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I MASS MEDIA - L’INDUSTRIA CULTURALE E LA CULTURA DI MASSA
comunicazione
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I MASS MEDIA
I
mass media sono il fenomeno più vistoso della produzione e della trasmissione
della cultura della nostra epoca. Per mass media, o mezzi di comunicazione di
massa, si intendono gli strumenti la cui tecnologia permette una diffusione
delle notizie e della cultura estremamente più dilatata che in qualsiasi altra
epoca della storia. Da un lato quindi tutti gli strumenti tecnologici come la
radio, il cinema, la televisione; dall’altro anche linguaggi o canali di
comunicazione che si appoggiano a tecnologie antiche come la stampa ma che, per
mezzo di innovazioni tecniche e soprattutto per la grande rivoluzione nei
meccanismi della distribuzione culturale avvenuta agli inizi del Ventesimo
secolo, si sono imposti nel panorama delle moderne comunicazioni: è il caso
della stampa a grande diffusione come i giornali, i libri pocket o i fumetti.
Tuttavia i mezzi di comunicazione di massa in sé sarebbero inconcepibili se non
si comprendesse nel loro studio ciò che li produce, l’industria culturale, e
ciò che essi producono, la cultura di massa.
Il
fenomeno si può inquadrare nel periodo compreso tra la fine degli anni Venti e
la seconda guerra mondiale, nei paesi più industrializzati, dove fecero quasi
simultaneamente la loro comparsa molti nuovi strumenti destinati
all’informazione e al divertimento: dalla radiodiffusione al cinema sonoro,
dalla stampa al libro tascabile. Nasceva un’espressione destinata a larga e
duratura fortuna: mass media, in
italiano mezzi di comunicazione di massa. La più importante e inquietante
caratteristica dei nuovi strumenti stava proprio nel loro essere “di massa”,
nel fatto cioè che essi si rivolgevano ad un pubblico quantitativamente enorme
e qualitativamente indifferenziato e anonimo. La “massa” era una nuova
misteriosa entità che prescindeva da differenze di ceto, di distruzione o
d’opinione.
L’INDUSTRIA CULTURALE e
la cultura di massa
La
nozione di “industria culturale” nacque come espressione polemica dal titolo di
un saggio di Horkheimer-Adorno contenuto in Dialettica
dell’Illuminismo, nel secondo dopoguerra. Sempre più si va aff 555f51f ermando una
cultura definita “seriale”, dal fatto che essa viene diffusa e commercializzata
da grandi apparati tecnico-organizzativi, che adottano procedure “di serie” non
dissimili da quelle caratteristiche della grande industria. È un fenomeno
apparentemente paradossale, se si pensa che proprio la concezione moderna della
cultura è fondata sull’ideale dell’originalità. La polemica va nei confronti
del processo di degradazione cui la cosiddetta alta cultura si sottopone
entrando nei circuiti della comunicazione di massa, diventando un prodotto come
gli altri, il cui valore tende inevitabilmente al basso e alle leggi del
mercato.
Con
l’espressione industria culturale si designa dunque un’organizzazione
produttiva e distributiva di un particolare tipo di cultura, detta
"cultura di massa", sviluppatasi nella società industriale.
L’industria culturale comprende le case editrici, la televisione e ogni altro
strumento di comunicazione. Il suo scopo è quello di fornire la più ampia
informazione sui più svariati argomenti, capaci di suscitare l’interesse di
ognuno. Caratteristiche della cultura di massa sono l’eclettismo, la semplicità
del linguaggio, la semplificazione degli argomenti proposti, l’universalizzazione
dei temi. Tutto ciò contribuisce a formare un livello medio di pubblico e di
cultura. Il pubblico delle cultura di massa è per lo più passivo e non brilla
per spirito critico. Da ciò consegue il conformismo che non è altro se non l’accettazione passiva, acritica e
consuetudinaria delle idee e delle norme di comportamento della maggioranza.
L’individuo adotta così il tipo di personalità che gli viene offerto dai
modelli culturali. È chiaro che in queste condizioni il condizionamento a cui
il popolo e sottoposto e molto accentuato.
La “seconda rivoluzione industriale”
trasformò anche le forme e i tempi di produzione culturale. Nella nuova società
di massa era possibile immettere sul mercato merci di tipo culturale prodotte
in serie e sulla base di politiche imprenditoriali sostanzialmente non
dissimili da quelle di ogni altro settore economico. I romanzi a puntate
pubblicati a fine Ottocento negli Stati Uniti e in Europa furono alcuni dei
primi esempi di quella “cultura seriale” che si sarebbe enormemente diffusa
negli anni Venti e Trenta, suscitando lo sdegno di molti intellettuali
preoccupati per la mercificazione e la standardizzazione della cultura. Ormai
distanti dall’idea romantica dell’artista come creatore isolato di opere
uniche, nell’era della riproducibilità dell’arte le nuove tecnologie e i mezzi
di comunicazione di massa potevano permettere a équipe di professionisti di
prevedere i gusti del pubblico. A fine secolo la produzione culturale era
divenuta un fatto collettivo, frutto di lavorazioni complesse a cui
partecipavano tanto i “creatori” individuali quanto i coordinatori e gli
organizzatori, come in qualsiasi altro ramo industriale.
I prodotti cinematografici, i telefilm
a puntate, ogni interminabile telenovela, gli albi di fumetti a scadenza
mensile e gli stessi prodotti multimediali sono infatti il risultato di
politiche imprenditoriali basate su programmazioni e indagini di mercato volti
alla commercializzazione di prodotti fruibili ed economicamente redditizi. I
decenni tra le due guerre costituirono un periodo di grandissima vitalità
artistica e culturale ed in questo contesto anche il cinema si affermò
definitivamente sia trovando una propria collocazione come “settima arte” sia
proponendosi come una vera e propria attività industriale assai redditizia.
Negli anni Venti le tecniche cinematografiche vennero raffinandosi e
specializzandosi, tanto che questo periodo viene detto di “apogeo del cinema
muto” (il primo film sonoro fu Il cantante di Jazz del 1927); gli Stati Uniti
furono i principali protagonisti di questa fase, investendo copiosamente
nell’industria cinematografica e creando una struttura assai rigida dentro la
quale fare emergere il mito hollywoodiano, attraverso un abile utilizzo dello
star system, dello studio system e della codificazione dei generi
cinematografici, rivolta ad un pubblico sempre più vasto. Nello stesso periodo,
però, venivano acquisendo sempre più salde radici anche le singole
cinematografie nazionali che, soprattutto in Germania e Russia, legate alla
vitalità politica, sociale e artistica degli anni dell’immediato dopoguerra,
raggiunsero alti livelli estetici. In particolare la Germania fu la patria
dell’espressionismo che, già presente in letteratura e nelle arti figurative,
si espresse anche nel cinema trasmettendo un senso di irrealtà e di incubo,
caratterizzato da dissolvenze, sovraimpressioni, un uso straniante di luci ed
ombre, attraverso registi quali Fritz Lang (Il Dottor Mabuse, 1922; I
Nibelunghi, 1923-24; Metropolis, 1926; M., 1931), Robert Wiene (Il gabinetto
del dottor Caligari, 1924), F.W. Murnau (Nosferatu il vampiro, 1922). Anche nei
primi anni della Russia bolscevica alcuni grandi registi produssero opere assai
significative e spesso rivoluzionarie per l’uso delle tecniche cinematografiche
e del montaggio come strumento di comunicazione efficace, come Dziga Vertov,
(L’uomo con la macchina da presa, 1929) e Sergej Ejzenstein (Sciopero, 1925; La
corazzata Potëmkin, 1926; Ottobre, 1927; Aleksandr Nevskij, 1938).
