Antonio Canova
Antonio Canova (1757-1822), è il maggior artista italiano ad aver
partecipato alla vicenda del neoclassicismo ed è anche l’ultimo grande artista
italiano di livello europeo. Dopo di lui, per tutto il corso del XIX secolo,
l’Italia ha svolto un ruolo molto marginale e periferico nell’ambito della
formulazione delle nuove teorie e pratiche artistiche.
Formatosi in
ambiente veneziano, le sue prime opere rivelano la influenza dello scultore
barocco del Seicento Gian Lorenzo Bernini. Trasferitosi a Roma, partecipò al
clima cosmopolita della capitale in cui si incontravano i maggiori protagonisti
dell’arte neoclassica. A Roma svolse la maggior parte della sua attività,
raggiungendo una fama immensa. Fu anche pittore, ma produsse opere di livello decisamente
inferiore rispetto alle sue opere scultoree. Nelle sue sculture Canova, più di
ogni altro, fece rivivere la bellezza delle antiche statue greche secondo i
canoni che insegnava Winckelmann: «la nobile semplicità e la quieta grandezza».
Le sculture
di Canova sono realizzate in marmo bianco e con un modellato armonioso ed
estremamente levigato. Si presentano come oggetti puri ed incontaminati secondo
i princìpi del classicismo più puro: oggetti di una bellezza ideale, universale
ed eterna. I soggetti delle sue sculture si dividono in due tipologie
principali: le allegorie mitologiche e i m 737b15h onumenti funebri. Al primo gruppo
appartengono: «Teseo sul Minotauro», «Amore e Psiche», «Ercole e Lica», «Le tre
Grazie»; al secondo gruppo appartengono i monumenti funebri a Clemente XIV, a
Clemente XIII, a Maria Cristina d’Austria.
Nei
monumenti di soggetto mitologico i riferimenti alle sculture greche classiche è
scoperto ed immediato: le anatomie sono perfette, i gesti misurati, le
psicologie sono assenti o silenziose, le composizioni molto equilibrate e
statiche. Il momento scelto per la rappresentazione è quello classico del
«momento pregnante», evidente ad esempio nel gruppo di «Teseo sul Minotauro».
Canova, invece di rappresentare la lotta tra Teseo e l’essere metà uomo e metà
toro, sceglie di rappresentare il momento in cui Teseo, dopo aver sconfitto il
Minotauro, ha scaricato tutte le sue energie offensive per lasciar posto ad un
vago senso di pietà per l’avversario ucciso. È un momento di quiete assoluta in
cui il tempo si congela per sempre. È quello il momento in cui la storia
diventa mito universale ed eterno.
Nei
monumenti funebri Canova parte dallo schema classico a tre piani sovrapposti.
Nei monumenti dei due papa Clemente XIII e XIV al primo livello ci sono le
immagini allegoriche che rappresentano il senso della morte; al secondo livello
vi è il sarcofago; al terzo livello vi è la figura del papa. Questo schema, che
dal Trecento aveva caratterizzato tutta la produzione di monumenti funebri,
venne dal Canova variata con il monumento a Maria Cristina d’Austria – in esso
un corteo funebre si accinge a varcare la soglia dell’oltretomba raffigurata
come una piramide – e nei monumenti a stele in cui è evidente il ricordo delle
tante stele funerarie provenienti dall’antica Roma.
I monumenti
funerari rappresentano un tema molto sentito dagli artisti neoclassici. Da
ricordare che, negli stessi anni, l’importanza dei «sepocri» veniva affermata
anche dal poeta Ugo Foscolo. Per il Foscolo il sepolcro doveva conservarci la
memoria dei grandi personaggi della storia esaltandone il valore quali esempi
di virtù. La morte, che nella precedente stagione barocca veniva visto come
qualcosa di orrido e di macabro, dall’arte neoclassica era vista come il
«momento pregnate» per eccellenza. Il momento in cui si scaricano tutte le
contingenze terrene per entrare nel silenzio assoluto ed eterno.
Il Canova
nel periodo napoleonico divenne il ritrattista ufficiale di Napoleone
producendo per l’imperatore diversi ritratti, tra cui quello in bronzo, ora
collocato a Brera, che fu rifiutato dall’imperatore perché Canova lo aveva
ritratto nudo. Tra i ritratti eseguiti per la famiglia imperiale famoso rimane
quello di Paolina Borghese semidistesa su un triclino, seminuda e con una mela
in mano, secondo una iconografia di chiara derivazione tizianesca, pur se
caricata di significati mitologici.
Oltre
all’attività di scultore, Canova fu anche impegnato nella tutela e
valorizzazione del patrimonio artistico. Nel 1802 ebbe l’incarico di Ispettore
Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa. Nel 1815, dopo
la caduta di Napoleone, ottenne di riportare in Italia le tante opere d’arte
che l’imperatore aveva trasportato illegalmente in Francia. Morto nel 1822, il
suo sepolcro è a Possagno, il paesino in provincia di Treviso dove era nato, e
dove egli, a sue spese, fece erigere un tempio dove nel 1830 furono traslate le
sue spoglie.
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La vicenda del neoclassicismo inizia alla metà del XVIII secolo (1750),
per concludersi con la fine dell’impero napoleonico nel 1815. Ciò che
contraddistingue lo stile artistico di quegli anni fu l’adesione ai princìpi
dell’arte classica. Quei principi di armonia, equilibrio, compostezza,
proporzione, serenità, che erano presenti nell’arte degli antichi greci e degli
antichi romani che, proprio in questo periodo, fu riscoperta e ristudiata con
maggior attenzione ed interesse grazie alle numerose scoperte archeologiche
(Ercolano, Pompei, Villa Adriana a Tivoli e i templi greci di Paestum).
