidi.
Boccaccio viene
anche definito primo autore rinascimentale, perché si stacca dal medioevo e
cerca di usare la ragione e la razionalità. Nega il mondo medioevale e apre le
porte alla nuova borghesia italiana che è pronta ad affermarsi (De Sanctis). Ma c’è una tesi opposta, e cioè che il Boccaccio
sia medioevale, poiché ancora attaccato alla religiosità e dalla sua
descrizione della società contemporanea si vedono ancora schemi del medioevo.
La società da lui descritta è quella dei mercanti del ‘300, tanto da venire
chiamata “epopea dei mercatanti” (Branca).
Ma il tutto va
ricercato nella sua novità dello stile letterario. Boccaccio era attratto sia
dal mondo cortese, del quale aveva fatto parte durante il periodo napoletano,
sia da quello comunale che c’era a Firenze. Quindi possiamo dire che Boccaccio
è tardo-gotico, poiché risente di entrambi i mondi e cerca equilibri che sono
stati perduti dall’antichità.
La brigata decreta
regole che servono solo a fare in modo che ci sia una convivenza e che la
narrazione proceda fluidamente.
Viene a mancare
ogni cordialità nelle novelle quando si giunge davanti alla fortuna, davanti
alla quale si è soli e si deve dar prova di se stessi semplicemente per
conquistare qualcosa o solo per il fine medesimo di dare prova di se stessi.
Questo è
l’atteggiamento della classe mercantile durante la depressione, quando si
diffonde il cinismo e il motto è: ognuno per sé, Dio per tutti.
Il capolavoro serve
a far capire la complessità me le contraddizioni dell’universo, di quegli amori
non corrisposti o perduti che per Boccaccio sono rivissuti in alcune novelle.
Dietro alla sua ironia c’è il desiderio di amore che nessun modello potrà mai
soddisfare.
Boccaccio
umanista
Conoscendo sempre
meglio Petrarca, anche Boccaccio si dedica molto alla cultura classica. Può
dedicarsi non avendo problemi di lavoro, poiché anche lui era chierico. Negli
ultimi anni è dibattuto sul fatto di chiudersi nel suo studio e coltivare poche
amicizie o cercare di comporre qualcosa per dare un modello di umanità alla
società contemporanea.
Oltre a dedicarsi
ai latini si vuole dedicare al greco, anche se non ha delle forti basi su cui
contare, vuole comunque riscoprire la poesia omerica che è rimasta sconosciuta
al mondo medioevale.
Poesie e
trattati latini
Le composizioni di
Boccaccio in latino risalgano al suo noviziato, ma da ricordare è il Buccolicum (16 egloghe) composto prima del 1349.
I trattati latini
sono più che altro cataloghi, il più importante resta Genealogie deorum gentilium (Genealogia
degli dèi pagani). È in 15 libri ed è una raccolta di miti e leggende che
tendono ad avere tre significati: storico, naturale e morale. È importante il
nuovo uso simbolico sconuscioto al medioevo, gli
ultimi due libri di “favole” sono dedicati alla difesa della poesia contro i
suoi detrattori.
Il culto di
Dante
Boccaccio fu un grade ammiratore di Dante, in suo onore scrisse un
trattato: De origine, vita, studiis et moribus viri carissimi Dantis Aligerii fiorentini
(Trattatelo in laude di Dabte). Ne furono fatte due
copie, una più ampia scritta tra il 1351 e il 1355 e una più piccola scritta
negli ultimi anni. Si vede l’opera di Dante come facoltà superiore che si
connette allo studio e si contrappone all’impegno politico e civile.
Così il messaggio
dantesco viene privato della sua polemica.
Il Corbaccio
Probabilmente
scritto nel 1356, il titolo forse è in onore del corvo che è un simbolo funebre
e di malaugurio.
Probabilmente fu
fatto dopo uno sfortunato amore senile, ma va oltre a questo occasionale
motivo. Se prima Boccaccio innalza le donne, adesso si dice completamente
estraneo al “porcile di Venere”.
Questo lavoro del
Boccaccio ha una forte violenza, specialmente nella parte descrittiva, in cui
indugia sugli aspetti repellenti del corpo delle donne e di come riescano a
mascherarli. L’autore finisce con questo capolavoro per deturpare le donne e
fonda un altro modello della tradizione italiana che andrà a finire nella
satira crudele contro il mondo femminile.