LA
Radio e LA televisione
Tra
gli anni del New Deal e la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti
comparvero su larga scala nuovi mezzi di comunicazione di massa, come il cinema
sonoro, i rotocalchi e soprattutto la radio. Inventata dall’italiano Guglielmo
Marconi (1895) la radio divenne il nuovissimo mass media attraverso il quale,
chi lo gestiva, poteva comunicare con un pubblico quantitativamente enorme e
imprecisato, anonimo e indifferenziato. Se negli Stati Uniti si affermò un
libero mercato di emittenti commerciali, sostenute dagli introiti pubblicitari,
in Europa prevalse il monopolio statale di emittenti date in concessione a
compagnie, come l’italiana Eiar. Alla fine degli anni Trenta in Italia erano
diffusi più di un milione di apparecchi radio e fanno parte della memoria
collettiva le immagini di capannelli di persone intente ad ascoltare la voce
del duce o le radiocronache sportive.
Negli
anni a cavallo tra le due guerre la radio diventerà un formidabile strumento
per la propaganda nei regimi
totalitari andando incontro a una serie di specificazioni tecniche che ne
miglioreranno qualità e potenza: in Italia la prima trasmissione radiofonica è
costituita da un discorso di Mussolini nel
1924, mentre in Germania la radio diventerà una vera e propria arma nelle mani
del genio della propaganda nazista.
Negli
stessi anni in Gran Bretagna (1936) comparvero le prime trasmissioni televisive
regolari, destinate a una ristrettissima cerchia di utenti (in Italia le prime
trasmissioni sperimentali risalgono al 1938). Fu infatti solo dopo la seconda
guerra mondiale che si diffuse con una rapidità impressionante la televisione
in bianco e nero, prima negli Stati Uniti (che nel 1950 iniziarono la
sperimentazione del colore) e negli anni Cinquanta anche in Italia, dove il
colore fu introdotto nel 1977.
Insieme
all’automobile, la televisione è uno dei beni di consumo più caratteristici
delle società di massa contemporanee. Uno strumento dotato di grandissime
potenzialità, sempre oggetto di competizioni politiche per il suo controllo, la
cui diffusione capillare in ogni angolo del mondo ha svolto un ruolo decisivo
per l’omologazione dei gusti e dei bisogni, come per la conoscenza degli stili
di vita del mondo occidentale.
LA VIE CULTURELLE:
LA NAISSANCE DU CINEMA
Dans la fin du XIX siecle, la France connait beaucoup de
changements qui concernent la vie culturelle, sociale et economique, en effet
il y avait le developpement de nouvelles inventions que causent la naissance de
nouveaux intratenements, par example le cinéma.Pendant les anées succésifs le
progrés grandit de plus en plus et les desirs et les attentes des gens
changent. La jeunesse affirme son desire de vivre par son gout de la musique (le
jazz, le rock’n roll) et du cinéma de la nouvelle Vague. Avec l’invention des
recepteurs à transistor les emissions de radio connaissent une véritable
révolution et avec la chanson francaise qui se popularise. A partir des années
60 la télévision commence à pénétrer dans les ménages, en effet elle devient un
canal essentiel de diffusion de la culture, des modes et des idées.
Le
développement des communications de masse crée des languages nouveaux et de
nouveaux modes d’expression qui élargissent le domaine littéraire traditionnel
vers une paralittérature qui conquiert un public de plus en plus vaste.
Le
dèveloppement de la radio, de la tèlévision, de la publicité, de l’edition (quotidiens,
magazines, pèriodiques) et du cinéma, offrent aux gens de lettres des mètiers
qui les intègrent davantage à la société.
Chaque
ècrivain a son public et son prestige dipend en grande mesure de l’image que
les magazines et la télévision donnent de lui et aussi les prix littéraires
jouent un role important dans son succès.
Le
cinèma nait en France en 1895 grace aux fréres Louise et Auguste Lumieres,en
effet ils inventent le cinèmatographe. Ce procède consiste à cranter la
pellicule, syncroniser un optateur pour 16 images par seconde et le projetersur
un écran; la première projection a lieu dans un café du Boulevard des Italiens
à Paris en 1895. Ils ne pensent ni à l’art, ni au commerce, mais ils faisent de
petits films d’application où ils s’amusent sans prétention. Devant le succès
de leur invention ils inventent le reportage. Ils s’intéressent à la vie de
tous les jours: ils sont les premiers cinéastes réalistes qui transcrivent la
vérité sans artifice et conférent à la banalité du quotidien une beauté
inconnée.
Ils
projettent dans le salon Indien du Grand Café du boulevard des Capucines, à
Paris beaucoup de films. Ces films definit de vacances montrent tous un
mouvement vers le spectateur et le mouvement de l’image. A cotè du cinèma des
Frères Lumieres il y avait la fantasie visionaire de l’illuministe Georges
Mèliès; il tourne les premiers films fantastiques, avec des effets spèciaux,
des superpositions et des couleurs peintes sur la pellicule et ses met en
scène. Il va faire du cinéma l’instrument de l’illusion. Il s’enferme dans un
studio, il invente des décors, des trucages, et donne l’impression que
l’illusion est réalité. Son thème favori est le voyage à travers l’impossible
où fantaisie et poésie trouvent leur expression en images. Il non seulement est
un createur mais il invente la commercialisation du film, la publicité, la
figuration, les trucages, enfin tout ce qui deviendra la fabuleuse entreprise
du cinéma. Beaucoup de ses films ont connu le success, par exemple “Le
melomane, Voyage dans la Lune, La conquete du pole”. En 1910, Gaumont et Pathè
crèent une production de films qui peuvent rèvaliser avec les Etats Unis, ils
ruinent Méliès et il meurt dans l’oubli.
La
pèride muette du cinèma francais peut se dècomposer en 3 ètapes. Le Rèalisme,
influencè par le cinéma environnants, puis l’Avant Garde, avec les dadaistes,
et le Surrealisme, la phase la plus connue, fortement liée à la peinture et à
la poésie, avec les surréalistes de l’époque.
Les
premiers cinéastes du Réalisme sont fasciné par les premiers films allemands et
suédois..Ils decouvrent la beauté des gestes du quotidien, des gestes “purement
de chez nous”. Louis Deluc invente la critique cinématographique, il ècrit
beaucoup des scénario de films diffèrents, puis il fonde l’IDHEC, qui est
aujourd’hui l’Ensmis, dans les anciens studios de Pathé à Paris.
L’Avant
Garde du cinéma francais commence avec Abel Gance tourne ”J’accuse” en 1919, il
est un véritable cri de révolte contre la guerre; une histoire de guerre, avec
beaucoup de procédés de surimpressions. Il dépose des brevets de trucages.
Apres il tourne”La Rue” son premier grand chef-d’oeuvre; ce film sur la vie des
cheminots autour d’un train présente une alternance de montages saccadés, une
brisure des rythmes et un découpage moderne. L’homme à travers la machine, on y
voit ce qu’il appelle la musique
optique, qu’il compare à Beethoven.
