L’antieroe
e le sue epoche
· L’eroe nella grecità e l’antieroe nell’Ellenismo
-
Apollonio Rodio e la
figura del Giasone delle
Argonautiche
-
Il Giasone della Medea
di Euripide e della Medea di
Seneca
· L’età Vittoriana in Inghilterra e Tennyson
- Ulisse
l’eroe romantico e Telemaco l’antieroe vittoriano
· La filosofia positivista e la caduta degli ideali
romantici
- Comte
e il Positivismo Sociale
- Mill
- Spencer e il
Positivismo Evoluzionistico
· Il Naturalismo francese e il Verismo italiano, il Verga
e “I Malavoglia”
- Ambientazione storica
de “I Malavoglia”
- ‘Ntoni l’antieroe
verista
· Francisco Goya y Lucientes: “Le fucilazioni del 3 maggio
1808”
Per poter parlare dell’antieroe, è senza
dubbio necessario precisare che cosa sia un eroe e da quale ambiente culturale
possa essere generato. Un eroe è un uomo che si distingue per la sua
straordinaria virtù e, grazie a questa, riesce a compiere imprese memorabili.
Durante tutta la storia della cultura occidentale si incontrano molti
personaggi di questo tipo e tutti hanno in comune una cosa: l’ambiente
culturale in cui nascono. Infatti, è facile notare come tutti i modelli eroici
nascano in epoche in cui l’elemento dominante del clima social-culturale è il
sentimento e sono presenti grandi ideali.
Prendiamo, ad esempio, i due poemi epici cardine e inizio della civiltà
occidentale: l’Iliade e l’Odissea. In entrambe le opere domina l’ideale eroico
della virtù, entrambe le opere sono impregnate e fondate sull’eroismo dei loro
protagonisti. Nonostante la problematicità della collocazione cronologica delle
due opere, possiamo senza dubbio inserirle all’interno dell’ambiente della
grecità arcaica, in un’epoca, quindi, dominata dai sentimenti e dalle pulsioni,
dove ancora non si aveva traccia della grande classicità greca del V secolo,
fondata sull’equilibrio, sulla ponderazione e sul canone; nell’età omerica
dominava un forte individualismo e la ragione era sopraffatta dai sentimenti.
L’ideale eroico, con origini così remote, attraversa tutta la storia
occidentale lungo le varie epoche e si afferma sempre quando il sentimento
domina l’ambiente culturale. Un ottimo esempio si può osservare nel XIX secolo
quando, come reazione alla centralità della ragione, imposta dall’Illuminismo,
nasce quel grande movimento culturale che prende il nome di Romanticismo. Con
il Romanticismo si assiste ad un vero e proprio fiorire del sentimento, delle
sensazioni, di grandi ideali e con esso nascono nella letteratura grandi figure
eroiche (Guglielmo Tell di Shiller, D’Artagnan e Dantès di Dumàs).
Ma parallelamente alla storia e all’evoluzione dell’eroe, è nato e si è
evoluto il suo opposto: l’antieroe. L’antieroe è un personaggio calato in un
contesto eroico ma osservato con un’ottica realista. Anche l’antieroe si
incontra lungo tutta la storia della cultura occidentale e anch’esso spicca in
epoche dove a dominare è sempre uno stesso fattore: non il sentimento, proprio
dell’eroe, bensì il suo contrario, 858j99i la razionalità, il realismo e la mancanza di
ideali.
Se la figura dell’eroe si può trovare in periodi nei quali è presente
un sostanziale clima di speranze e di ideali quali sono la grecità antica o il
Romanticismo, al contrario l’antieroe spicca in epoche di crisi di ideali.
Figura paradigmatica di antieroe è certamente il Giasone delle
Argonautiche di Apollonio Rodio, che era già stato in qualche modo anticipato
da quello che compare nella Medea di Euripide. Infatti, con Euripide si
intravede l’inizio della perdita di quegli ideali di virtù che avevano resa
grande la Grecia classica, mentre con Apollonio si nota chiaramente come nel
III secolo a. C. quegli ideali fossero totalmente svaniti.
Per quanto riguarda l’età contemporanea, in contrasto con l’eroe
romantico, si trova l’antieroe verista o naturalista nato dal Positivismo.
Nella letteratura italiana, antieroe verista è senza dubbio ‘Ntoni di padron
‘Ntoni ne “I Malavoglia” di Verga. ‘Ntoni, infatti, è calato in un contesto
eroico: la sua famiglia è in crisi ed egli, giovane e in forze, con il suo
lavoro potrebbe eroicamente salvare la situazione, ma veristicamente, attratto
dalla realtà urbana, cade in una progressiva degenerazione, contribuendo in
questo modo al definitivo crollo della sua famiglia. Anche in questo contesto
antieroico si può notare come l’epoca, cioè gli anni dell’Italia postunitaria,
sia priva di ideali, scettica, pessimistica e dominata da un crudo realismo.
L’antieroe, dunque, nasce da un contesto culturale dove a dominare è la
razionalità, e il sentimentalismo è assente a causa della mancanza di ideali.
Un’epoca che presenta queste caratteristiche, come accennavo prima, è senza
dubbio l’Ellenismo.
L’Ellenismo è quel periodo storico che convenzionalmente si suole
delimitare tra la morte di Alessandro Magno (323 a. C.) e la conquista romana
dell’Egitto (30 a. C.). Il sogno di Alessandro di realizzare un unico impero
che unisse i popoli in una grande koinh politico-culturale, fallì,
ma solo in parte, infatti, dopo la morte del grande condottiero macedone, quel
sogno si rivelò effimero dal punto di vista politico (l’impero venne diviso in
vari regni), ma poté tuttavia pienamente realizzarsi sul piano culturale.
Infatti, l’esportazione della civiltà greca in terre così lontane dalla
madrepatria e la conseguente nascita di un’Ellade sovranazionale, dove il
fulcro non è più nella polis, fa nascere nell’uomo greco due sentimenti
contrastanti: il cosmopolitismo di un immenso mondo senza confini, dove razze e
culture si incontrano, ma anche un forte individualismo volto a ricercare
dentro se stesso quei valori perduti che erano propri della polis. Questa nuova
situazione produsse una profonda mutazione nell’ambito sociale e culturale: le
dottrine filosofiche si spostano principalmente verso la ricerca di una
corretta etica individuale; la scienza conosce un grandissimo sviluppo;
l’architettura manifesta una tendenza allo scenografico e al grandioso; le arti
figurative abbandonano l'ordine e la misura classica per sposare un realismo
esasperato della raffigurazione; la letteratura, infine, presenta una ricerca
sempre più raffinata ed erudita, in cui importanza primaria assume la
ricercatezza dell’elaborazione formale.
