La Vita nova (di Dante Alighieri)
La Vita nova è un'opera
giovanile di Dante, composta di prosa e poesia (25 sonetti, 4 canzoni, 1
ballata e 1 stanza isolata). Il primo sonetto è del 1283 e l'ultimo è di nove
anni dopo. La prosa nacque tutta nello stesso tempo. Dapprima appaiono evidenti
gli influssi di Guittone d'Arezzo che si riallaccia alla tradizione siciliana,
rinnovata dai Toscani, e alla poesia trovatorica provenzale. "Donne
ch'avete intelletto d'amore" rivela l'attenzione e l'ammirazione di Dante
per Guinizzelli: ne accoglie il concetto di donna angelicata, ecc., ma lentamente viene dimostrando la sua
originalità nelle poesie "Donna pietosa", "Tanto gentile e tanto
onesta pare", "Ne li occhi porta la mia donna amore" dove anche
la prosa si fa più unitaria. Dante disegnò la sua donna da subito come un
angelo più che come una figura terrena (fuse, infatti, così la vita dei santi
con le concezioni dello stil novo). Morta Beatrice
nel 1290 Dante aveva pensato di poter dedicare un nuovo amore ad un'altra donna
ma fu proprio questo che determinò per reazione la composi 313i88d zione della Vita nova come glorificazione di
Beatrice. La novità di Dante fu quella di tramutare l'ideologia del dolce stil novo da persuasione dottrinale in realtà sentimentale.
Egli sente davvero e realizza in sé quel perfezionamento, quell'elevazione
morale che continuamente si erano attribuiti all'amore. Attua nella realtà
sentimentale quell'amore perfetto che prima era stato solo idealità. La storia
d'amore narrata nelle prose nella Vita nova
è la storia del generarsi e confermarsi dell'amore perfetto, è la storia del
passaggio dal senso allo spirito, dal reale all'ideale, dal contingente
all'eterno. La Vita nova perciò è da
considerarsi non solo uno dei tanti componimenti del dolce stil
novo, ma la sua opera più compiuta, coerente ed organica. È l'unica opera in
cui l'amore assume l'andamento di storia, l'unica concepita secondo un disegno
determinato e unitario.
Pagina critica sulla Vita Nova (di Natalino Sapegno)
da Storia
letteraria
Il libello è certamente la storia di un amore reale, ma non esclude
interpretazioni mistiche; invero è un'opera ingenua e giovanile, nella quale si
rispecchia una cultura non vasta né ordinata, bensì informe e tumultuosa
(educazione biblica, autori latini, una citazione di Aristotele, limitazione
della poesia d'amore contemporanea). La Vita
nova appartiene a quel genere di opere letterarie nelle quali i particolari
autobiografici acquistano un maggior rilievo. Occorre, infatti, tenere presente
che dopo l'interpretazione del De Sanctis (che fu il
primo critico ad aver apprezzato la lirica dantesca trascurata dalla
tradizione) si manifestarono nei riguardi della Vita nova principalmente due indirizzi critici: quello realistico e
quello allegorista. Il Sapegno ritiene che Beatrice
sia realmente esistita e che l'analisi delle vicende amorose, che nei poeti
anteriori era tutta estrinseca o quasi, disgregata e frammentaria, diventa con
i poeti del dolce stil novo più intima, coglie con
maggior immediatezza la realtà dell'animo. Gli allegoristi ritengono che i
poeti fiorentini hanno mirato piuttosto ad esprimere l'influsso della donna sul
loro animo, che non a lasciarci dell'amata un ritratto più o meno materiale e
realistico. Le donne degli stilnovisti hanno proprio da chiamarsi simboli della
potenza stessa d'amore. Anche l'uomo, il poeta, è un simbolo e rappresenta
l'essere su cui la passione d'amore opera, perfezionandolo moralmente. La Vita nova, secondo il Sapegno, sta a mezzo tra la vita e la letteratura, tra poesia
e scienza. Le rime, composte nell'arco di circa dieci anni, sono di valore
assai diverso: dai primi esercizi verseggiati, alle liriche concepite sotto
l'influsso del Cavalcanti, nelle quali l'amore è visto come una forza terribile
e violenta, Dante imbocca la strada vera solo nelle rime della lode
("Donne ch'avete intelletto d'amore", "Tanto gentile e tanto
onesta pare", "Donna pietosa"). In questo gruppo di liriche,
infatti, gli schemi artistici dello stil novo si
trovano a concordare in modo perfetto con il sentimento del poeta. La prosa è
tutta animata da un tono di ispirazione: costituisce la trama logica, ma
astratta e pedantesca, del romanzo, ne crea l'atmosfera e qui il poeta si
mostra più lucido e freddo. Essa rappresenta un più alto grado di maturità
umana e poetica; ha un tono lirico-oratorio più
contenuto e pacato delle liriche.