Cette
période se caractérise par l’absence d’inertrites, un art abstrait, mais un
réel découpage et montage.
Le
Surréalisme fait suite à l’Avant Garde du cinéma francais comme il le fait au
Dadaisme dans la litterature, la peinture et la poésie. Les précurseurs du
surréalisme sont Rimbaud et Lautréamont; ils cherchent les fondements d’un art
nouveau et proposent une nouvelle approche de la poésie et de la peinture. Ils
rejettent le carcan de la raison en rivendiquent la toute-puissance du reve et
de l’imagination. L’imagination ouvre un espace infini, sans limites. Les
surréalistes inventent de nouvelles formes de création artistique et utilisent
l’écriture automatique, dictée de l’inconscient. Ce courant met en exergue, en
le distordant, l’aspect surréel des sentiments et des situations. Le premier
film surréaliste est “Un chien andalou”, de Luis Bunuel, il y a un rapport très
subtil entre la métaphore et la signification, et ce rende le film
irrationalisable.
Dans
les films surréalistes il y a beaucoup de gros plans, décors vides, images
épurées, dans certaines scènes l’image ressemble à un cri.
GLI INTELLETTUALI E LA SOCIETÀ DI MASSA
Di
fronte alla massificazione della società, fenomeno che s’impose in modo
irreversibile tra le due guerre, la reazione degli intellettuali fu improntata
in prevalenza alla preoccupazione. Fu minoritaria, nell’ambito della sinistra
soprattutto, la posizione di chi vide nella società di massa un elemento di
progresso democratico, che dava spazio a ceti tradizionalmente emarginati dalla
vita sociale e politica. Prevalse invece l’idea che la massificazione della politica,
dei consumi e della cultura, fossero causa di una crescente standardizzazione
dei valori che metteva a rischio l’identità della persona.
Questo
pessimismo, assieme ad una concezione aristocratica della società, caratterizza
l’opera del filosofo spagnolo Ortega y Gasset (1883-1955), autore di un testo
dal titolo significativo: la Ribellione delle masse (1930). Lo sviluppo dell’industria, la democrazia
politica, la diffusione dell’istruzione e della comunicazione sociale hanno
consentito a larghe masse di accedere a consumi e stili di vita riservati in
precedenza ai ceti benestanti: in questi fenomeni, Ortega non vede però fattori
di progresso, ma segni di profonda decadenza, d’imbarbarimento. Nella società
di massa si verifica, a suo giudizio, un profondo e radicale mutamento:
all’individuo ragionevole, sicuro di sé, il tipico borghese, subentra
l’”uomo-massa”, incapace di regolarsi e giudicare in modo maturo, facile preda
di condizionamenti e sensibile al richiamo demagogico dei totalitarismi. Spiegando
l’affermarsi sociale delle masse con il fenomeno della “massificazione”, anche
se Ortega non lo chiama in questo modo, l’autore spagnolo applica una
connotazione negativa all’intero movimento sociale che ha portato le masse a
una presenza storica consapevole. Per massa intende un “insieme di persone non
particolarmente qualificate”, perché rappresenta l’uomo medio, che possiede
qualità comuni e non si differenzia dagli altri uomini. Ortega lamenta
soprattutto l’annullamento della discriminante che separa minoranze e masse,
una discriminazione culturale e sociale. Nella storia precedente attività
“speciali” come quella della politica, erano esercitate da minoranze
qualificate, perché necessitavano di qualità speciali e la massa non pretendeva
di intervenire in esse perché non le possedeva ancora. Ora invece Ortega parla
di una “iperdemocrazia”: la massa ha assunto il potere in ogni campo della
società e fa diventare legge qualsiasi impulso e necessità materiale che sente
comune.
Al
sorgere della società di massa è legata anche la nascita di un nuovo settore di
ricerca, quello della “psicologia della folla”, che studia i meccanismi che
guidano i comportamenti collettivi. Dalla fine dell’Ottocento infatti si
assiste alla diffusione delle masse negli scioperi, nelle assemblee e nelle
manifestazioni, ossia ad agglomerati d’individui prima sconosciuti uniti nello
stesso luogo per gli stessi motivi. Già nel 1895, il medico e saggista francese
di formazione positivista Gustave Le Bon (1841-1931) pubblicò uno scritto
intitolato La psicologia delle folle, dove dimostrò la percezione della
nuova realtà rappresentata dalla folla, con le sue potenzialità di trasformare
la vita sociale e politica, e cercò di analizzare le motivazioni del suo agire.
Rilevava che in certe situazioni la folla si distingue molto nettamente dalla
somma degli individui isolati; la personalità di ciascun individuo svanisce e
si forma una “anima collettiva”, dove certe idee, certi sentimenti nascono e si
trasformano in atti solo in essa. Le folle vengono definite “poco inclini al
ragionamento ma adattissime all’azione”, perché spinte essenzialmente
dall’istinto, da “moti casuali dell’eccitazione”, da fenomeni inconsci
difficili da scoprire. Anche l’individuo isolato può essere soggetto alle stesse
eccitazioni ma la ragione ha la possibilità di controllarle, indicandone gli
svantaggi possibili. Le folle possono obbedire a diversi impulsi, generosi o
crudeli, vili o eroici, e mai ammettono ostacoli tra un desiderio e la sua
realizzazione, avendo la sensazione di costituire una irresistibile potenza.
L’individuo nella folla prende coscienza della forza che gli viene dal numero e
nulla appare impossibile. Ogni folla ricerca poi d’istinto l’autorità di un
capo, di un trascinatore; la sua volontà infatti costituisce il nucleo attorno
al quale si formano e si identificano le opinioni. Spesso i capi non sono
uomini di pensiero ma d’azione, volti a perseguire il loro scopo in tutti i
modi, perfino abbattendo l’istinto di conservazione.
Sigmund
Freud, in un saggio intitolato Psicologia delle masse e analisi dell’Io
(1921), affrontò, con gli strumenti della psicoanalisi, il rapporto tra
l’individuo e la “massa” e ricercò le motivazioni che spingono il singolo
aggregato in un gruppo a comportarsi diversamente da quanto farebbe isolato.
Contro la tesi di Le Bon, Freud nega che la psicologia delle folle sia
qualitativamente diversa da quella individuale. Il comportamento collettivo
della folla è determinato dal rapporto di identificazione che si stabilisce tra
i suoi componenti, che vengono ad assumere un’identità unica; tutti i
componenti della folla si identificano in un capo in cui vedono un proprio “Io
ideale”, cioè quella personalità che ciascuno vorrebbe essere. La massa è
tenuta insieme da qualche potenza che Freud individua nell’amore, che “tiene
unite tutte le cose del mondo”. Se nella massa il singolo rinuncia al proprio
modo d’essere personale e si lascia suggestionare dagli altri, avviene perché
vuole stare in armonia con gli altri. L’essenza della psiche collettiva dunque
sono le relazioni d’amore.
I SISTEMI TOTALITARI E I MASS MEDIA
Nelle società di massa l’opinione pubblica
allarga le proprie dimensioni, controllando e condizionando più in profondità
l’attività politica, ma anche essendone condizionata con le moderne tecniche
della propaganda, cioè con la diffusione sistematica di messaggi e informazioni
diretti a fornire un’immagine positiva o negativa di avvenimenti, persone,
istituzioni, ma anche di prodotti commerciali.