Proprio in quest’ultimo contesto, letterario-culturale, si inserisce la
figura di Apollonio Rodio, autore delle Argonautiche, opera che presenta, come
dicevo prima, un esempio di antieroe nella figura di Giasone.
Le notizie riguardo alla vita di Apollonio sono incerte e spesso
contraddittorie. Già il suo soprannome di “Rodio” suscita delle perplessità,
visto che quasi sicuramente nacque ad Alessandria tra il 295 e il 290 a. C., e
sembra derivare da un prolungato soggiorno del poeta sull’isola. Si può
ipotizzare che rimase alla guida della biblioteca di Alessandria fino al 247,
da quell’anno si trasferì a Rodi e lì vi rimase fino alla morte stimata intorno
al 215 a. C.
La fama di Apollonio è legata, come già detto, alle Argonautiche, un
poema scritto in esametri e suddiviso in quattro libri. E’ il solo esempio di
poema epico greco giuntoci integro delle produzioni comprese tra le opere
omeriche e le Dionisiache di nonno di Panopoli del V secolo d. C. e ciò grazie
alla notevole fortuna che ebbe l’opera in età romana e in età medievale.
L’argomento è costituito dalla celebre spedizione panellenica a cui
parteciparono i più valorosi guerrieri della generazione pre-troiana, fra cui
Eracle, Polifemo, Peleo, Castore, Polluce e Orfeo; tutti costoro sono detti
Argonauti dalla nave Argo con cui il viaggio viene effettuato e sono guidati da
Giasone, figlio del re di Iolco cui il fratellastro Pelia ha però sottratto il
trono: è proprio quest’ultimo che per sbarazzarsi del nipote gli affida il
difficile compito di riprendere il vello d’oro.
I primi due libri narrano del difficile viaggio degli Argonauti verso
la Colchide, sede del vello d’oro, un viaggio ricco di insidie e avventure. Il
terzo libro è incentrato principalmente su Medea e il suo amore per Giasone,
che la spinge ad aiutare il presunto eroe nel superare le prove per conquistare
il vello. Il quarto libro è dedicato al viaggio di ritorno e al rientro in
patria degli Argonauti assieme a Medea, sposa di Giasone.
Il poema è il documento di un continue ed evidente compromesso: fra la
tradizione omerica, nella quale il poeta vuole deliberatamente inserirsi, e il
desiderio di originalità. Infatti se da una parte sono impiegati tutti i mezzi
che Omero aveva ormai reso canonici: interventi degli dei, sogni, prodigi,
profezie, mostri; contese, duelli, battaglie; digressioni, descrizioni,
catalogo; dall’altro lato queste strutture troppo spesso danno l’impressione di
essere intimamente estranee al momento poetico e soprattutto non bastano non
solo a far poesia, ma nemmeno un poema. Infatti l’argomento manca di una sua
giustificazione e motivazione interiore, il racconto non ha un centro
psicologico, gli avvenimenti si susseguono in una sequenza puramente
cronologica: il poema è tutto episodico, dall’inizio alla fine, cioè
sostanzialmente frammentario.
La ragione fondamentale è che nel poema manca l’eroe. Giasone, infatti,
è rappresentato è rappresentato come l’esatto contrario degli eroi epici
omerici: nei momenti decisivi intervengono i filtri di Medea; anche nei vari
ostacoli della spedizione c’è sempre qualcuno che provvede per lui. Con Medea,
poi, si comporta in maniera spregevole, abusando senza scrupoli del suo ingenuo
amore. Mentitore, profittatore, spergiuro, quando ha ottenuto dalla fanciulla
ciò che gli serviva, medita certamente di sbarazzarsene, abbandonandola alla
vendetta dei Colchi. E qualche accenno sembra mostrare che considera Medea,
perdutamente innamorata di lui, nient’altro che un’esaltata pericolosa.
Come Achille e Odisseo, anche Giasone è espressione coerente di una
civiltà, che è quella contemporanea ad Apollonio e i cui valori di fondo egli
esprime evitando di identificarsi in eroici ma superati stereotipi culturali.
Ma questa visione fortemente antieroica e negativa di Giasone, che finisce col
rendere Medea e il suo amore (con una sua descrizione che è la cosa forse
poeticamente migliore dell’opera) i veri protagonisti del poema, deriva, oltre
che dall’epoca in cui si trovava l’autore, anche dal condizionamento che
Apollonio aveva ricevuto dalle opere precedenti, prima fra tutte la Medea di
Euripide. Il poeta doveva, infatti, affrontare il non facile compito di far
intuire, da una parte nella figura di Medea ancora fanciulla e ignara del suo
del suo destino, la grande eroina tragica del dramma euripideo, e dall’altra,
nel personaggio di Giasone, il germe di quell’insubordinazione, di quell’incapacità
di affrontare direttamente le situazioni, che lo rende, umanamente e
moralmente, tanto più debole di Medea. Questo secondo scopo era più facile da
raggiungere, poiché, come abbiamo già visto, le caratteristiche principali
della figura di Giasone sono l’esitazione, l’incertezza, la sfiducia nelle
proprie capacità. Il poeta non dovette far altro che estendere queste
peculiarità dal campo dell’azione anche a quello affettivo, attribuendo al
protagonista una partecipazione emotiva molto meno intensa di quella di Medea,
e suscitando nel lettore l’impressione che, per Giasone, l’eros non sia affatto
una devastante passione, ma un utile mezzo per ottenere senza rischi un fine
altrimenti irraggiungibile. E in questo intento Apollonio riuscì egregiamente,
infatti il lettore riesce facilmente a collegare la figura di Giasone presente
nelle Argonautiche con quella presente nella Medea di Euripide, entrambe figure
antieroiche e, quindi, consequenziali.
Il personaggio di Giasone descritto nel dramma euripideo è infatti
anch’esso ricco di caratteristiche negative, prima fra tutte il tradimento ai
danni di Medea che compie sposando la figlia del sovrano della città, e poi
anche il modo in cui cerca di giustificare la sua scelta con Medea, usando la
retorica e l’oratoria, mettendo a frutto la sua abilità argomentativa,
rinunciando del tutto all’appello genuino e sincero al sentimento; nel celebre
agone nel secondo episodio della tragedia, queste caratteristiche spiccano
notevolmente ed è forse quella la parte dell’opera in cui la figura di Giasone
si manifesta più apertamente facendo trasparire tutte le sue virtù negative e
cancellando l’immagine di eroe valoroso che recuperò il vello d’oro.
