Il dopoguerra in Italia e l’avvento del
fascismo.
I problemi economici e
sociali della ricostruzione
L’Italia uscì dal
conflitto con gravi difficoltà economiche e profondi contrasti sociali. Le
casse dello stato avevano debiti, l’agricoltura abbandonata a causa della
guerra e le industrie dovevano passare da una produzione di guerra ad una di pace,
ma il calo del tenore di vita riduceva il mercato interno e nell’industria si
sospendevano le attività e si licenziavano gli operai. La disoccupazione cresceva
anche perché gli Stati Uniti chiusero le porte all’immigrazione.
Le banche avevano
finanziato vari trust e con il crollo dell’industria anche loro subirono il
tracollo finanziario. L’inflazione cresceva a dismisura e si faceva sentire
soprattutto dai lavoratori a reddito fisso. Anche i militari chiamati dalla
guerra restarono disoccupati e oltre ad avanzare rivendicazioni economiche
erano delusi perché non vedevano attuate le riforme promesse durante la guerra.
Qu 141h75b esto senso di frustrazione coinvolgeva un po’ tutti anche perché a Parigi
l’Italia non aveva ottenuto gli ampliamenti previsti dal trattato di Londra. Si
creò cosi il mito della vittoria
mutilata che creò dissidi tra i nazionalisti pronti a combattere per avere
il giusto e i neutralisti contro ogni violenza.
Si crearono, in questo
modo, le condizioni favorevoli a promuovere tendenze autoritarie e
antidemocratiche soprattutto da parte degli organi statali che durante la
guerra erano stati autonomi dal Parlamento e non accettavano regole democratiche
e controlli. Fra le masse si formò uno sfogo di nazionalismo irrazionalistico o
la voglia di risolvere le difficoltà con azioni dirette. C’era uno stato di agitazione crescente
contro il carovita che spingeva al saccheggio, all’occupazione violenta delle
terre padronali e alla distruzione di merci.
I partiti e i movimenti
politici
In questo clima i
partiti politici avrebbero dovuto essere un punto di equilibrio, ma non
riuscirono a dialogare con le altre forze perché avevano problemi interni,
infatti, il partito liberale perdeva peso politico e quello socialista vedeva
prevalere al suo interno la corrente rivoluzionaria.
Allo scopo di porre
freno allo sviluppo dell’idea socialista, Luigi Sturzo fondò il partito
popolare italiano con l’appoggio di Benedetto XV che abbandonò il non expedit
per favorire il partito cattolico. Il partito popolare proponeva:
- una riforma agraria che faceva diventare i
padroni soci dell’azienda agricola al pari dei contadini, l’estensione del
voto alle donne,
- il cambiamento del sistema elettorale da
uninominale a proporzionale
- maggiore autonomia locale e regionale.
Il partito popolare
proponeva uno stato laico e non confessionale autonomo dalla gerarchia
ecclesiastica. Questo partito raccolse adesioni dalle diverse classi sociali
nella convinzione che i suoi valori cristiani avrebbero riportato l’armonia.
All’interno del partito
socialista che era il maggior partito di massa prevaleva la corrente
massimalista guidata sa Giacinto Menotti Serrati che era contro la borghesia e
trovava il sostegno della classe operaia. I riformisti guidati da Filippo
Turati erano invece convinti che bisognasse collaborare con la borghesia per
individuare un piano d’azione. Mentre questa politica si faceva sempre più
rovente si creò una terza corrente legata ad Amadeo Bordiga e al giornale
Ordine Nuovo fondato a Torino da un gruppo di intellettuali come Gramsci e
Togliatti. L’Ordine Nuovo spingeva verso una rivoluzione cui non erano
preparati i massimalisti, ma neanche gli aderenti alla Confederazione generale
dei lavoratori controllata dai riformisti che aveva oltre un milione e mezzo di
iscritti. Il sindacato di ispirazione era la Confederazione
Italiana dei lavoratori.
Di questo stato di cose
approfittò Benito Mussolini che dal giornale Il popolo d’Italia rivendicava i
risultati vittoriosi della guerra e contestava la classe dirigente che non
sapeva mantenere l’ordine interno
contro le manifestazioni di piazza. Buon oratore e sicuro di ottener finanziamenti
internazionali, fondò i Fasci di combattimento che raccoglievano ex
combattenti e giovani della media borghesia. Il programma dei Fasci prevedeva
autonomia regionale e locale, voto alle donne, istituzione del referendum,
l’abolizione del Senato di nomina regia, l’eliminazione dei titoli nobiliari, la
polizia politica, la coscrizione obbligatoria, il pagamento dei debiti dello
stato da parte delle classi più abbienti, la terra ai contadini, ecc. I
principi ispiratori di questo programma spaziavano su diverse posizioni politiche
e lo stesso Mussolini considerava i Fasci un movimento politico duttile ed
elastico.