Nel campo politico la propaganda diviene così una
componente essenziale delle società di massa. Per questo aspetto lo spartiacque
è rappresentato dal primo conflitto mondiale (1914-18), quando per la prima
volta la propaganda politica viene usata capillarmente e su scala nazionale dai
vari governi, per rendere popolare la causa della guerra. Anche al termine
della guerra vengono utilizzati sempre più i nuovi mezzi di comunicazione come
la radio e il cinema, dotati di una capacità di penetrazione e della
possibilità di rivoluzionare la vita umana non immaginabili fino a pochi anni
prima. È ovvio che tutti i sistemi politici, alle prese con il problema del
consenso delle masse, si avvalgano, dagli anni Venti in poi, di tali mezzi.
Due esempi sono i regimi totalitari del Fascismo in
Italia e del Nazismo in Germania, basati sulla formazione del consenso e del
conformismo passivo tramite la propaganda.
Strumento fondamentale dei regimi fascista
e nazista, la propaganda coinvolse tutti i settori economici, sociali, politici
e culturali per costruire e diffondere un’immagine “positiva” del regime e
organizzare, sotto varie forme, il consenso di massa. Sia in Germania che in
Italia sorsero appositi istituti per la propaganda. Nel 1933 Goebbels fu
nominato responsabile del nuovo Ministero per la cultura popolare e la
propaganda, e l’anno successivo Ciano trasformò l’ufficio stampa di Mussolini
in Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, divenuto nel 1935
Ministero. Un sistema rigidamente centralizzato controllò e piegò ai propri
fini gli strumenti della comunicazione di massa; in particolare la radio
(introdotta in Italia dal 1924), ma anche i giornali e successivamente il
cinematografo, che divenne un sempre più formidabile veicolo di glorificazione
dei regimi.
-
NAZI
- PROPAGANDA
Die
Propaganda war sehr wichtig für Nazismus. Die Macht der NSDAP
(Nazionalsozialistiche Deutsche Arbeitspartei) lag darin, daß sie bestimmte
Zeichen und Kunstobjekte hervorragend zu demagogischen Zwecken nutzen konnte
und um sie herum eine komplette Propaganda aufbaute. Die Kunst und die
Technologie wurden damals zum klaren Identifikationsmerkmal der Leute mit der
Partei und ihrem Führer Adolf Hitler. Die NSDAP verwendete all die Mittel
einschließlich der Kunst, Architektur, Musik, Skulptur, aber auch der neuesten
Technologie, um ihren Einfluß auszubauen und Feinde zu beseitigen.
Obgleich
die Rhetorik, die Gesten und die Mimikregeln, die von Adolf Hitler
und Joseph
Goebbels verwendet wurden, bereits bekannt waren, ermöglichten sie
es den beiden Männern, die Wählerschaft zu mobilisieren. Das war in der
deutschen Geschichte bis dahin unbekannt. Das ist eine so starke Waffe, daß
auch die gegenwärtige Politiker ähnliche Mittel verwenden, um die Wähler zu
beeinflussen. Sie erscheinen häufig im Fernsehen, in den Zeitungen, geben
Interviews und stellen ihre Familien vor . Es ist nicht mehr so wichtig, was
die Politiker sagen, sondern wie sie sich der Öffentlichkeit präsentieren. Sie
errichten quasi einen Mythos um ihre Person herum.
Die
damaligen NSDAP-Politiker wurden jedoch auch stark von den
Produktionsstrategien Hollywoods beeinflußt. Von Hollywood lernten sie, wie man
Technik richtig und wirkungsvoll einsetzt. Sie benutzten die Erlöse der
Schwerindustrie dazu, moderne Technologien wie Radios oder Lautsprecher zu
kaufen, und Dokumentarfilme, um ihre Ideen und Ideologien einem größeren
Massenpublikum zugänglich zu machen. Folglich ist es keine Überraschung, daß
die NSDAP während der späten zwanziger Jahre und in den dreißiger Jahren zur
stärksten politischen Partei in Deutschland wurde.
Während
seiner Propagandakampagne durch Deutschland hat Hitler ein Flugzeug als
Transportmittel verwendet. Er war einer der ersten Politiker überhaupt, die
sich die Technologie dienstbar machten. Jede NSDAP-Sitzung und Versammlung
wurde per Lautsprecher übertragen.
Einer der Absichten der Nazis war es, Hitler
als übermächtig und unschlagbar darzustellen. Er sollte als Führer Deutschlands
und bald der ganzen Welt angesehen werden. Plakate und Fotografien von ihm
mußten in jedem Büro, jeder Wohnung und jeden Haus gehangen werden. Skulpturen
und Büsten wurden angefertigt und über Deutschland verteilt. Hitlers Buch
"Mein Kampf" wurde in großer Auflage gedruckt, und jeder deutsche
Bürger sollte ein Exemplar zu Hause haben. Weiterhin verfolgte die NSDAP das
Ziel, den Mythus des deutschen Ariers zu erstellen. Die Gesellschaft mußte ohne
Homosexuelle, Behinderte, geistig Gestörte, Juden und Bolscheviken sein. Der
Arier-Mythos beruhte auf Kriterien der Rasse und Menschen mit blauen Augen,
blonden Haare und starken Körper als typisch deutschen Merkmale.
Während des Dritten
Reiches verwendete die NSDAP alle mögliche Mittel der Kunst. Bilder,
Skulpturen, Architektur, Musik und auch die neueste Technologie waren genutzt, um
die deutschen Bürger nachhaltig zu beeinflussen. Der Nazismus war insbesondere
bekannt für seine Selbstdarstellung und Demagogie. Die Nazis machten sich die
Kunst dienstbar, um ihre Ideen und Ziele durchzusetzen. Die Kunst und Kultur
fungierten demnach als wirksames Mittel und auch als "Dekoration" für
ein Regime, das versuchte, die Diskrepanz zwischen Realität und Propaganda zu
überbrücken. Es wurde behauptet, daß die Kunst für die Massen und nicht etwa
nur für eine intellektuelle Elite war.
-
IL CONSENSO E IL
FASCISMO
L’ideologia
fascista non presenta particolare originalità nei contenuti, deriva le sue basi
teoriche da interpretazioni delle dottrine filosofiche del recente passato o
dei movimenti culturali allora in voga: lo stato etico hegeliano, la nazione
proletaria e l’imperialismo dal nazionalismo, il dinamismo dal futurismo,
l’esaltazione del superuomo da Nietzsche, la centralità della famiglia e il
ruolo di madre e moglie dal conservatorismo cattolico.
Centrale
è la figura del capo carismatico, il duce del fascismo Mussolini.. Infatti il
duce non fonda il suo potere sul carattere sacro o legale della sua autorità,
ma sulle sue presunte doti eccezionali che ne fanno una figura infallibile.
Il
mito dello stato etico fu quello che permise al regime fascista di presentarsi
come interprete dell’interesse generale; verso la metà degli anni ’30 il regime
tentò di inserirsi nell’ambito delle grandi potenze, ergendosi a difesa dei
valori spirituali ed eroici della civiltà europea contro il materialismo
bolscevico rappresentato dalla Russia.