Quest’immagine che prima Euripide e poi Apollonio Rodio danno di
Giasone, si riflette senza dubbio sui loro posteri, influenzandoli
notevolmente. Tra questi, primo fra tutti è Seneca che scrive una Medea che,
pur mantenendosi assai vicino al modello euripideo, presenta indubitabili
caratteristiche di originalità. Tutte le tragedie senechiane sono ricche di
analisi psicologica, di ispirazione morale, di pensiero; Seneca tende a
esasperare ogni passione fino all’eccesso, indaga e rappresenta ciò che è più
atroce e violento e dà frequentemente nel macabro. Nella Medea, quindi,
l’autore latino esaspera la gelosia fino all’eccesso e fino a sfociare nel
macabro; in questo modo la figura di Medea acquista una ancor maggiore
centralità rispetto alla tragedia euripidea, togliendo contemporaneamente
vitalità tragica a Giasone, che qui risulta ancora più inerte e insensibile e
scompare quasi totalmente l’abilità retorica che mostrava nella tragedia di
Euripide. Qui Giasone sembra sommerso dall’ira di Medea e qui la figura
antietroica si esprime totalmente: il grande condottiero, conquistatore del vello
d’oro, ricco di eroismo e virtù, è totalmente scomparso per fare posto a un
personaggio inerte, incapace e insensibile. Ma anche Seneca, come Euripide e
Apollonio, vive in un’epoca particolare, un’epoca che le sue opere, sia
“filosofiche”, sia tragiche, rispecchino fedelmente. L’età in cui l’autore
latino si trovò a vivere, è storicamente uno dei periodi più critici, sul piano
dei valori dello spirito, che Roma abbia attraversato: un’età che assisteva al
progressivo disgregamento di ogni senso morale, percorsa dalle più torbide
passioni, travolta da un vortice di vita sfrenata. I delitti più atroci erano
esemplarmente forniti dalla stessa casa imperiale, dove è possibile trovare
l’incesto, il fratricidio, l’uxoricidio e il matricidio impunemente perpetrati;
i potenti si compiacevano di far valere la loro forza attraverso le più infami
macchinazioni, sapevano intervenire con il veleno dove la spada era meno
sicura; e il tradimento era l’arma più certa, l’odio norma di vita.
I miti tragici che Seneca rispolverava per le sue finzioni drammatiche,
prendendoli in prestito dai Greci, si trovavano, quindi, perfettamente
ambientati nella Roma dei Cesari: erano simboli facilmente ravvisabili in una
realtà storica e in una società che oltretutto si compiaceva di questi
riferimenti intellettualistici.
Così, abbiamo visto che tutti i personaggi antieroici presi in
considerazione fino ad ora, nascono in epoche simili per la perdita di valori,
più o meno accentuata, e per il conseguente abbandono degli ideali. Se volessimo
seguire il corso cronologico delle epoche, ne troveremmo molte simili a quelle
citate, ma continuiamo la nostra analisi dell’antieroe analizzando invece
l’epoca che in Inghilterra segue il Romanticismo: l’età Vittoriana, Victorian
Age.
Victoria ascended the throne of Great
Britain in 1837, when she was only 18.
During the “Age of Empire”, as Victorian Age was called, the process of
industrialisation, which had started in the previous century, went on
unhindered. Britain’s
empire continued to prosper and to gather strength and towards the end of the
century. But at home the situation was less positive. In the 1870s the country
entered a period of political flux, social tensions and economic depression
which lasted for the rest of the century because of increased competition from
other industrial countries . In 1901 Victoria, the queen whose reign had
witnessed so many political and social changes, died.
The Victorian Age was an age full of
contradictions, of widespread industrialisation and technological progress, of
extreme poverty and
exploitation of factory workers and of affluence for factory
owners, of unprecedented social reforms, of scientific discoveries and
religious unrest. When queen Victoria came to the throne, the nation could be
divided into: the aristocracy, mainly large landowners who held power in Parliament , the middle class, whose increasing wealth and
respectability were opening the way to power, and the working class.
Industrialisation and technological progress further advanced the position of
middle class. By the end of century, they held the power previously held by the
aristocracy, and class distinction became more financial then hereditary. The
Victorian middle classes were very proud of the nation’s triumphs in technology
and engineering which had so changed the look of environment, as well as of its
political stability the freedom of its press, its legal system and its position
as the most powerful and the wealthiest in the world. Optimism was their
dominant mood. They believed their way of life could be exported to all parts
of the growing Empire.
In this period the artists had to conform
oneself to the exigencies of this new predominant class, because the susses of the poems or novels or dramas depended
completely on sales.
About poetry, people expected that a poet could
reconcile faith and progress, and throw a colouring of romance over the
unromantic materialism of modern life.
The major poet of this age was Alfred Tennyson
(with also Robert Browning and Gerard Hopkins).
Alfred Tennyson was born in 1809 from a
traditional family background (his father was a clergyman of Church of
England). He was parted educated at home, but later went to Trinity College,
Cambridge where
he made a particular friend of Arthur Henry Hallam. In 1833 Hallam died
suddenly aged only 22. This was perhaps the most important event in Tennyson’s
life. He began to make a reputation as poet in 1840s, and in 1850 he was made
Poet Laureate, in succession to Wordsworth. He married in the same year and
shortly after, settled in the Isle of Wight,
he had a peaceful life until his death (1892). His principal works are “In
memoriam” (1850, a series of elegies inspired by the Hallam’s death) and
“Idylls of the king” (1859-1872, a cycle of tales drawn from the legends of
King Arthur); his early works are substantially unimportant, but some poems are
different, in particularly “Ulysses”.
Though “Ulysses” first appeared in 1842, it had
been written in 1833, the year of his friends Hallam’s death. The poem is a
dramatic monologue in which Ulysses is an old king who is bored with the
commonplace life, he leads on Ithaca where he is surrounded by an “aged
wife”, a conformist son and a “savage race”. His dissatisfaction with his
present life, his regret for his adventurous past and his thirst for knowledge,
drive him to “sail out into the west”. He is still a brilliant speaker as he
persuades his aged crew to join him. In the poem we can find the typical
Tennyson’s delicate ear for the musical value of vowels and consonants and the
extremely skill in matching sounds and meanings, and also a theme who
symbolised the romantic conception of heroic spirit. But with this heroic
conception, that Ulysses impersonate with his refusal of conformity of a
Victorian life style, his desire of new adventures and experiences, there’s
another idea that Telemachus, the Ulysses’ son, impersonate. In fact in the
central part of the poem appear the figure of the son.
