L’EDUCAZIONE NELLA ROMA ANTICA
Il sistema formativo della Roma più
antica era una sorta di "autarchia educativa", in cui il paterfamilias
giocava un ruolo fondamentale nel trasmettere e perpetuare i valori della civis.
La paideia dell'età monarchica e
repubblicana mirava infatti a trasmettere il mos maiorum, cioè il culto
degli antenati e della tradizione, nonché valori come la virtus e il
senso “cieco” della disciplina verso i superiori. Tutti elem 747g68h enti alla
base del sistema etico-sociale dei romani e principi di conservazione e di
stabilità dello Stato. La famiglia era considerata infatti, anche dalle
istituzioni, il migliore serbatoio dei valori tradizionali. Rientrava in questa
pedagogia anche l'insegnamento di conoscenze più pratiche legate a un'economia
agro-pastorale e all'arte della guerra.
Le prime tracce di una scuola a Roma
risalgono al III secolo a.C. che come ci racconta Plutarco, era stata
aperta da un certo Spurio Carvilio.
La scuola non disponeva di grandi
edifici, come ai nostri giorni, ma era costituita da piccole stanze o
addirittura si teneva in luoghi all'aperto. Non c'erano banchi ma solo
degli sgabelli e gli studenti per scrivere dovevano appoggiare la tavoletta
sulle ginocchia.
I livelli di istruzione erano diversi e
tutti insieme costituivano il corso degli studi elementari e medi, il
litterator insegnava a leggere e scrivere e successivamente si frequentava la
scuola del grammaticus, i cosiddetti studi medi, dove si
imparava la letteratura greca e latina, ma anche la storia e la geografia,
la metrica, l’astronomia, la fisica, la filosofia e la musica.
Largo spazio era dedicato all'esprimersi
e allo scrivere in modo corretto, ma anche alla lettura soprattutto dei poeti.
Il metodo usato prevalentemente dai grammatici era quello indicato da un autore
greco di epoca ellenistica, Dionisio Trace: prima si procedeva con la lettura
di un testo (lectio), cui seguiva la spiegazione (enarratio),
cioè il commento delle parole (verborum interpretatio) e dei
fatti (historiarum cognitio). Infine si aveva la correzione (emendatio)
e il giudizio del maestro (iudicium).
Chi se lo poteva permettere proseguiva il
suo corso formativo frequentando anche gli studi di retorica,
per perfezionare le proprie capacità oratorie. Il rethor insegnava
l'eloquenza attraverso lo studio dei testi classici. La scuola
secondaria superiore, dai diciassette ai vent'anni circa, era la rhetoris
schola: l'adulescens veniva affidato a un maestro di retorica, il rhetor,
che aveva il compito di instradarlo nell'arte oratoria. Si trattava di uno
studio specialistico, intrapreso da pochi, soprattutto dai giovani della
nobiltà e della più ricca borghesia latina. Esso mirava a predisporre un'oratio
corretta, plausibile, convincente e soprattutto efficace.
Il lavoro di elaborazione di un testo
secondo le spesso complicate norme grammaticali e retoriche era seguito da
quello non meno importante di memorizzazione e di "recitazione" del
testo secondo altre regole relative all'impostazione della voce, all'uso dei
toni, all'impiego di specifici gesti di tutto il corpo, dalla testa, alle mani,
alle gambe.
Grande spazio era riservato alle
esercitazioni scolastiche, in cui spesso si affrontavano argomenti fittizi e
improbabili, proprio perché il discente si abituasse ad argomentare su
qualsiasi tema, anche il più astruso.
Gli studenti che intendevano specializzarsi ulteriormente potevano
frequentare le famose scuole di retorica di Atene, di Pergamo, di Alessandria
d'Egitto o di Rodi.