Di
fronte all’ostilità generale degli altri paesi nei confronti delle mire
espansionistiche italiane, l’Italia fascista si trovò isolata e finì per
inventare il nuovo mito dell’autarchia.
L’ideologia
fascista si identificava infine nella fede cieca nella nazione, sintetizzandosi
nel motto: Credere, Obbedire, Combattere, che accompagnava la visione eroica
della guerra, proposta in modo sempre più ossessivo come naturale vocazione di
un popolo dinamico. L’azione prendeva forma nell’arte e nel rito, infatti dal
futurismo e dall’estetismo in genere, l’ideologia fascista derivava tutta la
sua passione per la teatralità, la gestualità, le molteplici manifestazioni per
celebrare la propria esaltazione.
Più
che le idee, innovative furono le tecniche di condizionamento con le quali i
grandi interessi che stavano dietro l’ideologia e il regime totalitario
fascista riuscirono a condizionare non solo i ceti medi ma anche il
proletariato: la pubblicità, la radio, i giornalini a fumetti e il cinema, le
celebrazioni e le manifestazioni di massa, i dialoghi dal balcone del duce al
popolo radunato in piazza, la valorizzazione del lavoro manuale attraverso le
molteplici interpretazioni del duce.
I
nuovi mezzi di comunicazione, in primo luogo la radio, consentivano di
raggiungere direttamente tutti gli italiani nelle proprie case, dalla grande
città allo sperduto e remoto casolare di campagna.
I
discorsi del due erano trasmessi simultaneamente nelle scuole, nelle officine,
nelle piazze di tutto il paese, attraverso altoparlanti e nella misura in cui
venivano ascoltati collettivamente dalle famiglie o da intere comunità erano
percepiti come veri e propri eventi. Un ruolo più rilevante ebbero gli
strumenti di comunicazione visiva: il cinema, la fotografia, i fumetti per la
gioventù, le vignette satiriche, le cartoline postali e la pubblicità.
Nel
1933 l’istituto Luce venne posto alle dipendenze del ministero della cultura
popolare con il compito di documentare le opere del regime e di diffonderne le
immagini ufficiali attraverso servizi fotografici, film, documentari
propagandistici e cinegiornali distribuiti nelle sale cinematografiche.
In
ogni cinegiornale la parte politica non occupava più della metà del tempo ma
anche gli altri argomenti svolgevano una funzione politica.
Fin
dal 1931 il regime impartì alla stampa direttive molto precise imponendo ad
ogni giornale di improntare ottimismo, fiducia, sicurezza nell’avvenire,
eliminando invece le notizie allarmistiche e pessimistiche. Si segnalava
dettagliatamente quali notizie dovevano essere censurate, ma soprattutto come
si dovesse dare l’informazione; le fotografie degli avvenimenti dovevano essere
sempre esaminate dal punto di vista politico.
Le
immagini di Mussolini e dei gerarchi fascisti comparivano quasi tutti i giorni
con quelle delle opere e delle realizzazioni del regime; altrettanto frequenti
erano le illustrazioni che esaltavano il combattivo ardore dell’Italia
fascista: la sua forza militare, la sua prosperità economica, la sua dinamica
energia, infine il suo senso di disciplina interna. Occultata la realtà con le
misure restrittive dell’apparato propagandistico, le opere del regime
esprimevano la loro enfatica monumentalità: le schiere armate e i moderni mezzi
bellici si moltiplicavano con i fotomontaggi, i campi erano colmi di messi
lussureggianti, le mamme prolifiche sfornavano i soldati del domani. Il regime
si impegnò a tradurre in immagini quella realtà inesistente che veniva
spacciata per magnificenza imperiale. Le immagini fotografiche del regime
possono essere considerate come pezzi di un mosaico che ricalca la struttura
della fiaba, per raccontare la storia radiosa dell’Italia fascista in cui gli
Italiani dovevano riconoscersi quali parti di un tutto.
L’immagine
fotografica doveva apparire come un documento di inconfutabile realtà. A
partire dagli anni ’30 anche i fumetti si fascistizzarono nei personaggi e nei
soggetti fino a raggiungere la completa autarchia delle storie: Il Corriere dei
Piccoli, Il Balilla, L’Audace, L’Avventuroso, tutti questi albi a fumetti
seguirono le direttive del regime, comparvero storielle per i bambini che
avevano come protagonisti giovani con la tipica divisa nera da Balilla che
nelle loro avventure beffavano gli avversari dell’Italia fascista. Si
moltiplicarono inoltre i racconti storici con venature fasciste.
Apparvero storie di
attualità politica volte a esaltare le imprese fasciste in Africa o nella
guerra di Spagna.
·
L’IMMAGINE DEL DUCE
L’immagine
inizialmente diffusa di Mussolini, era quella dell’uomo di governo brillante,
sportivo, elegante, super-attivo, immagine tipica della propaganda elettorale
di stampo Americano. Dagli anni ’30 iniziò ad affermarsi un’iconografia
imperiale, dove la testa del duce è ingigantita o moltiplicata ossessivamente
all’infinito dai fotomontaggi. L’immagine del duce era ormai onnipresente e
onnipotente: veniva fotografato mentre trebbiava a torso nudo, fondava città
con l’aratro, cavalcava focosi destrieri o pilotava veloci automobili da corsa.
Il
documento fotografico doveva anche comprovare il rapporto d’amore e di
identificazione tra il duce e il popolo. Le fotografie dei suoi discorsi
avevano l’onore della prima pagina sui giornali. Minimizzare gli aspetti della
vita privata del duce era indispensabile per elevarlo dal suo ruolo di padre o
marito a quello di capo famiglia dell’intera collettività nazionale. Il mezzo
fotografico consentiva di esaltare le caratteristiche fisiche del duce mediante
effetti di luce particolari e il ritocco (sguardo duro, pose atteggiate, mani
sui fianchi).
Un
aspetto fondamentale della sua immagine pubblica era quello costruito per
assegnargli attributi di fiducia, vigore fisico, virilità e giovinezza. Il duce
era un modello vivente delle virtù fasciste e italiche tramite la messa in
scena delle sue attività. Nell’attività lavorativa la sua figura diveniva simbolo
di straordinaria operosità; non solo era il trebbiatore, era anche il minatore
tra i minatori, spesso il costruttore e sempre il condottiero.
·
MUSSOLINI INCITA LE FOLLE
I discorsi di Mussolini alle folle radunate davanti a
palazzo Venezia a Roma, venivano diffusi dalla radio in tutto il paese e
costituivano un momento importante di propaganda politica e di creazione di
consenso al regime che intorno alla metà degli anni ’30, raggiunse il suo
livello più alto.
Il brano riporta un passo del breve discorso tenuto
dal Duce il 2 ottobre del 1935 per annunciare la mobilitazione militare contro
l’Etiopia e costituisce un esempio tipico del suo stile oratorio. Mussolini non
leggeva e usava un linguaggio enfatico e retorico, molto efficace però dal
punto di vista della comunicazione e capace di trasmettere alle folle che lo
ascoltavano direttamente o per radio, militaresca sicurezza e patriottico
entusiasmo.
Camicie nere
della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani sparsi nel mondo,
oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate!