This figure is what isn’t Ulysses, is the opposite of
Ulysses, if Ulysses is a Romantic hero, Telemachus is the typical man of
Victorian age, with a quiet temper and a reflective behaviour, if Ulysses is a
hero, Telemachus is an antihero. Thelemachus is the good and wise king that
Ulysses had never succeeded to embody. So Ulysses is the Romantic hero that
people in Victorian Age asked to a poet and is the character in which Tennyson recognise himself, but Telemachus embodies the real man of
Victorian Age. With his “Ulysses”, Tennyson wants to said
that Romanticism is an age with good ideals, but his age is Victorian Age, with
is materialism and positivism.
Quest’epoca, in cui è proiettato il messaggio di Tennyson, nasce dal
tramonto, attorno agli anni ‘40-’50 del XIX secolo, della cultura romantica e
dalla sua progressiva sostituzione con quella Positivista. Questo profondo
cambiamento della cultura dagli anni Cinquanta in poi, avvenne sotto la spinta
di due grandi fenomeni: l’uno fu l’ascesa vertiginosa della borghesia liberale,
con la sua ottimistica fiducia nel progresso; l’altro fu l’affermarsi della
scienza che aprì grandiosi orizzonti allo sviluppo e alla possibilità per
l’uomo di dominare la natura. Il progresso materiale e il benessere apparvero
allora prospettive possibili, se collegati allo sviluppo della scienza e ai
suoi metodi di conoscenza. Il Positivismo fu il rifiuto di ogni ideale
astratto, di ogni retorica, di ogni elemento metafisico, di ogni forma di
attività e di pensiero che non si richiamasse alla scienza; fu la negazione di
ogni idealizzazione e quindi anche dell’eroe, l’uomo calato in un contesto
eroico non diventa un eroe, ma si comporta in modo strettamente realista e
diventa un antieroe.
All’esaltazione degli ideali e delle grandi utopie che avevano permeato
la mentalità romantica, subentrò nel secondo Ottocento l’esigenza del reale,
del dato di fatto, del positivo.
Sul piano strettamente filosofico, il Positivismo fu una teoria della
conoscenza della realtà, che, utilizzando i metodi della scienza, li applicò
poi all’uomo e al suo mondo spirituale. La filosofia del Positivismo, dunque,
esalta a dismisura la scienza, vera religione dei tempi moderni, con una
fiducia nella liberazione dell’uomo da tutti i suoi mali, nella sua infinita
possibilità di progredire e migliorare. Il termine “positivismo” deriva
dall’aggettivo “positivo”, inteso come ciò che è realmente esistente, in
contrasto con ciò che crea l’uomo. Il Positivismo non è, però, una corrente
filosofica omogenea, presenta, infatti, tradizioni di culture differenti tra
loro (Francia, Germania, Inghilterra, Italia); nonostante ciò, è però possibile
delineare in questa corrente di pensiero dei tratti di fondo comuni:
-
la scienza è l’unica conoscenza possibile e
il suo metodo è l’unico valido;
-
la filosofia coincide con la totalità del
sapere positivo, la filosofia deve realizzare una conoscenza unificata e
generalissima;
-
il metodo della scienza va esteso a tutti i
campi, compresi quelli sociali.
Questa corrente filosofica non nasce, però, senza basi, ha, infatti,
analogie sia con l’Illuminismo, sia con il Romanticismo. Dall’ambito
illuminista vengono ripresi la fiducia nella ragione e nel sapere, come
strumenti di progresso, l’esaltazione della scienza a discapito della
metafisica, una forte visione laica della vita, anche se sono indubbie molte
differenze come la minor carica polemica positivista, una diversa concezione
della filosofia e un'assulutizzazione positivista della scienza. Del
romanticismo, invece, si può ritrovare l’esaltazione del sapere positivo,
assunto come unica guida e verità della vita umana e il considerare il finito
come il manifestarsi di una realtà infinita.
Il Positivismo presenta due movimenti di fondo: il Positivismo Sociale,
tipico della prima parte del secolo, rappresentato da Comte e da Stuart Mill
(anche se secondo concezioni divergenti) e il Positivismo Evoluzionistico,
rappresentato da Spencer.
Nato a Montpellier da una famiglia modesta, allievo della famosa Ecole
Polytechnique, versato in matematica, August Comte (1798-1857), è l’iniziatore
del positivismo francese, il padre ufficiale della sociologia e l’esponente,
per certi aspetti, più rappresentativo dell’inizio del pensiero positivista.
Comte considera l’evolversi sia della storia, sia di ciascuna branca della
conoscenza umana, attraverso tre stadi teorici: lo stadio teologico, lo stadio
metafisico e, infine, lo stadio scientifico o positivo. Nello stadio teologico,
l’uomo crede che le cause dei fenomeni siano fattori sovrannaturali e in campo
politico, esso corrisponde a un sistema monarchico e militare. Nello stadio
metafisico, la causa è attribuita a una supposizione astratta o deduttiva e in
campo politico ciò corrisponde a un predominio della classe popolare. Nello
stadio positivo, lo spirito umano, riconoscendo l’impossibilità di raggiungere
nozioni assolute, rinuncia a cercare l’origine e il destino dell’universo e a
conoscere le cause intime dei fenomeni e si applica unicamente a scoprire,
mediante l’uso del ragionamento e dell’osservazione, le loro leggi effettive;
allo stadio positivo, in campo politico, corrisponde l’affermarsi della scienza
dell’industria.
I metodi teologici e metafisici non sono più impiegati in nessun campo,
eccetto quello dei fenomeni sociali. La filosofia positiva deve, quindi,
sottoporre la società a una rigorosa indagine scientifica, poiché unicamente una
società scientifica potrà “essere considerata la sola base solida per la
riorganizzazione sociale, che deve chiudere lo stato di crisi in cui si trovano
da lungo tempo le nazioni più civili. Per passare da una società di crisi
all’ordine sociale, c’è bisogno di sapere. La conoscenza è fatta di leggi
provate sui fatti. Quindi occorre trovare le leggi della società, se vogliamo
risolvere la crisi”.