La prima apparizione di Beatrice (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
Domande n° 1-2-3 pag. 311
1)
Individuati tutti i
punti del capitolo in cui l'autore indica precisi momenti temporali, riflettere
sulla natura delle perifrasi usate.
Le perifrasi usate hanno un valore elevato in
quanto Dante, quando descrive soffermandosi sui minimi particolari, ritiene
l'oggetto della descrizione molto importante (le ampie descrizioni sono una
caratteristica del Paradiso).
2)
Oltre al valore
simbolico del nome Beatrice ci sono altri elementi simbolici nel testo?
Il numero nove ha una propria simbologia, in
quanto il tre è il numero della Trinità e, elevato al quadrato, non può che
esprimere un miracolo quale è Beatrice.
3)
Dopo aver schedato
tutte le espressioni riferite a Beatrice, ricavare le caratteristiche che la
donna possiede.
Beatrice ha le apparenze di una divinità e ha
il potere di impressionare Dante a tal punto da far piangere lo <<spirito
naturale>>. Inoltre, possiede tutte le caratteristiche tipiche dell'amor
cortese.
La seconda apparizione di Beatrice (di Dante
Alighieri)
dalla Vita nova
A ciascun'alma presa – Parafrasi
Indirizzo il mio saluto a nome di Amore, loro signore, a tutte le anime
innamorate e a tutti i cuori gentili, al cui cospetto è presentato il presente
sonetto.
Era quasi già giunta la terza ora del tempo in cui le stelle splendono
(le nove di sera) quando, improvvisamente, mi apparve Amore, e ricordare
l'aspetto di questo mi procura paura.
Amore mi sembrava allegro mentre teneva in mano il mio cuore e tra le
braccia aveva la mia donna, la quale stava dormendo, avvolta in un drappo.
Poi la svegliò e lei si nutrì timorosamente di questo cuore: poi lo
vedevo andarsene in lacrime.
Domande n° 2-3-4-7-9 pagg. 313-314
2)
Come viene
presentata Beatrice? Con quali formule viene indicata?
Beatrice viene indicata con le formule
<<gentilissima>> e <<mirabile donna>> e si presenta al
poeta come una visione divina, in quanto gli appare improvvisamente e vestita
di bianco (il colore della luce e, quindi, di Dio), oltre che apparirgli
all'ora nona.
3)
Si introduce in
questo capitolo un motivo nuovo, quello del saluto: qual è il suo valore
simbolico?
In chiave cortese, il saluto simboleggia il
dono fatto dalla donna all'amante che ne provoca la felicità. In questo caso,
però, il fatto che il saluto sia stato ricevuto dal poeta all'ora nona
contribuisce a rendere questo gesto miracoloso.
4)
Quali sono gli
elementi simbolico-rituali che caratterizzano il
sogno? Vi sono richiami biblici? Il sogno ha un valore profetico,
preannunciando eventi futuri?