Un’ora solenne
sta per scoccare nella storia della Patria. Venti milioni di uomini occupano in
questo momento le piazze di tutta Italia. Mai si vide nella storia del genere
umano spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una
volontà sola, una decisione sola.
La loro manifestazione deve dimostrare e
dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono un’identità perfetta,
assoluta, inalterabile.
Possono credere il contrario soltanto i cervelli avvolti
nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di questa Italia 1935,
anno XIII dell’era fascista.
Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della
nostra calma determinazione, si muove verso la meta: in queste ore il suo ritmo
è più veloce e inarrestabile ormai!
Non è soltanto
un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di
quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più
nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole. Quando nel
1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli
Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse! Ma, dopo la
vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di
seicentosettantamila morti, quattrocentomila mutilati e un milione di feriti,
attorno al tavolo della esosa pace non toccarono all’Italia che scarse briciole
del ricco bottino coloniale altrui.
Abbiamo
pazientato tredici anni, durante il quale si è ancora più stretto il cerchio
degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l’Etiopia abbiamo
pazientato quaranta anni.
Ora basta!
·
ILCONSENSO E I SUOI
STRUMENTI
Sul consenso che, all’incirca a metà degli
anni Trenta, il regime fascista è riuscito ad ottenere, in questi ultimi tempi
si è discusso parecchio, specie su sollecitazione della progressiva
pubblicazione (tra il 1965 e il 1981) dei vari poderosi volumi di Renzo De Felice
dedicati ad una scrupolosa ricostruzione dell’iter politico di Mussolini. Il
testo che riportiamo è tratto invece da un’Intervista sul fascismo nella quale
De Felice ha esposto le conclusioni dei suoi studi.
D. […] Secondo te,
che importanza aveva questa tecnica? Era importante nella creazione del
consenso attorno al regime, o era semplicemente una forma di opera buffa, di
spettacolo all’italiana?
R. No, non credo che si possa parlare
di opera buffa. Indubbiamente c’è in tutto questo aspetto della tecnica del
potere fascista, specie per la parte che riguarda Mussolini, una concezione ben
specifica delle masse, delle folle, che il «duce» ha ereditato da Sorel e,
principalmente da Le Bon, e che cerca di attuare. Mussolini era convinto che la
funzione carismatica del suo potere si dovesse esprimere attraverso questa
forma di contratto con il popolo, di dialogo con il popolo: insomma il capo dà
la parola d’ordine, entusiasma, mobilita le energie attorno ad essa. È il
concetto classico di funzione carismatica. Direi comunque che questo non era il
punto massimo della tecnica del potere fascista.
A
mio avviso il punto massimo era rappresentato dal controllo sugli strumenti di
informazione di massa. Il «discorso di Mussolini» era il momento culminante, il
momento dell’entusiasmo, il momento della immedesimazione delle masse con il
capo – almeno così lui avrebbe voluto che fosse, e lo fu, indubbiamente, in
qualche circostanza. Però questo non era che uno degli aspetti del sistema. Il
discorso di fondo deve svilupparsi sul controllo esercitato dal fascismo su
tutte le forme di informazione, quindi sull’enorme importanza che assunsero non
solo i tradizionali strumenti di informazione – la stampa, ecc. - , ma ancor di
più, direi, il cinema, la radio, che sono i veri veicoli dell’informazione di
massa.
[…]
La politica fascista di massa diventava il fulcro del sistema fascista – nel cui
quadro un posto decisivo avevano anche i sindacati, il dopolavoro, e tutta una
serie di iniziative di tipo sociale, sportive, ricreative ecc. – perché per il
fascismo il consenso e la partecipazione al regime dovevano essere attivi, non
passivi. Per il fascismo, in altre parole, occorreva che le masse si sentissero
integrate nel regime, che si sentissero mobilitate, sia perché stavano in
rapporto diretto con il capo carismatico, sia perché partecipi di un processo
rivoluzionario.
THE CHANGING FACE OF BRITAIN AND AMERICA IN 1960
The most important cultural and
intellectual phenomenon after 1945 was the upheaval values of Victorian
morality.
The
catastrophe of the Second World War had created a sense of anguish and a
feeling of rootlessness and frustration had spread as a consequence of the loss
of the Empire. The accession of Queen Elisabeth in 1952 had created an
atmosphere of great expectations of social justice. Jung people in particular
expressed a negative mood, and they looked For a new cultural and moral
indipendence.
Young
people were not indifferent to the deepest spiritual problems of the age, for
example the mushroom cloud at Hiroshima and Nagasaki in 1945. The image of the
Sixties in Britain was marked by a mood of irreverence, rebellion And the
general effort was “do your own thing”.
Pop
music with the music of the Beatles and the Rolling Stones and also the Pop
Poetry, drugs, discotheques, permissiveness films, plays, magaziness, and in
sexual attitudes and behavior were the attitudes of this time.
It
is possible now for men and women to live together respectably without marryng
and to have children outside marriage without the label of illegitimacy. Women
can legally have an abortion and homosexual couples openly set up house. Young
people with their idealistic attitude thought that they could change the world
and make it better. The youth culture distinguished itself in behaviour,
musical tastes and body symbolism, which took the tribal significance of group
belonging. The street became a focus of life, the metaphor for all that was
presumed to be real and happening in the world. “The Teddy Boys” of the
earliest rock’n’roll period of the fifties, the motor-bike boys, the skinheads
and “The Hippies”, were the most important groups. The Teddy Boys adopted the
Ted’s uniform that consisted of draper
jackets, long pointed shoes with laces, and they wore their hair very short at
the back and raised in the front. They had a reputation for violence, they
acted the part of hooligans, slashing cinema seats and taking part in race
riots. They became synonymous with juvenile deliquency and racism.
“The
Bikers” were an other very similar group; their mode of transport was only the
symbolic focus for a lifestyle that set out to challenge the boring normality
of society. They wore rugged working-class garments, notably the black leather
jacket, battered clothes which demonstrated their harsh experiences on the road.
Both
stylistically and ideologically, they were outsiders, they looted bars, and
made crude advances to local women. They tended to regard women and coloured
immigrants as inferior categories. Only aggressive masculinity, the ability to
handle oneself on and off the bike, to eccept the very high risk of killing
oneself when riding, gave the right to belong to the group.
The
Hippies were the youthful version of
middle-class individualism simply devoted to the achievement of new levels of
consciousness rather than to material success. One of the significant symbols
of their detachment was the rejection of time: they threw away their watches
and refused to be subjected to normal time.
Life
should be experienced not as logically and rationally unfolding over time but
as occurring in the immediately aprehended “now”. Also their dress style
manifested fluidity in the choice of garments which were hand-made from natural
materials.
In
this period the Beatles, the Rolling Stones, and Bob Dilan’s songs were played
by acoustic guitar and the message was “love not war” and “end to greed and
pollution, to politics and bureaucracy”. Taking drugs was an aid to
consciousness; canabis was the most important, but also allucinogenic drugs
like LSD became widespread and circulated also harder drugs such as heroin.