E’ quindi possibile per la sociologia positivista stabilire, attraverso
il ragionamento e l’osservazione, le leggi dei fenomeni sociali. La sociologia,
o fisica sociale, è divisa da Comte in statica sociale e dinamica sociale,
corrispondenti a Ordine e Progresso. La statica sociale studia le condizioni di
esistenza comuni a tutte le società, in tutti i tempi. La dinamica sociale
consiste nello studio delle leggi di sviluppo della società.. Le vie per il
raggiungimento della conoscenza sociologica, sono, ad avviso di Comte,
l’osservazione, l’esperimento e il metodo comparativo. Come in biologia, così
in sociologia, i casi patologici, alterando il normale nesso degli eventi,
sostituiscono in certo qual modo l’esperimento.
La sociologia si pone al vertice dell’ordinamento delle scienze. A
partire dalla loro piattaforma matematica, le scienze positive sono
gerarchizzate secondo un grado decrescente di generalità e crescente di
complicazione: astrologia, fisica, chimica, biologia, sociologia. Teologia e
metafisica non sono scienze positive; la morale è risolta nella sociologia. La
psicologia è ridotta in parte alla biologia e in parte alla sociologia. La
matematica è la base di tutte le scienze. La filosofia ha il compito di
riassumere tutte le scienze secondo caratteri comuni.
Il concetto fondamentale e conclusivo della filosofia di Comte è quello
dell’Umanità, che deve prendere il posto di Dio. Gli individui sono il prodotto
dell’umanità, la quale deve essere venerata come una volta lo erano gli dei
pagani.
Il Positivismo di Comte parte dai fatti per giungere alla legge che,
una volta formulata, viene dogmatizzata. Diversa è però l’opinione di Stuart
Mill (1806-1873), l’altro esponente principale del Positivismo Sociale. Per
Mill il richiamo ai fatti è necessariamente continuo, non si può dogmatizzare
una legge poiché l’esperienza ci fa osservare solo casi singoli. In questo
modo, non essendo possibile formulare leggi universali, il sillogismo diviene
privo di senso e sterile. Ogni proposizione universale è, dunque, la
generalizzazione di fatti osservati. Che cosa giustifica questa
generalizzazione, dato che non potremo mai osservare tutti i fatti? E’ il
problema dell’induzione. L’induzione è quell'operazione della mente con cui
assumiamo che ciò che sappiamo vero in uno o più casi singoli, sarà vero per
tutti i casi rassomiglianti ai primi. Ma qual è il fondamento dell’induzione?
Le più ovvie generalità scoperte inizialmente, suggeriscono il principio di
uniformità della natura; tale principio, una volta formulato, è posto a
fondamento delle generalizzazioni induttive; queste, quando vengono scoperte,
attestano il principio di uniformità, per il quale “è una legge che ogni evento
dipenda da qualche legge”. La legge che regola l’induzione è dunque l’induzione
stessa.
Dopo la prima metà del XIX secolo, la
dottrina positivista da sociale evolve in evoluzionistica. Questo indirizzo
assume il concetto di evoluzione come il fondamento di una teoria generale
della realtà naturale e scorge nell’evoluzione stessa il manifestarsi di una
realtà infinita e ignota. Tale seconda corrente positivista pone il suo
fondamento nella teoria evoluzionistica di Darwin. Questa teoria si basa su due
fatti:
-
l’esistenza di
piccole variazioni organiche che si verificano negli esseri viventi nel corso
del tempo e al variare delle condizioni ambientali;
-
la lotta per la vita che si verifica
necessariamente tra gli individui viventi.
Da qui segue la legge della selezione naturale. Partendo da queste
basi, Herbert Spencer si propose di elaborare la dottrina del progresso
universale e mettere in luce il valore infinito, e quindi religioso, del
progresso. Spencer sostiene che la realtà ultima è inconoscibile e che
l’universo è un mistero. Questo è attestato, afferma Spencer, sia dalla
religione, sia dalla scienza. Infatti, la verità ultima inclusa in ogni
religione è che l’esistenza del mondo è un mistero che sempre esige di essere
interpretato. Tutte le religioni falliscono nel dare questa interpretazione,
poiché le diverse credenze con cui esse si esprimono non sono logicamente
difendibili. Anche la scienza, però, urta contro il mistero che avvolge la
natura ultima della realtà, di cui essa studia le manifestazioni. Ciò accade
perché la nostra conoscenza è chiusa entro i limiti del relativo. In questo
modo i fatti vengono spiegati e le spiegazioni vengono a loro volta spiegate,
ma ci sarà sempre una spiegazione da spiegare; per questo la realtà ultima è e
rimarrà per sempre inconoscibile. Così Spencer concepisce l’Assoluto come la
forza misteriosa che si manifesta in tutti i fenomeni naturali e la cui azione
è sentita dall’uomo positivamente. Per tutto ciò, religione e scienza sono
conciliabili, infatti, ambedue riconoscono l’Assoluto. Però, mentre compito
della religione è di mantenere desto il senso del mistero, compito della
scienza è di estendere sempre oltre, senza mai cogliere l’Assoluto, la
conoscenza del relativo. Considerate la religione e la scienza, Spencer passa
ad analizzare le filosofia. La filosofia è la scienza dei primi principi, dove
si porta all’estremo limite il processo di unificazione della conoscenza, è la
conoscenza completamente unificata. La filosofia deve, perciò, partire da dove
si ferma la scienza, ovvero i principi più generali. La sintesi di tutti questi
principi è la Legge dell’evoluzione: “L’evoluzione è un’integrazione di materia
accompagnata da dispersione di moto; in cui la materia passa da un’omogeneità
indefinita, incoerente ad un'eterogeneità definita, coerente, mentre il moto
trattenuto subisce una trasformazione parallela”. E’ importante notare,
all’interno del pensiero di Spencer, la sua concezione della sociologia. Questa
è molto orientata verso l’individualismo e quindi verso la difesa di tutte la
libertà individuali. Lo sviluppo sociale deve essere abbandonato alla forza
spontanea, poiché l’intervento dello stato all’interno della società ne
rallenta l’evoluzione. Importante è anche ricordare come Spencer, a differenza
di Comte, ritenga possibile una psicologia oggettiva che studi i fenomeni
psichici nel loro substrato materiale e una psicologia soggettiva che si fonda
sull’introspezione.
Quindi le dottrine dei tre filosofi presi in considerazione, anche se,
come abbiamo visto, presentano concezioni e caratteri diversi e a volte in
netto contrasto fra loro, si fondano su una base che è comune, su un forte
ottimismo e su una volontà di scientifizzazione della conoscenza.