La questione di Fiume
In questo contesto si
inserì la questione fiumana che riguardava la sistemazione di Istria e Dalmazia
che secondo il trattato di Londra dovevano andare all’Italia insieme a Fiume.
Francia e Inghilterra erano contrari perché in tal modo l’Italia si allargava e
Wilson sosteneva il principio di nazionalità secondo il quale gli slavi
dovevano riunirsi in un unico stato. Questi alleati fecero pressioni su Sonnino
e Orlando che rappresentavano l’Italia e quando Orlando abbandonò sdegnato la
conferenza gli alleati discussero in sua assenza. A causa di questo errore, nel
1919, il governo Orlando cadde e fu sostituito da un ministero liberale
rappresentato da Francesco Savero Nitti che raggiunse l’accordo di ritirare le
truppe da Fiume in attesa di una soluzione del problema. Questa decisione
esasperò gli ambienti nazionalisti e Gabriele D’Annunzio guidò un gruppo di
volontari per occupare Fiume, e instaurò un governo provvisorio sotto il nome
di reggenza del Carnaro e proclamò
l’annessione di Fiume all’Italia. Nitti non assunse nessuna posizione circa
questa iniziativa che vide la conclusione con il governo Giolitti l’anno
successivo. D’Annunzio si rifiutò di abbandonare Fiume e Giolitti mandò il
generale Caviglia e le sue truppe per liberare la città. Giolitti aveva fatto
questa scelta per evitare tensioni e per lo stesso motivo ritirò le truppe
dall’Albania riconoscendone l’indipendenza.
La crisi del liberalismo e il biennio rosso
Nitti fece approvare dal
parlamento il sistema elettorale proporzionale in sostituzione di quello
uninominale e lo rese esecutivo nelle elezioni del 16 novembre 1919 che videro
la vittoria dei socialisti e dei cattolici che erano organizzati in modo
moderno anche grazie all’estensione del voto a tutti gli uomini sopra i 21
anni. Questa vittoria mise in crisi anche Nitti che aveva sperato in una
collaborazione con i socialisti e con i cattolici ed era osteggiato dalla
destra per i suoi progetti di nazionalizzazione. Nitti presentò le dimissioni e
il re convocò Giolitti che poté fare ben poco a causa delle agitazioni delle
masse e della crisi liberale. C’erano numerosi scioperi e comizi per
rivendicare l’aumento dei salari insufficienti a causa dell’inflazione mentre
gli imprenditori erano in difficoltà per le riconversioni industriali, per le
banche che chiedevano la restituzione dei prestiti, ecc. Ne derivò una tensione
che segnò il periodo culminante del biennio rosso.
Contro il rifiuto di
stipendi superiori gli operai iniziarono uno sciopero bianco e gli imprenditori
risposero con la serrata (chiusura stabilimenti). Gli operai metalmeccanici
aderenti al sindacato Fiom occuparono seicento fabbriche. Giolitti riuscì a
convincere gli industriali a non usare la forza e gli operai a non usare le
armi e, grazie alla collaborazione con i sindacati, fra il 12 e il 20 settembre
raggiunse un accordo che lasciò insoddisfatti industriali (che vedevano il
governo troppo a favore delle masse) e operai (aver lasciato l’occupazione
aveva indebolito il sindacato).
Le basi sociali del
partito fascista
La violenza fascista si
diffondeva verso le sedi del partito socialista, delle leghe e delle
cooperative mentre il governo assisteva indifferente anche perché era spinto da
agrari e industriali che temevano le lotte operaie e contadine.
All’interno del partito
socialista crebbero i dissidi tra riformisti e massimalisti da una parte e
comunisti dall’altra. Questi ultimi si staccarono e il 21 gennaio 1921 dettero
vita al Partito comunista guidato da Gramsci e Bordiga che aderì alla Terza
Internazionale.
Giolitti aveva aumentato
le tasse per sanare i bilanci e questo creò malumore tra le destre, tanto che
giolitti sciolse le camere e indisse nuove elezioni. I giolittani, per
indebolire la sinistra, si allearono con nazisti e fascisti (blocco nazionale).