Nel sogno Amore compare improvvisamente,
quindi mantiene un'analogia con l'apparizione di Beatrice. Inoltre il fatto che
la donna mangi il cuore del poeta simboleggia che d'ora in poi Dante sarà suo
"servo", cioè suo "vassallo". Questo perché, nel Medioevo,
mangiare il cuore di un altro significava impossessarsi della forza e
dell'anima di questo. Infine, le parole di Amore in latino contribuiscono a
creare il clima di mistero presente nel sogno.
7)
Quali indicazioni si
possono ricavare da questo capitolo sul rapporto che nella Vita nova lega prose e poesie? Si confronti il sonetto con la parte
in prosa che lo precede: quali elementi mancano in esso?
Nella Vita
nova la prosa serve da introduzione al sonetto anticipandone i temi mentre
il commento finale è un vero e proprio commento stilistico-formale
al sonetto stesso.
9)
Nel sonetto si
possono cogliere le caratteristiche dello stile <<dolce>>?
Si, perché mancano suoni aspri e i periodi
non sono spezzati, grazie alla grande quantità di enjambement.
Donne ch'avete intelletto d'amore (di Dante
Alighieri)
dalla Vita nova
Riassunto
Nella prima strofa Dante afferma di voler parlare di Beatrice attraverso
delle donne gentili e lo fa non perché crede di poter esporre in maniera
esauriente le sue qualità miracolose ma solo per trovare uno sfogo ai suoi
pensieri. Egli dice anche di voler usare uno stile non troppo elevato perché, a
causa della grandezza di Beatrice, dovrebbe desistere dal suo intento.
Nella seconda strofa il poeta comincia la lode di Beatrice, dicendo che
gli angeli, chiedendo a Dio di avere per loro la donna, in quanto era la sola
mancanza che aveva il Paradiso, ricevettero risposta dal Signore che ella deve
restare sulla Terra perché coloro i quali l'hanno potuta vedere saranno
privilegiati: infatti, quando un uomo non nobile la incontra per la strada non
può che convertirsi e, dopo la morte, non potrà essere punito con una condanna
eterna.
Poi, tramite Amore, Dante afferma che Beatrice non può essere altro che
una creatura divina e, dai suoi occhi, escono degli spiriti che arrivano sino
al cuore di chi la osserva.
Nell'ultima strofa, infine, il poeta invia la canzone ad Amore,
affinché possa, tramite esso, arrivare a Beatrice, ma la ammonisce a fermarsi a
chiedere indicazioni solo presso donne e uomini gentili.
Domande n° 1-3-4 pag. 320
1)
Perché Dante
individua nelle <<donne>> che hanno <<intelletto
d'amore>> il pubblico privilegiato della sua lode?
Dante individua nelle <<donne>>
che hanno <<intelletto d'amore>> il pubblico privilegiato della sua
lode perché sono le sole che vivono l'amore rettamente e, in questo, si
distinguono dalle <<femmine>>.
3)
Quali sono le
differenze più significative tra Beatrice e la donna cantata da Guinizzelli?
In primo luogo, Beatrice è realmente esistita
mentre le donne del Guinizzelli sono un
"artificio retorico". Inoltre, Beatrice è posta su un piano
nettamente superiore.
4)
Quali temi vengono
trattati nel congedo della canzone?
Dante manda la canzone in cerca di Beatrice
ma la ammonisce a fermarsi a chiedere indicazioni solo a persone nobili. C'è,
quindi, un'ulteriore distinzione tra persone gentili e persone
<<villane>>.
Tanto gentile e tanto onesta pare (di Dante
Alighieri)
dalla Vita nova
Parafrasi
La mia signora si mostra così gentile e così onesta che, quando saluta,
ogni lingua diventa, per il tremore, muta e gli occhi non osano guardarla.
Ella procede, mentre si sente lodare, vestita benignamente di umiltà; e
sembra che sia una cosa venuta dal cielo sulla terra a manifestare la potenza
divina.