I caratteri principali del neoclassicismo sono diversi:
esprime il rifiuto dell’arte barocca e della sua eccessiva irregolarità; la sua
poetica si fonda sui principi dell’equilibrio e della simmetria, sul rifiuto
dell’immaginazione sregolata e sul predominio delle norme e delle regole
estetiche;
sua componente fondamentale fu dunque il razionalismo; in ciò si avverte
l’influsso dell’illuminismo;
propose agli artisti del tempo il principio dell’imitazione: essi dovevano cioè
imitare, sebbene non passivamente, i canoni estetici dell’arte classica;
fu un movimento teorico, grazie soprattutto al Winckelmann che propose il
ritorno al principio classico del «bello ideale»;
fu una riscoperta dei valori etici della romanità, e ciò soprattutto nel
pittore David e negli intellettuali della Rivoluzione
Francese;
fu l’immagine del potere imperiale di Napoleone che ai segni della romanità
affidava la consacrazione dei suoi successi politico-militari;
fu un vasto movimento di gusto che finì per riempire con i suoi segni anche gli
oggetti d’uso e d’arredamento.
I principali protagonisti del neoclassicismo furono il pittore Anton Raphael
Mengs (1728-1779), lo storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717-1768),
che furono anche i teorici del neoclassicismo, gli scultori Antonio Canova (1757-1822) e Bertel Thorvaldsen
(1770-1844), il pittore francese Jacques-Louis David (1748-1825), i pittori
italiani Andrea Appiani (1754-1817) e Vincenzo Camuccini (1771-1844).
Winckelmann, Mengs, Canova, Thorvaldsen, operarono tutti a Roma, che divenne,
nella seconda metà del Settecento, la capitale incontrastata del
neoclassicismo, il baricentro dal quale questo nuovo gusto si irradiò per tutta
Europa. A Roma, nello stesso periodo, operava un altro originale artista
italiano, Giovan Battista Piranesi che, con le sue incisioni a stampa, diffuse
il gusto per le rovine e le antichità romane. L’Italia nel Settecento fu la
destinazione obbligata di quel «Grand Tour» che rappresentava, per la nobiltà e
gli intellettuali europei, una fondamentale esperienza di formazione del gusto
e dell’estetica artistica. Roma, in particolare, ove si stabilirono scuole ed
accademie di tutta Europa, divenne la città dove avveniva l’educazione
artistica di intere generazioni di pittori e scultori. Tra questi vi fu anche
il David che rappresentò il pittore più ortodosso del nuovo gusto neoclassico.
Con l’opera del David il neoclassicismo divenne lo stile della Rivoluzione
Francese ed ancor più divenne, in seguito, lo stile ufficiale dell’impero di
Napoleone. E dalla fine del Settecento la nuova capitale del neoclassicismo non
fu più Roma,maParigi.
Il neoclassicismo tende a scomparire subito dopo il 1815 con la sconfitta di
Napoleone. Nei decenni successivi venne progressivamente sostituito dal
Romanticismo che, al 1830, ha definitivamente soppiantato il neoclassicismo.
Tuttavia, pur se non rappresenta più l’immagine di un’epoca, il neoclassicismo
di fatto sopravvisse, come fatto stilistico, per quasi tutto l’Ottocento,
soprattutto nella produzione aulica dell’arte ufficiale e di stato e nelle
Accademie di Belle Arti.
ROMANTICISMO
Contro l’uniformità
della cultura imposta nel periodo napoleonico, ciascuno stato in questo periodo
vuole valorizzare la propria storia. Nasce in Germania e si diffonde in Europa
il Romanticismo, che pone al vertice dei valori umani il sentimento e l’amor di
patria.La pittura è la forma d’arte più importante e innovativa di questo
periodo. Dal punto di vista dei contenuti, la pittura romantica si ispira in
genere ai grandi temi storici, con preferenza per i momenti di lotta
patriottica e popolare. Un altro soggetto sono gli episodi di cronaca e di vita
quotidiana. Si afferma, infine, il tema del paesaggio, espressione dell’amore
quasi religioso per la natura che caratterizza il romanticismo. Sul piano
formale, la pittura romantica appare più libera e comunicativa di quella
neoclassica. L’artista vuole esprimere sentimenti ed emozioni, pertanto la sua
pennellata è fluida; i colori sono vivi e i contorni meno definiti; il
contrasto della luce è spesso drammatico. Il primo a tradurre in pittura
l’ideale romantico è Caspar David Friedrich. Nella sua pittura sono
espressi con equilibrio senso del mistero, emozioni e amore per il grande
spettacolo della natura. In Francia operano in questo periodo personalità di
eccezionale talento, come Eugène Delacroix e Jean-Louis-Théodore Géricault. Essi illustrano grandi temi storici
nazionali ed episodi tratti dalla cronaca e dalla vita quotidiana. In
Inghilterra, Joseph Mallord William
Turner e John Constable si distinguono per l’eccezionale
sensibilità nel dipingere paesaggi. In Svizzera Johann Heinrich Füssli.La pittura italiana di
questo periodo presenta personalità di minor rilievo. Ricordiamo in particolare
Francesco Hayez, le cui opere migliori sono i
ritratti, e Antonio Fontanesi, che dona ai suoi paesaggi una nota di
malinconia.