Questo clima culturale e soprattutto questa dottrina filosofica,
considerata in tutte le sue sfaccettature ed evoluzioni, condiziona fortemente
tutti gli ambiti culturali, non solo le scienze positive, ma anche quelle
umanistiche. Tra queste ultime si può osservare la nascita di una nuova
letteratura, il Naturalismo in Francia e poco dopo il Verismo in Italia.
Entrambe queste correnti, anche se con differenze sostanziali, si propongono di
compiere una rappresentazione della realtà del tutto oggettiva; è quindi una
letteratura che nega l’eroe e fa dei suoi protagonisti, o meglio dei personaggi
calati in contesti eroici, degli antieroi.
Il trionfo del naturalismo narrativo è il frutto di una vera e propria
battaglia condotta in Francia da diversi scrittori; questa battaglia ha le sue
prime origini nella difesa del realismo, che si svolge con vigore negli anni
Cinquanta e vide come protagonisti i fratelli Jules e Edmond Goncourt, che
aprono la letteratura al mondo del proletariato urbano ed esprimono la volontà
di un rigoroso studio di ambienti e soprattutto di casi patologici, e Gustave
Flaubert che ipotizza uno scrittore che anatomizzi e intervenga sui personaggi
con la stessa impersonalità con cui il medico interviene sul corpo dei
pazienti, uno scrittore che esclude ogni traccia esplicita della sua presenza.
A partire da queste premesse, Emile Zola pubblicò nel 1880 il saggio “Il
romanzo sperimentale”, nel quale si definisce il metodo narrativo
naturalistico, che segue da vicino gli orientamenti della scienza positivista e
mira a sviluppare la narrazione per via “sperimentale”, da premesse che, col
loro intreccio, determinano il destino di personaggi e di gruppi sociali. Zola
si rivolge in primo luogo, con sguardo lucido e sicuro, allo studio degli
aspetti più crudi della realtà, analizzando la vita del proletariato e le
diverse forme dello sviluppo industriale borghese; ha un’impronta laica,
democratica e progressista e mira, attraverso la conoscenza della realtà
sociale, a un miglioramento delle condizioni di vita.
La produzione narrativa francese e le discussioni ad esso collegate,
suscitarono echi continui nel nostro paese, costituendo un punto di riferimento
essenziale per la nuova narrativa italiana, tutta più o meno attratta
nell’orbita del naturalismo.
Il Verismo, la cui poetica si viene elaborando tra il ’70 e l’’80,
riprende, dunque, modelli e strumenti della cultura del Realismo-Naturalismo
francese, non accetta però acriticamente queste influenze culturali, ma le
ripensa e le adegua alle condizioni storico-sociali della realtà italiana. Il
nostro Verismo, quindi, pur fondandosi su una concezione positivista della
realtà e pur trasferendo nell’arte il metodo della scienza, presenta profonde
differenze del Naturalismo francese: in primo luogo opera in un contesto
agreste, di gran lunga più arretrato dell’ambiente urbanizzato e
industrializzato della Francia; in secondo luogo il verismo non accetta il
concetto di ereditarietà, né lo scientismo esasperato di Zola.
La letteratura verista trovò nel mezzogiorno d’Italia un terreno
fecondo, essa germogliò rigogliosamente e diede i migliori frutti in Sicilia,
col De Roberto, col Capuana e soprattutto col Verga, mentre trascurabile
apparve l’apporto letterario delle altre regioni meridionali.
Giovanni Verga nacque il 2 settembre 1840 a Catania, da una famiglia di
piccola nobiltà agraria, di orientamenti liberali e antiborbonici. Da giovane,
per lui, politica e letteratura furono, secondo i modi cari della tradizione
romantico-risorgimentale, le passioni dominanti. Si impegnò quindi nella
duplice attività di scrittore di romanzi storici e patriottici (“I carbonari
della montagna”, “Sulle lagune”) e di giornalista politico. Ma nel clima
prosaico dell’Italia postunitaria, Verga sperimenta la delusione dei suoi
entusiasmi politici e l’inadeguatezza di quella mitologia romantico-passionale
che condizionava il suo rapporto con la realtà. Trasferitosi a Firenze nel
1865, si inserì nei salotti intellettuali, partecipando alla vita elegante e
mondana. Qui pubblicò il romanzo “Una peccatrice” e “Storia di una capinera”.
Nel 1872 si trasferì a Milano, dove rimase fino al 1893. In questa città Verga
frequentò gli ambienti artistici legati alla Scapigliatura ed entrò in contatto
con la cultura e la narrativa europea; scrisse in questo periodo “Eva”, “Tigre
reale” ed “Eros”. Nel 1874, però, con la novella “Nedda”, lo scrittore aveva
mutato ambiente e tema. Ma è solo con la raccolta di novelle “Vite dei campi”
(1879), con la pianificazione del ciclo de “I vinti” e con la pubblicazione de “I
Malavoglia”, che l’adesione alle tesi veriste si espresse nella sua forma più
completa. Seguono, poi, altre opere legate al verismo, come le “Novelle
rusticane” e il secondo romanzo del ciclo de “I vinti”, “Mastro-don Gesualdo”.
Dopo quest’ultimo romanzo, si ritirò a vita privata a Catania, abbandono
l’attività di scrittore, vivendo i suoi ultimi anni in modo schivo e riservato.
Tra i romanzi di Verga prendiamo in considerazione “I Malavoglia”, per
analizzarne il contrasto tra coppie di personaggi, in un contesto
eroe-antieroe. Innanzitutto è necessario considerare il ruolo del romanzo
all’interno di quello che avrebbe dovuto essere il ciclo de “I vinti”. Operando
una critica ragionata del Positivismo e del Naturalismo francese, Verga
accoglieva esclusivamente i metodi di indagine, ma rifiutava la fiducia nel
cambiamento e nel progresso. Egli, infatti, portava l’attenzione, diversamente
da altri, non sulle conquiste dello sviluppo, ma sul prezzo che queste
comportavano, più che celebrare i vincitori, Verga pone la sua attenzione “ai
deboli che restano per via, ai vinti che levano le braccia disperate e piegano
il capo sotto il piede brutale dei sopraggiungenti”. I cinque romanzi che
dovevano comporre il ciclo, dei quali furono completati solo i primi due e alcuni
capitoli del terzo, dovevano rappresentare, a livelli sociali diversi, una
serie di esistenze stroncate dal desiderio di affermarsi nella lotta per la
vita.