Si manifesta con una tale bellezza a chi la contempla che dona
attraverso gli occhi una dolcezza al cuore, che, chi non la prova, non può
capire: e sembra che dalle sue labbra emani un soave spirito amoroso che
suggerisce all'anima: Sospira.
Domande n° 3-4 pag. 323
3)
Stabilire un
confronto tra questa donna e quelle cantate da Guinizzelli
e Cavalcanti nei TT18-20.
Le donne lodate da Dante, da Guinizzelli e da Cavalcanti sono molti simili e hanno tutte
quelle caratteristiche proprie del dolce stil novo
(donna angelicata, ecc.).
C'è, però, una differenza fondamentale:
Beatrice è realmente esistita mentre le donne lodate da Guinizzelli
e da Cavalcanti erano un puro artificio retorico.
4)
Nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare
individuare:
a)
le caratteristiche
di Beatrice desunte dalle espressioni che Dante le attribuisce (ad esempio
<<gentile>>, <<onesta>>, ...);
b)
le azioni compiute
da Beatrice;
c)
gli effetti del saluto
di Beatrice;
d)
i fruitori del
saluto di Beatrice.
Beatrice si presenta gentile, onesta e
vestita d'umiltà e, quindi, sembra un miracolo divino.
Ella, mentre cammina per la strada, è
ammirata da tutti e, quando saluta, fa ammutolire i fruitori di questo nobile
gesto e gli occhi di questi non osano guardarla.
Oltre la spera che più larga gira (di Dante
Alighieri)
dalla Vita nova
Parafrasi
Il sospiro che esce dal mio cuore oltrepassa la sfera celeste che ruota
con moto più largo: una capacità di comprendere straordinaria che Amore,
malgrado pianga la morte di Beatrice, mette in lui, lo eleva verso l'alto.
Quando il sospiro perviene là dove desidera, vede una donna che riceve
onore da tutti i beati e la luce della grazia illuminante a tal punto che lo spirito,
uscito dal mondo, l'osserva stupefatto per lo splendore che emana.
Il mio pensiero vede Beatrice tale che, allorché, ritornato presso di
me, me ne riferisce la gloria, quale l'ha vista in cielo, io non lo comprendo
tanto elevato e complesso è il suo discorso rivolto al cuore che lo fa parlare.
So io che parla di quella donna gentile per il fatto che spesso ricorda
Beatrice, almeno questo lo capisco bene, donne mie care.
Domande n° 2-3 pag. 327
2)
Stabilire un
confronto tra l'ineffabilità della visione di Beatrice e quella descritta nel
sonetto di Cavalcanti Chi è questa che vèn ch'ogn'om
la mira (T20).
Nel sonetto Chi è questa che vèn ch'ogn'om la mira c'è un clima di ineffabilità, accentuato
dalla seconda terzina, ma la presenza profana del dio Amore riporta il discorso
entro precisi confini terreni.
In questo componimento, invece, non ci sono
riferimenti al profano ma solo al divino. Inoltre, stilisticamente, Dante si
attiene alla rota Vergilii,
cioè alla corrispondenza tra stile usato e argomento trattato (argomento basso
con stile basso; argomento medio con stile medio; argomento alto con stile
sommo). In questo senso, quello che gli viene detto dallo spirito è talmente
alto che il poeta stesso non è in grado di esprimerlo.
3)
Stabilire un
confronto tra questo testo e quello di Iacopo da Lentini,
Io m'ag[g]io
posto in core a Dio servire (T14). Ad esempio quali elementi caratterizzano
i due paradisi? Quali personaggi vedono l'oggetto del loro amore?
Nel sonetto Io m'ag[g]io posto in core a Dio servire
il Paradiso è immaginato come un luogo nel quale si mantengono eternamente
<<sollazzo, gioco e riso>>.