OPERE
Ser Ciappelletto
La novella vera e
propria inizia solo al paragrafo 7, poiché Panfilo fa un’introduzione su quanto
è importante iniziare le cose in nome di Dio. Il tema principale è la santità:
il santo avendo vissuto sulla terra fa da mediatore tra gli uomini e Dio. Ma
alle volte gli uomini sono tratti in inganno da chi santo non è e in verità è
dannato. Come Ser Ciappelleto, notaio vizioso e corrotto che sul letto di morte
si confessa facendosi credere santo. Quindi la novella crea un rovesciamento.
L’intenzione morale di Panfilo è di far capire come il disegno di Dio sia difficile
da capire. Ma la furfanteria del notaio è all’estremo in punto di morte,
facendo una provocazione a Dio prendendo in giro il confessore, provocazione
prolungata per via della sua santità benvoluta dalla popolazione che lo
acclama. Il notaio è quindi un genio della recitazione e nell’uso delle parole
e dei gesti. In questo caso l’intreccio tra male e bene è all’estremo: il
notaio si fa vedere santo, e parlando di bene compie il male.
Struttura:
7-29: racconta
l’antefatto, la vota del notaio e della sua malattia che lo porta alla
decisione di confessarsi.
30-80: corpo
centrale della novella, entra in scena il frate. Parte dialogica tra
Ciappelletto e il frate. Ciappelletto capovolge ogni sua azione, facendo ridere
gli usurai per i quali lavora.
81-fine: parla di
come Ciappelletto viene fatto santo, e a sua volta viene beffato: lui che ha
passato una vita viziosa è costretto a rimanere nella memoria per essere stato
un santo.
Melchisedech e
le tre anella
Filomena con questa
novella fa capire l’utilità dell’ingegno nelle situazioni complicate.
Saladino ha bisogno
di soldi e così chiede ad un usuraio ebreo quale delle tre fedi monoteistiche è
la migliore. Sapendo che qualunque risposta l’avrebbe fatto cadere in errore
risponde con una novelletta: c’è un anello che viene passato di padre in
figlio, di generazione in generazione, e dà a chi lo detiene il primato sulla
famiglia. Ma un padre non sa a chi dei tre figli dare l’anello, così ne fa
costruire altri due uguali. La stessa cosa è fatta da Dio per le fedi degli
uomini. Con questa risposta il giudeo si guadagna la benevolenza di Saladino e
nasce una gara di offerte e di liberalità tra i due. Quindi i due, pur essendo
diversi, capiscono col loro ingegno che le differenze servono ad ampliare gli
orizzonti.
In pratica: la
ragione ha superato la forza, infatti Saladino non ha estorto i soldi a
Melchisedech.
C’è anche il
racconto nel racconto, che fa capire l’importanza del saper raccontare in una
società civile e l’importanza che aveva per i ragazzi del Decameron.
Andreuccio da
Perugina
Raccontata da
Fiammetta. Ricordando la vita di Boccaccio a Napoli, essa racconta la novella d’Andreuccio,
un mercante napoletano la cui storia sventurata finisce bene: egli si reca a
Napoli per acquistare dei cavalli. Viene raggirato dalla cortigiana Fiordaliso,
che facendo credergli di essere sua sorella lo vuole derubare, in una notte
Andreuccio diventa molto furbo e attraverso le fognature arriva alla tomba di
un arcivescovo e gli ruba l’anello, diventando ricco e tornando sano e salvo a
Perugia. Con le peripezie d’Andreuccio si scopre la vita nascosta di Napoli. La
città viene descritta minuziosamente da Boccaccio e la colloca in un periodo
estivo. Il percorso fatto da Andreuccio è una specie di percorso d’iniziazione,
all’inizio è deluso dalla mancata passione con la cortigiana, ma poi la notte
di peripezie lo rende più furbo e lo risarcisce di tutto quello che ha perduto.
La novella è un
susseguirsi di colpi di scena.
Struttura:
3-14: prologo. Si
capisce che Andreuccio è molto ingenuo e viene adescato da una vecchietta e da
una fanciulla per conto di Fiordaliso.
15-54: sequenza
iniziale vera e propria. Si svolge dentro e fuori la casa di Fiordaliso, prima
questa fa un monologo altamente retorico, poi c’è un dialogo con Andreuccio e
poi lo stesso che parla con coloro che sono affacciati alla finestra nel buio
della notte.
55-69: seconda
sequenza. Incontro con i ladri e Andreuccio scende e sale dal pozzo.
70-fine: terza e
ultima sequenza. Si svolge nel Duomo di Napoli, ove discende e risale dalla
tomba dell’arcivescovo con l’anello.
Le tre sequenze
sono divise da tre cadute che rendono tutto laico e comico.
I^ caduta: nella
latrina, che rende Andreuccio comicamente puzzolente.
II^ caduta: nel
pozzo, spaventando la polizia che lo stava aiutando.