“I Malavoglia” è il primo romanzo del ciclo e, infatti, si svolge
all’interno dello strato sociale più basso: si rappresenta la vita dei
pescatori di Aci Trezza e si narra la vicenda della famiglia Toscano, detta
Malavoglia, negli anni successivi all’unità d’Italia. La famiglia è guidata dal
vecchio padron ‘Ntoni, la barca da pesca “Provvidenza” e la casa patriarcale
“del nespolo” costituiscono i mezzi essenziali e i valori di vita della
famiglia; ma una serie di disastri (che inizia col tentativo di commerciare un
carico di lupini e col naufragio della “Provvidenza” in cui muore il figlio di
padron ‘Ntoni, Bastianazzo), porta la rovina economica e la disgregazione della
famiglia. I Malavoglia perdono la barca e la casa, il nipote ‘Ntoni, venuto a
contatto con l’ambiente urbano in seguito al servizio militare, rifiuta di
ritornare al duro lavoro tradizionale che potrebbe risollevare le sorti della
famiglia e antieroicamente si dà al contrabbando, a una vita dissipata e
finisce in carcere. L’altro nipote, Luca, muore nella battaglia di Lissa; la
nipote Lia fugge a Catania dandosi alla prostituzione. Solo dopo lunghi
sacrifici, il nipote Alessi riesce a riacquistare la casa del nespolo e a
ricostruire gli essenziali valori familiari, ma ciò è funestato dalla morte di
padron ‘Ntoni in ospedale, mentre ‘Ntoni, uscito dal carcere, capisce di non
poter più restare e abbandona tristemente il suo paese.
Un elemento fondamentale, sia per capire la vicenda narrata nel
romanzo, sia per comprendere l’ambiente in cui si muoveva l’autore, sia per
chiarire la vicenda di ‘Ntoni, personaggio che seguiremo per il suo atteggiamento
antieroico, è senza dubbio l’epoca in cui si svolge il romanzo. I riferimenti
temporali sono pochi ma abbastanza precisi da permetterci di inquadrare la
vicenda lungo un intervallo di circa quindici anni a partire dal 1863.Ci
troviamo, quindi, nel periodo immediatamente successivo all’unificazione
d’Italia, durante il governo della Destra Storica e precisamente la vicenda ha
inizio durante il primo governo Minghetti. Un’epoca quindi di grosse difficoltà
per il neonato stato italiano, dove innumerevoli erano i problemi e il maggiore
di questi era sicuramente la cosiddetta “questione meridionale”. Il sud era,
infatti, in tutti i settori, estremamente arretrato rispetto al nord e compito
dei governi che si susseguirono in questo periodo fu quello di cercare di
colmare questo difetto del meridione. Si cercò di unificare il mercato
attraverso l’abolizione dei sistemi doganali tra i vari stati che una volta
formavano quella che ora è l’Italia, ma questo significava la non protezione
delle economie più deboli e soprattutto di quelle meridionali. Infatti gli
industriali del nord consideravano il sud come uno sbocco industriale, i
meridionali prima si difendevano con la barriera doganale, che, eliminata, non
fece che peggiorare la situazione. Inoltre l’unificazione prevedeva un aumento
della pressione fiscale che gravò più sui ceti meno abbienti con una forte
imposizione di tasse, ad esempio quella sul macinato. Ad acuire la posizione
del sud fu anche l’imposizione del servizio militare obbligatorio che, come
vediamo nella vicenda del romanzo, oltre a togliere braccia importanti alle
famiglie, spesso traviava i giovani che venivano a contatto con il nuovo mondo
urbano borghese. Per tutte queste ragioni la popolazione del mezzogiorno faticò
a riconoscersi nel nuovo stato unitario, considerandolo come un estraneo che
esigeva tasse e che obbligava i giovani uomini alla leva militare, togliendo
braccia all’agricoltura, alla pesca, alle saline e alle miniere di zolfo, unici
sostentamenti. L’opposizione sfociò nello sviluppo del brigantaggio e del
commercio di contrabbando, altro elemento che ritroviamo nella vicenda e che
favorisce ulteriormente l’antieroismo di ‘Ntoni.
Quest’ultimo, come già accennato, ha una vicenda travagliata di
progressivo declino che lo rende un perfetto antieroe, egli non si può
considerare protagonista, perché protagonista è l’intera famiglia Malavoglia,
ma avrebbe potuto contribuire in modo decisivo al pagamento del debito dei
lupini. La partenza iniziale per lo svolgimento del servizio di leva, vuole
essere una denuncia del Verga della politica della Destra Storica e delle
enormi difficoltà che conobbe il sud dopo l’unificazione. ‘Ntoni, infatti,
ritorna dal servizio militare e ritrova la famiglia in grave difficoltà, senza
più la “Provvidenza” e costretta a lavorare a giornata per pagare il debito. Ma
a Napoli, dove aveva svolto il servizio di leva, aveva avuto agio di guardarsi
attorno e di scoprire che tutto il mondo non era come Trezza, che esistevano
persone che stavano molto meglio e si era indugiato ad ascoltare le sirene di
un possibile miglioramento. Tornato al villaggio, a servizio militare finito,
continuava a sentirsi echeggiare nell’orecchio il canto di quelle sirene.
Comincia quindi il graduale e lento processo di traviamento del personaggio. I
primi accenni si vedono nel capitolo VI del romanzo, dove ‘Ntoni lavora a
giornata sulla barca di padron Cipolla mentre parla delle bellezze e delle
fortune del mondo urbano. In seguito il processo di sradicamento del
personaggio, si fa sempre più evidente. Alle domande rabbiose che sempre più
frequentemente il nipote pone, il nonno non sa dare risposta e continua a
sostenere l’eroismo del sacrificio, il suo ostinato esempio di virtù. Ma ‘Ntoni
rifiuta questo eroismo e parte alla ricerca di fortuna, dando il colpo di
grazia alla famiglia. ‘Ntoni, in seguito, ritorna in paese come uno straccione
e nonostante la sua famiglia lo accolga a braccia aperte, egli continua il suo
inesorabile processo di sradicamento, dandosi prima alla nullafacenza e
all’alcool, cadendo, in seguito, nel contrabbando e finendo poi in carcere.