Qui, invece, il Paradiso è un insieme di più
zone circolari concentriche che, man mano che ci si avvicina a Dio, girano
sempre più vorticosamente. Inoltre, per Dante il Paradiso è pura luce.
La <<mirabile visione>> (di Dante
Alighieri)
dalla Vita nova
Domande n° 1-2 pag. 328
1)
Perché la
<<mirabile visione>> non può essere raccontata?
Perché Dante, secondo la rota Vergilii, non ne avrebbe potuto
parlare degnamente.
2)
Quali sono gli
ultimi attributi riferiti a Beatrice?
Beatrice, che nei capitoli precedenti era
definita cortesissima, gentilissima e nobilissima, è
ora chiamata benedetta.
Il significato del Convivio (di Dante Alighieri)
dal Convivio
Domande n° 1-2-3-4-5-6 pag. 339
1)
Completare lo schema
seguente che riproduce, semplificandolo, il discorso molto argomentato di
Dante:
a)
<<...dice lo
Filosofo... tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere>>
b)
<<Veramente da
questa nobilissima perfezione molti sono privati per
diverse cagioni, che dentro a l'uomo...>>
c)
<<Dentro...>>
d)
...
a) Secondo Aristotele
tutti gli uomini per natura sono inclini alla conoscenza.
b) Alcuni, però, sono
impediti alla loro inclinazione naturale per diversi motivi che possono essere
dentro l'uomo o fuori di lui.
c) Dentro l'uomo ci
sono impedimenti corporali (ad esempio i sordi e i muti sono impossibilitati a
conoscere) e un'inclinazione innaturale verso il male.
d) Fuori di lui ci sono
necessità, cioè gli impegni pubblici e privati che non gli consentono di
studiare, e la <<pigrizia>>, cioè la mancanza nel luogo di nascita
o nel luogo in cui vive di centri di studi e di studiosi e, quindi, di scambi
culturali.
e) <<Le due di
queste cagioni, cioè la prima da la parte di dentro e la prima da la parte di
fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di
perdono degne; le altre due, avvenga che l'una più, sono degne di biasimo e
d'abominazione>>.
f)
Sono pochi coloro i quali conoscono mentre la
maggior parte degli uomini è sempre affamata di questo cibo
g) Dante, mosso dalla
solidarietà verso gli altri, intende farli partecipare a questo convivio in cui
si servono pane (commenti) e vivande (canzoni).
h) I beneficiari del
convivio sono coloro i quali, per impedimenti di natura pubblica e privata, non
hanno potuto perseguire la conoscenza. Gli altri, invece, non sono degni di
sedere direttamente alla mensa.
i)
L'opera è composta da quattordici canzoni e
altrettanti commenti che hanno come materia l'amore e la virtù.
j)
Mentre la Vita
nova rifletteva soprattutto una problematica individuale ed era destinata
alle persone nobili, il Convivio
propone un allargamento di pubblico ed ha un vero e proprio compito
divulgativo. Dante spiega questo mutamento di scopi e intenzioni attribuendo la
Vita nova ad una fase ancora giovanile
e il Convivio a quella di una
raggiunta maturità.
k) Il poeta spiega il
metodo con il quale intende commentare le canzoni: prima chiarendo il
significato letterale e, in seguito, interpretando le canzoni allegoricamente.
2)
Individuare i
termini che appartengono all'area semantica del cibo, con i quali si esprime la seconda parte del discorso.