III^ caduta: nella
tomba, ove viene rinchiuso dai ladri e fatto riuscire da un secondo gruppo di
ladri che lo crede un fantasma.
La novella è comica
e fa capire come il mondo sia dominato dalla furbizia e dall’inganno, e che per
denaro tutti sono disposti a tutto. Fa inoltre conoscere ai lettori i
bassifondi, senza però mettere nessuno in pericolo.
Lisabetta da
Messina
Raccontata da
Filomena. Viene raccontata nella quarta giornata, destinata agli amori con fine
tragico. Questa novella racconta della dolcezza e della remissività di
Lisabetta che silenziosamente si addolora per il suo amante barbaramente ucciso
dai suoi fratelli.
Lisabetta
s’innamora di Lorenzo, un lavorante, ma quando i fratelli mercanti scoprono la
cosa lo uccidono. Lisabetta ne sogna il fantasma che gli dice dov’è sotterrato
il corpo, lei lo dissotterra e porta via la testa che mette in un vaso nel
quale farà crescere una pianta di basilico innaffiata dalle sue lacrime. I
fratelli scoperto il fatto le portano via la pianta e lei si consuma per il
dolore.
La novella è piena
di sotterfugi: Lisabetta agisce senza che i fratelli lo sappiano, e viceversa i
fratelli. Quindi i dialoghi sono scarsi.
I fratelli hanno
funzione narrativa, ma anche d’antagonista dell’amore anticonvenzionale di
Lisabetta, costringendola a rinchiudersi sempre più in se stessa. Con la
chiusura caratteriale della donna si vede la chiusura della testa dell’amante
nel vaso. È un primo esempio di racconto psicologico. La novella,
probabilmente, è stata presa da una canzone meridionale che parla del furto di
una pianta di basilico.
Federigo degli Alberighi
Narrata da
Fiammetta. Narra la storia di un amore a lieto fine. Federigo ama invano la
bella e onesta Giovanna. Sperpera tutti i suoi avere per amor di lei, e così si
ritira in un podere con il suo falcone. Rimasta vedova Giovanna passa molto
tempo nel podere vicino a quello di Federigo insieme al suo unico figlio. Il
figlio si ammala e chiede a sa madre di procurargli il falcone di Federigo.
Questo, per renderle onore, uccide il falcone e lo arrostisce prima di sapere
il motivo della sua visita. Il figlio di Giovanna muore e questa viene spronata
dai suoi fratelli a riprendere marito. Sceglie Federigo per la sua bontà
d’animo. Attraverso le figure di Federigo e Giovanna abbiamo gli antitesi del
mondo: borghesia/nobiltà; ricchezza/povertà;
matrimonio/vedovanza;figlio/falcone etc. Alla fine c’è un compromesso tra
tradizione e modernità.
Il finale è un
felice coronamento di una storia d’amore mal cominciata. Il falcone arrostito
esemplifica il crollo della società aristocratica non più al passo coi tempi. I
sentimenti di Giovanna per Federigo corrispondono a un riconoscimento dei
valori cortesi che anche la nuova società borghese può avere.
Ma c’è un’ombra in
questa felicità: la morte del falcone e del bambino, che magari per ironia
della sorte sono collegate, il falcone morto provoca la morte del bambino
poiché quest’ultimo non poteva avere il falcone.
Cisti fornaio
Narrata da
Pampineia. Spiega come la nobiltà d’animo non derivi dal lignaggio, bensì per
natura e fortuna. Cisti è nobile d’animo, ma è nato fornaio, mestiere che gli
dà una buona rendita. Cisti riesce a fare in modo che il nobile Geri Spina gli
chieda di assaggiare del suo vino. Geri manda un servo da Cisti, il quale però
non vuole riempire il fiasco perché troppo grande, allora dopo che il fiasco
viene cambiato con uno più piccolo Cisti lo riempie di vino e il rimanente lo
regala allo stesso Geri.
Cisti rispetta la
gerarchia sociale non invitando in prima persona Geri e non andando al
banchetto con gli onorevoli cittadini fiorentini. Però è molto intelligente e
con il suo motto si eleva nella classe sociale e mostrando piena dignità della
borghesia, alla quale appartiene. Facendosi vedere ogni mattina fuori dalla sua
bottega che assapora il suo vino e ne è soddisfatto invoglia Geri a chiedergli
di berne. Da questo però viene lasciato fuori il servo che è colui che fa il
disastro: porta un fiasco adatto all’Arno, per il vino ne serve uno più
piccolo, Geri se ne rende conto e lo fa cambiare.