Il giovane ‘Ntoni, dunque, una volta segnato dal contatto col mondo
cittadino, perde le sue radici, non riesce più a riconoscersi nei valori
tradizionali della famiglia e del lavoro e percorre una lunga parabola che lo
porta all’esclusione, alla partenza senza ritorno. ‘Ntoni non si rassegna alla
miseria e decide di andare via, ma è sconfitto poiché – ed è l’idea fissa del
ciclo de “I vinti” – chi cerca di cambiare la propria posizione, lasciando il
suo ambiente familiare, quasi sempre viene calpestato (così le ostriche – dice
Verga –, se si staccano dallo scoglio, muoiono).
Alla fine del romanzo ‘Ntoni ritorna a Trezza e trova Alessi che ha
riacquistato la casa del nespolo e ha ristabilito l’antico ordine famigliare,
‘Ntoni riconosce e capisce finalmente “la santità del focolare domestico” e per
lui c’è l’autoesilio, capisce che non può restare perché non c’è posto per gli
infedeli alla religione della famiglia. Il romanzo, quindi, così come si apre,
si chiude con una partenza, questa volta, però, definitiva, di ‘Ntoni. La
decisione finale di ‘Ntoni di ripartire nasce dalla presa di coscienza di un
sentimento irreversibile, del distacco da una visione del mondo dove legge del
lavoro e codice d’onore coincidono. Prima non sapeva, non conosceva il valore
delle radici familiari e della tradizione patriarcale, e voleva partire per
inseguire dorate utopie di felicità, per vivere nell’ozio e nel benessere.
Poiché, ora, ha perso le sue radici, deve morire per rinascere diverso. Sul
tema folclorico e antropologico della morte-resurrezione, si chiude la
circolarità del romanzo. La battuta finale di ‘Ntoni (“il primo di tutti a
cominciar la giornata è stato Rocco Spatu”) allude, appunto, alla vita del
villaggio che continua indifferente e ripetitiva nel suoi ritmi eterni, un
mondo di cui egli non può più far parte, perché ne ha infranto l’armonica
totalità.
Durante tutta la narrazione troviamo, quindi, un’etica eroica, che è
anche l’affermazione di una fede e di una speranza, le uniche possibili e
reali. Contro questo sistema e modello di vita e contro gli ideali che lo
giustificano e lo sorreggono, si sviluppa in termini sempre più decisi e
oltranzistici la ribellione di ‘Ntoni, il quale simboleggia le inquietudini e
gli smarrimenti delle nuove generazioni, che tornano dal servizio militare
disadattate alle vecchie consuetudini, recando in quella patriarcale e immobile
società, i fermenti dissolventi di una scontentezza amara, di una prima sconosciuta
insofferenza, di una torbida e oscura ansia di evasione; l’aspirazione,
pericolosa per tutto il sistema, ad una vita diversa e migliore. In
conclusione, abbiamo visto come ‘Ntoni rappresenti la forte crisi di valori
avvenuta in seguito alla caduta dei grandi ideali romantici e risorgimentali.
Verga, con questo personaggio, derivato da quelli che sono gli ideali del
Verismo, vuole dimostrare che l’eroe non può esistere e lo sostituisce con il
suo contrario: l’antieroe.
Ripercorrendo, quindi, il percorso che abbiamo finora compiuto,
troviamo, in epoca ellenistica, il Giasone delle Argonautiche di Apollonio
Rodio, protagonista che non compie alcuna impresa, che abbiamo visto avere
qualche relazione con il Giasone della Medea di Euripide ed essere in qualche
modo precursore di quello della Medea di Seneca, scritta sotto l’impero di
Nerone. Abbiamo poi analizzato l’"Ulysses" di Tennyson, con la figura
di Telemaco che rappresenta le nuove generazioni dell’età vittoriana, età che
coincide con il superamento del Romanticismo e con il nascere del Positivismo.
Nasce, quindi, il Naturalismo in Francia e il Verismo in Italia, dove Verga
scrive “I Malavoglia” che presentano la figura di ‘Ntoni, giovane antieroe
dell’Italia postunitaria.
Chi è, dunque, l’antieroe? E’ un personaggio di denuncia, un
personaggio che esprime una crisi di ideali, è un personaggio, comunque,
pessimista, che non offre soluzioni, anzi, con il suo negare l’eroicità, vuole
togliere ogni speranza di miglioramento.
Per concludere è bene osservare un’opera di Francisco Goya y Lucientes
(1746-1828): “Le fucilazioni del 3 maggio 1808”. Nel 1808 le truppe
napoleoniche costringono Carlo IV, re di Spagna, e suo nipote Ferdinando ad
abdicare in favore di Giuseppe Bonaparte. Goya assistette all’eroica resistenza
del popolo madrileno, contro le truppe francesi. Il dipinto raffigura una delle
tante esecuzioni sommarie effettuate dalle truppe napoleoniche. A destra, di
spalle, è schierato il drappello del plotone d’esecuzione. Dei loro volti, non
solo non è possibile percepire l’espressione, ma anche i lineamenti appaiono
inghiottiti dalla notte. Goya caratterizza i soldati come un gruppo compatto e
minaccioso che, piuttosto che da uomini, sembra composto da automi. A sinistra
vi sono i partigiani, rappresentati con un realismo carico di tragica pietà. Il
patriota con la camicia bianca, leva le braccia al cielo in un gesto che è di
disperazione, di rabbia e di paura; in lui come nei suoi compagni vi è la
disperata paura della morte, quella che non abbiamo mai visto negli impassibili
eroi classici e neoclassici. I partigiani spagnoli rappresentano il crollo
degli ideali della Rivoluzione Francese, esprimendo tutta la loro disperazione
di eroi mancati, di antieroi.
Bibliografia:
-
Monaco – Casertano – Nuzzo, L’attività
letteraria nell’antica Grecia;
-
La letteratura greca dell’età ellenistica e
imperiale;
-
Laura Suardi, Euripide e Lisia;
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Luigi Alfonsi, Letteratura Latina;
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Augusto Rostagni, Lineamenti di storia della
letteratura latina;
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Storia della letteratura latina;
-
De Luca – Grillo – Pace – Ranzoli, Literature
and beyond, vol. 3;
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Reale – Antiseri, Il pensiero occidentale
dalle origini ad oggi, vol. 3;
-
D. Pesce, Storia della filosofia;
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Giulio Ferroni, Storia della letteratura
italiana, vol. 3;
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Giovanni Verga, I Malavoglia, a cura di
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-
Come leggere “I Malavoglia”;
-
De Boni – Nistri, L’Europa e gli altri, vol.
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Cricco – Di Teodoro, Itinerario nell’arte,
vol. 2;
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Mixer Multimediale;
-
www.inftube.com