<<Innumerabili sono li 'mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati
quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane
de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le
pecore hanno comune cibo!>>
<<Coloro che a così alta mensa sono
cibati sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando.>>
<< [...] de la cui acqua si refrigera
la naturale sete [...] >>
<<E io adunque,
che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a' piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade.>>
<<Per che ora volendo loro
apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch'i' ho loro mostrato,
e di quello pane ch'è mestiere a così fatta vivanda, sanza
lo quale da loro non potrebbe esser mangiata. E questo è quello convivio, di
quello pane degno, con tale vivanda qual io intendo indarno non essere
ministrata. E però ad esso non s'assetti alcuno male de'
suoi organi disposto, però che né denti né lingua ha né palato; né alcuno assettatore di vizii, perché lo
stomaco suo è pieno d'omori venenosi
contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe. Ma vegna qua qualunque è per cura familiare o civile ne ha la
umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili
impediti s'assetti; [...] e quelli e questi prendano la mia vivanda col pane,
che la farà loro e gustare e patire. La vivanda di questo convivio sarà di
quattordici maniere ordinata. [...] le quali sanza lo
presente pane [...] ma questo pane [...] >>
<< [...] ne la presente opera, la quale
è Convivio nominata [...] >>
<< [...] sì che l'una ragione e l'altra
darà sapore a coloro che a questa cena sono convitati. [...] se lo convivio non
fosse tanto splendido quanto conviene a la sua grida [...] >>
3)
Quali sono le
<<mense>> di cui parla Dante?
Le mense di cui parla Dante sono quei
banchetti in cui si mangia conoscenza, simboleggiati dal titolo dell'opera (Convivio = banchetto). A queste mense
sono servite sia vivande (canzoni) sia pane (prosa), distribuite in quattordici
portate (trattati).
4)
Quali sono gli
invitati a questo banchetto? A quale classe sociale appartengono? Perché Dante
li sceglie come convitati?
A questo banchetto sono invitati tutti coloro
i quali non hanno potuto studiare perché impediti da doveri pubblici e privati,
cioè sono gli appartenenti alla classe dirigente.
Dante sceglie questi come convitati perché
sono gli unici, insieme agli impediti per natura, ad essere giustificati per
non aver studiato e, allo stesso tempo, sono i soli a poterlo ancora fare
tramite questa occasione offertagli dal poeta.
5)
Qual è il ruolo
dell'intellettuale? Quale sapere Dante vuole comunicare al pubblico del Convivio? (cfr.
riga 13: <<ozio di speculazione>>).
In quest'opera l'intellettuale, e con lui lo
stesso Dante, non è invitato al banchetto perché lo scopo di questo è
comunicare un sapere filosofico e teologico e non far progredire il sapere
stesso, cosa che accadrebbe se gli intellettuali partecipassero alla mensa.
6)
Quali ostacoli al
raggiungimento del sapere sono per Dante insuperabili?
Per Dante gli unici ostacoli al
raggiungimento del sapere sono quelli fisici, come l'essere muti o sordi. Tutti
gli altri non hanno giustificazioni accettabili e, tra questi, sono compresi
anche gli appartenenti alla classe dirigente, prima difesi da Dante, dal
momento che quest'opera è finalizzata proprio a fargli raggiungere la
conoscenza.
Caratteri del volgare illustre (di Dante Alighieri)
dal De vulgari
eloquentia
Domanda
Spiega perché il volgare è
chiamato illustre, cardinale, regale e curiale.
Il volgare è illustre perché, rispetto agli altri volgari comunali,
risplende per le sue caratteristiche; è cardinale perché deve essere il cardine
intorno al quale tutti gli altri volgari devono ruotare; è regale perché, se
l'Italia avesse una reggia, sicuramente vi si parlerebbe questo volgare;
infine, è curiale perché risponde a quelle esigenze di eleganza e dignità che
si possono avere solo nelle corti migliori.
Dante e la politica
Il 1304 segna la fine dell'attività politica di Dante in senso stretto,
con la rinuncia a rientrare a Firenze. Infatti, è nelle opere dell'esilio (Epistole, De monarchia, Commedia)
che si delineano i caratteri della sua ideologia: <<talmente profondo e
radicato è il male nella società del suo tempo che soltanto attraverso il
ripristino di un ordine universale è immaginabile una soluzione
positiva>>. Occorrerà, perciò, una rigenerazione dell'intera cristianità
tramite il recupero degli antichi valori.