Chichibìo cuoco
Raccontata da
Neifele. Chichibìo è uno sciocco cuoco veneziano al servizio del banchiere
fiorentino Currado Gianfigliazzi. Il
tutto è reso comico per via della dialettica tra le classi e la battuta pronta
di Chichibìo. Anche in Cisti c’era il motto di spirito, solo che il fornaio
veniva messo intellettualmente alla pari del nobile Spina poiché intelligente.
Invece tra Chichibìo e Gianfigliazzi resta un vuoto incolmabile. Il motto con
cui Chichibìo si salva viene dal caso e per il padrone è motivo di comicità.
2-5: prologo
6-9: prima scena.
Si svolge in cucina, ove Chichibìo si sente il padrone e può commettere
l’imprudenza di togliere una zampa alla gru cacciata dal padrone per darla alla
sua bella.
10-13: seconda scena.
Si svolge al convito, ove viene scoperto il fatto e il padrone irato chiede
spiegazioni a Chichibìo che gli spiega che le gru hanno una sola zampa.
14-20: terza scena.
La prova. Si svolge di buon mattino e Chichibìo si sente meglio solo quando
scopre che le gru dormono su una sola zampa. E anche dopo che il padrone grida
Chichibìo riesce a salvarsi, e Gianfigliazzi da giudice diventa spettatore
contento. Tutto ritorna al quadro sociale convenzionale.
Guido Cavalcanti
Narrata da Elissa. Narra di una brigata di giovani nobili, guidati da Brunelleschi che incontrano Guido Cavalcanti, ateo ma
veramente cortese, al contrario dei giovani. Cavalcanti riesce una volta per
tutte a cacciare quella brigata con un motto che Betto riconosce come
un’offesa.
Il ritratto di
Guido si rifà benissimo a come viene descritto nella Divina Commedia e come
anche lo descrive Boccaccio stesso in Esposizioni sopra la Commedia. Era un uomo molto
intelligente e costumato, e nonostante ateo, conduceva una vota esemplare, che
le brigate non seguivano.
4-6: vita brigate
cittadine.
7-9: Guido invitato
dalla brigata.
10-12: motto di
Guido che lo fa allontanare con un salto dalla brigata (tombe del Duomo).
13-15: spiegazione
del motto di Guido da parte di Betto.
In questi momenti
Guido fa sì che il distacco tra la sua intelligenza e la loro sia ancora più
profonda in quanto lui è arguto e inventa il motto, Betto lo spiega e il resto
della brigata non lo capisce.
Il balza sta a
intendere la velocità d’intelletto di Cavalcanti. Ma nella novella rimane
sempre qualcosa di enigmatico.
Calandrino e il
porco imbolato
Filomena racconta
una novella sul povero Calandrino che viene fatto ubriacare da Bruno e Buffalmacco con l’aiuto di un prete, poi gli rubano il
porco e per beffarlo ancora di più lo vogliono aiutare a trovare l’autore del
furto. Questi gli dicono di sottoporsi a un incantesimo: far mangiare gallette
allo zenzero benedette a tutti, cosicché il ladro non le possa mangiare. Solo
che i due ne preparano due amarissime proprio per Calandrino. L’incantesimo si
compie come i due vogliono e Calandrino e costretto a scusarsi con tutti e a
risarcire i due per la fatica dell’incantesimo, se non lo fa diranno tutto alla
moglie.
Questa è la realtà
campestre, una realtà che però viene camuffata dai due. Quindi a Calandrino
spettano il danno e la beffa.
Nella scena della
prova per capire chi è il ladro Calandrino è solo, solo nella mani dei due
beffeggiatori. La novella si conclude con la vittoria dei beffatori e la paura
di Calandrino di essere punito dalla moglie.
Ghino di Tacco e
l’abate di Clignì
Elissa narra una novella di liberalità e magnificenza. Nella decima giornata
tutti i ragazzi raccontano novella in cui si ecrca di
essere sempre i migliori per magnificenza. In questa l’abate di Cluny deve andare a Siena per curarsi, ma Ghino di tacco,
un nobile, lo rende prigioniero con tutto il suo seguito, ma Ghino rimane in
incognito, fa guarire l’abate che per riconoscenza intercede per lui presso
papa Bonifazio VIII che perdona Ghino.
In principio l’abate
ha un atteggiamento sdegnoso verso Ghino che l’ha reso prigioniero, ma poi deve
cambiare atteggiamento perché invece di una prigione quello è stato un
soggiorno di cura. La cortesia e la liberalità di Ghino fanno tanta impressione
all’abate che Ghino riceve il perdono papale. La liberalità ha la virtù di
ridurre e neutralizzare i conflitti, di creare uno scambio civile e paritario
tra personaggi lontani e nemici.