In the aftermath of the Second World
War, a new aesthetic emerged in America among a generation of young poets and
visual artists. Calling themselves the Beats, these artists formed a potent
underground that offered an alternative to the complacent conformity of the
Eisenhower years. The word “Beat” indicates a state of tiredness, a march to a
different drummer, and an infatuation with Afro-American music, particulary
Jazz. The Bomb, the Cold War, the Korean War, communism, McCarthyism, the
Hollywood blacklist, the Rosenbergs, the military industrial complex,
television, James Dean, Jazz, Rock’n roll, civil rights, Rosa Parks, Malcolm X,
Bob Dylan, and Vietnam: these people and phenomena associated with the
post-World War II era, termed the Beat Generation.
The
Beats’ world view was shaped by the horrors of World War Second, the Holocaust and
the Atomic Bomb.
The
Beat Generation produced an extraordinary range of art,much of it inspired by
words and texts, that created a new language of cultural involvement. Contrary
to distorted media stereotypes of the Beats as deadbeats who turned their backs
on American society, the Beat Generation was perhaps the most politically
engaged cultural movement in American history.
For
them everything was black and white, they used marijuana, but they did not get
psychedelic drugs until the very end of the 50’s. One of the new things the
Beats did, was hi-fi sound. The country had just graduated from that horrid,
extremely low-fi Hit Parade era of the forties and the Beats were into jazz,
especially the kind of jazz known as bebop. The Beats used this music as a
backdrop to their poetry, creating the
first multimedia.
The
Beats centred in the Bohemian artist communities of San Francisco, Los Angeles
and New York ; their style, that was called Beatniks expressed their alienation
from conventional, or square, society by adopting an almost uniform style of
seedy dress, manners, and “ hip” vocabulary borrowed from jazz musicians.
Generally
apolitical and indifferent to social problems, they advocated personal release,
purification and illumination through
heightened sensory awareness that might be induced by drugs, jazz, sex
or the disciplines of Zen Buddhism. Beat poets wanted to liberate poetry from
academic preciosity and bring it “ back to the streets “. They red their
poetry, sometimes to the accompaniment of jazz; the verse was frequently
chaotic and liberally sprikled with obscenities .
One
of the major figures of the mouvement was the novelist Jack Kerouac that
advocated new kind of freedom, celebrated the code of poverty and freedom in a series of novels of which the first and
best known is “On the Road “, it deals
with a number of frenetic trips back and forth across the country by a number of
pennilless young people who are in love with life, beauty, jazz, sex, drugs,
and mysticism but have absolute contempt for alarm clocks, timetables, road
maps and all traditional American rewards for industry.
Il
villaggio globale
L’espressione
“villaggio globale” comparve negli anni Sessanta per indicare il progressivo
avvicinamento e quindi la contaminazione reciproca delle culture presenti in
varie zone del pianeta attraverso i nuovi mezzi di comunicazione (telefono,
radio, televisione) e di trasporto. Ma fu tra gli anni Ottanta e Novanta che il
termine divenne di uso comune, quando strumenti come il telefax e il telefono
cellulare, le trasmissioni televisive via cavo e satellitari, il
videoregistratore e il lettore di compact disc, il modem e il computer, la
posta elettronica e Internet si diffusero enormemente e divennero oggetti
familiari per milioni di individui. La percezione del mondo e delle sue
distanze si modificò, mentre gli stessi attori, cantanti, personaggi di serial
televisivi penetrarono nelle case di tutti i ceti sociali, nel Nord come nel
Sud del mondo.
Col
tempo, dunque, l’uso dei mezzi elettronici si modificò. All’ascolto collettivo
della radio o della televisione – con le famiglie riunite in casa, o con i
capannelli di spettatori nei locali pubblici, sempre pronti a commentare e
magari criticare –, si sostituì il collegamento individuale col “villaggio
globale”, attraverso radiomobili, walkman, lettori di cd portatili, personal
computer, ecc. Ma fu soprattutto la possibilità del fruitore di divenire un
soggetto direttamente attivo col media che modificò il sistema delle
comunicazioni, segmentandolo e dando un senso tangibile a termini come
“interattività” e “globalizzazione”.
World
Wide Web
WWW
è l’acronimo di World Wide Web, un termine di lingua inglese che indica la
“ragnatela mondiale” formata dal collegamento attraverso le reti telematiche di
un numero altissimo di computer diffusi in tutto il mondo. L’origine della rete
risale alla fine degli anni Sessanta, quando i militari americani progettarono
un sistema di comunicazioni ritenuto inattaccabile in caso di conflitto, grazie
alla sua diffusione capillare in un numero imprecisato di supercalcolatori
piuttosto che in unico centro facilmente individuabile e quindi vulnerabile. In
pochi anni la rete si diffuse negli uffici statali e nelle università
americane. Nuovi strumenti tecnici (come il modem), nuovi sistemi e programmi
di elaborazione dati, nuovi e più agili computer permisero la progressiva e
sempre più semplice diffusione dei collegamenti tra banche, aziende, privati
cittadini. Nei primi anni Novanta le informazioni disponibili sulla rete
Internet (di tipo multimediale e con una concezione ipertestuale, cioè senza
una sequenza rigida tra le diverse informazioni) divennero accessibili a un
numero sempre maggiore di utenti, a loro volta in grado di arricchire la
quantità di informazioni presenti sulla rete.
A
fine Novecento, Internet sembra poter diventare il luogo ideale per la
creazione di “piazze virtuali” per comunicare, lavorare, divertirsi. Parte
integrante del mondo “globalizzato”, il World Wide Web è la realizzazione
tecnica che più di ogni altra sembra dare corpo all’utopia del “villaggio
globale”.
Internet e la
Televisione a confronto
Per
quanto un monitor di computer e un televisore si somiglino, Internet - che non
a caso, per le sue caratteristiche, è stata definita una sorta di
"intelligenza collettiva" - non ha quasi nulla da spartire con la
televisione generalista, il più potente strumento di livellamento di massa che
sia mai esistito. La televisione è un mezzo effimero per definizione; le sue
immagini sono volatili, i suoi discorsi fluttuanti. E' un fiume in piena che
scorre ad una velocità sempre crescente. Il discorso della televisione, a
differenza del libro, del giornale, della videocassetta, del CD ROM, è
irripetibile; se qualcosa è sfuggito alla nostra comprensione, non ci è dato il
tempo di tornarci su, di rifletterci. Al contrario Internet è un medium
intensivo, possiede cioè una straordinaria capacità di approfondimento.
Qualsiasi argomento può essere analizzato e studiato nei dettagli con infiniti
rinvii ad argomenti analoghi. La televisione viaggia in superficie, Internet va
in profondità. Vi sono quindi dei buoni motivi per non lasciarsi irretire nella
falsa disputa se Internet soppianterà la televisione o viceversa; anzi è certo
che questi due mezzi, proprio grazie alla loro incompatibilità, conviveranno a
lungo, piuttosto alleandosi che combattendosi.
Ciò
che distingue un medium dall'altro non sono solo il linguaggio, il pubblico a
cui si rivolge, il "messaggio", le tecnologie o la forma d'apparato,
bensì il tempo. Ogni medium ha un suo tempo, un suo ritmo del tempo. Per
esempio: leggete il testo scritto di un telegiornale e paragonatelo con quello che
appare sul vostro quotidiano il giorno dopo. Rimarrete stupiti per la sua
approssimazione poiché il valore di quella notizia del Tg consisteva nella
"tempestività", una qualità del tempo "ontologicamente"
diversa da quella del giornale il cui tempo, quello della lettura, è soggettivo
e non imposto dal mezzo. Per non parlare dei tempi del cinema in cui, ad
esempio, il romanzo di una vita descritto in un libro di seicento pagine, viene
"compresso" nell'arco di cento minuti.