Al suo tempo Papato e Impero erano in crisi profonda, eppure egli
concepì il progetto politico di restaurazione della società civile fondato
sulla presenza e collaborazione delle due istituzioni universali (N.B.: gli sfuggirono le motivazioni storiche per le quali
l'evoluzione delle civiltà europee favorì la nascita degli stati nazionali!).
Era ormai fuori e lontano dalle correnti più avanzate e laiche che mettevano in
dubbio la legittimazione divina del potere monarchico. Egli segue il pensiero filosofico
di Aristotele e di San Tommaso, secondo il quale la politica è una parte della
filosofia morale e Dante cerca di ergersi in una posizione di giudice del suo
tempo (giudice delle parti). Nel De
monarchia egli sostiene che sia la Chiesa sia l'Impero siano indispensabili
elementi del disegno della Provvidenza per la salvezza dell'umanità (vedi
Sant'Agostino, Graziano, Egidio Romani, San Tommaso, Giacomo da Viterbo). Egli
si inserisce in quella corrente medievale secondo la quale, attraverso
Aristotele e San Tommaso, si era arrivati alla rivalutazione cristiana
dell'uomo nella sua dimensione sociale e di conseguenza alla rivalutazione del
potere politico come strumento per la costruzione di una corretta convivenza
civile.
Etienne Gilson ritiene Dante <<un
cristiano abbastanza personale>> perché manifestava una indipendenza di
giudizio rispetto alle posizioni della Chiesa. Ad esempio il poeta sostiene che
le diverse competenze di teologia e filosofia hanno origine dalla duplice
natura umana (corruttibile e incorruttibile cioè il corpo e l'anima) e trovano
naturale corrispondenza nella reciproca autonomia della politica e della
religione (pensiero contrario a quello di San Tommaso).
Il De monarchia ebbe scarsa
fortuna per l'ostilità degli ambienti ecclesiastici; infatti, Ludovico il Bavaro, quando nel 1328 a Roma si fece incoronare
imperatore contro la volontà del papa, usò quest'opera di Dante come
giustificazione.
Nel 1559 fu stampato per la prima volta ma fu messo subito all'indice.
Solo Leone XIII nel 1881 revocò la condanna, ma ebbe comunque poco successo per
l'arretratezza delle idee esposte.
L'imperatore, il papa e i due fini della vita umana
(di Dante Alighieri)
dal De
monarchia
Domande n° 1-2-3-4 pag. 350
1)
Quali fini la
Provvidenza ha assegnato all'uomo?
I fini dell'uomo sono la <<beatitudine
di questa vita>> e la <<beatitudine della vita eterna>>.
2)
Con quali strumenti
l'uomo può raggiungere tali fini?
L'uomo arriva alla beatitudine terrena per
mezzo delle dottrine filosofiche e a quella eterna grazie agli insegnamenti
divini praticando, però, le virtù morali e intellettuali nel primo caso e
quelle teologiche, cioè fede, speranza e carità, nel secondo.
3)
Quali sono i ruoli
rispettivamente del pontefice e dell'imperatore? Sono totalmente indipendenti nelle
loro sfere d'azione? Presentano una qualche correlazione?
Secondo la teoria dei <<due
soli>> l'imperatore si deve occupare della felicità dell'uomo sulla terra
mentre il papa di quella eterna. Inoltre, entrambi ricevono il loro potere
direttamente da Dio e non devono avere interferenze tra di loro.
4)
Quale rapporto
intercorre tra l'imperatore ed il pontefice? (Riflettere in particolare
sull'ultimo periodo: <<Usi pertanto Cesare quella riverenza verso
Pietro...>>).
Tra il papa e l'imperatore non c'è un ordine
di importanza, cioè il potere temporale non è sottomesso a quello spirituale e
tanto meno il contrario, ma, tuttavia, l'imperatore deve avere verso il
pontefice quel rispetto che un figlio prova verso il padre.