La
pluralità dei media non corrisponde soltanto alla pluralità degli utenti ma
anche al fatto che ciascun utente è "plurale" in sé. Infatti a
seconda delle ore del giorno e del luogo in cui ci si trova, ciascuno di noi
sente il bisogno di qualcosa di effimero o di più profondo, di qualcosa che ci distragga
o ci aiuti a capire, di qualcosa che si possa agevolmente consultare sulla
spiaggia o sull'autobus (libro, radio, giornale) o a casa propria (Internet,
TV, CD ROM etc.).
La
sfera dell'opinione pubblica borghese, nata nella seconda metà del XVII secolo,
è decisamente ristretta: capitani d'industria, ricchi commercianti, liberi
professionisti, intellettuali. Non a molti è concesso il privilegio di
pubblicare articoli, e solo alcuni fra i sudditi, gli alfabetizzati, sono in
grado di leggerli. E pure, intorno a questo piccolo focolaio di irrequietezza
culturale, si radunerà l'intero Terzo Stato che conquisterà il potere nel 1789.
Una caratteristica dominante nella sfera dell’opinione pubblica è
l'argomentazione razionale. Le critiche più acerrime e le invettive più
sanguinose sono, sempre e comunque, il frutto di un ragionamento. Ma facciamo
ora un salto di oltre due secoli. L'invenzione della radio provoca una
rivoluzione nella sfera della pubblica opinione. Tutti i cittadini possono
virtualmente esprimere e rendere pubbliche le loro idee qualunque sia la loro
classe di appartenenza, che sappiano o meno leggere e scrivere. Per converso i
proclami dei governanti possono ormai scavalcare la sfera circoscritta, e
sovente critica, dell'opinione pubblica tradizionale che legge i giornali e si
raccoglie a discutere nei salotti, per giungere direttamente ad un coacervo
indistinto, definito, a seconda delle circostanze e delle convenienze, popolo,
pubblico, utenti. L'avvento della televisione consacrerà e consoliderà questa
metamorfosi della figura del cittadino nella categoria di "gente".
Nasce così, nei primi decenni del XX secolo, grazie alla radio e alla
televisione, l'opinione di massa.
E'
errata la diffusa convinzione secondo la quale la radio e la televisione
abbiano semplicemente prodotto, per effetto di propagazione, un allargamento
della cerchia dell'opinione pubblica. L'opinione pubblica poggia infatti sull'argomentazione razionale, sul
convincimento, sulla forza del ragionamento, mentre l'opinione di massa si
alimenta della suggestione, della demagogia, della esteriorità; in una parola,
della irrazionalità. Questa contrapposizione tra suggestione e ragione,
populismo e democrazia, conformismo e ricchezza spirituale, cultura e incultura
è, al giorno d'oggi, più antagonista di quella fra destra e sinistra, categorie
comunque interne alla sfera razionale della politica e delle "scelte
libere e consapevoli".
E'
facile comprendere su quale versante si collochi Internet, un medium che
richiede una buona scolarizzazione (bisogna saper scrivere oltre che leggere),
una certa dimestichezza con le altre lingue, la conoscenza del computer e della
Rete, e, prima ancora, che si possegga un computer. Questo spazio
"colto" di comunicazione sociale è stato precluso dalla Tv
commerciale, "censurato", umiliato dalle forche caudine della
divulgazione a buon mercato. Per questo motivo, di fronte a una Tv "che
non ammette repliche", e a una stampa che ha in parte dimenticato la sua
nobile origine, Internet rappresenta quanto meno una speranza, un'occasione per
ripristinare, su scala planetaria, uno spazio pubblico di comunicazione per la
cultura, le scienze, l'arte e la politica.
La
globalizzazione
Una
“parola chiave” di fine Novecento e del nuovo Millennio è “globalizzazione”, un
termine che – nella sua accezione attuale – era quasi sconosciuto fino agli
anni Ottanta.
Se un tratto tipico dell’economia
capitalista è dato dalla costante ricerca di nuovi mercati e dalla forza di
attrazione nel sistema economico dominante di tutte le economie locali – un
processo accelerato a inizio secolo sotto gli effetti della “seconda
rivoluzione industriale” –, alla fine del Ventesimo secolo il mondo appare
“interconnesso” come mai in precedenza. In quasi ogni angolo del pianeta è oggi
possibile bere Coca-Cola o connettersi alla grande rete di Internet, comprare
prodotti giapponesi o assistere a programmi televisivi via satellite. Gli
esempi potrebbero essere moltissimi e il fenomeno non è completamente inedito.
Le migrazioni, ad esempio, erano massicce anche a fine Ottocento. Ma lo
sviluppo tecnologico più recente, che ha caratterizzato il “villaggio globale”,
ha reso possibile creare flussi di commercio che riguardano i prodotti più
disparati, merci e servizi, beni di consumo e beni “immateriali”. Lo stesso
processo di produzione delle merci, sotto gli effetti della “terza rivoluzione
industriale”, è sempre più parcellizzato in aree diverse del pianeta, tra loro
anche assai lontane. Regioni e Stati importanti, per lungo tempo rimasti sostanzialmente
ai margini dell’economia mondiale come la Cina, l’India o il Brasile, sono oggi
inseriti nel processo di globalizzazione; ma i costi sociali pagati da questi
paesi sono assai alti. Questo processo, infatti, se ha favorito la
modernizzazione di alcuni paesi e lo sviluppo economico di altri, ha anche
accentuato pesantemente il divario tra Nord e Sud del mondo, tra gruppi e
classi sociali. Come reazione a questi processi macroscopici, in non pochi
paesi si sono rafforzati i movimenti “antioccidentali”, il fondamentalismo
religioso e i nazionalismi: fenomeni che, in modi assai diversi, tendono
contraddittoriamente ad esprimere una disperata resistenza contro la temuta
perdita di “identità” locale.
Riferimenti bibliografici
P. Ortoleva-M. Revelli, Storia
dell’età contemporanea, Mondadori, Milano 1993; G. Le Bon, La psicologia delle
folle, Mondadori,
Milano 1980; S. Freud, Psicologia
delle masse e analisi dell’Io, Boringhieri,
Torino 1975; L. Allegri, Mass media,
UTET, Torino 1985; J. Ortega y Gasset, La ribellione delle
masse, Il
Mulino, Bologna 1962; Steinweis-Alan E., Arte, ideologia
& economia nella Germania nazista,
The University of North Carolina Press, Londra 1993; Wistrich-Robert S., Weekend
a Monaco: arte, propaganda e terrore nel Terzo Reich,
Pavilion Books Limited, Londra 1996; Wulf-Joseph, L’arte figurativa nel Terzo
Reich, Frankfurt/Zeitgeschichte, Berlino 1983;
intervista a Renato Parascandolo, La TV non ha paura di
Internet, sito WEB Mediamente.it, 1998; intervista a
Renato Parascandolo, Cultura e televisione,
sito WEB Mediamente.it, 1995; R. De Felice, Intervista sul
fascismo, Laterza, Bari 1975; A. Polcri-M.
Giappichelli, Storia e analisi storica,
Giunti Scuola, Prato 1998.
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